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PARIS-BREST-PARIS 2007 (20-24 agosto 2007): l’incredibile viaggio… degli ultimi

Segnaletica alla PBPGUYANCOURT, LUNEDI’ 20 AGOSTO, ore 21,25. Non ci posso credere, sono riuscita ad infilarmi nel primo scaglione. Tra cinque minuti spareranno il botto e si partirà. C’è una grande elettricità nell’aria. Ogni tanto cade qualche goccia di pioggia. A fianco a me ci sono Ernesto e Walter, continuiamo a chiacchierare in attesa di agganciare il pedale. Gli scongiuri di rito, poi il conto alla rovescia, i ciclisti Davanti al Gymnasefremono, la folla a bordo strada rumoreggia, parte il fuoco d’artificio e la babele Audax si mette in marcia ordinatamente verso ovest, formando una scia infinita di drappi riflettenti e lucine rosse. E’ tutto un riecheggiare di fischi, di «Bon courage!» e «Bonne route!», di facce, di mani e di braccia francesi, come quattro anni fa. Allora non pioveva, c’era molta più gente lungo la strada ad acclamarci. Sembra di rivedere una copia sbiadita di quel film.

Mi sono imposta di partire piano per far riscaldare gradualmente la gamba, senza farmi prendere dall’adrenalina e dalla foga dei soliti che corrono come ossessi. Sono vicina a Walter, ogni tanto scambiamo una battuta, viviamo la surreale serenità di una normale sgambata domenicale. Usciti definitivamente dall’hinterland parigino l’oscurità della campagna francese ci avvolge completamente, mentre inizia a piovere a scrosci. La “Parigi-Brest-Parigi” – la pazzesca ultramaratona cicloturistica di oltre 1200 chilometri – comincia così, con un tappone iniziale di 140 chilometri che ha per meta il ristoro di Mortagne Au Perche. Non vedo l’ora di raggiungere questo primo, simbolico obiettivo, che psicologicamente equivale a rompere il ghiaccio con la terrificante fatica che ci attende per i prossimi quattro giorni. Walter ha “mezza pedalata” in più rispetto a me, talvolta si porta avanti, poi rallenta per aspettarmi, mettendomi in imbarazzo. Ad un incrocio ci accorgiamo che alcuni dei “veicoli speciali” (tandem, recumbent), partiti mezz’ora prima di noi, avevano sbagliato strada e sono tornati indietro, ricongiungendosi al nostro gruppo.

Walter al viaAl centesimo chilometro si sente un urlo, i ciclisti si scansano: il barbuto randonneur di Alba, compagno dei brevetti di qualificazione della primavera scorsa, all’improvviso rompe la catena. Ci fermiamo sull’erba a bordo strada: «Fortuna che l’ho ritrovata subito, al buio sull’asfalto!». Intuisco che la riparazione non sarà facile, e richiederà molto tempo. A quel punto debbo prendere la decisione più difficile e più dura per un randonneur: «Walter… io vado…». «Va bene…», risponde lui con un fil di voce. D’altronde i patti tra noi erano chiari da lungo tempo: io volevo affrontare questa PBP da sola, ottimizzando ogni singolo minuto. Scappo senza voltarmi, in preda ai rimorsi, ma consapevole di non avere scelta. Davanti a me, la solitudine e l’oscurità. Inizia la vera avventura.

Arrivo nella piazza di Mortagne Au Perche che piove grosso come un braccio. Sono le 3,30 circa, il mio piano è di fermarmi il minimo indispensabile per riempire la borraccia e mettere qualcosa sotto i denti. C’e un ristoro all’aperto, è affollatissimo, c’è una coda micidiale e per avere un po’ d’acqua bisogna pagarla. Arrabbiata ma senza possibilità di scelta (non si vedono fontane nei dintorni) mi faccio un quarto d’ora di coda sotto la pioggia, raffreddandomi pericolosamente. D’un tratto uno dei ragazzi che preparano i panini manda via tutti dicendo di aver finito le scorte. La coda sfolla, ma vedo che ci sono ancora delle bottiglie d’acqua al banco. Mi avvicino furtiva, pago il mio Euro, mi impadronisco di una di quelle e scappo sotto un cornicione a riempirmi le borracce, mentre ingurgito in fretta un paio di crostatine. Poi riparto, infreddolita e bagnata come un pulcino. Girato l’angolo, cinquecento metri più in là vedo un edificio illuminato, le biciclette parcheggiate nel cortile. E’ il ristoro ufficiale, quello al coperto, lo stesso del 2003… La memoria mi aveva ingannata, e avevo perso quasi mezz’ora (e un Euro) appresso un ristoro abusivo. Tiro dritto senza fermarmi, furibonda, brontolando ogni sorta di imprecazione.

