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La leggerezza

Questo non è un racconto di viaggio, ma un pensiero che alla fine dell’agosto del 2004 dedicai a mio zio Toni, ciclista pure lui, scomparso proprio in quei giorni.

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«Ehi, ma… che ci fai qua?!? Non sapevo che pure tu andassi in bicicletta!…» «E io invece di te lo sapevo, da tuo padre e tua madre!…». Questo lo scambio di battute, quella mattina di festa dell’aprile 2002, alla fontana di Coazze, classico luogo di ritrovo dei ciclisti torinesi. Non vedevo lo zio Antonio da anni, per l’esattezza dal giorno del mio matrimonio, sette anni prima. Le mie travagliate vicende familiari mi avevano nel frattempo tenuta lontana dal parentado, per cui il mio stupore era abbastanza giustificato. «Qualche anno fa sono andato in pensione, ero arrivato a novanta chili, allora mi sono deciso a comprarmi la bicicletta per far movimento… Guarda, con questa vado dappertutto, esco tutti i giorni, mi faccio anche il Col Braida!», diceva mostrandomi fiero la sua Specialissima rossa fiammante con la tripla corona appoggiata al muricciolo. Ci guardavamo compiaciuti, davanti a quella fontana. Quand’ero piccola ero la sua nipotina prediletta e, vedendomi perfettamente agghindata da ciclista in sella alla mia Cannondale, mi scherniva dicendomi che ero rimasta la “maschiaccia” di sempre. Ma anch’io ero orgogliosa di lui: aveva scelto di fare qualcosa per la sua salute, e per farlo aveva scelto proprio la bicicletta. Avevamo la stessa passione, e da quel momento lo sentivo un po’ più vicino.

La vita poi, si sa, prende e dà in maniera piuttosto arbitraria e miope, così capita anche che a soli sessantadue anni, proprio mentre inizi a goderti la pensione dopo anni di lavoro, arrivi La Malattia che, dopo mesi di sofferenze, ti porta via fra l’impotenza e lo sgomento dei familiari.

La mia reazione di fronte alla Morte è sempre di smarrimento, forse perché ho la fortuna di non aver ancora vissuto gravi lutti in famiglia, tuttavia, al di là dei personali ricordi d’infanzia, ogni volta che se ne va un ciclista come me rimango ancora più sconcertata, silenziosa, forse incazzata, quasi non riuscissi a farmene una ragione. 

Questo weekend prenderò la bicicletta e andrò al Col Braida, quel colle che lui aveva salito decine di volte, e poserò un fiore sotto il cartello di vetta. Io non sono credente, la Fede l’ho perduta per strada molto tempo fa, tuttavia mi piace immaginare che lo zio adesso stia facendo l’ultima salita in bicicletta, la più bella di sempre, con la leggerezza di chi non ha più un corpo e, dunque, non può più sentir dolore. Buona strada, zio Toni.

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