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VERONA-RESIA-VERONA 600 km, 24-25 luglio 2010

In Pianura Padana i temporali fanno così: arrivano all’improvviso con una velocità impressionante e spazzano via tutto con trombe d’aria, pioggia e grandine a volontà. Ne ho un assaggio venerdì pomeriggio, in autostrada, mentre mi sto recando a Verona. Roba da dover accostare con le quattro frecce. Però le previsioni per il weekend sono buone, per cui nell’abitacolo scosso dal terrificante rumore della grandine sulla lamiera penso: lasciamo pure che si sfoghi oggi…

Pur con qualche tribolazione (e molta acqua scesa dal cielo…) trovo il Palasport, e nel parcheggio c’è il camper degli amici Nadia e Walter. Nel frattempo è uscito nuovamente il sole, alzando un’afa micidiale. Grondanti di sudore andiamo dentro la costruzione per l’accredito e il ritiro del pacco gara. Con quelli dell’organizzazione è tutto un conoscersi, salutarsi, larghi sorrisi, strette di mano, finchè non mi vedo venire incontro una mano in particolare, arriva prima la mano degli occhi, una mano grande, rassicurante: è quella di Giorgio, appassionato “patron” della manifestazione, che dopo mesi di chat e persino una compravendita per corrispondenza ho finalmente il piacere di conoscere dal vivo. Ci tiene moltissimo alla riuscita della sua creatura, glielo leggo in faccia lontano un chilometro. Personaggi così, penso, fanno bene al nostro mondo.

L’analisi del pacco gara e del suo ricco contenuto diventano lo spunto per quattro chiacchiere fra randonneur sotto il porticato del Palasport, così, tanto per scordare il caldo. Poi, tra una granita, la cena, le zanzare che mirano alle caviglie e un ultimo controllo al percorso si fa passare il tempo in attesa di andare a dormire: sarà una notte nella mia automobile, per l’occasione adibita a mini-camper. Sul materassino ci arrivo alle 21,30 circa, di corsa e con la maglietta bagnata, complice l’ennesimo temporale con tromba d’aria che ci coglie all’improvviso mentre siamo al vicino campo sportivo a seguire una manifestazione calcistica. Neppure il tempo di lavarsi la faccia. Cerco la posizione nel mio scomodo giaciglio mentre tuoni, fulmini e vento scuotono ancora una volta la mia scatolina di latta. Bisogna assolutamente riposare, la sveglia è alle 4,30…

Incredibilmente riesco a dormire, ma apro gli occhi alle 3,45. Sono troppo “elettrica”, il solo pensiero di dover ancora montare la bicicletta con tutto l’ambaradan mi convince a lasciare la branda. Il parcheggio del Palasport illuminato dai fari è ancora silenzioso, ma s’intravedono le auto e i camper di altri randagi che stanno sopraggiungendo alla spicciolata. Mentre mi vesto guardo il mondo dai vetri dei finestrini e penso: ma che razza di vita facciamo noi “randagi”… una donna della mia età, dormire in macchina… e poi, 600 km in bici… eppure…

Anche Paolo ha passato la notte in macchina, in compagnia della sua recumbent. Nadia, sempre carina, ha già fatto il caffè, e Walter ancora non è sceso. Nella solita, allegra confusione che circonda il loro camper in queste occasioni finisce che mi si rovescia addosso la caffettiera… e mi tocca partire per la randonnée puzzando come un Pocket Coffee. Poco male. Intanto gli altri randonneur sono arrivati, e sono davvero tanti. Walter finisce di prepararsi e siamo davanti al cancello del via alle 5,30, una selva di magliette bianco/verde scuro, quella ufficiale della manifestazione. E’ Fermo Rigamonti, insieme a Giorgio, a darci le ultime paterne raccomandazioni. Poi si va: nelle prime luci dell’alba parte dalla città di Romeo e Giulietta la “randonnée delle piste ciclabili”.

Resia è un suggestivo paesino montano dell’Alto Adige, vicino al confine con l’Austria. Da quelle parti c’è la sorgente dell’Adige, quindi idealmente l’obiettivo della randonnée è quello di risalire il grande fiume lungo il suo percorso fino al punto dove esso sgorga. Le piste ciclabili delle Regioni Veneto e Trentino Alto Adige saranno le nostre alleate: esse corrono a fianco del fiume, creando un’incredibile rete ciclo-viaria davvero unica nel suo genere.

Già l’uscita da Verona in direzione lago di Garda si svolge in gran parte su una tranquilla pista ciclabile. L’arrivo sulla Statale del lago è giocoforza un po’ traumatico: è ancora presto di mattina, eppure è già parecchio trafficata. Non solo: c’è vento, un forte vento contrario. Ma intruppati nel gruppo si viaggia ugualmente veloci, per cui io e Walter stringiamo i denti e rimaniamo in scia più che possiamo: tutto “fieno in cascina” per dopo. Ogni volta che posso cerco con lo sguardo il lago, stamani più affascinante che mai.

A Torbole lasciamo il lago di Garda e affrontiamo la prima vera salitella, quella di Nago. Dopodichè ricomincia il valzer delle ciclabili, non sempre facilissime da rintracciare anche perchè non abbiamo ancora “fatto l’occhio”. Imbocchiamo la Val Lagarina, e l’Adige che scorre placido al nostro fianco è già il nostro compagno di viaggio. Il primo controllo è intorno al 100° chilometro, in località Nomi, in un cosiddetto “bicigrill”, ovvero l’equivalente ciclistico dei celebri punti sosta autostradali. Ci arriviamo che sono da poco passate le nove, e la nostra media fin lì supera il 28 kmh, una performance pazzesca per il nostro standard. E’ un’allegra bolgia di maglie colorate, smazzo di carte di viaggio, panini, caffè, cola, fila alla fontanella per riempire le borracce. Il dialetto più gettonato è quello veneto, e io capisco, eh sì, capisco quello che dicono, e mi tornano in mente l’infanzia e i parenti dalla parte di mamma…

Vento a parte c’è un bel sole e la temperatura è più che accettabile, ma lassù in fondo alla Val Lagarina s’intravvedono nere nubi minacciose. Riprendiamo la via della ciclabile per Trento, alla volta del secondo controllo/ristoro dopo altri 50 chilometri, di nuovo in bicigrill. Il vento comincia ad essere davvero fastidioso, e in alcuni punti anche uscire e rientrare dalla ciclabile non è facile: non sempre le informazioni del roadbook – fin troppo dettagliato e a rischio di confusioni – coincidono con quello che troviamo sulla strada, e la fortuna sta nel riuscire ad aggregarsi a qualche gruppo dove sono presenti dei randonneur “indigeni” che conoscono il percorso a memoria. E occorre avere fede, perché (si sa) in randonnée è sempre rischioso seguire gli altri: se disgraziatamente il primo della colonna sbaglia strada… Comunque, di riffa o di raffa fin qui tutto sembra filare liscio. Al bicigrill di Vadena (km 150 circa) ci concediamo un lauto piatto di pasta condita olio e parmigiano. Fare la coda alla cassa ci consente di riposare un momentino, prima di rituffarci nella ciclabile flagellata dal vento contrario.

Quando ripartiamo siamo soli e il vento parrebbe essersi calmato un poco, ma è una pia illusione. I locali dicono che intorno a mezzogiorno/l’una esso gira e soffia da nord verso sud, puntuale come una cambiale e senza possibilità di errore. Oggi però a me pare proprio che di girarsi non ne voglia sapere. Le nuvole corrono nel cielo fra sprazzi di sereno. Intorno a Bolzano altri ciclisti ci raggiungono, e noi approfittiamo ben volentieri di uno “strappo” per battere il vento e non sbagliare strada. Però è dura: la loro andatura è superiore alle nostre possibilità, e rimanere in scia ci costa molta fatica. Con grande dispendio di energie passiamo Bolzano e puntiamo Merano.

Le piste ciclabili. In questa parte dell’Italia sono una gran bella realtà, oltretutto consolidata da anni. Per chi come me arriva dalla metropoli ed è abituata al concetto “urbano” di pista ciclabile – una sorta di “ghetto” forse anche più pericoloso delle strade di città, pieno di insidie quali auto parcheggiate, bottiglie rotte, radici sporgenti eccetera – , trovarsi qui è come accedere al Paradiso del Ciclista. Chi ha organizzato questa randonnèe aveva certamente in animo di condividere con noi questa meraviglia, ma vivendo la manifestazione da “utente” alcune perplessità mi sorgono spontanee. Oggi qui siamo veramente in tanti, i “peloton” sono numerosi, veloci, invadenti. Il più delle volte occupano tutta la (stretta) carreggiata anziché tenere disciplinatamente la destra. Mi prende male vedendo quali acrobazie debbono fare i poveri e pacifici cicloturisti che transitano in senso contrario per schivare le mandrie di randonneur che, giocoforza, passano di prepotenza. E spesso si è evitato di un soffio il “botto” (io stessa in mattinata avevo evitato per un pelo un frontale con un biker che scendeva a tutta velocità nella zona di Mori…). L’iniziativa è senz’altro lodevole, ma forse i randonneur non sono ancora pronti per questo Paradiso. Dobbiamo maturare: non si possono affrontare le piste ciclabili in branco, con piglio da sbruffoni e medie da Granfondo. E’ troppo pericoloso.

Dunque, a Merano ci arriviamo in gruppo e siamo al duecentesimo chilometro. La breve sosta alla fontana sgrana l’allegra compagnia, così io e Walter ci ritroviamo ancora una volta soli ad interpretare il terrificante ed enigmatico roadbook. L’intuito di Walter e una freccia posta dall’organizzazione ci salvano, e diligentemente percorriamo tutta la “variante” di Marlengo prima di tuffarci verso Foresta, località-cardine che segna l’inizio della Val Venosta.

Da qui la ciclabile si arrampica su sette spettacolari tornanti, prima di spianare nuovamente distendendosi fra interminabili filari di meli. A quest’ora del sabato essa è parecchio frequentata: ci sono i gitanti del weekend, ma anche coppie di viaggiatori con bici cariche come somari, diretti chissà dove. E vedendoli la mia fantasia viaggia con loro. Ma devo stare concentrata sul nostro obiettivo, che è quello di raggiungere il giro di boa di Resia ad un orario decente…

La ciclabile è bella, ma quando si interrompe in prossimità di un paese non è sempre agevole ritrovarla a quello successivo. Passiamo infiniti campi di frutta e paesini minuscoli dai nomi per noi esotici come Ciardes, Castelbello, Laces, Morter. Qui la gente parla in tedesco. Non mancano i tratti sterrati, e anche questi sono una curiosa caratteristica di questo brevetto. Il controllo successivo (al km 245) è segnato sul roadbook con un nome impronunciabile, al punto che non si capisce se sia quello della località o del bar… Lo sentiamo come un miraggio, sembra di non arrivare mai, e sempre col terrore di sbagliare strada. Finchè a Covelano, presi dal dubbio e dallo sconforto sulla direzione da prendere, un uomo non ci conferma che “su di là”, esattamente dove erano già transitati tanti altri randonneur in maglia biancoverde, avremmo trovato il controllo. Fiduciosi ci inerpichiamo, finiamo in un bellissimo bosco, i cartelli lignei confermano la bontà dell’indicazione, ci facciamo lo sterrato finchè… ecco la casetta, posta in riva ad un minuscolo e romanticissimo laghetto alpino baciato dal sole del tramonto. Finalmente.

Sono già passate le 18. Dobbiamo mangiare e vorrei farlo in fretta, ma Walter ha bisogno di riposare qualche minuto in più, per cui non “spingo” sull’acceleratore più di tanto. Dentro la graziosa baita le donne hanno preparato piattini pronti con fette di strudel appena sfornato: un invito a nozze! Tanto per non farmi mancare nulla ne prendo due porzioni. Al tavolo con noi si ferma a mangiare anche Niccolò, il ragazzo di Bergamo con il quale avevamo condiviso il 400 di Cairo Montenotte. Mi confida di voler completare il percorso integrale da 600 km, quindi vuole arrivare a Resia e farsi una bella dormita prima di ripartire. Ma io mi permetto di ricordargli che in quella baita sul lago ci saremmo dovuti tornare entro le 6 dell’indomani mattina, per cui tempo per dormire non ce ne sarebbe stato molto… Le mie parole lo fanno cascare dal pero, forse l’inesperienza gli aveva fatto sbagliare i calcoli. Quando torno alla bici per prendere gli abiti pesanti (il sole sta calando e inizia a fare freddo) anche lui si sta vestendo con tutto quello che ha. Sembra voler venire con noi ma è perplesso, non si sente bene. Così al momento di ripartire ci saluta, e decide di rimanere ancora un po’ al caldo del controllo. Io e Walter rimontiamo in sella cercando di “caricarci” a vicenda: Resia non è lontana.

Sulla strada con noi ci sono altri randonneur, mentre l’oscurità cala a poco a poco sulla ciclabile. Il primo tratto sembra facile, il vento è un po’ calato, addirittura incrociamo i primi, velocissimi gruppi già sulla via del ritorno. Ad un certo punto, però, le pendenze s’impennano e diventano quasi demenziali: c’è chi riferisce un buon 21%! E’ un momento di sconforto: è quasi buio, fa freddo, e la bici sembra ribaltarsi da un momento all’altro. Walter sembra arrampicarsi un po’ più agilmente di me in quell’inferno di curve e curvette dove mi sento a disagio. I chilometri non passano mai. Ma in randonnèe, metafora di vita, i momenti brutti si alternano a quelli esaltanti, e anche questo momentaccio passa: la strada riprende su pendenze più umane, addirittura qualche falsopiano-discesa ci permette di distendere la gamba. Nella fievole luce del crepuscolo vedo a destra che quella sorta di altopiano che s’intravvedeva in lontananza è ormai sotto di noi. La pala eolica… ormai è superata. Nel vento gelido superiamo anche gli incredibili zig-zag che si arrampicano sulla gigantesca diga artificiale illuminata dalla luna piena… ed ecco, siamo finalmente al lago di Resia. Il paese è dall’altra parte, illuminato come un presepe.

Non è finita. Prima di approdare al sospiratissimo controllo-dormitorio di Resia dobbiamo conquistare il colle vero e proprio e scendere in Austria, a Nauders. I chilometri da fare non sono molti, tra andare e tornare non arrivano a venti, ma c’è l’incognita del dislivello. Beh, la sorpresa è che il Passo Resia è raggiunto in quasi falsopiano-discesa. Quindi alla frontiera ci vestiamo davvero con tutto quello che abbiamo, inclusi i guanti lunghi invernali, e scendiamo a Nauders, una amena località sciistica dove c’è il… controllo segreto, sottoforma di auto con organizzatore ad attenderci. Me l’aspettavo: sono le 23, tutto sommato non mi lamento. Il tipo dell’auto ci suggerisce di rientrare a Resia e successivamente al controllo della casetta sul lago (località Corzes) utilizzando la Statale, a quell’ora deserta e praticamente priva di pericoli. Con una accortezza: imboccarla solo DOPO il confine, in quanto in Austria le biciclette sono off-limits sulle Statali. Inoltre ci facciamo indicare con precisione il luogo del controllo. Seguiamo le indicazioni, risaliamo al Passo (pochissimo dislivello, fortunatamente) e filiamo veloci verso il nostro obiettivo, l’hotel “Del Lago”.

