Verso l’Infinito (e oltre)

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E’ nata sotto il segno della Bilancia. Civettuola e affascinante. Imprevedibile, come la maggior parte di noi femmine. Con il compito di sostituire la Look, cinque anni di onorato servizio, un Sagittario energico, instancabile e avventuroso, mai un tradimento e mai un problema. Certo però che mi sono presa un bello spavento. Per qualsiasi randonneur non è mai piacevole cambiare il telaio compagno di tante avventure (invero più per vanità che per necessità) lasciandosi incantare dalle sirene della “grammomania” e dalle promesse della pubblicità, sempre alla ricerca della “perfetta macchina Audax”, per poi ritrovarsi sotto il sedere una bici sicuramente bella e dalle prestazioni brillanti, ma lontana dalle aspettative quanto a comfort.

Per fortuna la storia, per il momento, è a lieto fine: è stato sufficiente fare uno scambio di ruote, una cura a base di 64 raggi in acciaio inox  per domare questa macchina da corsa e farle tirare fuori la sua anima da Granturismo. La Bianchi l’avrebbe concepita proprio per le lunghe distanze. I casi sono i seguenti: 1) questi signori non sanno niente di “lunghe distanze”; 2) fino adesso ho pedalato su biciclette fatte col burro; 3) in questi cinque anni il mondo dei telai in carbonio è cambiato radicalmente e io mi sono persa qualcosa…

Rassegnamoci, la fibra di carbonio è un materiale fantastico ma schizofrenico, più vado avanti e meno ci capisco. Ad ogni modo, anche se c’è voluto un po’ per addomesticarla, adesso mi piace. Fila come un razzo senza spaccarti la schiena, in piedi sui pedali ringhia come un mastino, in discesa è divertente e precisa. Il nome mi è sempre piaciuto, è ricco di suggestioni ed evoca alla perfezione il nostro mondo fatto di orizzonti asfaltati sempre più lontani. Inoltre suona bene in questo ciclomercato pieno di altisonanti nomi anglosassoni o – peggio ancora! – infarciti zeppi di “K” cacofoniche e irritanti. Ecco, finalmente un bel nome italiano: un plauso alla Casa biancoceleste.

Ecco la presentazione del telaio da parte di Bianchi:

“Grazie all’utilizzo di fibre ad altissimo modulo Toho UM40 ed alla nanotecnologia applicata al carbonio, il nuovo telaio raggiunge elevati livelli di performance in termini di rigidità/peso. Su questo modello è stata implementata anche la tecnologia attiva BAT che garantisce un bilanciamento tra la rigidità torsionale, a cui è soggetto il telaio durante la pedalata, e l’assorbimento delle vibrazioni in verticale del carro. Inoltre la tecnologia K-VID utilizzata, grazie a gli inserti in Kevlar che assorbono le vibrazioni, aiuta a ridurre l’affaticamento del corridore ed a migliorare l’aderenza sulla strada. Il telaio nel suo complesso ha un peso di 1,080 chilogrammi. Per questo modello è stata studiata anche una nuova forcella full carbon con foderi “semi diritti”, per migliorarne la reattività, che pesa soltanto 365 grammi.”

Il gruppo montato è ancora il “vecchio” Ultegra Grey Triple con guarnitura Stronglight “compact più rampichino” 46-34-24. Le periferiche sono tutte nuove e, ancora una volta, sono marchiate Ritchey WCS. La sella è SMP Avant. Peso complessivo con ruote tradizionali intorno a 8,4 kg. Ultima “chicca”: un nuovissimo borsello per gli attrezzi che reca incorporati i LED rossi. Idea luminosa!

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Tutti Aironi (“Fausto Coppi Epica”, 29-30 agosto 2009)

«Questo pezzo di carta cos’è? Il “depliant” con il percorso?». Di fronte al banchetto delle iscrizioni quasi sobbalzo a sentire queste parole. Ma che vuoi farci, “zio” Saverio non ha mai affrontato un vera randonnèe, quindi con materna comprensione gli spiego che trattasi della preziosissima carta di viaggio, il documento al quale ogni randonneur deve legarsi in maniera morbosa e viscerale. Siamo in Piazza Galimberti a Cuneo, sabato 29 agosto, ora di cena, ma c’è ancora tempo per iscriversi. La piazza è animata come una sagra di paese, gli stand de “La Fausto Coppi” si mischiano a quelli gastronomici, alla pizza da asporto e all’orchestra che suona, il tutto sotto lo sguardo severo e immobile (sic!) del monumento che giganteggia al centro.

Siamo tutti parcheggiati al Foro Boario. Fa piuttosto caldo e dobbiamo far passare  il tempo in attesa del via, e allora tiriamo fuori biciclette, fanali, zainetti, panini, pezzi di focaccia, Coca Cola, olive. Cena al sacco bivaccati fra gli sportelli delle automobili, mentre si chiacchiera e ci si scambia consigli su questo e su quello per stemperare la tensione. C’è un’atmosfera da allegro campo nomadi, da ragazzini in gita. Il cielo di Cuneo è percorso da nuvole nere che si spostano rapide, e di tanto in tanto lasciano intravedere la luna. Ci sforziamo di essere fiduciosi riguardo il meteo: le previsioni, comunque, parrebbero essere dalla nostra parte.

L’appuntamento in piazza è alle 22,30, quindi richiamo all’ordine Walter e Saverio, completiamo gli ultimi particolari di bici ed equipaggiamento, indossiamo le bretelle riflettenti e ci avviamo. Piazza Galimberti è gremita, c’è musica, l’atmosfera è elettrica. Abbiamo addosso gli sguardi curiosi e ammirati della gente che ci vede arrivare così agghindati. Evidentemente ai loro occhi siamo dei temerari, degli eroi. Quelli della “Epica”, quelli che stanno per sfidare il terrificante Colle dell’Agnello nel cuore della notte. E’ meglio che non sappiano, anche, che dietro lo sguardo fiero in quel momento ho una fifa blu… Bene, raggiungiamo il gonfiabile del via e ascoltiamo con relativa attenzione le raccomandazioni impartite al megafono dagli organizzatori. Non mancano gli Alpini della Taurinense, che avranno il compito di presidiare i posti di controllo e ci conforteranno con la loro marziale ma genuinamente italiana presenza. Intorno a me randonneur di ogni genere, dall’ultracyclist tiratissimo con completino estivo, un solo minuscolo fanale e praticamente senza bagaglio (ma come farà a resistere al freddo dei 2700 metri di quota, questa notte?), passando per le vecchie volpi della specialità, che preferiscono portarsi un paio di guanti lunghi e un fanalino in più piuttosto che rischiare, finendo agli Eroici con bici d’epoca e maglia di lana. Uno di questi, completamente griffato Bianchi, pare la copia esatta di quel Fausto Coppi che sessant’anni prima, su queste strade, aveva compiuto la più grande impresa della storia del ciclismo vincendo la tappa del Giro Cuneo-Pinerolo. Ed è proprio nel ricordo del “Campionissimo” e di quell’impresa che stasera siamo qui.

Dopo aver ricevuto benedizione e raccomandazioni di rito da Nadia, la moglie di Walter, alle 23 partiamo tra due ali di folla acclamante che manco alla “Parigi-Brest-Parigi”. Una macchina farà l’andatura fino alla Colletta di Rossana, e fin da subito capisco che si tratta di un’andatura decisamente da… Granfondo. Dobbiamo resistere: approfittare della scia del gruppo in quei primi chilometri pianeggianti ci avrebbe permesso di “portarci avanti col lavoro”. Nei rari momenti in cui riusciamo a respirare ci scambiamo qualche impressione: Saverio è entusiasta della partenza in notturna, di quel frullare di ruote libere nell’oscurità illuminata dalle stelle e dai nostri fanalini rossi. Per lui, buon corridore sulle gare in linea – non più giovanissimo ma sempre con un’ottima gamba, il nostro mondo è tutto nuovo ma sembra non dispiacergli affatto.

Nelle campagne del Cuneese stasera c’è un’afa micidiale. Intorno al 20° chilometro c’è già un assaggio di salita. La Colletta di Rossana ha un dislivello modesto, ma è sufficiente per fare la selezione: io e Walter non possiamo tenere il ritmo forsennato degli altri, per cui ci lasciamo man mano sfilare e prendiamo il nostro passo. In tutto quel viavai perdiamo Saverio che, com’è giusto che sia, è rimasto saldamente aggrappato al gruppo dei più veloci. In compenso mi sento chiamare da dietro… è Sergio, un randonneur di Bergamo conosciuto su Facebook e con il quale ci eravamo dati appuntamento a questa manifestazione. Da un mese mi aveva promesso che avrebbe fatto tutto il percorso con me, ed eccolo qui, pronto a mantener fede alla sua parola. Scendiamo dalla Colletta e restiamo in tre nell’oscurità della val Varaita. Il cielo ora è sgombro di nuvole e completamente stellato, tanto che ad un certo punto scorgo una bellissima meteora. Intorno all’1,30 siamo a Casteldelfino (m 1610), dove riempiamo le nostre borracce. Comincia qui la madre di tutte le sfide: i 22 chilometri (gli ultimi 10 con pendenze da rizzare i capelli) di salita che ci condurranno al Colle dell’Agnello, e la discesa in notturna sul versante francese.