Ottantadue chilometri per raggiungere il controllo di Villaines La Juhel, dove ho programmato di gustarmi una principesca prima colazione. Continua a piovere, e la strada si fa ondulata. L’alba, purtroppo, non arriva mai, e questo accentua il senso di solitudine. Per fortuna ogni tanto vengo sorpassata da qualcuno di quelli che si erano fermati al ristoro. Ad un certo punto, un dubbio atroce mi assale: siamo sicuri che a Mortagne Au Perche non bisognasse timbrare la carta di viaggio?…

MARTEDI’ 21 AGOSTO. L’alba finalmente arriva, e sorprende me e decine di randonneurs insonnoliti e infreddoliti su uno stradone dritto e infinito, ondulato come un toboga. Non piove più, e il cielo lascia intravvedere squarci d’azzurro. Gli orizzonti sono così ampii da mozzare il fiato. Ne approfitto per fare una brevissima sosta preso una cascina, per un “richiamo della natura”, per strizzare i guanti inzuppati di pioggia, ma anche per controllare la carta di viaggio e togliermi quell’atroce dubbio… No, non avevo sbagliato, tiro un sospiro di sollievo e riparto. Sulla strada trovo altri italiani, scambiamo qualche battuta, il morale è buono. Attraversiamo alcuni graziosi villaggi, dove le boulangerie sono già aperte e qualcuno ne approfitta per acquistare “pain au chocolat” ed altre delizie. Io scelgo di tirare dritto verso il controllo, e sui faticosi saliscendi nei pressi di Averton ritrovo Paolo a bordo della sua gialla reclinate con la bandierina dell’Italia. Scambiare quattro chiacchiere è di grande sollievo dopo quella nottataccia umida e solitaria. Giungiamo a Villaines La Juhel sotto un cielo nuovamente carico di pioggia. Sono affamata, timbro la carta di viaggio, incrocio e saluto vari amici, poi mi fiondo nella sala bar alla ricerca di qualcosa da mangiare. Colazione a Villaines La JuhelAl bancone danno dolcini confezionati, zollette di zucchero, baguettes ripiene, e grosse scodelle di caldo caffellatte. Ne prendo una, mi siedo al tavolo, è così gratificante che mi ci tufferei dentro! Le tortine inzuppate vanno giù che è un piacere, ed uno dei due panini burro e prosciutto finisce nelle mie borse come cibo di riserva per la giornata. Ritemprata dall’aver messo nello stomaco qualcosa di caldo, posso ripartire.

Il mio primo, importantissimo obiettivo-chiave è raggiungere il Controllo di Fougèrescontrollo di Loudeac (posto al 450mo km circa) prima di mezzanotte. Là mi sarei concessa una doccia e una “faraonica dormita di ben due ore” (sic!), indispensabile per poter affrontare in buone condizioni la giornata successiva, dedicata al giro di boa di Brest. In mezzo ci sono il controllo di Fougeres e quello di Tinteniac, e chilometri e chilometri di “côtes”, campagna francese e pioggia. Come nella migliore tradizione il vento NON è a favore, soffia da nord-ovest ed a tratti è molto fastidioso. Purtroppo le schiarite dell’alba erano state un’illusione, ed il maltempo regna sovrano. Rimpiango amaramente i parafanghi che ho dovuto togliere dalla mia bicicletta prima di partire… Per fortuna il freddo non è eccessivo, ed io viaggio senza guanti e con calze e scarpe bagnate senza provare troppo disagio. A tratti gli scrosci di pioggia sono così forti che non si vede nulla. Mi sorpassano molti ciclisti di tutte le nazionalità. Alcuni filano via veloci ignorandomi, altri, cavallerescamente, mi salutano. Raggiungo inaspettatamente Ernesto, che come me procede solitario e tranquillo: «A Tinteniac voglio fare una bella doccia e cambiarmi… Sono stufo di questi vestiti bagnati!»

Provincia franceseA Tinteniac mangio un panino, un budino e della frutta, e metto in tasca qualche choco-snack per la notte. Proprio mentre sto per ripartire dal controllo incontro Walter, che è appena arrivato. «Vedo che non mi hai tolto il saluto…», gli faccio con un sorriso imbarazzato. «La riparazione della catena mi ha portato via un’ora, per fortuna a Mortagne Au Perche ho trovato i miei amici francesi, mi sono messo dietro di loro ed ho recuperato!». Sono molto contenta per lui, ora però devo scappare. Devono essere le 18 circa. Ho freddo quando riparto, il vento gelido della sera è come una rasoiata fra gli abiti umidicci di pioggia e sudore. Accelero la pedalata, devo fare in fretta: se l’oscurità e il sonno mi avessero colta di sorpresa lungo la strada, raggiungere in tempo utile Loudeac sarebbe potuto diventare un grosso problema. Tengo il ritmo, canto qualcosa per restare sveglia, saluto la gente. Nei paesini cominciano ad intravvedersi piccoli ristori “abusivi” offerti dalla gente del posto, quelli che rendono la “Parigi-Brest-Parigi” così unica e romantica. Una signora mi vede passare e si sbraccia dal garage di casa sua, offre del caffè bollente, così decido di fermarmi brevemente ed approfittarne: mi avrebbe fatto comodo per stare sveglia fino a Loudeac. Lei e la sua famiglia sono così gentili che non smetto più di ringraziarli.