Raggiungere l’hotel del controllo è una mezza impresa su quella stradina ripida, buia e disagevole. Prima di varcare la sospirata soglia ci sottoponiamo all’ennesimo controllo (ore 23,45) porgendo il cartoncino giallo a un uomo intabarrato peggio che a dicembre, che aspetta i ciclisti all’addiaccio con un tavolino e un piccolo falò per riscaldarsi. Poi, bici alla mano, facciamo gli ultimi metri e entriamo. Il locale dove si mangia è piccolo ma accogliente, i tavoli sono pieni di randonneur intenti a ristorarsi. Il personale, tutto altoatesino, è pronto a servirci carne, insalata di patate (fredda) e una meritata birra che fa la felicità di Walter, anche se con quelle temperature forse sarebbe stato più saggio ordinare un tè bollente… La carne è buona ma troppo piccante, le mie labbra screpolate e riarse dal vento la reggono solo fino a un certo punto. L’insalata di patate perde presto la sua attrattiva, quindi non mi resta che divorare con metodo la pagnottella di pane. E ingurgitare due yogurt, che male non fanno. Mentre rumino mi guardo ancora attorno. Vedo gente serena, gli occhi assonnati ma con ancora dentro quel guizzo inconfondibile. E per un attimo penso che sì, è vero, io vivo per momenti come questo. A mezzanotte, sperduta in un alberghetto del Sud Tirolo, a mangiare carne piccante mentre il vicino di bicicletta ti dorme accanto. Decidiamo di schiacciare anche noi un breve pisolino di mezz’ora con la testa sul tavolo. Malgrado i brividi di freddo dovuti allo sbalzo termico e alla digestione riesco ad addormentarmi. Certo non sarebbe stato male scendere al dormitorio con gli altri e dormire di più, ma sia io che Walter siamo consapevoli che, alla nostra andatura, non abbiamo troppo tempo per scialare.

E’ da poco passata l’una di notte. Davanti al dormitorio sto aspettando che Walter finisca di prepararsi per ripartire. Fa un freddo porco, devo saltellare per riscaldarmi. Oltretutto dal cielo scende qualcosa di molto simile a pioggia, e la luna quasi non si vede più. Nel frattempo vedo arrivare Paolo a bordo della sua recumbent, mi pare in ottima forma. Il pensiero va a quanti, per scelta o per causa di forza maggiore, non proseguiranno sulla via del ritorno, e ora stanno dormendo come angioletti all’interno del locale in attesa di prendere il treno per Verona… Con cautela scendiamo a piedi sulla strada, con la scusa di riscaldarci un po’. Poi, insieme ad un gruppetto, imbocchiamo la Statale e iniziamo la discesa. La “variante” ci permette di attraversare tutto il paese ed ammirare il celebre campanile che spunta dalle acque del lago artificiale. Ma è meglio non distrarsi troppo, occhi aperti sulla strada e via.

Traffico zero, strada scorrevole. Sembra un sogno, dopo una giornataccia di vento contrario in cui sembrava di non andare avanti. Secondo i miei calcoli dobbiamo entrare in paese in località Lasa, e da lì andare in cerca della pista ciclabile sterrata che, percorsa a ritroso, ci avrebbe in breve tempo condotti di nuovo al controllo di Corzes. Sembra tutto molto facile: appena lasciata la Statale, alle tre meno un quarto, troviamo subito le indicazioni della ciclabile, risaliamo tutto il paese ma… la ciclabile non c’è?!? Incredibile. Scendiamo. Saliamo di nuovo. Ri-scendiamo. Prova di qua. Prova di là. Apriamo la cartina. Sembriamo due anime in pena, bloccati come scemi a un passo dall’obiettivo! In paese non c’è un’anima viva a cui chiedere (a quell’ora…!), finchè miracolosamente non blocchiamo un automobilista. Parla un italiano stentatissimo, ci dà una dritta che ci sembra improbabile. Andiamo a vedere e non ci crediamo: no, all’andata mica siamo sbucati di qua! La frustrazione è al massimo. Mi pento amaramente di non aver seguito la ciclabile anche al ritorno, e per me ormai la partita è chiusa. Proprio quando mi sto rassegnando a proseguire senza il timbro di Corzes, notiamo una ragazza che cammina sola sul marciapiede. Walter vuole ancora fare un tentativo, io non ci credo manco un po’. Incredibilmente la ragazza (che non è una “pocodibuono” come potrebbe pensare una cittadina come me, ma una che semplicemente sta portando a passeggio il cane) si fida di noi, legge la cartina, conosce la strada, ci dà la stessa indicazione del tipo in auto ma in un italiano decisamente migliore. Alleluia! Non finiamo più di ringraziarla, seguiamo la dritta e in un attimo ci ritroviamo sulla retta via. Alle 4 in punto il timbro di Corzes è apposto sulle nostre carte di viaggio, e per riprenderci dallo “spavento”, che nel frattempo ci aveva fatto dimenticare il sonno, ci strafoghiamo di brioche e cappuccino. Al controllo, illuminato e reso allegro dalla musica della radio, c’è anche Ausilia, già incrociata più volte lungo il percorso. E’ sola ma, com’è nel suo stile, non ha il benchè minimo timore di affrontare la notte. Ha un po’ sonno, ma la grinta di sempre non l’abbandona mai. Riparte poco prima di noi.

La ciclabile, già percorsa all’andata, ci ripropone i suoi interminabili filari di meli. Ci tagliano la strada nell’oscurità qualche raro topolino e una lepre. Poi arrivano le primissime luci dell’alba, e con esse… il sonno elefante. Già, avremmo dovuto schiacciare un altro pisolino a Corzes, ma visto come sono andate le cose… Reclamo una breve sosta in mezzo ai meli. Mi avvolgo nella “stagnola” e mi corico sull’erba, lo stesso fa Walter. Perdo la cognizione del tempo, ma quando decido di rialzarmi il cielo è più chiaro. Avrò “dormito” un quarto d’ora al massimo. Ripartiamo che stiamo meglio. Poco più tardi gli intimi meleti si renderanno utilissimi per un’altra funzione fisiologica – forse un tantinello meno romantica, ma che in questo caso perde i suoi connotati terra-terra per diventare persino… poetica.

Ripercorriamo i tornanti di Foresta. In quella vorrei fare una foto aerea della suggestiva strada, ma mi accorgo con dolore che il freddo della notte ha mandato KO la batteria del mio cellulare che fa anche le foto… Cheppalle. Lungo la strada, intanto, scorgiamo qua e là randonneur intenti a riposare sulle panchine o sui tavolini da picnic. E’ un’immagine che mi mette allegria e mi scalda il cuore, facendomi ripensare alle grandi avventure tipo PBP o “Sicilia No Stop”.

A Merano perdiamo la bussola. Siamo ancora una volta costretti a chiedere lumi ad un passante – un personaggio singolare dalla chiacchiera fluente, che rischia di farci perdere del tempo prezioso… – per riuscire a ritrovare la pista ciclabile per Bolzano. Intanto il sole arriva a scaldare la valle, convincendoci finalmente a spogliarci degli abiti che ci hanno protetti durante la notte. Sono le otto del mattino, la ciclabile è già affollata di ciclisti in entrambe le direzioni. Ogni tanto incrociamo qualcuno “dei nostri”, riconoscibile dalla maglia, probabilmente reduce dal dormitorio di Resia. In qualche caso si tratta di ciclisti “indigeni” che sanno la strada, e in più di un’occasione ci tolgono dall’imbarazzo.

Il controllo di Vadena (km 450) si fa sospirare. Bisogna raggiungerlo entro le 12, tempo ce n’è, ma la stanchezza e il caldo – quella canicola estiva che ci aveva risparmiati il giorno prima, iniziano davvero a farsi sentire. Approdiamo al bicigrill alle 10 insieme ad un gruppetto, il locale è un po’ affollato, la cucina è lenta, avere un panino significa perdere molto tempo e la cosa mi innervosisce. Comunque alla fine il panino arriva, e Walter nel frattempo ha avuto modo di rilassarsi un momento di più. Via, altri 50 km verso il controllo di Nomi.

La ciclabile per Trento ha dei tratti demenziali: ricama dei frustranti zig-zag da una sponda all’altra dell’Adige, dando l’impressione di far fare milioni di chilometri in più rispetto alla vicina Statale. Sembra di essere fermi, di non progredire nella discesa, oltretutto con il sole a picco sul cranio che certo non aiuta a sentirsi meglio… Ma ecco finalmente il bicigrill di Nomi (km 500), che raggiungiamo alle 12 ed è l’occasione per una fantastica e dissetante granita, mentre sotto il dehor chiacchieriamo con altri ciclisti locali che non fanno parte della manifestazione, ma ne hanno sentito parlare e sono molto ammirati dalla nostra “impresa”. Non sembra, ma la maglia che indossiamo era celebre qui in zona ancora prima che prendessimo il via, e questo mi inorgoglisce.

E’ la stretta finale: sotto la canicola asfissiante ci prepariamo ad affrontare gli ultimi cento chilometri, comprensivi della temuta salita a Brentonico. Dobbiamo fare scorta di acqua in borraccia e sali minerali, e tenere scrupolosamente d’occhio il roadbook per non perdere la ciclabile e riuscire a centrare l’attacco della salita in località Mori. Partiamo, e non è facile. Più di una volta perdiamo tempo a chiedere indicazioni (resterà negli annali “via Zigherane” indicata dal roadbook in località Borgo Sacco e mai trovata, addirittura sconosciuta agli abitanti…), ma un po’ con l’intuito, un po’ orientandoci con l’Adige, un po’ con l’aiuto esterno, e un po’ con il provvidenziale arrivo di altri randonneur che sanno la strada riusciamo a districarci.

Mori, via Monte Baldo, inizia la salita. Fa un caldo scellerato. La strada non è eccessivamente ripida, ma le condizioni mi impongono di centellinare le energie. Walter anche in questo caso sembra più a suo agio di me, inizialmente allunga, poi sceglie di aspettarmi e di seguirmi come un’ombra. Già, l’ombra… in qualche tornante le piante regalano alcuni secondi di frescura, ma durano poco, troppo poco. Nella mia testa la salita è lunga cinque chilometri e in cima ci sarà sicuramente un controllo segreto. Sbaglio tutto: la salita è di ben otto chilometri, e in cima il controllo segreto… non c’è. Insieme ad un folto gruppetto ci raduniamo alla fontanella del parco pubblico di Brentonico e ci rinfreschiamo. «Quanto mancherà all’arrivo?», chiede qualcuno. Dovrebbero mancare un’ottantina di chilometri.

La discesa verzo Chizzola è fastidiosamente ripida. Già i muscoli delle braccia fanno TUTTI male, figuriamoci dover stringere i freni in quel modo. Inoltre i miei avambracci sono pericolosamente arrossati dal sole, quindi chiedo a Walter di prestarmi i bracciali per proteggermi: fa caldo, ma non ho scelta se non voglio rischiare una pericolosa ustione. Al fondo della discesa approdiamo sulla Strada Provinciale 22, un micidiale toboga a sali-scendi molto trafficato che si tuffa verso valle, verso Verona ed il sospirato arrivo. A Belluno Veronese il roadbook indica di entrare in paese per riprendere il filo delle piste ciclabili, e infatti noi entriamo. Cerchiamo i nomi delle vie e non li troviamo. Panico. Forse ci farebbe meglio trovare una gelateria per rinfrescarci le idee… infatti siamo talmente “cotti” che rinunciamo definitivamente a rientrare via ciclabile. Il prezzo da pagare, oltre a quello di una sacrosanta birra a -50 km dall’arrivo, è quello di percorrere strade a quell’ora assai trafficate, pericolose, oltretutto non facili in quanto costellate di sfiancanti saliscendi. I chilometri sembrano non passare mai… Alla periferia di Verona cerchiamo le indicazioni per il Palasport, con l’aiuto dei locali ci riusciamo, attraversiamo la città ed entriamo nel parcheggio. Sono le 20. Oltre a Nadia ci sono altri ad attenderci, qualcuno arrivato poco prima di noi e già docciato (Ausilia). C’è anche Niccolò, appena arrivato col treno, che nella notte è riuscito a completare il percorso da 300 km raggiungendo Resia: bravissimo! Al banco dell’organizzazione confesso candidamente di avere avuto qualche problema di interpretazione del roadbook, e di non essere stati sempre rigidamente fedeli al percorso. Ma i 619 km segnati sui nostri ciclo computer e la completezza dei timbri sulle nostre carte di viaggio sono credenziali inattaccabili, quindi… viva la VRV, e tutti sotto la doccia.

La randonnée però, come dico sempre io, non è finita finchè non ho varcato sana e salva la soglia di casa insieme a bici e bagagli. Mentre gli amici si complimentano, chiedono, vogliono sapere com’è andata, nella testa c’è il pensiero rivolto al ritorno. Lasciare il Palasport ed affrontare la cavalcata in autostrada da Verona a Torino, con ben quattro soste obbligate in autogrill causa sonno. Arriverò a casa alle cinque di mattina, con pensieri buoni nella testa e tanta voglia di entrare nel mio letto mentre, beffarda, un’alba favolosa si staglia dal ballatoio e mi ricorda che l’estate è ancora lunga e la Sicilia è vicina.

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400 CAIRO MONTENOTTE – 5-6 giugno 2010

Al bar “Del corso” intravedo qualche faccia nota. In questo rovente sabato pomeriggio di giugno il posto più fresco è forse il dehor, dove completo la mia iscrizione mentre qualcuno (non saprò mai chi) mi offre una bibita ghiacciata. E’ tutto un salutarsi, uno shakerare di strette di mano. Devo trovare un luogo migliore del centro di Cairo Montenotte per lasciare la mia automobile, così chiamo Walter e Nadia e mi faccio dire dove si sono sistemati con il camper. Domanda inutile in quanto, come d’abitudine, hanno parcheggiato davanti al cimitero – luogo molto tranquillo per dormire, dicono, e come non dar loro ragione?