Il buio fa perdere i riferimenti, e se da una parte può essere suggestivo ed emozionante, dall’altra porta smarrimento e sgomento. Intorno a me, vagamente illuminati forse dalla luce delle stelle, scorgo i profili dei monti. Poco dopo Chianale (m 1797), ultimo avamposto di civiltà, attacchiamo il tratto terminale, quello più duro. Curiosamente udiamo musica araba sparata a tutto volume proveniente non si capisce da dove… ma basta salire di qualche tornante per ripiombare nell’oscurità e nel sacro silenzio della montagna, rotto solamente dal gorgogliare dei ruscelli. Non fa per niente caldo, tanto che ad un certo punto siamo costretti a fermarci per indossare gambali e maniche lunghe. Intanto facciamo empirici calcoli sull’orario di scollinamento, ma l’unica cosa certa è che bisogna essere al posto di controllo presidiato dagli Alpini entro le 5, e il tempo stringe. Difficile poi ripartire senza ribaltarsi…

Dieci chilometri alla pendenza media del 10%, con lunghi tratti all’11% e un traverso al 14%. Sono cifre da autentico mostro alpino, e questo è solo il primo dei quattro colli mitici che ci attendono. L’Agnello, in questa moderna rievocazione della Cuneo-Pinerolo del 1949, sostituisce il Colle della Maddalena (perennemente chiuso al traffico) e il Vars. Dopodichè ci attendono l’Izoard dal versante della Casse Deserte (altro pessimo cliente), il Monginevro e il Sestriere. 291 chilometri per 5100 metri di dislivello per 20 ore, salvo errori e omissioni.

Giungiamo ad un alpeggio dove il gigantesco faro della margaria illumina tutto intorno in maniera surreale. Intuisco che devono iniziare i micidiali tornanti finali, spioventi e aggrappati alla ripida parete rocciosa. Arranco da bestia. Walter sta salendo benone, così anche Sergio, che ha tutta l’aria di essere un randonneur di quelli forti. Io invece sono già in crisi nera, mentre osservo la luce bianca del led proiettata sull’asfalto e giro ai 4 kmh il mio “vergognoso” 24×27. Eppure questa è la mia notte, sono qui perchè l’ho voluto. Fortemente. Solo un paio di mesi prima l’organizzazione aveva deciso di modificare la formula della manifestazione, e appena ne sono venuta a conoscenza ho raccolto il guanto di sfida. Avevo passato l’estate a preparare con cura questa prova, mantenendo l’allenamento in salita che mi ero fatta per “L’Ardèchoise”, e implementando alcuni dettagli tecnici tipo l’impianto luci della bicicletta. Tutto per una maglia bianca con l’effigie di Coppi.

I dati del mio contachilometri non coincidono con gli ossessionanti cartelli che, di quando in quando, rammentano la pendenza e i chilometri rimanenti al colle. Scende la nebbia. Ormai non deve mancare molto, ma per quanto mi riguarda lo sconforto è totale, anche perchè pare proprio che non riusciremo a scollinare prima delle 5. Qualcosa non va, sento salire dallo stomaco qualcosa di simile a conati di vomito. Per un attimo DEVO mettere piede a terra, ma proprio in quella sento nell’aria il ronzio di un gruppo elettrogeno. Gli Alpini… è il controllo, non può essere lontano! Pur distrutta riprendo a pedalare, ad un certo punto vedo un faro sopra di me, ma con la nebbia non si capisce quanto sia lontano. Faccio il tornante con Sergio, che nel frattempo mi ha aspettata, ed ecco, è il traverso finale, là in fondo c’è la luce… il colle… una tenda… GLI ALPINI! SIAMO SALVI! VIVA L’ITALIA!

Quota 2748. Sul colle c’è un fortissimo vento gelido e terrificante. Appoggiamo le bici ad una grossa roccia e entriamo velocemente nella veranda della tenda militare per consegnare le carte di viaggio. Walter è rannicchiato in un angolo, trema di freddo. Chi si aspettava di trovare i “veci” muniti di fumante pentolone di vin brulè a intonare lieti canti di montagna è rimasto deluso. Ad accoglierci ci sono due giovani penne nere coperti con qualsiasi cosa per difendersi dal freddo. Uno dei due, passamontagna e guanti di lana, mi chiede con piglio marziale nome e numero. Sulle nostre carte di viaggio l’orario registrato è cinque e nove minuti. Ci sono dei dispenser di tè caldo e delle barrette energetiche, ma per me non sono attraenti in quel momento, ho lo stomaco sottosopra. Però bisogna mangiare qualcosa. Smozzico malvolentieri una mezza barretta mentre mi vesto velocemente, fa un freddo impressionante. Guardo ancora il soldato in passamontagna e la bandiera dell’Italia sferzata dal vento. C’è un’atmosfera strana, sembra di essere a Kabul anzichè sul confine francese. Ringraziamo, salutiamo, accendiamo tutti i nostri fanali e cominciamo ad affrontare la discesa verso Ville Vieille.

La tanto temuta discesa dall’Agnello si rivela meno tignosa del previsto: la carreggiata è abbastanza larga, l’asfalto è in eccellenti condizioni e segnata da provvidenziali strisce bianche. L’illuminazione che avevo predisposto tra bici e casco funziona benone, incluso il vecchio fanale alogeno riesumato dalla cantina e le cui batterie fin qui avevo accuratamente risparmiato proprio per affrontare questa discesa. Le discese in bici non sono esattamente il mio forte, figuriamoci col buio, comunque tutto fila liscio. Da Ville Vieille raggiungiamo Château Queyras e da lì il bivio per l’Izoard. Inizia ad albeggiare, e iniziano le prime crisi di sonno: ma ormai il sole è in arrivo, dunque mi fermo per togliermi qualche vestito e, ammirando il cielo azzurro e le splendide montagne intorno a me, riprendo la mia salita un poco più rincuorata.

L’Izoard da questo versante è tutt’altro che banale: è lungo “solo” quindici chilometri, ma la pendenza media è di tutto rispetto. Anche qui vedo Walter e Sergio abbondantemente avanti a me, non mi resta che abbassare la testa e resistere. Ma la velocità è drammaticamente bassa, e guardando il roadbook sul manubrio e l’orologio del ciclocomputer il morale crolla sotto le tacchette: di questo passo accumuleremo altri ritardi… non ce la faremo mai a stare nel tempo limite! Trovo i miei due compari fermi ad un tornante, mi fermo anch’io e li scongiuro di proseguire senza di me: loro hanno più possibilità, non trovo giusto vincolarli alla mia lentezza. Ma Walter e Sergio non sono per nulla preoccupati dell’orologio, e non hanno nessuna intenzione di abbandonarmi. Quelle parole mi suonano come un patto di ferro: avremmo finito la randonnèe in ogni caso, con qualsiasi tempo, ma rigorosamente INSIEME.

Con molta fatica arriviamo alla Casse Deserte, un suggestivo paesaggio montano caratterizzato da rocce probabilmente calcaree che danno al tutto un aspetto brullo e severo ancorchè candido, mentre le prime luci del sole rendono l’ambiente ancora più suggestivo. Purtroppo sto soffrendo troppo, esageratamente, per godere di tutta quella meraviglia. Devo combattere contro la pendenza e la stanchezza accumulata sull’Agnello, con l’aggravante che non riesco a mangiare niente. Arriviamo anche al monumento a Coppi e Bobet, affrontiamo gli ultimi tornanti ed eccoci finalmente all’obelisco di vetta: anche l’Izoard, seppure a fatica, è stato conquistato. Dobbiamo rivestirci per la discesa ma, soprattutto, dobbiamo MANGIARE. Walter mi ordina di vincere la nausea e buttare giù qualcosa, quindi estraggo dallo zaino uno dei panini che mi ero preparata e inizio a ruminarlo con metodo. Non riesco a finirlo, però adesso qualcosa nello stomaco c’è, meglio di niente. Poi iniziamo la divertente discesa su Briançon: il sole ci bacia e l’umore inizia a salire, mentre salutiamo allegre schiere di ciclisti che salgono dall’altro versante.