E’ già buio, arriva il “sonno elefante”: purtroppo il caffè non ha funzionato. Vedo un ristorante illuminato lungo la strada, e decido di fermarmi nel cortile per fare un “microsonno”. Lì ci sono altri italiani fermi in debito di sonno. Uno di loro è un milanese già visto ai brevetti di qualificazione, mi riconosce e mi invita ad entrare nel ristorante con gli altri per scaldarmi e riposare un poco. «Grazie, preferisco rimanere qua fuori… Se mi appisolo là dentro al calduccio non riparto mai più!», gli faccio. «Allora vengo con te, stiamo insieme così parliamo e ci aiutiamo a stare svegli!», mi fa lui. La sua inaspettata collaborazione cade come il cacio sui maccheroni: mandiamo giù uno snack ipercalorico “tanto per farci forza”, e ci ributtiamo subito in strada, giusto in tempo per vedere il gruppo dei primi transitare in senso opposto a tutta velocità, già di ritorno da Brest. Appaiono come degli extraterrestri a noi, comuni mortali che dobbiamo arrabattarci per tenere un’andatura dignitosa e stare nelle novanta ore… Comunque in due tutto è più facile, resistiamo ad altre crisi di sonno e, finalmente, il sospirato controllo di Loudeac è raggiunto. Mancano due minuti a mezzanotte.

Il cortile del controllo è affollatissimo di biciclette. Al dormitorio Loudeacc’è la coda per riuscire ad avere una branda libera. Io invece vado verso le docce, dove al prezzo di tre Euro mi vengono dati un pezzo di sapone e un po’ di carta (!) per asciugarmi. Per fortuna le docce sono calde. Tuttavia, il solo denudarmi in quelle condizioni di stanchezza e dopo tutta l’umidità patita in viaggio, mi provoca forti brividi di freddo che mi scuotono. Riesco a lavarmi ed a sciacquare il pantaloncino, ed una volta asciugata e indossati dei comodi bermuda di cotone il sollievo è subito percepibile. Adesso c’è un altro problema: ho programmato due ore di sonno, e bisogna trovare un posto adatto per stendere il materassino ultraleggero che mi sono portata dietro. Entro nell’affollatissimo refettorio-mensa, e la scena è raccapricciante: partendo dall’ingresso fino alla sala coi tavoli, ogni centimetro quadrato del lurido pavimento è già occupato da ciclisti che dormono in tutte le posizioni. Il caldo, il Loudeacpuzzo e il rumore sono insopportabili. Miracolosamente riesco a trovare un angolo di pavimento libero fra i piedi di altri che stanno dormendo curvi sui tavoli. Vinco il senso di schifo, srotolo il materassino, calo la mascherina sugli occhi e piombo quasi subito in un sonno profondo.

MERCOLEDI’ 22 AGOSTO. Purtroppo la dormita dura solo un’ora: mi sono sistemata proprio davanti ad un’uscita d’emergenza, e gli organizzatori vengono ad aprire la porta per far circolare l’aria, svegliandomi. Lo spiffero è freddo, e poi c’è confusione, ho male alle gambe, insomma, è impossibile riaddormentarsi. Piuttosto seccata decido di alzarmi e di prepararmi a ripartire. Neppure il tempo di riarrotolare il materassino che un altro randonneur viene ad occupare il mio posto. Con gli occhi stanchi e poca voglia di uscire di nuovo là fuori al freddo, rumino con metodo il panino che mi ero comprata a Tinteniac, e intanto guardo allibita quei corpi buttati ovunque nel refettorio. Sembra un campo di battaglia.

Verso le 3 rieccomi sulla strada. I primi colpi di pedale in direzione di Carhaix non sono malvagi, mi sento anche abbastanza riposata. Ma la pacchia dura poco: tempo un’ora, ed ecco che iniziano le devastanti crisi di sonno. Le buie strade di campagna sono micidiali, rischio più di una volta di addormentarmi in bicicletta. Una, due, tre volte sono costretta a fermarmi per appoggiarmi al manubrio, o buttarmi dove posso per fare dei “microsonni”. E’ uno stillicidio, non si va avanti. L’erba è soffice per coricarsi, ma è bagnata di pioggia e infestata di insetti e grossi ragni. Fa freddo. Unica consolazione, non sono sola: ci sono molti altri randonneur lungo la strada, e il sonno adesso è un problema comune. Ogni volta che mi rialzo e riparto, con la luce del casco illumino le bande riflettenti di ciclisti accucciati nei luoghi più improbabili. Sembriamo dei ratti. Corpi rannicchiati in ogni anfratto a cercare riparo dalla pioggia, gli occhi lucidi e sbarrati. Viene da piangere a guardare questo spettacolo.