Comunque dal colpo d’occhio sul piazzale del via direi che non siamo in molti. Ci sono diverse facce note, questo l’ho già detto, anche qualcuna che non vedevo dai tempi di Parigi. Dopo l’accredito gli organizzatori ci trattengono ancora qualche minuto per fare delle foto ricordo, poi alle 18 salutiamo Nadia e partiamo in direzione Savona. Io e Walter siamo in testa al gruppo, ma c’è qualcosa che non quadra: la partenza è stranamente sonnolenta. Ci pensa però la prima impennata della Statale, ancor prima delle Bocche di Cadibona, a rimettere le cose a posto: infatti da dietro accelerano tutti improvvisamente e ci sverniciano impietosamente a ritmo di Granfondo, mentre io sto ancora digerendo il pranzo…

Al via

Così al semaforo rosso del senso unico alternato delle Bocche di Cadibona io e Walter ci guardiamo: come al solito siamo rimasti soli… e ultimi. No, mi volto e guardo meglio: dietro di noi c’è Carlo, esperto randonneur lombardo oggi vestito con il completo della “1001 Miglia”, che ci confessa di non amare le partenze troppo sparate. Beh!

Alle Bocche di Cadibona

Scollinate le Bocche di Cadibona affrontiamo la divertente discesa verso Savona, in un paesaggio dominato da monti verdeggianti e piccole frazioni. Nel capoluogo ligure c’è ad attenderci un traffico micidiale: fatichiamo non poco a destreggiarci tra auto, scooter e pullman di linea. Ma appena fuori dalla confusione, ecco lo spettacolo che rincuora lo spirito: il porto, le imbarcazioni, il mare, le spiagge già attrezzate di ombrelloni colorati e popolate di gitanti.

Il litorale tra Savona e Varazze

A Varazze la “gita al mare” è già terminata: giriamo a sinistra, verso l’entroterra, e imbocchiamo la strada per il colle del Giovo e Sassello. Lungo questa salita – primo degli impegni altimetrici del brevetto – troviamo ad attenderci gli organizzatori per un controllo segreto. E’ l’occasione per scambiare qualche battuta veloce, ma non voglio attardarmi troppo: infatti sento che è il weekend giusto per fare una buona prestazione.

Salendo al Giovo alle ultime luci del tramonto

La salita profuma di fiori e erbe aromatiche, mentre il sole al tramonto bacia con gli ultimi raggi le cime rigogliose di vegetazione. Ci raggiunge e sorpassa Carlo, che avevamo perduto di vista nel traffico di Savona. Lo ritroveremo giusto al controllo di Sassello insieme a Niccolò, giovane randonneur di Bergamo al debutto sulla distanza dei 400 km e in cerca di compagnia per la sua prima notte in sella. Li lasciamo ripartire mentre io e Walter, tra una cola e un panino, finiamo di vestirci per affrontare la notte ormai imminente.

Lasciamo anche noi il “paese degli amaretti” e percorriamo la strada in veloce falsopiano-discesa che va verso Acqui Terme. Si tratta di una valle stretta e selvaggia, dove scorre il torrente Erro: bella di giorno, ancora più suggestiva all’imbrunire, quasi senza automobili e senza la confusione dei merenderos. E’ tutto così silenzioso che si può distinguere il placido scorrere dell’acqua sotto di noi. A tratti posso vedere le sagome degli aironi fermi sul greto del torrente, mentre rare lucciole si scorgono qua e la. Il lato fastidioso della situazione sono i nugoli di moscerini che ci flagellano il viso, ma si sa, ogni rosa ha le sue spine…

E’ ormai notte fatta quando, fra strade e stradine più o meno rurali, raggiungiamo Bistagno. L’aria è tiepida e il cielo è trapuntato di stelle. Attraversiamo il paese proprio nell’istante in cui Carlo e Niccolò stanno ripartendo da un bar, dove hanno sostato per dissetarsi. Affrontare la notte in compagnia è certamente un buon affare per tutti, dunque da quel momento la “doppia coppia” diventa un vero e proprio poker di randonneur, con tutti i vantaggi del caso. La direzione ora è quella per Alba: la strada sarà piuttosto ondulata fino a Ponte Perletto, dove inizierà la salita per Càstino, seconda importante asperità del brevetto quantunque non lunga e non difficile.

Non è certo la prima volta che si percorrono queste strade in randonnèe, anzi, ricordo di avere fatto questa salita e anche le successive più di una volta in notturna. E’ ancora presto, non è neppure mezzanotte, eppure stranamente in questo momento soffro. Non so bene cos’è… sembra un inizio di sonno misto alla solito spalla destra che mi fa vedere le stelle, più qualcosa che non va nel mio stomaco. La vicinanza di Walter mi è di conforto, comunque tengo duro a suon di zuccheri semplici e arriviamo tutti nella piazzetta del silenzioso e ameno borgo montano giusto allo scoccar della mezzanotte.

Mezzanotte a Càstino

Ora ci sono tre chilometri di discesa prima di attaccare la terza salita, quella di Benevello, dove troveremo il secondo controllo. Viste le temperature miti siamo tutti un po’ indecisi se mettere o meno la mantellina, va a finire che mi fido della sola “maglietta della salute” e mi butto alla sperindio – idea che si rivelerà poco gagliarda, ma me ne renderò conto solo molte ore dopo. Qualche minuto di gelo e (finalmente) si riprende a salire puntando le luci del castello di Borgomale. Qui va un pochino meglio. Passiamo Borgomale, arranchiamo ancora per tre chilometri e mezzo e siamo nella spaghetteria della località Manera, con il solito smazzo di carte di viaggio, cola, caffè e panini. E’ ormai l’una quando ripartiamo, e questa volta ci vestiamo con tutto quello che abbiamo: la discesa verso Alba è piuttosto lunga. L’umore del nostro quartetto è comunque alto: essersi tolti il dente di queste salite in notturna e sapere che non ce ne saranno più fino al ristoro di Cumiana è sicuramente un bel conforto.

In realtà subito dopo Alba ci tocca ancora l’antipaticissima risalita di Sommariva Perno, che ci obbliga peraltro a spogliarci nuovamente. Sembra non finire mai, così come sembrano ancora così tanti i chilometri che ci separano da Cumiana… Ma dopo Sommariva Perno la strada diventa sorprendentemente scorrevole, tanto da farmi sospettare la “manina santa” di una bava di vento a favore. E il nostro “trenino” scivola veloce nell’oscurità, mantenendo un’eccellente andatura. Il “macchinista” è sempre Carlo, diventato ormai all’unanimità maestro di cerimonia ufficiale del gruppo.

Qualche bivio tra Carmagnola e dintorni ci costringe a brevi fermate per fare il punto della situazione, anche per tirare fuori la mia cartina quando “l’infallibile” GPS di Carlo mostra qualche incertezza. Tuttavia ci rendiamo conto di stare procedendo molto bene: i chilometri scorrono veloci e l’agognato ristoro è sempre più vicino, al punto che contiamo di raggiungerlo in anticipo rispetto alle previsioni iniziali. Ogni sosta da al silenzioso Niccolò l’occasione per addentare qualcosa: è incredibile la quantità di spuntini che riesce a divorare, ma la notevole stazza ne giustifica senz’altro il dispendio energetico. Pedala su una Trek in alluminio dal telaio enorme, con pedali a puntapiedi e cinghietti e un portapacchi a sbalzo sul quale ha legato uno zainetto pieno di vestiti. E’ il suo primo brevetto “serio”, ma ha già l’atteggiamento del veterano: non parla, non si lamenta mai, sembra che la fatica e il sonno non lo scalfiscano minimamente. Chi invece adesso sta facendo a cazzotti con Morfeo è Walter, che silenziosamente e a fatica pedala in fondo al gruppo. Ogni tanto caccio un urlo e lo chiamo per accertarmi che sia lucido.

Ora gioco in casa: siamo nel Pinerolese, sulle strade da me spesso battute in allenamento. Arriveremo al controllo alle cinque. Poco prima di Cumiana vedo passare attraverso la luce del fanale qualcosa di simile a gocce di pioggia… Alzo gli occhi verso il cielo che sta man mano rischiarando, e realizzo che è denso di nuvole minacciose. Purtroppo le previsioni non sono buone, questo lo sapevo: ma se comincia a piovere già così presto… come arriveremo a Cairo?

Abbiamo percorso 220 km. Al controllo troviamo la calda accoglienza degli organizzatori locali, che “buttano la pasta” per noi e affettano generose fette di salame e formaggio. Ci sono altri randonneur, tra cui Luigi, già rifocillati a dovere e in procinto di ripartire. Ci sono anche un paio di scarpini da bici abbandonati sul pavimento: pare siano di un tizio che si è buttato a dormire da qualche parte nel salone. Un piatto caldo è proprio quello che ci vuole, accompagnato da un dito di vino rosso che serve a rimettere in sesto lo stomaco dopo litri di cola e acqua al gusto plastica-integratore. Malgrado la notte insonne abbiamo tutti il viso illuminato davanti a quel bendidio, tranne Walter che forse preferirebbe schiacciare un pisolino. Ma anche lui si mangia di gusto le sue mezze penne al sugo. Poi chiude gli occhi per qualche minuto, ma devo presto scuoterlo: dobbiamo ripartire. Là fuori sta facendo giorno, e ce lo ricordano anche gli uccelli che cantano con insistenza.

Carlo alle prese con il meritato ristoro di Cumiana...

La ripartenza come sempre è un tantinello difficoltosa. Poi la gamba si riscalda, riprende il suo giro, e tutto scorre. Peccato che inizi quasi subito a piovere: goccioloni grossi così. Siamo a Frossasco e ognuno deve velocemente decidere se indossare la mantellina. Io la metto e proteggo con cura anche il borsello. Certo però che è una bella seccatura… Dopo un po’ le scarpe si inzuppano, ti arrivano in faccia gli schizzi di acqua sporca alzati dalla ruota davanti a te… Tant’è, e va già bene che siamo praticamente in estate e non fa freddo. Arriviamo a Pinerolo, e proprio in quella avverto una fitta al ventre. E’ un segnale inequivocabile: ci vuole una toilette, e subito! Walter intuisce l’emergenza e fa accostare tutti al primo bar. Salto giù dalla bici, chiedo la chiave al gestore e in un amen sono sulla tazza, appena in tempo. Mentre sudo freddo realizzo che non è stato un buon affare scendere da Càstino senza proteggere la pancia…

Passato lo “spavento” ripartiamo, ancora sotto la pioggia. Mi sembra di stare meglio, anche se la paura è che il mio intestino possa fare altre bizze più avanti. La strada sembrerebbe ancora abbastanza scorrevole, ma a quell’ora la baldanza della notte appena passata è ormai un ricordo. La pioggia cessa dalle parti di Osasco, e questa è una buona notizia. Stiamo muovendo verso sud, dove il cielo appare più chiaro. A Manta ci fermiamo per fare la classica colazione, prima di affrontare la salita della Colletta di Rossana.

Prendo con molta calma la salita, diciamo che faccio quello che posso. La stanchezza ormai comincia ad affiorare dopo i ritmi sostenuti della notte, per cui tiro i remi in barca e assecondo. Scolliniamo, scendiamo a Busca e affrontiamo la frazione successiva, piuttosto noiosa, che si svolge attraverso paesi e paesini della provincia di Cuneo. Tarantasca, Centallo, Morozzo, Carrù, teniamo un’andatura dignitosa senza levarci la pelle. Intanto esce il sole, e si sente: comincia a fare caldo.

Centallo

La lunga strada verso Carrù

Quando, passata Carrù, svoltiamo per Farigliano si spalanca davanti a noi il maestoso paesaggio della Langa. Dobbiamo (ahimè) scendere fino alla strada di fondovalle: da lì comincerà la salita alla “cima Coppi” di tutto il brevetto, ovvero la Pedaggera, sita subito dopo Murazzano a quasi 800 metri sul livello del mare.

A Farigliano ci riforniamo d’acqua e iniziamo la terrificante salita sotto il sole a picco. Ho perso la cognizione del tempo: mi sembra siano almeno le quattro del pomeriggio, invece non è nemmeno mezzogiorno. E’ il primo vero solleone di stagione, e si sente: l’organismo fa fatica ad adattarsi, le gambe sono pesanti e la vista si annebbia fra le gocce di sudore. Le Langhe in estate sono una fottuta fornace. Carlo e Niccolò sembrano cavarsela più in sciotezza, e mi precedono. Walter arranca accanto a me. Mi impongo di bere piccoli sorsi di integratore salino ad intervalli regolari. La sete è tanta e le borracce adesso sembrano così piccole… ma ad un certo punto, come un miraggio, notiamo a sinistra una fontana isolata: l’acqua è freschissima e ogni sorso ci dà un grande sollievo. Io e Walter ci guardiamo e ridiamo mentre ci rinfreschiamo. Inoltre man mano che si sale percepiamo una certa brezza che contribuisce a mitigare l’arsura. Altro grosso aiuto ci arriva ora dalle nuvole, che a tratti coprono il sole risparmiandoci dalla micidiale canicola.

La strada prosegue alternando tratti duri ad altri meno impegnativi. Passiamo Belvedere Langhe e Murazzano, mentre conto ossessivamente i chilometri sul ciclo computer. Dopo Murazzano le nuvole hanno ormai completamente coperto il cielo. Si sale ancora finchè, inaspettatamente, giungiamo ad un bivio e Walter mi avvisa: «Ecco, questa è la Pedaggera…». Wow! E dire che c’ero già stata almeno un paio di altre volte, ma vatti a ricordare… Questo significa che i restanti sei chilometri fino al controllo di Gamellona sarebbero stati a mezzacosta se non addirittura in discesa. E infatti è così: arriviamo al bar del distributore di benzina giusto mentre Carlo sta già festeggiando con un meritato calice di birra. Siamo tutti euforici: carte di viaggio, bibite, panini, grandi sorrisi, è il solito rituale. Ma nessuno ha intenzione di dormire troppo sugli allori: la randonnèe non è ancora finita.

Ripartiamo in discesa ma con la testa alle ultime difficoltà, ovvero le risalite di Montezemolo e di Millesimo, che nessuno riesce a quantificare e a descrivere con precisione, ma che a questo punto non fanno più paura. Intanto scende una fastidiosa pioggerellina, che fortunatamente non riesce a bagnare la strada. Bisogna piuttosto fare attenzione all’asfalto in pessime condizioni, ai motociclisti (qui sempre numerosi) che hanno spesso la brutta abitudine di “tagliare” le curve, ed anche a qualche gelida galleria… non propriamente permessa ai ciclisti. In un modo o nell’altro giungiamo a Cairo Montenotte, dove nel vento fresco ritroviamo Carlo e Niccolò per andare insieme verso lo striscione dell’arrivo. Quando finiamo la nostra prova sono da poco passate le 15, tutto sommato siamo andati oltre le mie più rosee previsioni.

Tutto finisce nello stesso posto dove avevamo iniziato, ovvero sotto il dehor del bar “Del corso”. Si mangia insalata di riso mentre con Nadia e Luigi (arrivato prima di noi e già “docciato” e in bermuda) commentiamo il brevetto e verifichiamo i prossimi appuntamenti. Non mancano i complimenti a Niccolò, che ha superato brillantemente la prova. E’ stato un ottimo allenamento, siamo tutti d’accordo: la condizione sta arrivando, e la Sicilia adesso è più vicina.