A Briançon siamo accolti da un fortissimo vento contrario. Il sole splendente ci permette però di rimetterci in maniche corte, e durante questa breve sosta, parlando con Sergio, realizzo che i miei calcoli erano troppo pessimistici: raggiungere in tempo il controllo del Monginevro, o comunque limitare il ritardo ad una manciata di minuti, non è affatto un obiettivo impossibile. Vento contrario permettendo, ovviamente…

La prima parte della salita al Monginevro è esposta ai venti e ci fa imprecare non poco: ma quando iniziano i tornanti la montagna ci protegge, e possiamo procedere più in scioltezza. In questa salita, non difficile e di “appena” cinquecento metri di dislivello, a farmi vedere le stelle è la mia spalla destra, un vecchio “regalo” della vita d’ufficio che ritorna durante le randonnèe più dure a farmi sgradita visita. Il dolore è insopportabile, ahimè, ma debbo resistere fino al controllo… che non è in località Montgenèvre, bensì a Clavière, primo avamposto italiano, dove ad attenderci c’è la jeep della Taurinense. Tre Alpini, tra cui una donna, ci accolgono sorridenti. Purtroppo sono già le 11,15, siamo in ritardo di un quarto d’ora, ma non c’è nulla di irrecuperabile, ora l’umore è buono e confidiamo di raggiungere in tempo utile il decisivo controllo di Pinerolo. I soldati ci rifocillano con bottiglie d’acqua, così io posso sciogliere in borraccia una bustina di antinfiammatorio per arginare il dolore, e per la gioia di Walter la ragazza in divisa materializza dalla jeep persino una birra fresca! Finalmente torna il sorriso, ridiamo e scherziamo, ma non c’è tempo per scialare. Quindi ringraziamo e salutiamo anche questa volta, e scendiamo veloci a Cesana facendo pieghe motociclistiche…

Verso il Sestriere. Confrontata con Agnello e Izoard questa salita adesso ci sembra una passeggiata, ed è l’ultimo colle impegnativo della giornata. Il sole splende almeno finchè non arriviamo in cima, dove ad attenderci troviamo ancora vento gelido e nuvoloni minacciosi specialmente giù in Val Chisone. Passo davanti alle torri di Sestriere alle 13,15. Alla fontana ci laviamo, mangiamo, scherziamo, ma il comico arriva quando una coppia di ignari ciclisti ci chiede: «Che giro avete fatto?». Scoppiamo tutti a ridere. Sergio, glielo racconti tu che siamo in sella dalle undici di ieri sera?… Ore 13,30, sù la zip delle mantelline, dobbiamo ripartire: abbiamo due ore per raggiungere il controllo di Pinerolo.

Anche stavolta mandano avanti me a fare strada. I primi tornanti sono divertenti e veloci, non c’è traffico e si può sfruttare tutta la carreggiata per impostare curve da manuale. I problemi arrivano nei punti dove è necessario spingere sui pedali… perchè in quel caso il vento contrario si fa proprio sentire. Come se non bastasse intorno a Fenestrelle finiamo nelle nuvole, e il freddo e una fastidiosa pioggerellina ci costringono a indossare i gambali. Ma non è finita: io e Walter iniziamo ad accusare delle crisi di sonno, che in discesa sono pericolosissime! Malgrado tutto, organizzando cambi regolari riusciamo ad arrivare in tempo utile alla caserma di Pinerolo, e nel piazzale le due penne nere scrivono ore 15,15 sulle nostre carte di viaggio: stanchi e stremati, ma con un quarto d’ora d’anticipo! Il miracolo è stato fatto. Inoltre chiedo ai soldati di Saverio, mi confermano che un’ora prima è passato regolarmente al controllo, e questo non può che rendermi ulteriormente felice.

I conti sono presto fatti: stando al roadbook ora abbiamo tre ore e tre quarti per fare gli ultimi 63 chilometri, comprendenti la facile salita alla Colletta di Rossana (ancora lei…). Un gioco da ragazzi, sulla carta. Ma in randonnèe può succedere di tutto, e non è finita finchè non è finita. La ripartenza da Pinerolo è magnifica, abbiamo il vento a favore e si viaggia a 28 kmh senza pedalare. Ma dopo pochi chilometri ci rendiamo conto che seguire le indicazioni, tra roadbook e fettucce segnaletiche, non è affatto facile. Il fatto è che per dichiararsi vincitori non basta rientrare a Cuneo tirando dritto sulla Statale: col cavolo! La tanto agognata maglia di finisher ci verrà consegnata ad un CONTROLLO SEGRETO posto in questo ultimo tratto, che si snoda fra amene stradine e ciclopiste immerse nella campagna. Siamo quasi certi che il fantomatico avamposto sarà in cima alla Colletta di Rossana, ma chi si fida? Quindi non ci resta che tenere gli occhi aperti. Walter intanto va in crisi più di una volta, anch’io sono piena di dolori. L’unico immune da qualsiasi cosa sembra Sergio, un’autentica roccia insensibile alla fame, al freddo, al sonno e al dolore… Tra una sosta obbligata e l’altra il tempo passa, Walter è sempre più insofferente, non vediamo l’ora di aver passato l’ultima asperità di giornata, un minuscolo colle che adesso, in queste condizioni, psicologicamente ci sembra lo Stelvio.

Passiamo Saluzzo, Manta, Piasco, e finalmente attacchiamo la Colletta di Rossana. Da questo versante fortunatamente è facile, arranchiamo tutti abbastanza in scioltezza. Una curva, un rettilineo, poi un’altra curva, Walter sprinta fino allo scollinamento, vediamo che mette piede a terra, sicuramente ha incontrato gli Alpini… Sì, c’è la camionetta, ancora una volta dichiariamo nome e numero e in cambio ci viene consegnata la maglia, unico premio per la nostra immane fatica. E’ bellissima, i nostri occhi brillano di gioia. Dobbiamo indossarla obbligatoriamente fino a Cuneo, ma è così morbida e comoda che non me la leverei più! Ci complimentiamo a vicenda, ma dobbiamo ancora finire il nostro lavoro: quindi giù a tutta birra dalla Colletta, con le ali ai piedi e l’entusiasmo a mille.

Ora, basandoci sui numeri del roadbook teoricamente non dovrebbe essere difficile arrivare in Piazza Galimberti entro le 19,15: ma il destino non ha ancora finito di prendersi burla di noi. Anzitutto, subito dopo la discesa non vediamo la minuscola stradina a sinistra indicata sul foglio e tiriamo dritto per Dronero… lo stesso errore di cinque anni fa! Sono i cartelli stradali a mettermi in allarme, fermo Walter e Sergio con un urlo, estraggo dallo zaino la cartina della zona e descrivo la situazione con un frasario non propriamente da signora. Dobbiamo tornare sui nostri passi. L’unica cosa buona è che tornando indietro il vento a favore ci fa viaggiare veloci, ma avremo fatto almeno dieci chilometri in più… La seconda sgradita sorpresa è che il roadbook in questa parte è completamente sbagliato nei chilometraggi, la strada effettiva dimostra una ventina di chilometri in più. L’obiettivo di raggiungere Cuneo entro il tempo indicato dall’organizzazione sfuma definitivamente – il problema a questo punto è relativo dato che la maglia è ormai saldamente sulle nostre spalle, ma trenta chilometri supplementari rispetto alle aspettative e in quelle condizioni sono un macigno difficile da digerire. Comunque alla fine arriviamo anche noi. In piazza stanno sbaraccando, Nadia e gli amici sono lì ad aspettarci, grandi festeggiamenti e complimenti per noi. Ultimo timbro sulla carta di viaggio e ci viene consegnato un diploma ricordo, mentre qualcuno giura che ci sono ancora dei randonneur in giro. Arriveranno col buio… onore a tutti i coraggiosi che hanno avuto la presenza di spirito di finire comunque il giro. Sono molto stanca, rinuncio al buono-pizza pur di non fare la coda, saluto e ringrazio tutti (in particolare gli splendidi Walter e Sergio, non finirò mai di ringraziarli per essere rimasti con me), e mi avvio verso il Foro Boario. Alla fontanella di Piazza Galimberti devo ancora “subire” la curiosità di alcuni turisti inglesi che, attirati dai fanali della mia bicicletta e dalla mia maglia, capiscono tutto e mi chiedono (mica in italiano!) com’è andata. E’ il prezzo della “celebrità”, dell’essere “Epica”, anche soltanto per una notte.

Walter, concentratissimo prima della partenza, ha già "l'occhio della tigre"...

Walter, concentratissimo prima della partenza, ha già "l'occhio della tigre"...

"Zio" Saverio

"Zio" Saverio

Piazza Galimberti gremita

Piazza Galimberti gremita

Salendo sull'Izoard, la Casse Deserte alle prime luci del mattino

Salendo sull'Izoard, la Casse Deserte alle prime luci del mattino. Sullo sfondo Sergio

L'obelisco del Col de l'Izoard

L'obelisco del Col de l'Izoard

La durezza del percorso si legge anche nel volto

La durezza del percorso si legge anche nel volto

Sestriere in vista!

Sestriere in vista!

Viadotto Soleri, con indosso la mitica maglia: è fatta

Viadotto Soleri, con indosso la mitica maglia: è fatta

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Passo del Gran San Bernardo – 26 luglio 2009

Immaginate di salire in bicicletta oltre 2400 metri di quota, fra i nevai, le aquile che volano alte e freschi torrenti di acqua limpida e gorgogliante. Bene, ad una trentina di chilometri da Aosta tutto questo è possibile. Per i ciclisti che avranno l’ardimento di avventurarsi in una bella giornata d’estate ci sarà il premio di un panorama mozzafiato, e di una giornata sicuramente da ricordare che ripagherà ampiamente della fatica e del sudore speso.

Villaggio di Echevenoz

Villaggio di Echevenoz

Echevenoz

Echevenoz

Il sottile piacere dell'impresa :-)

Il sottile piacere dell'impresa :-)

Le "scale" sono impressionanti

Le "scale" sono impressionanti

I tornanti si avvitano senza tregua...

I tornanti si avvitano senza tregua...

Nevaio e sfasciume: tipico scorcio alpino d'alta quota

Nevaio e sfasciume: tipico scorcio alpino d'alta quota

La galleria: ultimo sforzo...