Il sollievo, per il randonneur che pedala di notte, arriva quando si raggiunge un paese: le luci artificiali aiutano a scuotersi un poco, ed è più facile trovare ripari adeguati per riposare. A Corlay, inaspettato, ecco il primo controllo segreto. Nel salone riscaldato qualcuno ne approfitta per schiacciare un pisolino sul pavimento. Io ho già perso fin troppo tempo, per cui decido stoicamente di tirare dritto, anche se non sono così sicura che sia una buona idea…

L’alba anche oggi sembra non arrivare mai. Ormai sono completamente rimbecillita dal sonno, e so che soltanto la vista della luce diurna mi potrà salvare e mi farà ritrovare un’andatura dignitosa. Proprio quando inizia ad albeggiare e mi trovo all’incrocio di un grosso stradone in compagnia di altri ciclisti, sento il cuore decollare improvvisamente in tachicardia. Io non ho mai avuto problemi cardiaci, intuisco che deve essere dovuta alla privazione di sonno. Sono spaventata, tuttavia tento stupidamente di proseguire infischiandomene bellamente, ma è impossibile: il senso di affanno è troppo forte, devo assolutamente sedermi sull’aiuola spartitraffico per consentire al cuore di tornare a ritmi più normali. Perdo altro tempo prezioso, poi finalmente la tachicardia rientra gradualmente e posso ripartire.

Adesso è giorno, era ora. Neanche il tempo di tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo che riconosco, fra le molte divise, quella di un italiano. La sua chiacchiera inarrestabile è inconfondibile… ma certo, è Roberto di Airasca! «Silvia! Finalmente un’italiana, ne ho le balle piene di parlare in francese, come va?!». Mi racconta di essere stato attardato da problemi gastrointestinali: «A Loudeac devono avermi dato da mangiare qualcosa di guasto, stanotte sono stato malissimo… Chissà se ce la faremo!». Già, chissà. La strada è ancora lunga, ma intanto chiacchierare serve a stare svegli e a farsi coraggio, e le distanze tra un controllo e l’altro diventano più piccine.

Mi fermo al controllo di Carhaix giusto lo stretto indispensabile. Verso Roc TrevezelSono le 9, siamo al 525mo chilometro, e non vedo l’ora di raggiungere Brest. La buona notizia è che non piove più e, anzi, s’intravvede una sorta di miglioramento nel cielo di Bretagna. Attacco la salita verso Roc Trevezel ed esce un caldo sole: finalmente posso togliere i gambali e cambiare la maglia, mettendo quella a maniche corte. Tuttavia c’è un forte vento contrario, che rende difficile la salita. E le crisi di sonno, purtroppo, non sono finite: devo ancora una volta stendermi sull’erba per un quarto d’ora, ma sarà l’ultima. Un tornante dietro l’altro, poi l’infame rettilineo controvento dove sembra di non andare avanti… Dall’altra parte della strada ci sono ciclisti che ritornano, riconosco Luigi, urlo e lo saluto. Ecco il ripetitore di Roc Trevezel, che s’innalza nel mezzo di un suggestivo altipiano dalle sembianze lunari, perennemente sferzato dai venti e senza vegetazione alta. In cima fa freddo, devo mettere il giacchino prima di tuffarmi negli estenuanti saliscendi verso il grazioso villaggio di Sizun, Brest, e il mare.

Il ponte di BrestDal ponte di Brest vedo il mare blu solcato da bianche vele. Faccio velocemente un paio di foto ricordo con il telefonino, e devono essere circa le 16 quando arrivo al controllo, posto nel centro della città trafficata le cui strade sono tutte in salita. Decido di non fermarmi più del tempo necessario per lavarmi la faccia e cambiare le batterie delle luci, e di cominciare la via del ritorno a Parigi subito dopo il timbro. Ma prima di lasciare la città imito altri ciclisti prendendo d’assalto una pasticceria, dove acquisto una tortina alla frutta e una favolosa bignola debordante di crema. Si “torna a casa”, e sulla strada le automobili suonano e i bambini ci salutano dai finestrini come fossimo degli eroi. Mentre pedalo scambio qualche veloce battuta in francese e in inglese con i randonneur stranieri, l’atmosfera ora è allegra e rilassata: il sole alto nel cielo e la consapevolezza di aver fatto il giro di boa hanno risollevato lo spirito un po’ a tutti quanti.

SizunIl piano originale prevedeva di raggiungere nuovamente il controllo di Loudeac per fare un’altra doccia e altre due ore di sonno. Ma la stanchezza accumulata è troppa, realizzo che in quelle condizioni non ce l’avrei mai fatta ad andare così in là, e allora cambio i piani in corsa: avrei dormito a Carhaix, mentre a Loudeac mi sarei limitata a lavarmi. Nei tratti in discesa lascio andare la bici più che posso, per fortuna la concentrazione c’è e raggiungo il controllo in buone condizioni e prima che sia buio, sotto un cielo nuovamente cupo e carico di pioggia.