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FOSSANO 200 (CN), 9 maggio 2010

Paolo e la sua reclinata

Brevetto non previsto: ormai la stagione è entrata talmente nel vivo che c’è posto per tutto. Colpa di Walter, come al solito: nemmeno il tempo di caricare la bici in macchina subito dopo il nostro ultimo, estenuante allenamento comune lungo ben 300 km che mi sento dire: «Il 9 vieni a Fossano? C’è un “200”… ». Subito non gli ho risposto. Ma due giorni dopo avevo l’iscrizione fatta.

Domenica mattina presto, centro sportivo di Fossano: il camper della coppia più bella dell’Audax è là dalla sera prima. Scendo dalla macchina e vado a completare la mia iscrizione, poi tutti da Nadia a fare colazione. C’è anche Paolo “1970”, conosciuto al 200 di Busca e ben felice di ripetere con noi l’esperienza-rando. Ha portato dal suo paese un vassoio di paste fresche di pasticceria, roba da leccarsi i baffi. Con un rifornimento così, sicuro che si parte di buon umore.

Poichè sono quasi le sette vado nei pressi del gonfiabile del via a riempire le borracce. Il cielo sembra abbastanza sereno, ma so a memoria le previsioni a stretto giro: dal primo pomeriggio inizierà a piovere. Ecco perchè il mio bagaglio è discretamente voluminoso per essere solo un “200”: dentro c’è tutto il necessario per “salvarsi” contro la furia degli elementi. Riconosco qualche vecchia conoscenza, ma soprattutto vedo parecchia gente sconosciuta: sono vestiti estivi (brrr…!), privi di bagaglio, con biciclette che non hanno nulla del viaggiatore e tanto del granfondista. E’ probabile che oggi il loro obiettivo sia di fare un buon allenamento in vista delle prossime gare. Walter, Paolo, ci siamo? Si parte: i tre “Cavalieri della Tripla Corona”, con le loro bici affardellate, si muovono verso la campagna cuneese. Inizia la “Randonnèe degli Acaja”.

La prima parte del percorso è pianeggiante, piacevolmente snodata lungo stradine amene e bike-friendly. Il roadbook e la frecciatura del percorso purtroppo sono un po’ lacunosi in alcuni punti, ma grazie all’esperienza di Walter, che su queste strade si allena da una vita, riusciamo sempre a ritrovare la retta via. Al chilometro 56 raggiungiamo il primo dei due controlli previsti, quello di Ceresole d’Alba. E’ l’occasione per uno spuntino veloce e per togliere qualche vestito.

Il sole intanto si fa largo fra le molte nuvole, regalandoci tepore e allegria. L’ingresso in provincia di Asti segna l’inizio delle difficoltà altimetriche, che qui non sono certo rappresentate da alte vette, ma da un susseguirsi ossessivo di colline e collinette che rendono il percorso divertente ma a tratti estenuante. A Pianetti, sperduta frazione agricola, siamo già al centesimo chilometro e all’ora di pranzo, così ci autogestiamo una sosta per mangiare i robusti panini che portiamo nei borselli. Quando risaliamo in sella ci troviamo nel tratto assai suggestivo che da Celle Enomondo segue la cresta fino a Magliano Alfieri. Resto incantata ad osservare le colline e i campi color verde smeraldo lussureggiante.

Il sole si nasconde definitivamente dietro minacciose nuvole nere quando arriviamo ad Alba. Lungo il corso cittadino incontriamo molti ciclisti che si stanno preparando per una gara in linea. Hanno le gambe perfettamente depilate, biciclette ipertecnologiche, e profumano di olio canforato e voglia di vincere. Noi passiamo con i gambali, le calze arrotolate, e i borselli che profumano di panini al salame.

Raggiungiamo il controllo/ristoro di Gallo d’Alba (km 144) e lì troviamo un altro Paolo, quello che pedala a bordo di una reclinata: ripartiremo tutti insieme. Mentre ruminiamo deliziosi pezzi di crostata offerti dall’organizzazione scrutiamo preoccupati il cielo col naso per aria… Ancora una sessantina di chilometri all’arrivo: “la prenderemo”?

Il nostro trio è diventato un “poker”. Con la crostata ancora sullo stomaco (burp!) ci tocca affrontare subito la salita per Barolo e Monchiero. Nuvole sempre più cupe, nessuno parla. Poco prima di Barolo vedo qualche minuscola gocciolina bagnare la copertina di plastica del mio roadbook posto sul manubrio. E io zitta. Finchè le goccioline, ahimè, non diventano dei goccioloni. «Ragazzi, facciamo meglio a vestirci prima di inzupparci del tutto… Abbiamo ancora molti chilometri da fare!». Sono le 15 circa. Rassegnati, buttiamo per terra le biciclette e indossiamo velocemente mantelline, copriscarpe e quant’altro. Scolliniamo a Monchiero e subito iniziamo la discesa verso Costamagna approfittando dell’asfalto ancora parzialmente asciutto. Ma da Costamagna le difficoltà sono tutt’altro che finite: c’è da salire a Piozzo, e a questo punto la pioggerellina si è definitivamente trasformata in un autentico monsone. Paolo “1970” indossa addirittura i soprapantaloni impermeabili, Walter cambia giacca, e poi bisogna proteggere i borselli. Comunque c’è allegria: prendere la pioggia in randonnèe non è piacevole, ma quando la si affronta in compagnia si può persino trovare un lato divertente. «Ci voleva questa nota “epica” alla nostra giornata!», esclamo ridacchiando per sollevare il morale della truppa, e Walter per scherzo mi agita minacciosamente il pugno.

I saliscendi tra Piozzo e Carrù sono un tormento, non parliamo poi in quelle condizioni. Guardo Paolo “recumbent” arrancare in salita con la sua bici reclinata, ma poi scendere agilmente grazie ai freni a disco – di certo molto più agilmente di me, che invece ho i freni in panne a causa dei cerchi bagnati… Proprio nei dintorni di Carrù, beffardamente, smette di piovere. E’ senz’altro una buona notizia che ci ridà in parte il morale, ma il traguardo sembra non arrivare mai. Come se non bastasse sembriamo tutti abbastanza provati fisicamente: io vedo le stelle come al solito per colpa della mia spalla destra, Walter ha problemi al soprassella, e Paolo “1970” accusa i postumi di una brutta sinusite e relativa cura di antibiotici. Il rettilineo per Trinità pare una morte civile. Gli ultimi chilometri sono in mezzo ai boschi, su una bella ciclostrada, poi gran finale ancora in salita… e rieccoci finalmente a Fossano, quasi asciutti e persino con un raggio di sole nel cielo. Ad accoglierci festosa naturalmente c’è Nadia, ma anche alcuni membri dell’organizzazione. Come al solito rinuncio al pasta party, saluto tutti, mi lavo la faccia e vado subito verso la macchina. Divido con cura gli abiti sporchi e bagnati, e carico la bicicletta lurida e coperta di sabbiolina. Sarà lavata molto presto: in tempo per il prossimo weekend, in previsione del “400” di Corsico… dove, con ogni probabilità, prenderà altra pioggia e si sporcherà di nuovo… Maggio è così: il mese più piovoso dell’anno e, paradossalmente, quello più ricco di brevetti in calendario. Tutto un pedalare e lavar bici.

Ultimi raggi di sole...

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Tutti Aironi (“Fausto Coppi Epica”, 29-30 agosto 2009)

«Questo pezzo di carta cos’è? Il “depliant” con il percorso?». Di fronte al banchetto delle iscrizioni quasi sobbalzo a sentire queste parole. Ma che vuoi farci, “zio” Saverio non ha mai affrontato un vera randonnèe, quindi con materna comprensione gli spiego che trattasi della preziosissima carta di viaggio, il documento al quale ogni randonneur deve legarsi in maniera morbosa e viscerale. Siamo in Piazza Galimberti a Cuneo, sabato 29 agosto, ora di cena, ma c’è ancora tempo per iscriversi. La piazza è animata come una sagra di paese, gli stand de “La Fausto Coppi” si mischiano a quelli gastronomici, alla pizza da asporto e all’orchestra che suona, il tutto sotto lo sguardo severo e immobile (sic!) del monumento che giganteggia al centro.

Siamo tutti parcheggiati al Foro Boario. Fa piuttosto caldo e dobbiamo far passare  il tempo in attesa del via, e allora tiriamo fuori biciclette, fanali, zainetti, panini, pezzi di focaccia, Coca Cola, olive. Cena al sacco bivaccati fra gli sportelli delle automobili, mentre si chiacchiera e ci si scambia consigli su questo e su quello per stemperare la tensione. C’è un’atmosfera da allegro campo nomadi, da ragazzini in gita. Il cielo di Cuneo è percorso da nuvole nere che si spostano rapide, e di tanto in tanto lasciano intravedere la luna. Ci sforziamo di essere fiduciosi riguardo il meteo: le previsioni, comunque, parrebbero essere dalla nostra parte.

L’appuntamento in piazza è alle 22,30, quindi richiamo all’ordine Walter e Saverio, completiamo gli ultimi particolari di bici ed equipaggiamento, indossiamo le bretelle riflettenti e ci avviamo. Piazza Galimberti è gremita, c’è musica, l’atmosfera è elettrica. Abbiamo addosso gli sguardi curiosi e ammirati della gente che ci vede arrivare così agghindati. Evidentemente ai loro occhi siamo dei temerari, degli eroi. Quelli della “Epica”, quelli che stanno per sfidare il terrificante Colle dell’Agnello nel cuore della notte. E’ meglio che non sappiano, anche, che dietro lo sguardo fiero in quel momento ho una fifa blu… Bene, raggiungiamo il gonfiabile del via e ascoltiamo con relativa attenzione le raccomandazioni impartite al megafono dagli organizzatori. Non mancano gli Alpini della Taurinense, che avranno il compito di presidiare i posti di controllo e ci conforteranno con la loro marziale ma genuinamente italiana presenza. Intorno a me randonneur di ogni genere, dall’ultracyclist tiratissimo con completino estivo, un solo minuscolo fanale e praticamente senza bagaglio (ma come farà a resistere al freddo dei 2700 metri di quota, questa notte?), passando per le vecchie volpi della specialità, che preferiscono portarsi un paio di guanti lunghi e un fanalino in più piuttosto che rischiare, finendo agli Eroici con bici d’epoca e maglia di lana. Uno di questi, completamente griffato Bianchi, pare la copia esatta di quel Fausto Coppi che sessant’anni prima, su queste strade, aveva compiuto la più grande impresa della storia del ciclismo vincendo la tappa del Giro Cuneo-Pinerolo. Ed è proprio nel ricordo del “Campionissimo” e di quell’impresa che stasera siamo qui.

Dopo aver ricevuto benedizione e raccomandazioni di rito da Nadia, la moglie di Walter, alle 23 partiamo tra due ali di folla acclamante che manco alla “Parigi-Brest-Parigi”. Una macchina farà l’andatura fino alla Colletta di Rossana, e fin da subito capisco che si tratta di un’andatura decisamente da… Granfondo. Dobbiamo resistere: approfittare della scia del gruppo in quei primi chilometri pianeggianti ci avrebbe permesso di “portarci avanti col lavoro”. Nei rari momenti in cui riusciamo a respirare ci scambiamo qualche impressione: Saverio è entusiasta della partenza in notturna, di quel frullare di ruote libere nell’oscurità illuminata dalle stelle e dai nostri fanalini rossi. Per lui, buon corridore sulle gare in linea – non più giovanissimo ma sempre con un’ottima gamba, il nostro mondo è tutto nuovo ma sembra non dispiacergli affatto.

Nelle campagne del Cuneese stasera c’è un’afa micidiale. Intorno al 20° chilometro c’è già un assaggio di salita. La Colletta di Rossana ha un dislivello modesto, ma è sufficiente per fare la selezione: io e Walter non possiamo tenere il ritmo forsennato degli altri, per cui ci lasciamo man mano sfilare e prendiamo il nostro passo. In tutto quel viavai perdiamo Saverio che, com’è giusto che sia, è rimasto saldamente aggrappato al gruppo dei più veloci. In compenso mi sento chiamare da dietro… è Sergio, un randonneur di Bergamo conosciuto su Facebook e con il quale ci eravamo dati appuntamento a questa manifestazione. Da un mese mi aveva promesso che avrebbe fatto tutto il percorso con me, ed eccolo qui, pronto a mantener fede alla sua parola. Scendiamo dalla Colletta e restiamo in tre nell’oscurità della val Varaita. Il cielo ora è sgombro di nuvole e completamente stellato, tanto che ad un certo punto scorgo una bellissima meteora. Intorno all’1,30 siamo a Casteldelfino (m 1610), dove riempiamo le nostre borracce. Comincia qui la madre di tutte le sfide: i 22 chilometri (gli ultimi 10 con pendenze da rizzare i capelli) di salita che ci condurranno al Colle dell’Agnello, e la discesa in notturna sul versante francese.

Il buio fa perdere i riferimenti, e se da una parte può essere suggestivo ed emozionante, dall’altra porta smarrimento e sgomento. Intorno a me, vagamente illuminati forse dalla luce delle stelle, scorgo i profili dei monti. Poco dopo Chianale (m 1797), ultimo avamposto di civiltà, attacchiamo il tratto terminale, quello più duro. Curiosamente udiamo musica araba sparata a tutto volume proveniente non si capisce da dove… ma basta salire di qualche tornante per ripiombare nell’oscurità e nel sacro silenzio della montagna, rotto solamente dal gorgogliare dei ruscelli. Non fa per niente caldo, tanto che ad un certo punto siamo costretti a fermarci per indossare gambali e maniche lunghe. Intanto facciamo empirici calcoli sull’orario di scollinamento, ma l’unica cosa certa è che bisogna essere al posto di controllo presidiato dagli Alpini entro le 5, e il tempo stringe. Difficile poi ripartire senza ribaltarsi…

Dieci chilometri alla pendenza media del 10%, con lunghi tratti all’11% e un traverso al 14%. Sono cifre da autentico mostro alpino, e questo è solo il primo dei quattro colli mitici che ci attendono. L’Agnello, in questa moderna rievocazione della Cuneo-Pinerolo del 1949, sostituisce il Colle della Maddalena (perennemente chiuso al traffico) e il Vars. Dopodichè ci attendono l’Izoard dal versante della Casse Deserte (altro pessimo cliente), il Monginevro e il Sestriere. 291 chilometri per 5100 metri di dislivello per 20 ore, salvo errori e omissioni.