La galleria: ultimo sforzo...

Il paesaggio al colle ripaga di ogni fatica :-)

Il paesaggio al colle ripaga di ogni fatica :-)

Trofeo conquistato! :-)

Trofeo conquistato! :-)

Terra di confine

Terra di confine

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L’Ardèchoise, 18-20 giugno 2009

“La Woodstock del cicloturismo”: mai definizione fu più azzeccata. Dopo la bella esperienza del 2006 rieccomi in Francia a Saint Félicien, piccolo paese del dipartimento delle Ardèche arroccato fra le colline, luogo di partenza di una delle più fantastiche e bene organizzate manifestazioni ciclistiche del pianeta. E questa volta non sarò sola: Marco vivrà per la prima volta l’emozione di pedalare insieme ad oltre 13.000 (tredicimila!) iscritti sparpagliati su ventisei percorsi a scelta di lunghezza variabile da 66 a 647 km da svolgersi in uno, due o tre giorni, tutti con una sinistra caratteristica: non c’è un metro di pianura.

Mercoledì 17 giugno, arriviamo a Saint Félicien che fa un caldo scellerato. Abbiamo una piazzola prenotata al campeggio municipale, dove ci viene detto di piantare la nostra tenda scegliendo un angolo qualsiasi di un terrificante prato sotto il sole a picco e in rigorosa discesa. Ci accampiamo sotto l’unico albero disponibile cercando disperatamente un po’ d’ombra, dopodichè andiamo a salutare Gianni e Natalino, comodamente sistemati in camper, con le bici già pronte e affardellate per il percorso più lungo, il nuovissimo e  spaventoso “La Mèridionale – Montagne Ardèchoise” da quasi 650 chilometri e undicimila metri di dislivello che anche loro, come noi, affronteranno in autonomia senza usufruire del servizio di trasporto bagagli e senza la certezza di trovare posto in albergo per dormire lungo la strada. Al confronto il percorso scelto da me e Marco è un gioco da bambini. Poi saliamo a prendere il pacco gara e i pettorali al villaggio allestito nella zona del via, dove i bravissimi volontari dell’organizzazione si danno un gran daffare e si respira un’aria elettrizzante. I partecipanti alle randonnèe da tre giorni non sono moltissimi se rapportati al totale degli iscritti, ma ci si legge vicendevolmente negli occhi la stessa luce, la stessa voglia di partire. La giornata di vigilia si conclude con la cena all’aperto davanti al camper di Gianni, dove una generosissima padellata di spaghetti al pomodoro condivisa con alcuni campeggiatori francesi diventa il pretesto per fare amicizia con i ciclisti transalpini, e un buon bicchiere di vino suggella l'”in bocca al lupo” per tutti quanti.

GIORNO UNO – GIOVEDI’ 18 GIUGNO

Purtroppo la nottata in tenda è di quelle barbare, praticamente insonne per entrambi, con il risultato che l’indomani ci si alza di pessimo umore. Sono le cinque di mattina, sta già albeggiando. Carichiamo accuratamente gli ultimi fardelli, in particolare il sacco a pelo che ci servirà (forse) per dormire nei camping lungo il percorso, e ci rechiamo al piccolo bar del campeggio a fare colazione con caffelatte, pane e marmellata. A quest’ora sono pochi i ciclisti seduti a tavola con noi. La partenza dei partecipanti ai percorsi da tre giorni è “alla francese” dalle sei alle nove, ma noi vogliamo andar via fra i primi. Lasciamo il camping e saliamo i pochi tornanti che conducono a Saint Félicien. Sono le sei in punto di una bella mattina limpida quando passiamo sotto il gonfiabile del via, già animato dal megafono dello speaker e dal “gotha” organizzativo della manifestazione in pompa magna che saluta i primi partenti.

Colazione prima del via

Colazione prima del via

La mia bicicletta pronta. Pregasi notare le ciabattine a cuoricini rosa appese fuori dalle borse :-)

La mia bicicletta pronta. Pregasi notare le ciabattine a cuoricini rosa appese fuori dalle borse :-)

Dopo una breve discesa si comincia subito a salire il primo colle, il Col du Buisson (920 m). La temperatura è già calda, alla spicciolata ci raggiungono altri cicloturisti. Non abbiamo visto al via Gianni e Natalino, ma confidiamo di incontrarli presto in uno dei numerosi ristori offerti dalle pro loco dei vari paesini attraversati. Superiamo il Col de Genest (709 m) e scendiamo a Gilhoc, primo controllo elettronico dove ad attenderci c’è una vera e propria festa con la banda musicale e tavoli imbanditi con varie leccornie, alcune offerte gratuitamente e altre vendute a “prezzo politico”. E’ il quarantesimo chilometro, qui ci raggiungono i nostri amici. Ripartiamo tutti e quattro insieme, ma condividiamo solo il terzo colle, il Col du Mazel (633 m): in discesa li lasciamo andare, d’altronde loro hanno molta più strada da fare di noi e debbono tenere una tabella di marcia più serrata. Provo molta ammirazione per loro, e spero intimamente che la loro avventura vada a buon fine.

Col du Buisson alle prime luci del mattino

Col du Buisson alle prime luci del mattino

Altimetria da rizzare i capelli

Altimetria da rizzare i capelli

Gilhoc

Gilhoc

Ma dobbiamo pensare a noi. Marco per il momento si sta comportando bene, i primi colli sono relativamente facili e il paesaggio godibile. Le Ardèche sono un territorio verdissimo. Passiamo anche il Col de Montreynaud (757 m), il grazioso paese di St. Barthélémy-Grozon, dov’è allestito un altro ristoro-festa con musica e i bambini che salutano il nostro passaggio, e il Col du Chalençon (694 m). Intorno all’80° chilometro comincia la salita ad uno dei colli più duri di tutto il nostro giro, il Col de la Faye (1019 m). E’ lungo quasi 19 chilometri, ma quel che è peggio è che sono passate le undici ed ora il caldo è insopportabile. Fortunatamente lungo la salita sono stati allestiti alcuni punti d’acqua, assolutamente opportuni in un territorio dove stranamente le fontane naturali scarseggiano. Fa così caldo che i palloncini decorativi gialli e viola appesi qua e là sotto il sole lungo la salita, ad uno ad uno scoppiano, e questo non è certo incoraggiante…

Salendo in compagnia

Salendo in compagnia

St. Barthélémy-Grozon

St. Barthélémy-Grozon

Grande Francia

Grande Francia

Fa caldo

Fa caldo

Punto acqua lungo la salita per il Col de la Faye

Punto acqua lungo la salita per il Col de la Faye

A metà salita Marco accusa una crisi micidiale. Sembra una stupidaggine, in realtà lui, che è relativamente nuovo di questo sport, deve ancora imparare a gestire le “cotte”. Il suo morale improvvisamente crolla, così come le gambe che non “girano” più. Gli pedalo vicina, lo incoraggio a stare calmo. Poi, la svolta: il cielo si annuvola velocemente, e proprio mentre attraversiamo un bellissimo bosco, come una benedizione, arriva l’acquazzone. Per me è la salvezza dalla canicola, per Marco invece è una seccatura in più… Molto a fatica riusciamo a raggiungere lo scollinamento. Ha smesso di piovere, e nella vallata dove dobbiamo scendere il cielo è azzurro. Prima di tuffarci in discesa, però, ricordo a Marco che è ormai ora di pranzo, e quasi lo “costringo” a fermarsi per recuperare le forze e approfittare del favoloso ristoro di vetta, affollatissimo di ciclisti che, seduti sui prati e sulle rocce, ruminano piatti di pasta, panini e lattine di Orangina e Coca Cola. La sosta è l’occasione per familiarizzare con la moltitudine dei cicloturisti presenti. L’età media dei partecipanti qui è piuttosto alta: i più giovani molto probabilmente saranno protagonisti sabato, quando verrà dato il via alle granfondo agonistiche. Non mancano le donne, e qualche veicolo speciale tipo tandem e recumbent. La quasi totalità dei ciclisti è francese, e la presenza stranera è rappresentata prevalentemente da belgi, olandesi, qualche inglese. Praticamente assenti gli italiani, anche se i dorsali corredati del cognome rivelano un’impressionante quantità di oriundi, e non sono pochi quelli che, riconosciuta la mia nazionalità, vengono a parlarmi in italiano stentato chiedendomi della Patria dei loro antenati emigrati.