A Carhaix mi corico insieme ad altri fra l’ingresso dei cessi e quello della mensa, e anche stavolta il sonno non è tranquillo: purtroppo i randonneur di passaggio non hanno riguardo, parlano ad alta voce, fanno rumore. Nel dormiveglia riconosco voci italiane, sono arrivate delle conoscenze. Mi alzo prima che suoni la sveglia del telefonino, tanto non si riesce a dormire: c’è troppa confusione, ed in aggiunta ho le gambe devastate dai dolori. Tolgo la mascherina dagli occhi e mi sento salutare, fatico a riconoscere il randonneur di Cuneo conosciuto lunedì prima del via: «Come va?». «Mah, per adesso tutto bene…», rispondo io senza troppa convinzione. Ripiego malvolentieri il materassino e vado in mensa a mangiare qualcosa. Qui ritrovo Walter e i suoi amici francesi. Ci sediamo insieme al tavolo dove, consumando una frugale colazione, commentiamo l’andamento della randonnèe. «Vieni con noi… non corriamo troppo, penso tu possa tranquillamente tenere la nostra andatura…». Walter è ottimista, ma io so che non è così: pertanto, il buon senso e la mia coerenza mi obbligano a declinare l’invito. Lascio nel vassoio il fondo della mia baguette smozzicata e grondante di confettura: «Devo andare, per me s’è fatto tardi… Buona fortuna Walter, vedrai che di questo passo arriverai a Parigi prima di me!».

GIOVEDI’ 23 AGOSTO. Deve essere passata da poco la mezzanotte quando mi rimetto in sella, e là fuori è di nuovo un inferno di buio, pioggia e freddo. Anche stavolta la “dormita” fatta al controllo è servita a poco, ed i 76 chilometri che mi separano da Loudeac sono inframmezzati da alcune piccole soste per rimediare a colossali crisi di sonno che, in più di una occasione, rischiano di mettere a repentaglio la mia vita. La fermata del bus e la panchina del parco rappresentano due fra i giacigli occasionali più gettonati. Mi accuccio, chiudo gli occhi, il silenzio è totale finchè non si sente il frullare di una ruota libera, un ciclista che passa a tutta velocità e, immancabilmente, grida qualcosa in francese. Poi di nuovo silenzio. Pochi minuti e bisogna ripartire.

Arrivo a Loudeac con una sete incredibile. In mensa c’è troppa coda, nel cortile c’è un baracchino che, a prezzo da usura, mi dà un bicchiere di aranciata. Lo scolo tutto d’un fiato, e l’uomo del bancone, forse impietosito, mi riempie ancora il bicchiere. Gliene sono grata. Sono moltissimi i randonneur presenti, e ritrovo anche alcuni italiani. Da questi sento una notizia inaspettata, e cioè che a causa del maltempo l’organizzazione avrebbe deciso di prorogare di due ore i “cancelli orari” dei controlli. Una “Parigi-Brest-Parigi” a 92 ore? Detta così suona come una bufala colossale. Certe notizie distorte fanno in fretta a fare il giro e a gonfiarsi, specie in una simile babele dove tutti parlano lingue diverse, con gli inevitabili problemi di comprensione. Vado a fare la doccia, e nello spogliatoio trovo una randonneuse romagnola che conosco di vista: «Il mio compagno s’è ritirato, ha avuto problemi alle ginocchia… Io sto proseguendo da sola, ho un bagaglio pesantissimo… No, non fidarti della storia delle due ore in più…». Mentre ci asciughiamo facciamo le rispettive contabilità di pustole e piaghe al soprasella, acciacchi e dolori vari. La “Parigi-Brest-Parigi” sta iniziando a falciare le sue vittime con spietata crudeltà.

Dopo la doccia ritento l’assalto al catering, dove fortunatamente c’è un po’ meno confusione. Mi faccio dare una bella porzione di purèe di patate spolverata di gruyère grattuggiato, poi mi siedo al tavolo a fianco di un rozzo randonneur probabilmente tedesco, barba e capelli lunghissimi e incolti, che sta divorando la sua scodella di passato di verdura con raccapriccianti risucchi. Finita la minestra, con la bocca tutta impiastrata alza finalmente gli occhi dalla scodella, guarda me alle prese con la mia purèe e mi fa: «You’re hungry… Hm?!» IO ti sembro affamata? E tu? Intanto al tavolo di fronte vedo per la prima volta Giorgio da Alzano Lombardo. Lui era partito con il gruppo delle 84 ore: lo saluto, una battuta veloce, poi via.

Inizia lentamente ad albeggiare quando riparto da Loudeac insieme ad un numeroso gruppo. Piove, l’atmosfera è cupa e dimessa, nessuno ha voglia di parlare. Sembriamo un esercito in ritirata. Sulla strada le automobili e i TIR sfrecciano vicinissimi a noi a velocità pazzesca senza alcun riguardo, schizzando acqua e sbilanciandomi con lo spostamento d’aria. Me ne sto chiusa in me stessa, ripiegata sui miei pensieri, ho brutte sensazioni. Ad un certo punto nel gruppo noto che un ciclista giapponese, dietro il roadbook plastificato, tiene le foto dei suoi bambini, e mentre pedala le fissa in silenzio per farsi coraggio. Mi sale un groppo in gola. Io sono preoccupata per un mio eventuale insuccesso, ma cosa racconterà lui, ai suoi figli, se dovesse fallire?