Giungiamo ad un alpeggio dove il gigantesco faro della margaria illumina tutto intorno in maniera surreale. Intuisco che devono iniziare i micidiali tornanti finali, spioventi e aggrappati alla ripida parete rocciosa. Arranco da bestia. Walter sta salendo benone, così anche Sergio, che ha tutta l’aria di essere un randonneur di quelli forti. Io invece sono già in crisi nera, mentre osservo la luce bianca del led proiettata sull’asfalto e giro ai 4 kmh il mio “vergognoso” 24×27. Eppure questa è la mia notte, sono qui perchè l’ho voluto. Fortemente. Solo un paio di mesi prima l’organizzazione aveva deciso di modificare la formula della manifestazione, e appena ne sono venuta a conoscenza ho raccolto il guanto di sfida. Avevo passato l’estate a preparare con cura questa prova, mantenendo l’allenamento in salita che mi ero fatta per “L’Ardèchoise”, e implementando alcuni dettagli tecnici tipo l’impianto luci della bicicletta. Tutto per una maglia bianca con l’effigie di Coppi.

I dati del mio contachilometri non coincidono con gli ossessionanti cartelli che, di quando in quando, rammentano la pendenza e i chilometri rimanenti al colle. Scende la nebbia. Ormai non deve mancare molto, ma per quanto mi riguarda lo sconforto è totale, anche perchè pare proprio che non riusciremo a scollinare prima delle 5. Qualcosa non va, sento salire dallo stomaco qualcosa di simile a conati di vomito. Per un attimo DEVO mettere piede a terra, ma proprio in quella sento nell’aria il ronzio di un gruppo elettrogeno. Gli Alpini… è il controllo, non può essere lontano! Pur distrutta riprendo a pedalare, ad un certo punto vedo un faro sopra di me, ma con la nebbia non si capisce quanto sia lontano. Faccio il tornante con Sergio, che nel frattempo mi ha aspettata, ed ecco, è il traverso finale, là in fondo c’è la luce… il colle… una tenda… GLI ALPINI! SIAMO SALVI! VIVA L’ITALIA!

Quota 2748. Sul colle c’è un fortissimo vento gelido e terrificante. Appoggiamo le bici ad una grossa roccia e entriamo velocemente nella veranda della tenda militare per consegnare le carte di viaggio. Walter è rannicchiato in un angolo, trema di freddo. Chi si aspettava di trovare i “veci” muniti di fumante pentolone di vin brulè a intonare lieti canti di montagna è rimasto deluso. Ad accoglierci ci sono due giovani penne nere coperti con qualsiasi cosa per difendersi dal freddo. Uno dei due, passamontagna e guanti di lana, mi chiede con piglio marziale nome e numero. Sulle nostre carte di viaggio l’orario registrato è cinque e nove minuti. Ci sono dei dispenser di tè caldo e delle barrette energetiche, ma per me non sono attraenti in quel momento, ho lo stomaco sottosopra. Però bisogna mangiare qualcosa. Smozzico malvolentieri una mezza barretta mentre mi vesto velocemente, fa un freddo impressionante. Guardo ancora il soldato in passamontagna e la bandiera dell’Italia sferzata dal vento. C’è un’atmosfera strana, sembra di essere a Kabul anzichè sul confine francese. Ringraziamo, salutiamo, accendiamo tutti i nostri fanali e cominciamo ad affrontare la discesa verso Ville Vieille.

La tanto temuta discesa dall’Agnello si rivela meno tignosa del previsto: la carreggiata è abbastanza larga, l’asfalto è in eccellenti condizioni e segnata da provvidenziali strisce bianche. L’illuminazione che avevo predisposto tra bici e casco funziona benone, incluso il vecchio fanale alogeno riesumato dalla cantina e le cui batterie fin qui avevo accuratamente risparmiato proprio per affrontare questa discesa. Le discese in bici non sono esattamente il mio forte, figuriamoci col buio, comunque tutto fila liscio. Da Ville Vieille raggiungiamo Château Queyras e da lì il bivio per l’Izoard. Inizia ad albeggiare, e iniziano le prime crisi di sonno: ma ormai il sole è in arrivo, dunque mi fermo per togliermi qualche vestito e, ammirando il cielo azzurro e le splendide montagne intorno a me, riprendo la mia salita un poco più rincuorata.

L’Izoard da questo versante è tutt’altro che banale: è lungo “solo” quindici chilometri, ma la pendenza media è di tutto rispetto. Anche qui vedo Walter e Sergio abbondantemente avanti a me, non mi resta che abbassare la testa e resistere. Ma la velocità è drammaticamente bassa, e guardando il roadbook sul manubrio e l’orologio del ciclocomputer il morale crolla sotto le tacchette: di questo passo accumuleremo altri ritardi… non ce la faremo mai a stare nel tempo limite! Trovo i miei due compari fermi ad un tornante, mi fermo anch’io e li scongiuro di proseguire senza di me: loro hanno più possibilità, non trovo giusto vincolarli alla mia lentezza. Ma Walter e Sergio non sono per nulla preoccupati dell’orologio, e non hanno nessuna intenzione di abbandonarmi. Quelle parole mi suonano come un patto di ferro: avremmo finito la randonnèe in ogni caso, con qualsiasi tempo, ma rigorosamente INSIEME.

Con molta fatica arriviamo alla Casse Deserte, un suggestivo paesaggio montano caratterizzato da rocce probabilmente calcaree che danno al tutto un aspetto brullo e severo ancorchè candido, mentre le prime luci del sole rendono l’ambiente ancora più suggestivo. Purtroppo sto soffrendo troppo, esageratamente, per godere di tutta quella meraviglia. Devo combattere contro la pendenza e la stanchezza accumulata sull’Agnello, con l’aggravante che non riesco a mangiare niente. Arriviamo anche al monumento a Coppi e Bobet, affrontiamo gli ultimi tornanti ed eccoci finalmente all’obelisco di vetta: anche l’Izoard, seppure a fatica, è stato conquistato. Dobbiamo rivestirci per la discesa ma, soprattutto, dobbiamo MANGIARE. Walter mi ordina di vincere la nausea e buttare giù qualcosa, quindi estraggo dallo zaino uno dei panini che mi ero preparata e inizio a ruminarlo con metodo. Non riesco a finirlo, però adesso qualcosa nello stomaco c’è, meglio di niente. Poi iniziamo la divertente discesa su Briançon: il sole ci bacia e l’umore inizia a salire, mentre salutiamo allegre schiere di ciclisti che salgono dall’altro versante.

A Briançon siamo accolti da un fortissimo vento contrario. Il sole splendente ci permette però di rimetterci in maniche corte, e durante questa breve sosta, parlando con Sergio, realizzo che i miei calcoli erano troppo pessimistici: raggiungere in tempo il controllo del Monginevro, o comunque limitare il ritardo ad una manciata di minuti, non è affatto un obiettivo impossibile. Vento contrario permettendo, ovviamente…

La prima parte della salita al Monginevro è esposta ai venti e ci fa imprecare non poco: ma quando iniziano i tornanti la montagna ci protegge, e possiamo procedere più in scioltezza. In questa salita, non difficile e di “appena” cinquecento metri di dislivello, a farmi vedere le stelle è la mia spalla destra, un vecchio “regalo” della vita d’ufficio che ritorna durante le randonnèe più dure a farmi sgradita visita. Il dolore è insopportabile, ahimè, ma debbo resistere fino al controllo… che non è in località Montgenèvre, bensì a Clavière, primo avamposto italiano, dove ad attenderci c’è la jeep della Taurinense. Tre Alpini, tra cui una donna, ci accolgono sorridenti. Purtroppo sono già le 11,15, siamo in ritardo di un quarto d’ora, ma non c’è nulla di irrecuperabile, ora l’umore è buono e confidiamo di raggiungere in tempo utile il decisivo controllo di Pinerolo. I soldati ci rifocillano con bottiglie d’acqua, così io posso sciogliere in borraccia una bustina di antinfiammatorio per arginare il dolore, e per la gioia di Walter la ragazza in divisa materializza dalla jeep persino una birra fresca! Finalmente torna il sorriso, ridiamo e scherziamo, ma non c’è tempo per scialare. Quindi ringraziamo e salutiamo anche questa volta, e scendiamo veloci a Cesana facendo pieghe motociclistiche…

Verso il Sestriere. Confrontata con Agnello e Izoard questa salita adesso ci sembra una passeggiata, ed è l’ultimo colle impegnativo della giornata. Il sole splende almeno finchè non arriviamo in cima, dove ad attenderci troviamo ancora vento gelido e nuvoloni minacciosi specialmente giù in Val Chisone. Passo davanti alle torri di Sestriere alle 13,15. Alla fontana ci laviamo, mangiamo, scherziamo, ma il comico arriva quando una coppia di ignari ciclisti ci chiede: «Che giro avete fatto?». Scoppiamo tutti a ridere. Sergio, glielo racconti tu che siamo in sella dalle undici di ieri sera?… Ore 13,30, sù la zip delle mantelline, dobbiamo ripartire: abbiamo due ore per raggiungere il controllo di Pinerolo.

Anche stavolta mandano avanti me a fare strada. I primi tornanti sono divertenti e veloci, non c’è traffico e si può sfruttare tutta la carreggiata per impostare curve da manuale. I problemi arrivano nei punti dove è necessario spingere sui pedali… perchè in quel caso il vento contrario si fa proprio sentire. Come se non bastasse intorno a Fenestrelle finiamo nelle nuvole, e il freddo e una fastidiosa pioggerellina ci costringono a indossare i gambali. Ma non è finita: io e Walter iniziamo ad accusare delle crisi di sonno, che in discesa sono pericolosissime! Malgrado tutto, organizzando cambi regolari riusciamo ad arrivare in tempo utile alla caserma di Pinerolo, e nel piazzale le due penne nere scrivono ore 15,15 sulle nostre carte di viaggio: stanchi e stremati, ma con un quarto d’ora d’anticipo! Il miracolo è stato fatto. Inoltre chiedo ai soldati di Saverio, mi confermano che un’ora prima è passato regolarmente al controllo, e questo non può che rendermi ulteriormente felice.

I conti sono presto fatti: stando al roadbook ora abbiamo tre ore e tre quarti per fare gli ultimi 63 chilometri, comprendenti la facile salita alla Colletta di Rossana (ancora lei…). Un gioco da ragazzi, sulla carta. Ma in randonnèe può succedere di tutto, e non è finita finchè non è finita. La ripartenza da Pinerolo è magnifica, abbiamo il vento a favore e si viaggia a 28 kmh senza pedalare. Ma dopo pochi chilometri ci rendiamo conto che seguire le indicazioni, tra roadbook e fettucce segnaletiche, non è affatto facile. Il fatto è che per dichiararsi vincitori non basta rientrare a Cuneo tirando dritto sulla Statale: col cavolo! La tanto agognata maglia di finisher ci verrà consegnata ad un CONTROLLO SEGRETO posto in questo ultimo tratto, che si snoda fra amene stradine e ciclopiste immerse nella campagna. Siamo quasi certi che il fantomatico avamposto sarà in cima alla Colletta di Rossana, ma chi si fida? Quindi non ci resta che tenere gli occhi aperti. Walter intanto va in crisi più di una volta, anch’io sono piena di dolori. L’unico immune da qualsiasi cosa sembra Sergio, un’autentica roccia insensibile alla fame, al freddo, al sonno e al dolore… Tra una sosta obbligata e l’altra il tempo passa, Walter è sempre più insofferente, non vediamo l’ora di aver passato l’ultima asperità di giornata, un minuscolo colle che adesso, in queste condizioni, psicologicamente ci sembra lo Stelvio.

Passiamo Saluzzo, Manta, Piasco, e finalmente attacchiamo la Colletta di Rossana. Da questo versante fortunatamente è facile, arranchiamo tutti abbastanza in scioltezza. Una curva, un rettilineo, poi un’altra curva, Walter sprinta fino allo scollinamento, vediamo che mette piede a terra, sicuramente ha incontrato gli Alpini… Sì, c’è la camionetta, ancora una volta dichiariamo nome e numero e in cambio ci viene consegnata la maglia, unico premio per la nostra immane fatica. E’ bellissima, i nostri occhi brillano di gioia. Dobbiamo indossarla obbligatoriamente fino a Cuneo, ma è così morbida e comoda che non me la leverei più! Ci complimentiamo a vicenda, ma dobbiamo ancora finire il nostro lavoro: quindi giù a tutta birra dalla Colletta, con le ali ai piedi e l’entusiasmo a mille.

Ora, basandoci sui numeri del roadbook teoricamente non dovrebbe essere difficile arrivare in Piazza Galimberti entro le 19,15: ma il destino non ha ancora finito di prendersi burla di noi. Anzitutto, subito dopo la discesa non vediamo la minuscola stradina a sinistra indicata sul foglio e tiriamo dritto per Dronero… lo stesso errore di cinque anni fa! Sono i cartelli stradali a mettermi in allarme, fermo Walter e Sergio con un urlo, estraggo dallo zaino la cartina della zona e descrivo la situazione con un frasario non propriamente da signora. Dobbiamo tornare sui nostri passi. L’unica cosa buona è che tornando indietro il vento a favore ci fa viaggiare veloci, ma avremo fatto almeno dieci chilometri in più… La seconda sgradita sorpresa è che il roadbook in questa parte è completamente sbagliato nei chilometraggi, la strada effettiva dimostra una ventina di chilometri in più. L’obiettivo di raggiungere Cuneo entro il tempo indicato dall’organizzazione sfuma definitivamente – il problema a questo punto è relativo dato che la maglia è ormai saldamente sulle nostre spalle, ma trenta chilometri supplementari rispetto alle aspettative e in quelle condizioni sono un macigno difficile da digerire. Comunque alla fine arriviamo anche noi. In piazza stanno sbaraccando, Nadia e gli amici sono lì ad aspettarci, grandi festeggiamenti e complimenti per noi. Ultimo timbro sulla carta di viaggio e ci viene consegnato un diploma ricordo, mentre qualcuno giura che ci sono ancora dei randonneur in giro. Arriveranno col buio… onore a tutti i coraggiosi che hanno avuto la presenza di spirito di finire comunque il giro. Sono molto stanca, rinuncio al buono-pizza pur di non fare la coda, saluto e ringrazio tutti (in particolare gli splendidi Walter e Sergio, non finirò mai di ringraziarli per essere rimasti con me), e mi avvio verso il Foro Boario. Alla fontanella di Piazza Galimberti devo ancora “subire” la curiosità di alcuni turisti inglesi che, attirati dai fanali della mia bicicletta e dalla mia maglia, capiscono tutto e mi chiedono (mica in italiano!) com’è andata. E’ il prezzo della “celebrità”, dell’essere “Epica”, anche soltanto per una notte.

Walter, concentratissimo prima della partenza, ha già "l'occhio della tigre"...

Walter, concentratissimo prima della partenza, ha già "l'occhio della tigre"...