Scendiamo al paese di Albon, e subito dopo (guarda un po’) inizia una nuova salita, il Col de la Graveyre (999 m). Ci sembrava di esserci lasciati alle spalle la pioggia, e invece no, il cielo torna ad annuvolarsi e adesso inizia pure a tuonare. Siamo flagellati da un altro temporale. Marco purtroppo accusa ancora la crisi. Certamente non è stata una buona idea caricarsi sulle spalle in un pesante zaino i propri bagagli. In quel momento sta invidiando il mio portapacchi attaccato alla Look… ma tant’è, adesso è tardi per rimpiangere le proprie scelte logistiche. La salita si tramuta per lui in un vero e proprio calvario, soffre come un animale e più di una volta è costretto a mettere il piede a terra. Lo guardo attonita mentre la pioggia riga i nostri volti e le mosche ci tormentano come una maledizione biblica. E’ come se i mesi passati ad allenarci in salita per preparare scrupolosamente questa avventura fossero improvvisamente scomparsi dalle sue gambe. Di quel passo non ce l’avremmo mai fatta a raggiungere prima del tramonto Darbres, distante altri cento chilometri e tanta, tanta salita. Non abbiamo i fanali, e quel che è peggio è che siamo solo al primo giorno… L’alternativa al ritiro è di escogitare un “piano B”, così propongo a Marco di accorciare la “tappa” schedulata per quel giorno e di fermarci a dormire a Privas, cioè prima del temibile Col du Benas. L’indomani, dopo una notte di riposo e a mente fresca, sarebbe stato più facile decidere cosa fare della nostra “Ardèchoise”, che in quel momento appare compromessa.

Anche questo colle è andato, e quasi in fondo alla discesa, a St. Pierreville, ci aspetta un altro affollato ristoro offerto spontaneamente dalla pro loco del posto. E pensare che il regolamento della manifestazione è chiaro: per chi fa le randonnèe più lunghe, nelle giornate di giovedì e venerdì non sono previsti ristori “ufficiali” e si deve essere autonomi quanto a cibo e bevande. Ma fino a questo momento possiamo dire di non aver mai sofferto nè la sete nè la fame! Comunque, mentre io mi faccio largo a gomitate per lavarmi la faccia nella fontana della piazza, Marco va a cercare qualcosa per ricaricarsi e torna con in mano qualcosa che ha tutta l’aria di un bel bicchierozzo di birra. Lo guardo sconcertata, ma lui mi fa: «Non è birra, è SUCCO DI CASTAGNE, assaggia!». In effetti è delizioso, e non può essere diversamente: la zona che stiamo attraversando in bicicletta si chiama Châtaigne, ed i ristori sono un tributo al goloso frutto autunnale. Ne prendo un bicchiere anch’io, insieme alla torta di castagne ed alla crema di marroni spalmata sul pane. Intanto mostro a Marco l’altimetria dei restanti chilometri prima del sospirato riposo: una ventina di chilometri di saliscendi e la salita finale al Col de la Fayolle (877 m). Ripartiamo, e stavolta sembra proprio che la sosta cibereccia abbia fatto bene al mio gigante: la sua pedalata torna miracolosamente rotonda, e lui stesso ammette di essersi un poco ripreso. Merito del succo di castagne, così simile a birra fermentata? In quel momento va bene tutto, l’importante è che tornino morale e buonumore, mentre avanziamo sotto un cielo ancora cupo e nell’afa micidiale dei boschi.

Questo tratto del percorso è davvero ameno e sperduto fra le montagne. Attraversiamo rari villaggi tra cui St. Etienne-de-Serre e Issamoulenc, e poi, finalmente, inizia la salita al Col de la Fayolle. A questo punto ci raggiungono finalmente altri ciclisti, i quali probabilmente hanno i pernottamenti prenotati dall’organizzazione proprio a Privas. Uno di questi mi apostrofa un po’ in francese e un po’ in inglese, dev’essere belga, mi fa capire di avere il papà di origine italiana. «Rovigo!», mi urla, e io giro l’informazione a Marco, nativo del Polesine. Ne nasce una curiosa gag tra i due, iniziano a parlarsi freneticamente, nessuno capisce una parola di quel che dice l’altro, ma intuiscono di essere in qualche modo “paesani”! Infine il ragazzo, che sulla schiena porta il cognome Maini, ci saluta dicendoci in inglese che quella scoperta gli avrebbe dato lo sprint per salire più velocemente… infatti è così, e ci semina lungo i tornanti mentre noi ancora ridacchiamo per il singolare incontro.

Col de la Fayolle

Col de la Fayolle

Sullo scollinamento precedo Marco e ne approfitto per fare qualche foto mentre lo aspetto. Sono ormai passate le 18. Ora non ci resta che imboccare la statale per venti chilometri di velocissima discesa, e piombare a bomba su Privas alla ricerca di un camping disposto ad accogliere per la notte due scriteriati muniti solo del sacco a pelo e nemmeno una tendina piccola piccola…

All’ingresso del paese cerchiamo dei cartelli e chiediamo indicazioni, ci sembra di capire che qui esiste un solo campeggio. Non senza qualche difficoltà riusciamo finalmente a trovarlo, e ci fiondiamo subito alla reception. Qui, però, abbiamo un’amarissima sorpresa: i bungalow sono tutti prenotati da altri partecipanti all'”Ardèchoise” iscritti con la formula dei pernottamenti… e di dormire sotto le stelle non se ne parla proprio. Niet. Rivolgersi all’hotel poco più in là. Com’è lontana, improvvisamente, la spartana ma generosa accoglienza avuta nel 2006 nei campeggi di Vallon Pont d’Arc e di Lac d’Issarlès! Con le pive nel sacco andiamo a cercare l’hotel, lo troviamo e vediamo ciclisti e biciclette ovunque, anche sui balconi. Trovare un buco libero sarà impossibile! Vado alla reception con poche speranze, in effetti è tutto pieno, ma la ragazza è gentile e telefona ad un altro albergo dall’altra parte della città. Ed ecco il miracolo, la stanza libera c’è! Con molta pazienza mi spiega come arrivarci, mi mette in mano la mappa di Privas e tanti saluti. Torno da Marco con un sorriso a trentadue denti, saliamo sulle biciclette per quest’ultimo sforzo, tra un ponte e una circonvallazione rischiamo di sbagliare strada mentre, tanto per gradire, ricomincia a piovere. E alla fine, in pieno centro città, ecco l’albergo: hotel “La Chaumette”, dall’aria tutt’altro che economica… ma tant’è, con quel tempaccio è sempre meglio che dormire all’aperto.

Alla reception ci dicono di essere stati MOLTO FORTUNATI a trovare quella stanza libera: infatti, anche questo albergo è stipato di ciclisti. Ci fanno sistemare le biciclette in un garage comune, e finalmente saliamo in camera. L’aria è tesa: la sfilza di disavventure ci ha resi esasperati e nervosi, e tutto questo in aggiunta ai 180 chilometri e 3.300 metri di dislivello della giornata. Ma non è tempo per recriminare: quello che conta in questo momento è avere il culo al caldo per la notte, e ora ci vogliono una bella doccia, una buona cena e del buon sonno. Quando usciamo per recarci in birreria ha ormai smesso di piovere, ed è una bella serata. Ci sediamo nel dehor davanti a bistecca e fish’n’chips, e mentre mangiamo consultiamo le mappe programmando il proseguimento della nostra avventura. Poi andiamo a dormire, non prima di avere inviato un sms a Gianni per comunicare la nostra posizione e chiedere la loro. Messaggino che rimarrà senza risposta, facendomi preoccupare per la loro sorte. Prendere sonno non è facile: mille pensieri affollano la mia testa, ma alla fine la stanchezza prende il soppravvento. Bonne nuit…

La stanza d'albergo a Privas

La stanza d'albergo a Privas

GIORNO DUE – VENERDI’ 19 GIUGNO

Sono sveglia dalle cinque, non riesco più a dormire. Marco invece dorme ancora mentre io consulto ancora una volta mappe e altimetrie, poi sveglio anche lui: la riconsegna delle biciclette è a partire dalle sette, e noi non vogliamo perdere tempo.

Paghiamo il salato conto della camera e, senza neppure aver diritto alla prima colazione, usciamo nel sole della città, dove incredibilmente ci ricongiungiamo con fiumane di ciclisti ripartiti tutti insieme dai rispettivi pernottamenti. E’ una bella festa che mette il buonumore, ed è certamente piacevole augurarsi a vicenda i primi “bonjour” della giornata. Purtroppo siamo ripartiti a stomaco vuoto, ma io confido di trovare presto qualche ristoro “abusivo” con i locali bendisposti ad offrirci un po’ di caffè e qualche biscotto. Ho ragione, e appena fuori da Privas, a St. Priest, le simpatiche signore del paese sono pronte con i thermos, cassette di arance e piatti colmi di biscotti e dolcetti. Il calore e l’accoglienza di questi volontari sono indimenticabili: essi non prendono un euro dall’organizzazione per quello che fanno, si accontentano di magliette e gadget offerti loro dagli sponsor, ciononostante hanno un grande entusiasmo per questa manifestazione, e tanta voglia di far conoscere ai cicloturisti la loro terra e i loro prodotti.

Ed è subito salita. La strada per il Col du Benas (795 m) è caratterizzata dalla presenza di numerose pale per l’energia eolica, che punteggiano la linea di cresta con le loro bianche e slanciate sagome. Fa già caldo. Marco sembra pedalare abbastanza in scioltezza, c’è da augurarsi che il riposo notturno abbia contribuito a fargli recuperare la dura crisi del giorno prima. Scolliniamo nel punto in cui il nostro percorso e quelli delle “Gorges” si separano, e scendiamo a Darbres e a Lussas, dove sotto i soliti festoni giallo-viola ci aspettano altri volontari muniti di acqua minerale ed altre leccornie.