E’ una penosa mattina, il sonno non molla l’assedio e ce n’è per tutti. Vedo gente buttata ovunque, persino nelle cabine del telefono, dove anch’io ad un certo punto sono costretta a ripiegare per ripararmi dalla pioggia durante l’ennesimo microsonno. Poi, in un paesino sperduto c’imbattiamo in un nuovo controllo segreto, all’interno del quale ritrovo Roberto: «Ciao, Silvia! Stai andando bene… mi hai raggiunto!». E’ troppo buono con me: lui è in ritardo perchè continua a stare male, io invece sono in ritardo… e basta. Il controllo segreto è comunque l’occasione per buttare giù una provvidenziale tazza di cioccolata calda e per acquistare qualche snack da consumare più tardi. Riparto ma, poco più avanti, la natura chiama e devo fermarmi dietro un albero per provvedere. Mi accuccio, provo dolore, scopro con orrore che le feci sono inondate di sangue. Dopo un’accurata pulizia cerco di lenire il bruciore con la pomata all’ossido di zinco. Sembra funzionare, ma certamente non riparto tranquilla.

Giungo a Tinteniac in lieve ritardo rispetto all’orario di chiusura del controllo. Niente di irrecuperabile, non sono certo l’unica, ma la cosa mi innervosisce. La sosta è per forza di cose breve, riparto alla volta di Fougères, dove arrivo nel tardo pomeriggio con in programma un’oretta di sonno ristoratore prima di affrontare il tratto di strada verso il decisivo controllo di Villaines La Juhel. Così faccio, nell’affollata palestra del controllo, cercando di mantenere la calma e di non lasciarmi impensierire troppo da quei minuti di ritardo sulla tabella di marcia.

Riparto da Fougères poco dopo le 19. Come al solito non sono sola, e lungo la strada vedo con piacere che nei paesi la gente ha lasciato aperte le porte di garage e ricoveri ad uso dei randonneur stanchi. Non mancano i soliti piccoli ristori improvvisati, ed anche chi mette a disposizione gratuitamente per dormire i locali della propria casa. Da qualche parte rimedio qualcosa di dolce da mettere sotto i denti, ma non posso approfittare troppo di tutto quel bendidio: il tempo stringe, sono in ritardo e so bene che devo raggiungere Villaines La Juhel prima che arrivino le temibili crisi di sonno. E’ un’impresa disperata: ormai sono in debito di sonno da troppo tempo, e già so che al calar delle tenebre ricomincerà il solito calvario. Per la prima volta faccio i conti con me stessa e realizzo lucidamente che l’obiettivo di concludere in 90 ore, molto probabilmente, resterà un’utopia anche questa volta. Devo farmene una ragione, ma non per questo rinunciare ad arrivare a Parigi comunque sia.

Lungo la strada il traffico è fermo, un’ambulanza sta soccorrendo qualcuno investito sull’asfalto, sfilo a fianco, ahimè, sembrerebbe proprio un ciclista… rabbrividisco. Cala l’oscurità, ricomincia a piovere forte. Villaines La Juhel si trova in mezzo alle colline, in un inferno di salite, freddo, nebbia e automobili che schizzano acqua e ti abbagliano con i fari sparati, sorpassando a tutta velocità. Come se non bastasse, nelle discese è impossibile lasciare andare la bici per tentare di recuperare qualcosina: i freni sono totalmente fuori uso, sarebbe da incoscienti prendere troppa velocità in quelle condizioni. La visibilità è difficoltosa, e questo certo non aiuta a mantenere la concentrazione e a stare svegli. Mentre lotto per rimanere lucida faccio la conoscenza di Frank, un giovane randonneur tedesco che, parlando in inglese, mi propone amichevolmente di raggiungere il controllo insieme, allo scopo di spalleggiarci l’un l’altra. Questa è un’ottima idea, penso, e accetto di buon grado la sua compagnia. Ma le brutte sorprese non sono finite. Passiamo un altro ciclista steso sull’asfalto soccorso dall’ambulanza, e subito dopo veniamo sorpassati a tutta velocità dalle sirene spiegate che si fermano poco avanti a noi, dove un altro randonneur è si è letteralmente addormentato in sella e giace svenuto al suolo ancora attaccato alla sua bicicletta. Nel vedere questo spettacolo ho una crisi isterica, mi viene da piangere, ripeto a me stessa: basta, questo è un inferno, VOGLIO TORNARE A CASA, LE RANDONNEE SONO UNA FOLLIA! Ma le lacrime si confondono con la pioggia e riesco a nascondere a Frank le mie emozioni, è un attimo, mi passa, ingoio e tiro dritto…