"Zio" Saverio

"Zio" Saverio

Piazza Galimberti gremita

Piazza Galimberti gremita

Salendo sull'Izoard, la Casse Deserte alle prime luci del mattino

Salendo sull'Izoard, la Casse Deserte alle prime luci del mattino. Sullo sfondo Sergio

L'obelisco del Col de l'Izoard

L'obelisco del Col de l'Izoard

La durezza del percorso si legge anche nel volto

La durezza del percorso si legge anche nel volto

Sestriere in vista!

Sestriere in vista!

Viadotto Soleri, con indosso la mitica maglia: è fatta

Viadotto Soleri, con indosso la mitica maglia: è fatta

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CASTANO PRIMO 600 (MI) – 26-27 maggio 2007: La mia maglia non porta scritte

«Tèla chi la Silvia!», e sono due. Il cortile del Centro Giovanile “Paolo VI” di Castano Primo é un fermento di divise variopinte, biciclette, fanali, borsine e borsette, e intanto tutti scrutiamo il cielo (che stamani non promette niente di buono, così come le previsioni per l’intero weekend), cercando di indovinare come vestirci, almeno per partire. Non fa freddo, però piove a sprazzi, e l’ingegno del cicloturista che non vuole bagnarsi troppo spazia dai capi supertecnologici in Gore-Tex alla cuffia da doccia sul casco, passando per gli scarpini incellofanati nel Domopak, i guanti di gomma per lavare i piatti e il sacchetto della spesa sul bagaglio.

Seicento chilometri sono sempre una distanza di tutto rispetto, anche per una randonneuse relativamente “navigata” come me. Ma oggi mi sento abbastanza bene, la mente è leggera e la voglia di pedalare non manca. Come al solito non posso muovermi di un passo che c’è qualcuno da salutare o che vuole dirmi qualcosa. Oltre ai convenevoli di rito, oggi le frasi più gettonate sono: «Tu ci vai a Parigi?», e: «A che ora parti?». Siamo ormai giunti al gran finale delle prove omologate ACP per la qualificazione alla “Parigi-Brest-Parigi”, e questo brevetto da 600 km ha un numero di iscritti tale da aver indotto gli organizzatori a coordinare la partenza per scaglioni e fasce orarie. Fortunata combinazione o scelta ragionata di chi ha deciso tutto quanto, fatto sta che io, Walter e Giorgio partiamo nello stesso gruppo. Indosso il giacchino antipioggia sopra la maglietta gialla – una maglia volutamente anonima e senza sponsor, con cuciti sul petto gli stemmi dell’Italia e di Torino, una concessione al campanilismo – e, una volta sentito l’annuncio al megafono del nostro scaglione, mi avvio verso l’uscita con il barbuto randonneur di Alba e il bergamasco compagno di tante avventure. La moglie di Walter, come sempre, ci saluta sbracciandosi con un sorriso.

Castano Primo è un minuscolo borgo in provincia di Milano, e il giro prevede che da qui si vada fino alle spiagge di Varazze passando dal mitico passo del Turchino, poi una capatina in Piemonte scavalcando gli insidiosi saliscendi delle Langhe, spettacolare salita alla basilica di Superga, e ritorno in Lombardia via colline del Vercellese e risaie. Sulla carta il percorso sembra, a prima vista, non eccessivamente ostico, ma si sa, a volte le linee tracciate sullo stradario ingannano. La strada scorre veloce verso sud e il Monferrato, dove ci aspetta il primo controllo e le prime – per ora modeste – asperità altimetriche. Com’era prevedibile, in questi primi 88 km gli scaglioni si sono ricompattati in grossi gruppi di ciclisti, e il bar del tranquillo borgo di San Salvatore Monferrato diventa d’improvviso un’allegra bolgia: biciclette appoggiate ovunque, smazzo di borracce, caffè, cartoncini gialli e panini. E’ ora di pranzo, ciascuno si rifocilla come meglio crede, poi si riparte alla spicciolata verso la provincia di Alessandria e il mare, sotto un cielo sempre più cupo.

Trascinati dal “gruppo” abbiamo fatto quasi 30 kmh di media fino al primo controllo, e ora che siamo rimasti soli decidiamo di regolarci su un’andatura decisamente più consona a quello che stiamo facendo. Due giorni in sella non sono uno scherzo, e ogni oncia di energia risparmiata può rivelarsi determinante nei momenti di difficoltà che – ogni buon randonneur lo sa – prima o poi arriveranno. Io e Walter troviamo spesso lo spunto per conversare amabilmente quando la strada e le condizioni lo consentono. Ora però stiamo entrando dritti dritti dentro un temporale: «Mannooo… Vedrai che non prendiamo pioggia!», cerca di confortarmi col suo solito, incrollabile ottimismo. Nemmeno il tempo di finire la frase che sulla linea d’orizzonte in fondo alla campagna si scarica un fulmine terrificante, e a Felizzano ci becchiamo una bella lavata. Breve, per fortuna, ma solo la prima di una lunga serie…

Per il momento il sole torna a farci gradita visita con i suoi caldi raggi. Ci fermiamo a Ovada a riempire le borracce preso una fresca fontana, dove ci raggiungono altri partecipanti al brevetto. Due parole con gli anziani del posto, seduti sulle vicine panchine e incuriositi dalle nostre biciclette affardellate, e inizia la lunga salita al Passo del Turchino. Le pendenze non sono certo proibitive, e la strada Statale n. 35 di per se è suggestiva, incastrata fra gli inaccessibili monti dell’Appennino Ligure, continuamente “intrecciata” con i viadotti dell’autostrada per Genova e la vecchia ferrovia come in un ossessivo ingarbuglio di asfalto, acciaio, piloni in cemento e gallerie, che stride con la selvaggia natura circostante e l’amena bellezza di “borgate-presepe” come Masone. Facciamo i saliscendi iniziali con il sole, ma man mano che ci si avvicina al passo il cielo si copre di nuovo. Allo scollinamento siamo praticamente dentro una nuvola, c’è nebbia, piove e fa freddo. Troviamo Maurizio, uno degli organizzatori, che ci raccomanda prudenza nella discesa fino a Varazze: «Piove fino al mare, troverete l’asfalto bagnato…». Peccato: una discesa così, fatta in condizioni ottimali, sarebbe stata un’autentica goduria, e invece ci ritroviamo a farla tutti tesi e infreddoliti, a leve tirate e freni che… non frenano.

Ecco il mare, lo vedo per la prima volta quest’anno. Sulla Riviera non piove più e il cielo si sta rasserenando. L'”Aurelia” è parecchio trafficata a quest’ora, ci tocca fare quasi venti chilometri di slalom tra le auto fra Voltri e il controllo di Varazze. L’odore degli scappamenti, purtroppo, copre quello di iodio. Ci sono alcune salitelle davvero antipatiche e, come se non bastasse, mi viene pure una crisi di fame micidiale, tanto che non posso aspettare di giungere al controllo e devo divorare un paio di barrette al volo. Fortunatamente la gelateria fronte-mare di Varazze incaricata di metterci il timbro sulle carte di viaggio fa anche delle robuste piadine. Adesso è fondamentale “ricaricare i serbatoi”: abbiamo percorso duecento chilometri, e una volta ripartiti, appena girato l’angolo, sarebbe iniziata la frazione più dura di tutto il brevetto. Walter, conoscitore delle strade langarole, ci illustra le difficoltà mentre ruminiamo panini e piadine e sta calando la sera sul dehor della gelateria. Poi indossiamo le bretelle rifrangenti, accendiamo le luci delle biciclette e ripartiamo.

L'”antipasto” della sequenza notturna di salite è la strada che sfiorerà il colle del Giovo scavalcando gli Appennini e, passando da Dego e Piana Crixia, ci riporterà in Piemonte scendendo verso il controllo successivo, previsto a Bistagno. Dobbiamo tutti evidentemente finire di digerire quello che abbiamo mangiato, per cui arranchiamo prudenti e con rapporti agili. E’ una serata suggestiva: respiro la quiete e l’aria pulita di quelle montagne di Liguria che mi sembrano sempre così belle, selvagge e inaccessibili, e intanto in cielo cominciano ad intravvedersi le stelle e uno spicchio di luna. Giorgio scatta e va avanti a raggiungere due ragazze che si stanno qualificando insieme per la PBP. Io e Walter non ci offendiamo di certo per questo, e proseguiamo il nostro solito chiacchiericcio per far passare i chilometri e non pensare alla fatica della salita. Ed è ormai buio pesto quando raggiungiamo il punto più alto e svoltiamo a sinistra per tuffarci in picchiata verso Dego, rallegrati dalla presenza delle lucciole.

A Dego c’è una fontana dove riempiamo le borracce, ma non manchiamo di approfittare della locale pizzeria per un caffè. Lì, troviamo seduti a tavola altri randonneur che stanno consumando una veloce cena. Ci si saluta e ci si complimenta a vicenda. C’è ancora così tanta strada da fare, e la notte è appena cominciata…

Il cielo riserva sempre delle sorprese. Di fronte a noi abbiamo lo spettacolo delle stelle e della luna, ma dietro, come se ci inseguissero, ci sono minacciosi nuvoloni che generano incessantemente fulmini “di caldo”. Il risultato è un inquietante, ma anche suggestivo, spettacolo notturno di flash che, a tratti, illuminano a giorno la strada e i monti circostanti. Il timore, ovviamente, è di finire dentro qualche nubifragio, eventualità fortunatamente scongiurata. Però c’è la nebbia, c’è un’umidità pazzesca nell’aria. Al bar del controllo di Bistagno ritroviamo un buon caffè e, alla spicciolata, altri ciclisti. C’è poca voglia di parlare, è già passata la mezzanotte e da qui in poi tutti dovremo fare i conti col “sonno elefante”, oltre che con il rischio di pioggia e le insidiose salite delle Langhe: Castino e Benevello.

Mi bastano pochi chilometri dopo il controllo per realizzare che non sarei riuscita a rimanere sveglia tutta la notte. Ed è un problema nel problema scegliere il posto e il momento giusto per avvolgersi nel telo di sopravvivenza e schiacciare un breve pisolino ristoratore. Ai piedi della salita per Castino decido di proseguire ancora. Mentre saliamo avvolti nella nebbia Walter e Giorgio si prodigano per parlarmi e tenermi sveglia, ma è dura. In cima, nel paese, qualcuno sta già cercando di dormire appoggiato alla fontana della piazza. Troviamo un cortile riparato con alcune panchine: è troppo pericoloso buttarmi in discesa in quelle condizioni, per cui chiedo ai ragazzi di sostare lì. Mi vesto con tutto quello che ho e, nello spettrale silenzio di quel minuscolo e apparentemente disabitato borgo in mezzo ai monti, mi avvolgo nel foglio dorato e cerco di rilassarmi sdraiata sulla panca, mentre Walter e Giorgio riposano seduti contro il muro.

Fa troppo freddo, e il campanile della chiesa mi disturba con i suoi rintocchi (anche nel cuore della notte? Ma come faranno gli abitanti di Castino a dormire? Ma allora è vero che non c’è anima viva!…?). Sono scossa dai brividi, realizzo che è inutile insistere, conviene muoversi e ripartire. Mi sembra di non aver dormito, in realtà è passata un’ora, e mi sento un poco più lucida quando rimonto in sella. Affrontare subito la discesa è decisamente un’esperienza… agghiacciante, ma lo spettacolo del cielo stellato più bello del mondo contribuisce a tirarmi un po’ su di morale. La suggestiva salita di Benevello ci separa ancora da Alba, e mentre arranchiamo sui tornanti e cerchiamo di scacciare il sonno, il cielo finalmente annuncia che il nuovo giorno non è lontano. Infatti, scendiamo in picchiata su Alba proprio… all’alba. E’ ancora presto per trovare un bar aperto in città, ma a salvarci ci pensa il rumoroso chiosco dei panini, dove una prosperosa e allegra signora intrattiene i reduci delle discoteche con hot dog fumanti e musica latinoamericana a tutta manetta. I ragazzi sono giovani, sbruffoni e un po’ indiscreti, evidentemente non siamo i primi ciclisti capitati lì quella notte. Sanno già tutto a memoria: «Ma allora è vero che venite da Milano, e che state facendo un giro da… seicento chilometri?? Naa…! Signora, si faccia un bel panino con noi!», e mi sventola sotto il naso qualcosa tipo crauti e salsiccia. Quasi vomito: ho una nausea micidiale, non mangio nulla da molte ore e non mi va giù altro che un succo d’ananas, e spero, ovviamente, che lo stomaco si rimetta a posto al più presto. Mentre i discotecari ridacchiano divertiti noi tre ci guardiamo senza parlare, piuttosto sconfortati. Siamo tutti malconci e rimbambiti dal sonno, e il controllo di Villafranca Piemonte dista ancora una marea di chilometri, sembra di non arrivare mai. Come fare per raggiungerlo? Semplice: si tirano fuori tutte le risorse fisiche e morali del randonneur… e ci si butta sui pedali con determinazione.

A testa bassa superiamo anche quella tranche di percorso, inclusa la salita di Sommariva Perno, e alle otto in punto siamo al controllo di Villafranca. Il cielo è di nuovo grigio e piove a sprazzi, mentre noi, al riparo del dehor del bar, facciamo una colazione decente e ci sistemiamo. Intanto pianifichiamo il tratto successivo: adesso sono io che “gioco in casa”, siamo appena entrati in provincia di Torino e il controllo seguente è quello del colle di Superga. Ce la prendiamo abbastanza comoda ai controlli: siamo tutti piuttosto provati dalla notte appena passata, e abbiamo bisogno di recuperare energie e morale. Purtroppo c’è il sonno sempre in agguato: quando ripartiamo, in piena campagna Pinerolese, dobbiamo accostare presso una cascina per concedere a Walter qualche minuto di sosta. Sono momenti difficili, nei quali sembra di non riuscire ad andare avanti, e quel traguardo è sempre più lontano. Ma il randonneur esperto sa bene che le crisi vengono ma, anche, se ne vanno. La differenza la fanno il carattere e la capacità di non demoralizzarsi.