Verso il Col du Benas

Verso il Col du Benas

La strada è davvero spettacolare

La strada è davvero spettacolare

Villaggi in festa

Villaggi in festa

L’ambiente cambia: dalle verdissime e lussureggianti montagne si passa a qualcosa di più aspro e dal tono quasi “mediterraneo”, che mi ricorda addirittura certi scorci della Sardegna o della Sicilia. Superiamo il grazioso borgo di Vals-les-Bains e i suoi stabilimenti dell’acqua minerale, e iniziamo la salita al Col de Genestelle (648 m). Fa molto caldo, dobbiamo fare i conti con nugoli di fastidiosissime mosche e anche con la pericolosa mosca cavallina, che purtroppo va a segno più di una volta sulle nostre braccia e gambe. Ci sono però anche molte farfalle, alcune delle quali coloratissime e veramente spettacolari.

Ma man mano che si avvicina mezzogiorno il cielo riprende ad annuvolarsi: e questa non può che essere una buona notizia, visto il caldo opprimente. Quando scendiamo ad Antraigues il sole ormai non c’è più. Qui, stranamente, non c’è nessun “comitato d’accoglienza” ad attenderci, però ci sono un minimarket e una boulangerie, già presi d’assalto dai ciclisti che ci hanno preceduti e che stanno ruminando le loro provviste sui gradini in pietra del centro storico. Li imitiamo acquistando un paio di bibite fresche, dell’ottimo pane ai cereali ed una simil-mortadella per farcirlo. Il pranzo è servito.

Antraigues

Antraigues

Il Col d’Aizac (643 m) ed il Col de la Moucheyre (856 m) sono una sorta di riscaldamento in attesa di affrontare il vero osso duro della giornata, ovvero la salita al Col de la Baricaude (1232 m) e quindi al mitico Gerbier du Jonc (1416 m), “cima Coppi” di tutta l’Ardèchoise. Marco fin qui si sta comportando abbastanza bene, ma ora mi confessa di essere preoccupato per quella salita così lunga ed impegnativa: ben 13,4 km e 732 m di dislivello solo per arrivare al Baricaude… A Burzet, paesino posto ai piedi dell’ascensione, ritroviamo il sole. Passiamo sui tappetini rossi del controllo elettronico e ci fermiamo un poco per goderci una birra gelata: non sarà da atleti, ma in una giornata così torrida ci può stare. Dal dehor affacciato sulla piazzetta del paese ci lasciamo allietare dalla musica, altra protagonista di questa grande festa in giallo-viola. Poi bisogna andare. E’ il momento della grande sfida, soprattutto per Marco: qui si deciderà l’esito della nostra performance…

Una providenziale fontana

Una provvidenziale fontana

Burzet

Burzet

Burzet vista dalla salita al Col de la Baricaude

Burzet vista dalla salita al Col de la Baricaude

Lungo la salita è una continua processione di ciclisti: tutti salutano, quasi tutti sorridono, qualcuno incoraggia Marco che arranca faticosamente. Asfalto francese, ruote francesi, braccia francesi, mascelle francesi. Fa caldo ma in cielo c’è uno strano movimento di vento e nuvole, come il presagio che l’aria stia cambiando. Per terra sono segnati in vernice gialla i chilometri che mancano alla cima, ci vogliono davvero tanta pazienza e tanto spirito di sacrificio…

Ci impieghiamo un’eternità, ma in cima ci arriviamo anche noi. Saranno almeno  le 18. Sui prati del colle ci sono ciclisti stravaccati ovunque, c’è molto vento e non fa più così caldo, tanto da convincermi ad indossare il giacchino per affrontare l’ultimo strappo verso il Gerbier de Jonc. Ci mangiamo qualche biscotto alla cannella, poi riprendiamo il nostro viaggio. C’è un tratto in discesa, ma il vento è così forte da obbligarci a spingere. E laggiù all’orizzonte vediamo la sagoma caratteristica del Gerbier de Jonc, antico vulcano spento ora avvolto dalla nebbia e sormontato da sinistre nubi nere. A Sagnes-et-Goudoulet i locali stanno sbaraccando tutto: c’è troppo vento, per loro la festa è rimandata a domani, quando arriveranno i concorrenti dei giri da un giorno e delle granfondo agonistiche ed avranno molti bicchieri d’acqua e molte cibarie da distribuire.

Un momento di relax al Col de la Baricaude

Un momento di relax al Col de la Baricaude

Gerbier de Jonc in vista!

Gerbier de Jonc in vista!

Ricomincia la salita e ricomincia a piovigginare. Mi domando se stasera saremo di nuovo fortunati e se riusciremo a trovare un ricovero per la notte, e non nego di essere piuttosto preoccupata. Prima ancora di scollinare iniziamo a buttare l’occhio alla ricerca di qualsiasi indicazione di agriturismo, B&B, hotel, camping o quant’altro. Poi, eccoci al Col du Gerbier de Jonc e al fatidico bivio. Ma ormai la decisione è presa: scenderemo direttamente a St. Martial, tagliando i 50 chilometri della zona dei Sucs.

Quindi ci tuffiamo in discesa. Fa un freddo cane. Sotto di noi c’è un mare di nubi viola a sovrastare i monti a forma di “pan di zucchero” – i mitici Sucs, lo scenario è impressionante. Dopo nove chilometri in mezzo al nulla raggiungiamo finalmente St. Martial, graziosissimo borgo di casette in pietra posto in riva ad un lago. Appena arriviamo notiamo che c’è festa, musica, salsicce che arrostiscono e mascelle che ruminano, ma noi abbiamo bisogno di un posto per la notte. Una donna ci dice che, a parte il campeggio, non esistono hotel, ma pochi metri più in là noto una trattoria che (cartello in vetrina) ha delle camere. Entro, chiedo alla indaffaratissima ragazza bionda che sta servendo ai tavoli, e la camera c’è! Ci accompagna sopra il ristorante, due rampe di scale, entriamo in una casa di stanze disordinate dove c’è di tutto: in una di queste c’è anche un letto matrimoniale buttato in un angolo, e bagno e doccia a portata di mano. Per la cena? Scendete non prima delle nove, sapete, ci sono quelli de l'”Ardèchoise”… Siamo così felici che non stiamo più nella pelle: adesso che la nottata è al sicuro ho la certezza che la nostra avventura finirà bene. Vado per schioccare un bacio a Marco, quando dal piano di sopra udiamo dei passi su una scala di legno… squeak, squeak… che spavento! Improvvisamente spunta un ciclista nella nostra stanza. Tutti ci guardiamo attoniti, lui è più stranito di noi… insomma, ci fa capire che fino a un attimo prima al posto di quel letto c’era il passaggio per uscire. Allora scoppiamo tutti a ridere: per quanto scalcinato e fortunoso, per me quello è il posto letto più romantico della mia vita. Dai vetri della finestra c’è persino l’incantevole vista sul lago.

Camera vista lago a St. Martial

Camera vista lago a St. Martial

Meglio di un castello! :-D

Meglio di un castello! :-D

Mentre Marco si fa la doccia io telefono a Gianni. Risponde, ma le notizie non sono del tutto buone: problemi di salute lo hanno costretto al ritiro già la sera prima, mentre Natalino ha proseguito da solo il giro. Scendiamo, tira una bisa micidiale, l’appetito è tanto e decidiamo di concederci un “aperitivo” al vicino banchetto della pro loco: panino con salsiccia locale e vino ci sembrano un buon inizio, mentre intorno a noi ci sono dei curiosi che ci chiedono da dove veniamo, bambini che corrono, e altri ciclisti in attesa di sedersi a tavola con la nostra medesima caratteristica: maglione dalla vita in sù, pantaloncini e ciabatte infradito dalla vita in giù, e… saltellare per il freddo. Anche chi ha usufruito del servizio trasporto bagagli non ha potuto certo portarsi appresso chissà quale guardaroba, men che meno noi. Finalmente arriva il nostro turno, entriamo. La cena non è male: i giovani gestori della trattoria ci servono alcune deliziose specialità locali, e il vino riscalda stomaco e spirito. In questo momento sono davvero contenta: Marco ha recuperato energie e morale, e anche se siamo stati costretti a ripiegare su un percorso più corto adesso nessuno potrà levargli la soddisfazione di avere il suo diploma di partecipazione. Niente male, considerando che giovedì pomeriggio tutto sembrava compromesso.

GIORNO TRE – SABATO 20 GIUGNO

La dormita è stata favolosa, ci voleva proprio. Come sempre sono io quella che si sveglia per prima, ed ho il privilegio di assistere dalla finestra della stanza ad una spettacolare alba sul lago, con il cielo striato di nuvole rosso fuoco. C’è ancora molto vento, e non fa per niente caldo. Sveglio Marco, imballiamo tutte le nostre cose e scendiamo di nuovo alla trattoria, dove insieme ad altri ciclisti ci viene servita un’ottima colazione con le baguettes ancora calde. Oggi la “tappa” conclusiva è relativamente facile, dovremo affrontare solo una settantina di chilometri e tre colli. Si riparte in discesa, ed è per questo che io mi sono vestita con tutto quello che ho. Il vento forte in alcuni tratti costringe a spingere sui pedali. Approdiamo al controllo di St. Martin de Valamas, dove volendo è possibile approfittare di una ricca colazione… ma noi abbiamo già mangiato, per cui attacchiamo subito la salita al Col de Clavière (1.088 m), lunga oltre 17 chilometri.