La strada sale immersa nella nebbia, non manca molto al controllo, ma è il tratto più difficile. Ho un sonno disperato, ma non voglio cedere, non voglio fermarmi prima di Villaines La Juhel. Frank, a causa della mia andatura lentissima, intuisce che sono in difficoltà e mi invita a fermarmi per un breve sonno. Io declino, lui mi fa capire di essere combattuto tra la necessità di allungare il passo e il desiderio di non lasciarmi sola in quelle condizioni. Comprendo il suo imbarazzo, e provvedo ad affrancarlo invitandolo ad andare. Ci saremmo rivisti al controllo, l’ho rassicurato. Sonno permettendo…

Quando finalmente arrivo a Villaines La Juhel è già passata la mezzanotte, e un altro ritardo si è accumulato sulla mia carta di viaggio. Ormai la sconfitta è palese: mi basta fare un rapido calcolo per capire che, di quel passo e in quelle condizioni, non ce l’avrei fatta a chiudere la mia prova entro le 90 ore. Mi conforta però vedere che il controllo è parecchio affollato di ciclisti nelle mie stesse condizioni. Il dormitorio è al completo, il catering pieno di gente che mangia. Attardati sì, ma non per questo incavolati o rassegnati. Ma io devo prendere la decisione definitiva: che fare? Farmi un lungo sonno ristoratore e ritirarmi? In quel momento – mi basta una frazione di secondo – rivedo con raccapriccio il film di quattro anni prima: stessa ora, stesso controllo, stessa situazione. Quel ritiro aveva pesato così tanto sul mio orgoglio che avevo promesso a me stessa che mai più avrei gettato la spugna in vita mia, anche a costo di arrivare sui gomiti. E allora, ecco la svolta: mi scuoto, reagisco e organizzo la mia riscossa.

Prima cosa, un salto in infermeria, dove consulto il simpatico medico del controllo. Farmi capire col mio francese maccheronico è un’impresa, ma in qualche modo ci riesco: «Aujourd’hui… j’ai trouvè du sangle dans la defecation… ». «Rouge vif? N’est pas grave, demain vous serez à Paris avec les autres!». Il sorriso del medico vale più di mille parole: sorrido anch’io, questa rassicurazione è la spinta decisiva per andare avanti. Seconda cosa, una bella doccia. Devo lavare il pantaloncino sul momento, sapendo che poco dopo avrei dovuto indossarlo bagnato, ma poco male. Terza cosa, poichè lo spogliatoio delle docce è riscaldato e pulito chiedo il permesso di dormire lì, mi lasciano fare. Riesco a chiudere gli occhi un’oretta sul mio materassino, poi la voglia di continuare è più forte, così decido di raccogliere le mie cose e ripartire.

VENERDI’ 24 AGOSTO. Le tre del mattino, ci sono ancora molte biciclette appoggiate alle transenne. Fa freddo, piove a tratti, il pantaloncino col fondello bagnato “pizzica” in modo fastidioso la pelle ormai gravemente irritata del soprassella. Insieme a me partono altri ciclisti. Piccole, tremolanti luci bianche e rosse punteggiano il tratto di strada verso il controllo di Mortagne Au Perche, che ad un certo punto si materializza come un desolante stradone dritto a quattro corsie. L’oscurità è totale, percorro molti chilometri nel silenzio e nella solitudine. Mi chiedo come diavolo stia facendo a non impazzire… Ogni tanto mi volto a guardare se arriva qualcuno, vedo un faro bianco in lontananza, mi rincuoro un poco finchè non realizzo che si tratta invece dell’ennesimo TIR che sorpassa a tutta velocità senza alcun riguardo, rischiando anche di farmi perdere l’equilibrio. Il sonno, naturalmente, non molla l’assedio: più di una volta devo buttarmi sul prato, perdo conoscenza qualche minuto, poi un frullar di ruota libera, qualcuno sorpassa e grida qualcosa, mi scuoto, riparto. Lungo la strada c’è gente addormentata ovunque. Poi, finalmente, arriva l’alba e tiro un sospiro di sollievo. E’ l’ultima alba di questa incredibile avventura.

Il cielo pare rasserenarsi, ci si può levare il giacchino La mattina dell'ultimo giorno...impermeabile. A Mamers, un grosso borgo, c’è una pasticceria aperta dove alcuni ciclisti hanno già provveduto a procurarsi una congrua ricarica di zuccheri e di buonumore. Li imito, entro e ne esco con un’invitante bignola denominata “Paris-Brest”, ripiena di panna al caffè con scaglie di mandorle, che finisce immediatamente nel mio stomaco, e un “pain au raisins” che metto nelle sacche per dopo. Poi affronto l’ultimo pezzo di strada verso Mortagne, caratterizzato da insidiosi saliscendi immersi nei boschi. Noto con tristezza che, a bordo strada, quelli che sono passati prima di noi hanno abbandonato qualsiasi tipo di rifiuto per alleggerirsi: batterie usate, teli di sopravvivenza, addirittura i parafanghi della bicicletta. Qualcuno dorme sui prati, altri ciclisti sono sulla strada con me, sorridenti e per nulla preoccupati di finire la prova fuori tempo massimo. Ci si saluta e ci si incoraggia a vicenda: la loro tenacia e la loro serenità sono per me un potente sprone a non mollare il colpo.