Il sole fa capolino a tratti dalla spessa coltre di nubi, fa persino caldo. Arriviamo a Chieri, poi attacchiamo la salita a Pino Torinese su strade che conosco bene ma, a quest’ora della domenica, sono terribilmente trafficate. A Pino deviamo in direzione basilica di Superga: come sempre Giorgio si porta avanti, mentre io e Walter arranchiamo in religioso silenzio e studiata lentezza, come a voler risparmiare ogni oncia residua di energia. Tratti di discesa si alternano, aggravando la frustrazione di quella cima che non arriva mai. Più si sale, più il cielo si rannuvola, inizia anche a piovere. Arriviamo al controllo sotto un autentico diluvio, c’è nebbia e vento gelido. I ragazzi della vicina tabaccheria si sono offerti all’organizzazione per metterci i timbri, sono anche loro esasperati e bagnati come pulcini, ed annotano i nostri numeri di cartellino su un foglio completamente scolorito dall’acqua. Lì accanto c’è il tavolino imbandito per il tanto sospirato “Nutella-party”, è ormai ora di pranzo, ho appetito e mi ci avvicino con golosa curiosità, ma la triste sorpresa è che il pane è stato lasciato sotto il temporale e si è inzuppato, e il barattolo del prezioso nettare, dimenticato aperto, contiene anche… acqua piovana. Rimedio il poco pane che riesco a trovare ancora mangiabile, e mi faccio ugualmente un paio di fette spalmate con quel misto di acqua e cioccolata: al freddo e sotto il rombo dei tuoni, con la fame che ho va bene tutto…

Ci rivestiamo come possiamo e iniziamo la discesa verso Baldissero. Naturalmente, due tornanti sotto il controllo la strada è asciutta e non piove… Dobbiamo sciropparci la salita di Gassino prima di approdare sul brutto e noioso stradone che porta a Casale Monferrato. Inizialmente il vento è a sfavore e, come se non bastasse, faccio i conti con l’ennesima crisi di sonno. Combatto contro Morfeo e contro Eolo, è una lotta durissima, ma non voglio costringere i miei compari ad un’altra sosta. La mia tenacia ha successo: la crisi se ne va, e dopo Chivasso il vento “gira” dalla nostra parte. Possiamo spingere sui pedali e recuperare alla grande! Il nostro trenino ora fila che è un piacere, tutti diamo un contributo con cambi più o meno regolari. La pacchia dura praticamente fino al controllo di frazione Piagera, alle porte delle colline sul confine con la provincia di Vercelli. Giungiamo sotto il dehor del locale bar proprio quando inizia a scatenarsi un altro diluvio. Sono passate le tre del pomeriggio, e questo è l’ultimo timbro sulle nostre carte di viaggio prima dell’arrivo a Castano Primo, dal quale ci separano poco più di cento chilometri, qualche panino, i ruvidi commenti degli anziani del paese che ci guardano curiosi, tanto male alle gambe, un’insidiosa salita e… un nubifragio che non accenna a smettere.

Ripartiamo, infatti, che piove grosso come un braccio. La salita verso Gabiano è suggestiva, ma con pendenze brutali. La strada è ormai ridotta ad un ruscello di acqua, pietre e fango. Tuona forte, nessuno parla, io benedico dentro di me la scelta di aver equipaggiato la mia bici da cicloturismo con rapporti da mountain bike. Si arriva in cima, ma girata la curva c’è un’altra salita, poi un’altra ancora. Sembrano non finire mai, inframmezzate da insidiosissimi e brevi tratti di discesa a freni bagnati. Com’è frustrante impiegarci così tanto tempo a salire una collina, sapendo che poi in discesa non sarà possibile recuperare andando a tutta manetta! Poi, finalmente, la pianura: si attraversa il Po, gonfio come non mai, e si punta verso Trino, le risaie, la Lombardia e il sospirato traguardo. La pioggia sta mollando gradualmente il suo assedio. Mancheranno sì e no un’ottantina di chilometri, quando improvvisamente sento nuova energia nelle gambe: è il momento di scuotere la truppa e tirare la volata finale fra le risaie.

Mi metto al comando e “tiro” ben volentieri i miei compagni di viaggio. Sono assolutamente determinata a concludere il brevetto prima del calar delle tenebre, ma non è uno sfizio, è una necessità: so benissimo, infatti, che il sonno, che con la luce del giorno bene o male ero riuscita a controllare, diventerà un nemico invincibile se mi farò sorprendere dal buio della nuova notte incombente. Senza soste, dritti come siluri, filiamo veloci con l’aiuto del vento a favore. In lontananza, verso la Lombardia, c’è una striscia di cielo azzurro che si riflette nell’acqua delle risaie e sull’asfalto bagnato. Mi sento incredibilmente serena, con il risultato in pugno.

Prima regola della risaia: la strada gira, e con essa anche il vento, Se ce l’hai a favore viaggi come una spina, ma se ce l’hai contro… non ti passa più. Seconda regola della risaia: non fermarti a fare pipì, o sarai aggredito da milioni di zanzare affamate che non risparmieranno un solo centimetro quadrato della tua pelle. Terza regola della risaia: se ti piacciono gli animali, non perderti lo spettacolo degli uccelli acquatici che popolano questo caratteristico ambiente della provincia del Nord Italia. Intanto ci raggiunge una coppia di randonneur, anche loro han dovuto fare i conti con il sonno, due battute veloci e poi li lasciamo andare. La nostra velocità di crociera ormai si è drasticamente abbassata, siamo tutti stanchi e dobbiamo accontentarci di procedere lenti, ma pur sempre costanti. Seppur spossata sono contenta. Il mio morale è alto, sono ancora lucida e incoraggio continuamente Walter e Giorgio. Dobbiamo riaccendere le luci delle biciclette a poco più di dieci chilometri dall’arrivo, quando i micidiali cavalcavia che girano intorno a Novara ci annunciano che il traguardo è lì, a portata di mano. Sembra un sogno.

All’oratorio di Castano Primo la moglie di Walter, Nadia, ci accoglie con un sacco di feste: è fatta, si va a Parigi! Sono le 21.30 circa. Veniamo invitati dall’organizzatore a fare la doccia e a mangiare un piatto di pasta, e mi sembra una buona idea dato che, vista l’ora, mi toccherà schiacciare un pisolino in auto prima di buttarmi sull’autostrada in direzione Torino. Vado verso il parcheggio, e nel bagaglio della bici zuppo di pioggia trovo il cellulare letteralmente annegato. Non funziona più: è il secondo cellulare in un anno che distruggo in randonnèè per colpa dei temporali. Piuttosto seccata carico la bici in auto, prendo il necessario per lavarmi, l’acqua delle docce è tragicamente fredda, per fortuna la pastasciutta è ottima e abbondante, e c’è pure il vino. Poi saluto tutti, abbasso il sedile dell’auto e crollo subito in un sonno profondo. Riapro gli occhi a mezzanotte, mi sento sufficientemente lucida per mettermi alla guida. Ha ripreso a piovere a dirotto. Ripercorro a ritroso quell’ultimo tratto per raggiungere l’imbocco dell’autostrada, e tra i cavalcavia, la pioggia, il buio e il traffico, con mia sorpresa vedo dall’altra parte della strada le luci tremolanti delle biciclette di altri randonneur in arrivo. Ci sono ancora un paio d’ore prima dello scadere del tempo massimo, e mi si gonfia il cuore nel vedere questi ultimi coraggiosi concludere “vittoriosi” la loro avventura.

Siamo proprio una manica di pazzi, ma solo un randonneur può capire un altro randonneur.

Ci si rivede a Parigi!

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NERVIANO 200, 4 marzo 2007 – La truppa Piemontese alla conquista di Parigi

«Tèla chi la Silvia!», la tipica espressione locale mi strappa un largo sorriso divertito. E’ Paolo, randonneur di Rho, barba canuta e occhi chiari, alcuni chilometri condivisi qua e là in varie manifestazioni in giro per l’Italia. E’ un incrociarsi di saluti, occhi, sorrisi, mani, braccia, dialetti, mentre siamo in coda all’accredito nella luce vivida dell’alba che promette una bella giornata di primavera anticipata. Ci sono tutti i vecchi amici, è un’allegra rimpatriata, non c’è che dire.

Io ho un rapporto strano con Milano. Intendiamoci, i Milanesi non All'accreditomi hanno fatto niente e, anzi, mi sono simpatici. Ma quando mi tocca venire qui, non sono mai tranquilla. Non digerisco quella sensazione di metropoli gigantesca che ti inghiotte nella ragnatela delle sue strade e non ti molla più. Da brava torinese provo un mostruoso complesso di inferiorità nei confronti del capoluogo lombardo. Curiosamente, stavolta non mi sono persa come gli altri anni e, una volta lasciata l’autostrada all’altezza di Arluno, la stella cometa mi ha miracolosamente guidata senza errori al ritrovo di Nerviano, periferia ovest del Grande Buco Nero. Per cui la giornata è cominciata bene.

Più indietro, in coda, ci sono Gianni (Biella) e Walter (Alba). Abbiamo già deciso che faremo il brevetto insieme. C’è da staccare il primo ticket per il grande sogno della “Paris-Brest-Paris”, tantovale farlo in compagnia. Così, dopo la paziente attesa per il primo timbro sulla gialla carta di viaggio, attendo ancora appena fuori dal cancello dell’oratorio che arrivi il resto della “truppa Piemontese”, e intanto mi sfilano davanti le divise variopinte dei tanti randonneur presenti giunti da ogni località. Fossanorhonervianoaresemilanolainate. Albavicenzagarbagnategallaratepontedecimo. Ecco gli occhiali di Gianni e i lunghi capelli di Walter, con il saluto di sua moglie Nadia: «… E riportamelo intero!». In che senso??

“Quelli forti” sono già anni luce avanti quando noi agganciamo il pedale e ci avviamo con tutta calma. Il percorso del brevetto è pressapoco lo stesso da anni – duecento chilometri girando intorno alla città di Novara attraverso il Parco del Ticino, le risaie e la Lomellina. Siamo nel gruppo di “quelli che non hanno fretta”, ciononostante si viaggia ai trentaquattro all’ora, ciononostante riusciamo ancora a parlare coi vicini, salutare al volo, scherzare: «Ti ricordi quella volta, a quel brevetto, quando…», e giù a ridere. Dopo i primi cinquanta chilometri e la sosta al controllo di Suno la nostra media sul contachilometri è di ben 29 kmh. Da qui in avanti il gruppone si sgrana e, com’è naturale, si formano piccoli gruppi con andatura omogenea. Gianni sfoggia una forma invidiabile, si è allenato per tutto l’inverno sulle salite dietro casa. Io non mi sento malaccio, tuttavia sono un po’ preoccupata per quel mese e mezzo di allenamenti mancati quando ho messo su casa, e un brevetto da duecento chilometri ad inizio stagione, con soli millequattrocento chilometri nelle gambe, non è possibile prenderlo alla leggera. Ma smetto di lamentarmi quando Walter, superando un cavalcavia nascondendo a stento una smorfia sotto la folta barba, mi fa: «Sarà dura per me… Ho appena duecento chilometri nelle gambe…».

Le amene strade di campagna si snodano sotto il caldo sole cambiando spesso esposizione, e quando il vento è contrario sono dolori, specialmente per Walter, che oltre a pedalare deve fare i conti col riacutizzarsi di vecchie ferite di passati incidenti in bicicletta. «Dài, manca poco al controllo di metà percorso… Lì l’organizzatore mi ha detto che ci sarà un ristoro, potremo mangiare e riposare un momento!». Le ultime parole famose. Arriviamo a Celpenchio e, dopo aver fatto apporre il prezioso timbro sulla carta di viaggio, gli organizzatori ci offrono delle mele. Veramente vorrei qualcosa di più sostanzioso, tipo una merendina. Almeno una banana. «Ghe n’è püSi sono mangiati tutto!». Come, scusa? E io dovrei pedalare A MELE?!? Mi aggiro sconsolata fra i cartoni pieni di spazzatura, è vero, non c’è rimasto più niente, I PRIMI SI SONO MANGIATI TUTTO. Walter non fa una piega e si stende al sole con un panino dei suoi, io addento mogia una di quelle mele e poi estraggo dal mio zainetto qualche residua barretta. Miracolosamente un organizzatore trova un’ultima banana fra i cartoni e me la sporge: «Una banana non si nega mai a una signora!». Hm, che ridere. La divido fraternamente con gli altri, riempiamo le borracce col poco integratore rimasto nel fondo delle taniche, salutiamo e ripartiamo. A Parasacco, ricordo, una volta facevano il controllo presso un ristorante che fa un’ottima crostata casalinga, per cui…

«Guarda che non puoi volare!…». Gianni mi deride, mentre cerco di pedalare senza mani per poter aprire le braccia a mo’ di aeroplano. No, non ci riuscirò mai, però non è vero che non volo. Io sto già volando, e mentre guardo quell’infinito orizzonte di campagna e cielo azzurro penso che le randonnèe non siano adatte a chi soffre di agorafobia. L’occhio spazia e si perde, è uno spettacolo mozzafiato. Ci sorvolano volatili di ogni genere, tra cui i trampolieri, sovrani incontrastati di queste zone di risaie e canali zeppi di pesci e anfibi. E ci sono gli amici vicini. In quel preciso istante è come riconciliarsi con la bicicletta, col mondo, con la vita, dimenticando la fatica, il vento contrario e quel traguardo ancora lontano.

A Parasacco stavolta il controllo non c’è, sostituito da un controllo segreto che avremo trovato più avanti. Però c’è sempre il ristorante, e io ho bisogno di comprare qualcosa di consistente da mettere sotto i denti. Dunque, prima di affrontare l’ultimo quarto di brevetto, decidiamo di rifocillarci come si deve. Walter ne approfitta anche per riposare, stringe i denti, conosco la sua proverbiale “tigna”, sa soffrire e non è certo tipo da gettare la spugna. Lo ammiro molto, mentre ruminiamo i nostri panini e parliamo del più e del meno. «Signori, debbo richiamarvi all’ordine… Sono quasi le 16, dobbiamo muoverci o rischiamo di fare gli ultimi chilometri al buio!». La sola idea fa rabbrividire Walter, nessuno di noi è equipaggiato con le luci sulla bicicletta, per cui ci rimettiamo sulla strada di buzzo buono. La sosta ci ha fatto bene, e Walter addirittura guida il trio tenendo un’andatura cicloturistica più che dignitosa. In provincia di Pavia passiamo il suggestivo “ponte delle chiatte” sul Ticino, ridacchiando delle barche in verità un po’ in secca vista la scarsità d’acqua di questo strano inverno. Il controllo segreto, l’affollata ciclabile lungo il Naviglio, il passaggio a livello, gli ultimi interminabili chilometri, Arluno, Parabiago, Gianni tira l’ultima volata e approdiamo al quartiere Gescal di Nerviano dopo le 18 e ormai al limite della visibilità. E tutto finisce davanti al tavolino dell’ultimo timbro, fra nuove strette di mano, baci, abbracci, complimenti e saluti. E un “bravi” ai miei compagni di viaggio, è dovuto.