Il vento gelido dà molto fastidio, inoltre non si sa come vestirsi: quando il sole fa capolino dalle nubi fa caldo, ma se disgraziatamente si nasconde fa un freddo cane… Le pendenze non sono certo proibitive, e a metà mattinata arriviamo a St. Agrève, paese posto quasi in vetta. E’ festa grande: su quest’ultimo tratto del percorso oggi convergono tutti i partecipanti di tutti i percorsi, ed ogni ristoro è più simile ad una sagra gastronomica. Qui c’è una lunghissima fila di bancarelle che offrono ogni bendidio, musica, confusione, rastrelliere per le bici sempre stracolme. Marco mangia con appetito pane e salumi locali, oggi si sente “in palla” e questo non può che farmi felice. A Rochepaule, in cima all’omonimo colle (891 m) la scena è la stessa, con la differenza che almeno c’è un po’ di sole e la temperatura è più umana. Chi tira dritto e non approfitta dei ristori sono quelli che oggi partecipano alle granfondo agonistiche… ma questa è un’altra storia. Noi li lasciamo correre e scendiamo con calma, dopodichè iniziamo ad affrontare l’ultimo colle, già percorso all’andata dal versante opposto. Da questo lato, ahimè, ci aspettano delle sinistre rampe al 15%…

Nota di colore :-)

Nota di colore :-)

La festa di St. Agrève

La festa di St. Agrève

Il Col du Buisson (920 m) è una bolgia infernale: la strada è stretta, tutti si accalcano per passare, specialmente gli agonisti che hanno fretta per definizione. Le rampe più dure sono subito all’inizio e mietono numerose vittime, costrette a smontare dalla bici e a salire a piedi. Noi NON siamo tra quelli, in particolare Marco, che sulla sua bici ha la tripla da mountain bike e in questo frangente mi sorprende per freschezza e regolarità. Ad ogni tornante c’è un gruppo musicale che suona, gente che grida e incita di non fermarsi, è fantastico, è davvero il degno finale di una fantastica avventura. Altro scollinamento e altra festa. Ci tratteniamo un po’, io scambio quattro chiacchiere con altri ciclisti, poi percorriamo gli ultimi chilometri verso Saint Fèlicien.

E’ l’una, il villaggio è una babilonia di maglie colorate e biciclette. Alla spicciolata iniziano i rientri dai vari percorsi, c’è molta confusione e bisogna fare la coda per tutto: il parcheggio del mezzo, la riconsegna del microchip, la stampa del (meritatissimo) diploma, il pasta party. Basta, scendiamo al campeggio. All’ingresso troviamo Gianni, che ci saluta con calore: sta aspettando Natalino, del quale non ha notizie ormai da ore. Arriverà intorno all’ora di cena, sta bene e tutto è andato nel migliore dei modi. Nel camper, davanti all’ennesimo piatto di pasta e ad un bicchiere di vino, ci raccontiamo le rispettive avventure francesi. Non c’è modo migliore per iniziare l’estate.

Brevet de la Châtaigne – Ardèchoise, 362 chilometri e 7.500 m di dislivello.

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Pian della Mussa – 2 giugno 2009

Eccoci alle prese con l’ennesima salita verso i monti piemontesi ancora innevati. A soli otto giorni dalla riapertura al traffico i nostri copertoncini puntano il Pian della Mussa, vasto pianoro posto a quota 1750 dove termina la strada asfaltata della Val d’Ala. Siamo in una delle Valli di Lanzo, a ovest di Torino: le cronache dello scorso inverno riportavano innevamenti record nella zona (sette metri?!), e dunque come resistere alla tentazione di ripercorrere per l’ennesima volta quella salita in bicicletta, magari immaginando gli ultimi chilometri fra suggestivi muri di neve?

La mattina festiva è salutata da un meraviglioso cielo limpido, e dopo il consueto rituale del caffè e della preparazione dei panini io e Marco siamo in strada che sono da poco passate le sette.

Per il noioso avvicinamento a Lanzo scegliamo come d’abitudine le strade secondarie che attraversano Alpignano, Givoletto, La Cassa e Fiano. Da Germagnano proseguiamo per Pessinetto, dove non mancano le fontane per riempire le nostre borracce di ottima acqua. La strada non presenta grandi pendenze in questa fase: al bivio successivo trascuriamo la deviazione a destra per la Val Grande, e proseguiamo diritto in direzione Ala di Stura. Da qui in poi ci s’immerge più profondamente nel classico ambiente montano, caratterizzato da pendii e prati in fiore, dall’impetuoso scorrere delle verdi acque del torrente Stura, dall’allegro sferragliare della “littorina” diesel sulla rinata linea ferroviaria Torino-Ceres, e dall’attraversamento di amene borgate tutte meridiane, campanili a punta, fontane e case in pietra. Sono molti, anche, i rivoli e le cascate che dalle rocce sovrastanti scendono fragorosi a livello della strada, ricordandoci – se ancora ve ne fosse bisogno – che le precipitazioni invernali sono state abbondanti, e che questa è una vera e propria “valle dell’acqua buona”.

Ala di Stura è una graziosa località turistica dove d’inverno si scia e d’estate si prende il sole. Abbiamo qui superato di pochissimo i mille metri di quota, e la strada inizia a presentare tratti più ripidi. Si attraversano altri piccoli borghi (Cresto, Martassina, Mondrone, Molette, Chialambertetto, Cornetti) ed eccoci finalmente a Balme, salutati a sinistra dall’imponente massiccio della Torre d’Ovarda e dallo stabilimento dell’acqua minerale “Pian della Mussa”, che ci ricorda ancora una volta la provenienza e la qualità di quella stessa, freschissima e deliziosa acqua che così volentieri prendiamo dalle fontane lungo il percorso per combattere la calura oggi piuttosto accentuata.

Balme è a quota 1432 metri, qui inizia la parte “divertente” della gita: gli ultimi cinque chilometri verso il Piano, caratterizzati da strada stretta e amena, traffico di “merenderos”, rampe e tornanti dannatamente ripidi, e l’incognita di quei famosi “muri di neve” fresati di fresco per far passare i veicoli…

Bando ai convenevoli, l’uscita dal paese è così ripida da far rizzare i capelli. Ma io e Marco siamo armati di comoda tripla corona, che non esitiamo di certo ad utilizzare in questo frangente. Appena fuori dall’abitato le prime sacche di neve fanno la loro comparsa: saranno una costante fino in cima.

Arranchiamo regolari fra i nevai e le conifere sradicate, in compagnia di automobili, motociclette, e anche molti ciclisti. L’asfalto in questo ultimo tratto è in condizioni perfette, rinnovato giusto un anno fa. Il cartello che annuncia il Piano è raggiunto quando i nostri ciclocomputer segnano 70 chilometri dal portone di casa: decidiamo di proseguire fino al rifugio, già riaperto per la stagione estiva. Intorno a noi c’è molta neve: il paesaggio è naturalmente assai suggestivo, ci mischiamo fra gli “aficionados” della polenta e ci gustiamo al caldo sole i nostri panini e le meritate bibite, sotto un cielo blu cobalto e gli sguardi maestosi e severi dell’Uia di Ciamarella e dell’Uia Bessanese.

Appena usciti dalle case di Balme l'ambiente diventa severo...

Appena usciti dalle case di Balme l'ambiente diventa severo...

Arrancando fra i ripidi e stretti tornanti, e le lingue di neve appena scavate dalle frese

Arrancando fra i ripidi e stretti tornanti, e le lingue di neve appena scavate dalle frese

Al Pian della Mussa la neve non manca

Al Pian della Mussa la neve non manca

Inquadratura larga sul piano, sotto la mole imponente dell'Uia Bessanese (sullo sfondo)

Inquadratura larga sul piano, sotto la mole imponente dell'Uia Bessanese (sullo sfondo)

Il ristoro del viandante :-)

Il ristoro del viandante :-)

E' fantastico poter immortalare la propria bicicletta con un simile sfondo... in giugno :-)

E' fantastico poter immortalare la propria bicicletta con un simile sfondo... in giugno :-)

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A spasso nella leggenda – Colle del Sestriere, 23 maggio 2009

In vita mia credo di aver fatto questo giro – che non può mancare nell’albo d’oro di qualsiasi cicloamatore torinese – almeno 6 o 7 volte, in un senso o nell’altro. E allora dov’è la novità? La novità, oggi, sta nell’accompagnare un neo-amatore che non l’ha mai fatto. Il pretesto è sempre quello di affinare la preparazione in vista de “L’Ardèchoise”, e questo è il sabato giusto per provarci, con l’alta pressione africana a garantirci bel tempo e le scritte sull’asfalto ancora fresche del Giro d’Italia passato di qui solo quattro giorni prima.