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Brevetto di Portogruaro (VE), 400 km, 8-9 luglio 2006

«Ho dimenticato su il berretto, torno subito». Mancheranno un venti minuti alle sei, mentre sbadiglio sulla panchina in pietra del cortile di fronte all’oratorio “San Pio X” di Portogruaro. Purtroppo non ho dormito molto nella mia camerata – non certo per causa della gentilissima organizzazione, che ci ha dato questa facilitazione ben gradita ed apprezzata dai randonneurs venuti da lontano, ma tant’è. Guardo la mia bicicletta appoggiata all’albero, e il solito “sacro timore” della partenza si mischia alla grande gioia del nuovo viaggio che va ad iniziare. Aspetto Luigi, e intanto il vociare degli altri randonneurs mi tiene compagnia: sono praticamente tutti del nord-est, e i dialetti veneto e friulano la fanno da padrona. È quasi ora di partire per un brevetto da 400 km (abbondanti) che ci porterà a sconfinare in Slovenia e in Austria, ma Marco sta ancora cercando una pompa: «A che pressione devo mettere le gomme?…»

 Partenza dalla piazza di PortogruaroNella piazza del centro storico ritrovo con piacere Giorgio, compagno di tante avventure. Gli organizzatori ci danno le ultime dritte, dopodiché il plotoncino si mette disciplinatamente in fila per il timbro e lascia alla spicciolata l’ombra del campanile storto del paese per avviarsi verso est. La partenza è su ritmi piuttosto sostenuti, abbiamo il vento a favore e la strada che taglia la campagna friulana verso Gorizia è molto scorrevole a quell’ora. L’umidità dell’aria è già insopportabile. Siamo sui 32-34 kmh e va tutto bene, ma quando, dopo una ventina di chilometri, il gruppo dà una decisa (e ingiustificata) accelerata sui 37-38 kmh, debbo capitolare e chiedere ai miei compagni di viaggio di lasciare quella corsa forsennata per prendere un ritmo “nostro”, richiesta che viene accolta un po’ da tutti con un certo sollievo. Così ci ritroviamo io, Luigi da Locate Triulzi (MI), Giorgio da Alzano Lombardo (BG) e Marco da Candelo (BI). Si unisce a noi anche Claudio da Avenza (MS), un “outsider” che, come Marco, sta provando per la prima volta l’esperienza del brevetto da 400 km, cullando il sogno di partecipare alla “Paris-Brest-Paris” del prossimo anno.

Man mano che Gorizia si avvicina il cielo diventa sempre più cupo, e la sensazione è quella (sinistra) di andare dentro ad un bel temporale. In vita mia non ero mai andata così ad est, e questa città di frontiera mi fa un certo effetto. Soprattutto mi fa sentire ignorante di fronte ai tanti fatti della storia recente legati a questi luoghi che non conosco per niente, e che dovrei decidermi ad approfondire. Alla Casa Rossa la guardia slovena ci fa tirare fuori le carte d’identità, ma è un proforma, le sbircia a distanza e poi ci fa passare. Così Nova Gorica rivela un volto completamente diverso dalla parte italiana, piuttosto dimessa e trascurata: qui ci sono graziose villette e prati ben tenuti – non si può dire che ci sia un lusso sfrenato, però c’è un che di nuovo, pulito e dignitoso.

Non parliamo molto, sono intenta a guardarmi intorno, e nell’ariaCampagna slovena avverto una sorta di ostilità, mi sento “fuori posto”, come se l’eco di certi antichi rancori tra popoli confinanti non si fosse mai spento del tutto. Alcuni locali ci guardano da bordo strada, stanno zitti, oppure sembrano deriderci, però c’è anche qualcuno che ci saluta in italiano. Quando ci avviciniamo ad una casa per cercare dell’acqua per le nostre borracce il proprietario ci avvisa che il pozzo esterno è asciutto, e ci fa entrare invitandoci a servirci al rubinetto del suo garage. Marco, che ha abitato per molti anni a Trieste, conosce qualche parola in sloveno e riesce a comunicare un minimo con lui togliendoci tutti d’impiccio. Io, piuttosto suggestionata, saluto il baffuto signore ringraziandolo con profondi inchini…

Intorno al centesimo chilometro inizia la prima e più lunga salita di tutto il giro: 16 km da Ajdovscina fino a Podkraj, dove ci aspettano al primo controllo. Giorgio scatta e si porta avanti, Luigi è poco dietro con Marco, poi ci siamo io e Claudio. Alla fine anche Claudio avanza e Marco rimane con me, finché al bivio di Col non ci accorgiamo con raccapriccio che davanti a noi proprio Claudio sta tirando dritto sbagliando strada: urliamo a squarciagola, ma non ci sente. Poco dopo vedo con sollievo in lontananza la sagoma di Luigi, ma cos’avrà fatto Giorgio? Al controllo in cima alla salita ci contiamo, Claudio ci raggiunge, per fortuna si era accorto subito dell’errore, ma Giorgio non è stato visto dagli organizzatori. Mentre ci rifocilliamo con crostata e Coca-Cola rassicuro gli altri: conosco Giorgione, in qualche modo se la caverà, e sarà di nuovo con noi prima di entrare in Austria, potete scommetterci…

Dopo la discesa ci aspetta una nuova salita con controllo in cima, quella di Topol. Essa è davvero bella, immersa in un bosco spettacolare, ma anche terribilmente umido. Le pendenze sono da drizzare i capelli, e Marco, che prima di partire ha fatto montare sulla sua bicicletta una provvidenziale guarnitura tripla, arranca a fianco a me fra battute spiritose e qualche brontolio di disappunto. Sorpassiamo un randonneur veneziano dalla stazza decisamente massiccia, sta lottando disperatamente contro la pendenza impietosa. Finalmente scolliniamo al ristorante “Dobnikar”, all’esterno del quale l’organizzazione ha predisposto un tavolinetto per apporre il timbro sulle nostre carte di viaggio. È più o meno ora di pranzo, il grazioso ristorante fra i monti sta lavorando a pieno regime. Luigi e Claudio sono già lì, il veneziano ci raggiunge dopo di noi, nemmeno troppo provato. Giusto il tempo di bere una cosa e lavarci la faccia dall’umidità appiccicosa del bosco, che dobbiamo già ripartire.

Pedaliamo così un’amena frazione caratterizzata da stradine provinciali senza traffico, prati fioriti, fiumiciattoli e torrenti gorgoglianti di acque limpide, piste ciclabili da sogno. Ci stiamo portando verso il confine con l’Austria, e prima di affrontare la terribile salita che divide i due Paesi ci penserà il controllo di Trzic a ristorarci a dovere dalla calura pomeridiana. Come in un sogno, al tavolino del ristoro troviamo delle favolose fette d’anguria: non chiedevamo di meglio! E in quella, come avevo previsto, ci raggiunge Giorgio: per rimediare all’errore di Col si era dovuto sorbire un bel po’ di chilometri supplementari in solitudine, ma intanto ce l’aveva fatta: bravissimo! Il nostro quintetto è di nuovo ricomposto, mentre il corpulento veneziano è sprofondato su una seggiola all’ombra, saldamente aggrappato alla sua fetta di cocomero, e non ha certamente la faccia di uno che ha voglia di proseguire. «Riparti con noi?», gli chiedo per ben due volte, e per due volte la risposta è: «Sono indeciso…».

Il “richiamo della natura” impone a Luigi di lasciare il controllo di Trzic prima di noi alla ricerca di un angolino più discreto, mentre noi ci attardiamo ancora un poco per sistemarci. Ripartiamo e la strada attacca subito a salire fra i monti, ma di Luigi nemmeno l’ombra. Arranchiamo tutti, chi più, chi meno: è una salita impegnativa, di quelle che ti tolgono il sorriso e la voglia di chiacchierare col vicino, anche se il paesaggio alpino circostante è maestoso e molto gratificante, almeno finché non entriamo dentro la lunga galleria che separa Slovenia ed Austria. Al confine la guardia ci lascia entrare in territorio austriaco quasi senza degnarci di uno sguardo. Tento di comunicare con Luigi via cellulare, ma mi è impossibile. Dopo una breve discesa c’è un’altra arcigna risalita di un chilometro, la sofferenza non è ancora finita. Poi, sulla sommità, ci raduniamo per metterci le mantelline e iniziare così la discesa in questa nuova nazione, che sta per essere discretamente solcata dai nostri copertoncini.

Non vediamo l’ora di tornare in territorio italiano, ma il tratto austriaco è difficile: i saliscendi si susseguono, rendendo l’avvicinamento al controllo di Arnoldstein assai faticoso. I ragazzi “spingono” parecchio sui pedali, ed io faccio fatica a stare al loro passo. Va a finire che pago una crisi di fame micidiale: a Trzic non avevo mangiato granché per il timore di appesantirmi in vista dell’imminente salita al confine, e le barrette che tenevo in tasca per le emergenze non sono più sufficienti a coprire il fabbisogno energetico di quella stradaccia ondulata. Quando mancano sei chilometri ricevo finalmente la telefonata di Luigi, che ci informa di essere già al camper degli organizzatori ad Arnoldstein ad attenderci. Ci arriviamo anche noi che sono quasi le 21, sono esasperata, ho fame e freddo. La sosta mi serve, oltre che per mettere l’ennesimo timbro sulla carta di viaggio, per rimettermi in condizione di proseguire, mangiando qualcosa di sostanzioso e vestendomi per la notte. Poiché mi sento già assonnata ne approfitto anche per ingerire la prima pasticca di guaranà, ma non ho idea di quanto riuscirò a resistere al sonno, quella notte… Poi salutiamo gli organizzatori e ci avviamo verso l’ormai vicina Tarvisio, dalla quale ci separa il facile valico di Coccau.

Il valico austro-italiano è praticamente deserto a quell’ora, e la luna piena brilla già alta nel cielo. Sotto di noi Tarvisio è illuminata come un presepe, e prima di lanciarci nella lunghissima discesa che ci porterà al controllo di fondovalle a Venzone, ci infiliamo in un bar per un Espresso all’italiana. Io bevo l’ennesima Coca-Cola, mentre Giorgio cambia le batterie alle sue luci. Si riparte, la discesa sembra scorrevole, ma in realtà si tratta di un falsopiano e l’impressione è di andare più veloci di quanto non indichi il tachimetro della bici. Dopo poco, purtroppo, il “sonno elefante” inizia a chiedermi il conto: non riesco a tenere gli occhi aperti, rischio di finire fuori strada. Avviso il gruppo e ci fermiamo in prossimità di una sorta di casa cantoniera, dove c’è un morbido prato sul quale mi tuffo a velocità record col mio telo di sopravvivenza. Non so che ore sono in quel momento, né guardo l’ora quando decido di alzarmi dallo scomodo giaciglio, un poco più riposata (si fa per dire) ma intirizzita dal freddo e dall’umidità: «Sto meglio, proviamo a ripartire…». «Proprio adesso che stavo per addormentarmi!…», protesta scherzoso Giorgio, che si era appisolato a sua volta contro il muro della casa. Le nostre tenui luci bianche e rosse e le bandelle rifrangenti tornano sulla deserta Statale chiusa fra le montagne, mentre io mi domando con molta paura per quanto il sonno mi avrebbe lasciata in pace prima di tornare a farmi sgradita visita…

È sempre falsopiano discesa, e il nostro quintetto scivola via veloce nell’oscurità. Mi sento abbastanza bene, intanto canticchio per mantenere lucidità e concentrazione. Ogni tanto scambiamo qualche battuta tra di noi. La notte del randonneur è sempre una dimensione molto particolare, e lo è ancora di più quando si solcano remote e buie strade deserte, lontano dai centri abitati. È il momento in cui il tempo e le distanze paiono annullarsi, e le emozioni si mischiano tutte insieme nella testa, passando dalla magia, alla poesia, alla paura, allo sconforto. È il momento in cui, mentre i tuoi occhi spauriti vagano nel buio alla ricerca di un avamposto di civiltà e di un po’ di illuminazione artificiale, tutto ciò a cui puoi aggrapparti sono la tua esperienza e il conforto degli amici vicini.

Ho fortuna, arriviamo a Venzone senza bisogno di altre soste. Il controllo è sotto un porticato nel centro storico di questo minuscolo borgo medioevale che fu raso al suolo dal terremoto del 1976, e fedelmente ricostruito pietra su pietra negli anni successivi. È l’una di notte, e mentre sgranocchiamo qualcosa seduti sulle seggiole scambiamo qualche veloce battuta con “l’uomo del timbro”. Ci comunica che non siamo gli ultimi, dietro di noi ci sarebbe un randonneur croato che durante la giornata aveva rotto la bicicletta e si era attardato alla ricerca di un meccanico. Dopo un po’ lo vediamo arrivare: un omone grande e grosso di Capodistria, il cui nome e cognome segnati sulla carta di viaggio tradiscono inequivocabili origini italiane. Parla un buffo misto di friulano, italiano e croato, sbottando ci fa l’elenco delle disavventure che gli sono successe. Beh, a questo punto Nevio arriverà al traguardo di Portogruaro con noi: il quintetto diventa un sestetto, e siamo pronti per affrontare tutti insieme gli ultimi 70 km.

Per una volta abbiamo una fortuna sfacciata: il vento è a nostro favore, e le pianeggianti strade del Friuli sono una sorta di velocissimo toboga che taglia la notte a 28-30 kmh senza dover quasi pedalare. Ma proprio in quella torna il sonno, un’altra crisi micidiale: arrabbiata con me stessa ma senza via di scampo sto quasi per far fermare di nuovo tutti per un altro pisolino, ma mentre Luigi sta cercando con lo sguardo un luogo consono alla sosta, improvvisamente la crisi se ne va. Do contrordine di proseguire, e intorno a me stavolta sono gli altri a pagare il dazio a Morfeo: Marco è stanchissimo e non parla più ormai da molti chilometri, ma so che dentro di lui sta pedalando a dieci centimetri dal suolo per la contentezza di stare per concludere il suo primo “400”. Nevio mi racconta i suoi progetti, si parla già della “Parigi-Brest-Parigi” del prossimo anno. Intanto i chilometri scorrono quasi con insospettata leggerezza. Quanto manca? Venti, quindici, no, sono diciotto, i cartelli stradali sono truffaldini, ecco Portogruaro, finalmente. Entriamo nel cortile dell’oratorio. Sono così stanca e nervosa che non do nemmeno retta a Marco che vuole fare una foto ricordo, all’organizzatore che mi regala dei fiori, alla donna delle cucine che mi chiede che cosa voglio mangiare. Sono le quattro, desidero solo fare la doccia e dormire il sonno del giusto. Ma quando esco dalla “doccia degli arbitri” dell’adiacente campetto di calcio, decisamente più rilassata ed in comodi abiti di cotone, vedo Giorgio e Claudio seduti a tavola sotto il porticato dell’oratorio davanti a fumanti salsicce, polenta taragna e bottiglie di vino. Mi passa ancora una volta il sonno, cambio idea e mi faccio portare a mia volta un vassoio, mentre arrivano anche Marco e Nevio. E finisce così, mangiando pastasciutta alla carne e discutendo con i compagni di viaggio del presente e del futuro del randonneurismo italiano, mentre il cielo si sta già poeticamente tingendo di una nuova alba.

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