E’ quasi estate, e si capisce anche perchè albeggia presto. Io e Marco facciamo colazione alla svelta e i  nostri pedali fanno “click” davanti al portone di casa che  non sono ancora le sei. Abbiamo gli zaini carichi di molto cibo e poco vestiario, io porto la Olmo in acciaio e non posso fare a meno di indossare i guantini bianchi fatti all’uncinetto. Sua Maestà il Sestriere e il ricordo a sessant’anni dall’impresa di Fausto Coppi nella mitica tappa Cuneo-Pinerolo richiedono umiltà, contegno e un pizzico di riverenza, mentre lasciamo Torino svegliarsi pian piano fra il profumo dei panettieri e i mercati cittadini che iniziano ad animarsi.

Inutile dire che oggi il giro sarà svolto in senso antiorario, con salita dalla Val di Susa e, dunque, dal leggendario versante di Cesana Torinese.

Il noioso trasferimento fino a Susa viene “spezzato” da una seconda colazione al solito bar di Borgone, dove in virtù dell’orario mattiniero troviamo le brioches ancora calde e fragranti. Mentre consumiamo, dalle vetrate noto che qualche sportivo guarda con curiosità la mia bicicletta, e questo non può che inorgoglirmi.

Da Susa il percorso inizia a farsi interessante, e la faticosa risalita delle “scale” che portano a Chiomonte – prima asperità di giornata, viene ripagata dallo spettacolare panorama aereo sul Torinese e sulla vallata. Il cielo limpido e il caldo già avvertibile promettono una giornata da ciabatte infradito, infatti a Chiomonte approfittiamo di una caratteristica e freschissima fontana per sostituire l’acqua delle borracce.

Le "scale" sopra Susa

Le "scale" sopra Susa

La Statale 24 fortunatamente non è eccessivamente trafficata, e il nostro avvicinamento a Cesana, dove inizierà la salita vera e propria al Colle, procede regolare sotto la sagoma maestosa del forte di Exilles, attraverso i tornanti di Salbertrand, e il passaggio a livello (ovviamente chiuso al nostro arrivo!) e il pavè di Oulx. Per ingannare il tempo e la fatica rimiriamo le acque turbinose e scure della Dora Riparia, i bellissimi prati in fiore, le numerose frane qua e là dovute al maltempo invernale, e le cime circostanti ancora bene innevate.  Finalmente giungiamo a Cesana, il nostro morale splende come il sole alto nel cielo. Ci prepariamo ad affrontare gli ultimi, suggestivi 700 metri di dislivello riempiendo le borracce nella fresca fontana vicino all’Ufficio del Turismo. Non ci dimentichiamo, visto il gran caldo, di aggiungere all’acqua il solito, provvidenziale integratore in polvere di sali ed energia.

Il forte di Exilles

Il forte di Exilles

Panorama della Val di Susa da Salbertrand

Panorama della Val di Susa da Salbertrand

Cesana Torinese

Cesana Torinese

Sessant’anni fa gli eroi del ciclismo in bianco e nero percorrevano questa stessa strada, che allora era sterrata e disagevole. Oggi noi cicloamatori abbiamo qualche comodità in più, ma la fatica del pedalare in salita non cambia, così come non moriranno mai la voglia di avventura e il gusto della conquista. Ora più che mai è così per Marco, che va in bicicletta solo da quindici mesi e già sta affrontando una delle strade più suggestive e mitiche della storia del ciclismo. Arranca ma non molla, usa il “rampichino”, sbuffa, ma è regolare e costante. Ogni tanto cerco di confortarlo con le “notizie” che leggo sull’altimetro che ho sul manubrio. Ad un certo punto, come una visione, per un attimo si può vedere laggiù in lontananza una delle due mitiche “torri” cilindriche di Sestriere: ma è un inganno, un’illusione, mancano ancora quasi cinque chilometri e molta salita. La visione si interrompe presto dietro un tornante, e a noi non rimane che riabbassare la testa macinando pazientemente la nostra impresa. Qualche nuvola in cielo, come impietosita, vela il sole dandoci un po’ di conforto dalla canicola, mentre sull’asfalto leggiamo le recentissime scritte del Giro d’Italia: alcune sono dichiarazioni d’amore vero per i campioni, altre sono goliardiche, altre ancora di denuncia o di protesta. Il ciclismo è come la vita, c’è il dramma, c’è la fatica, ma ci sono anche i traguardi e i risultati. A destra notiamo l’orribile villaggio-colonia di Grange Sises, poi attraversiamo Champlas du Col, caratteristico borgo di casette in pietra che precede di poco la nostra meta.

Si sale

Si sale

Una fantastica visione...

Una fantastica visione...

Un paio di tornanti ripidi come rasoiate ed ecco il cartello “Sestriere”. Marco si merita senz’altro la classica foto ricordo, dopodichè proseguiamo verso la fontana posta allo scollinamento vero e proprio. Sembra di non arrivare mai! Ma ecco le torri del Club Med e, inaspettata, la palina segnaletica che sancisce il punto esatto dove si trova il colle e la quota. Un altro ciclista salito dal versante opposto ci confermerà, tra un panino e l’altro, che tale cartello è stato posto nuovo di zecca giusto il martedì prima, in occasione del passaggio del Giro del Centenario.

Finalmente

Finalmente

Pedalando nella storia del ciclismo

Pedalando nella storia del ciclismo

La domanda sorge spontanea: perchè ci hanno messo così tanto a mettere un cartello di vetta?...

La domanda sorge spontanea: perchè ci hanno messo così tanto a mettere un cartello di vetta?...

Sestriere, rinomatissima località sciistica durante i mesi invernali, in questo periodo dell’anno appare pressochè deserta e spettrale. Sono presenti solo rari turisti di passaggio e qualche ciclista, mentre alcuni cantonieri al lavoro con le ruspe stanno rassettando i parcheggi e le aree adiacenti in vista dell’arrivo dei vacanzieri estivi. Ci sono molte sacche di neve qua e là, e le piste sono ancora imbiancate. Quattro chiacchiere veloci, mangiamo e ci infiliamo il giacchino per tuffarci in discesa verso la Val Chisone e Pinerolo. Già, ma fa poi così freddo? Dopo un paio di chilometri, ai tornanti del Duc, abbiamo già caldo! E’ davvero uno straordinario anticipo d’estate. A Pragelato decidiamo di toglierci i giacchini e di affrontare solo in maglietta il fastidioso vento contrario che, in più di una occasione, ci costringe a “spingere” anche in discesa. Dentro la galleria di Usseaux rischiamo il congelamento (!), ma man mano che perdiamo quota è il caldo a farla da padrona. Il forte di Fenestrelle, Perosa Argentina, Villar Perosa, ed eccoci finalmente nella tranquilla Pinerolo, dove è d’obbligo una sosta per una monumentale granita. La gelateria è giusto sotto i portici a fianco dell’arrivo di tappa di martedì scorso, e combinazione è a fianco ad una bella libreria. Così, mentre mi disseto alla mandorla ammiro in vetrina le copertine dei libri commemorativi dell’impresa di Coppi del 1949 alla Cuneo-Pinerolo, e altre pubblicazioni con le cronache ciclistiche dei tempi che furono. Ciclismo eroico? Noi pedaliamo tranquilli gli ultimi, roventi chilometri verso Torino, e per ora ci basta la soddisfazione di avere concluso in buona forma questo classicissimo giro, lungo quasi 200 chilometri e tanta leggenda.

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Colle del Moncenisio: è ancora presto (9 maggio 2009)

Un'oncia di "ciclismo eroico": acciaio, neve e... manettini cambio a telaio :-)

Un'oncia di "ciclismo eroico": acciaio, neve e... manettini cambio a telaio :-)

Il Colle del Moncenisio è ancora impraticabile. La strada risulta innevata dalla piana di San Nicolao, subito dopo la vecchia dogana francese, e stavolta il nostro “assalto” è rimasto incompiuto: prima ancora di poterci inerpicare per le mitiche “scale” che conducono alla Grand Croix siamo stati costretti al dietrofront. Resta per Marco la soddisfazione di aver varcato in bicicletta per la prima volta i patrii confini. E un inquietante interrogativo: con tutta la neve che è caduta, quando mai quest’anno i valichi alpini saranno transitabili?

Arrancando verso Giaglione di Susa. Il tempo sembra ancora tenere...

Arrancando verso Giaglione di Susa. Il tempo sembra ancora tenere...

Bar Cenisio, 1480m slm. Il maltempo dell'inverno scorso e le frane hanno segnato la Statale 25 in molti punti

Bar Cenisio, 1480m slm. Il maltempo dell'inverno scorso e le frane hanno segnato la Statale 25 in molti punti

Sempre più neve a terra, sempre più nubi in cielo...

Sempre più neve a terra, sempre più nubi in cielo...

Per Marco l'emozione di sconfinare in bici

Per Marco l'emozione di sconfinare in bici

Purtroppo infotraffico aveva ragione, alla ex dogana il cartello è inequivocabile

Purtroppo infotraffico aveva ragione, alla ex dogana il cartello è inequivocabile

Stavolta le "scale" per la Grand Croix si possono solo fotografare da sotto

La nostra gita finisce qui, stavolta le "scale" per la Grand Croix si possono solo fotografare da sotto

Si torna a casa. E pure in fretta perchè il cielo non promette niente di buono... Gambe in spalla!

Si torna a casa. E pure in fretta perchè il cielo non promette niente di buono... Gambe in spalla!

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