A metà mattinata sono a Mortagne-Au-Perche. L’addetto ai timbri non ci chiede più il badge per la tracciatura elettronica. Un ciclista francese chiede preoccupato: siamo squalificati? Il controller ci rassicura e ci invita a proseguire senza indugio il nostro viaggio verso Parigi, informandoci che l’Audax avrebbe comunque riconosciuto gli “hors delai” tra i finishers. Il rilievo manuale dei passaggi ai controlli sulle nostre carte di viaggio, infatti, sta continuando. Mangio qualcosa alla veloce, poi riparto verso l’ultimo controllo prima di Parigi, quello di Dreux. Riparte con me un piccola ma variopinta carovana: ci sono due greci, due brasiliani, un venezuelano, due amiche francesi o forse inglesi, un tedesco, svariati spagnoli… Cullo il sogno di percorrere gli ultimi centoquaranta chilometri del mio viaggio in compagnia, ma il gruppo si sfilaccia quasi subito: qualcuno si perde alle mie spalle (ritirati?), altri crollano addormentati sui prati, altri ancora hanno un passo troppo spedito per me, e dopo aver scambiato qualche battuta in inglese mi lasciano lì. Le strade verso Dreux sono quasi tutte immerse nei boschi, sono suggestive, ma il senso di solitudine è molto forte. Per molti chilometri non incrocio più anima viva, finchè ad un certo punto, inaspettato, mi sorpassa un veicolo speciale, un giallo velocipede carenato simile ad un siluro già incrociato varie volte.

Cerco di tenere un’andatura regolare e dignitosa, ma le mie energie psicofisiche ora stanno esaurendosi in maniera drammatica. Il dolore al fondoschiena è ormai diventato insopportabile, i piedi – compressi per giorni negli scarpini e nei calzini perennemente bagnati di pioggia, sono letteralmente addormentati. Cominciano assurdi ruminamenti mentali, inclusa la voglia di ritirarmi. E’ come un diavolo tentatore che continua a sussurrarmi: chi te lo fa fare? Tanto non vinci niente, perchè continuare questa atroce sofferenza? Prendi la cartina dalle sacche, guarda dove puoi acchiappare il primo treno per Parigi e interrompi questa assurda tortura! Ma questa volta le tentazioni non vincono. Ho comprato la maglia ricordo, e sono assolutamente determinata ad esibirla con orgoglio, una volta rientrata in Italia…

Quando siamo quasi in vista di Dreux vengo raggiunta da un bizzarro personaggio, una randonneuse tedesca già vista quattro anni prima, inconfondibile per via del cane di pelouche legato al bagaglio. Ha voglia di chiacchierare – io un po’ meno, si esprime in un bislacco inglese, tuttavia si fa capire. E’ una specie di “clochard del pedale”, una di quelle che viaggia da sola ma ha amici in tutta Europa, ha già partecipato ad innumerevoli edizioni della “Paris-Brest-Paris”. Un’affezionata della Grande Festa, insomma, che torna puntuale ogni quattro anni con la sua sgangherata Bianchi in acciaio, e poco importa se arriva nelle 90 ore o meno. L’importante è esserci. Personaggi così mi fanno riflettere una volta di più sul vero spirito delle randonnèe internazionali…

Arrivo a Dreux dopo le 14, e siamo ormai uno sparuto gruppo di irriducibili. Al controllo c’è aria di sfollamento, tuttavia i volontari ci indicano amorevolmente ciò che è rimasto da mangiare. Me la cavo con latte e croissant, più alcune deliziose bignole. Quando è ora di ripartire un volontario dell’AUK ci dice in inglese di non preoccuparci più di nulla, e di pensare solo a tagliare lo striscione di Parigi. Uscendo dal paese trovo con grande sorpresa Claudio da Avenza: «Ciao, Silvia! Scusa se non mi volto a salutarti… ho il collo completamente bloccato!». E’ vero, viaggia duro come un baccalà.

Gli ultimi 74 chilometri sono puro stillicidio, solitudine, dolore, gamba che non gira. Il percorso passa nel bosco di Rambouillet, un parco regionale sicuramente suggestivo in condizioni normali, ma che in quel momento, con le sue rampe improvvise, rappresenta un’autentica tortura. Quando sono ormai alle porte di Parigi noto che la gente per strada ricomincia a salutare e ad incoraggiare. Io non ho più nemmeno la forza per sorridere e ricambiare i saluti, ma una cosa è certa: sono orgogliosa e contenta di non aver mollato il colpo nel momento peggiore. A Trappes mi ricongiungo a sorpresa con un italiano: è di Milano, ci siamo già visti da qualche parte, ma la mente è in stato confusionale e non sono in grado di rammentare con precisione chi sia. Chiacchieriamo, commentiamo l’andamento della randonnèè, insomma, ci districhiamo insieme nel traffico della periferia parigina e insieme arriviamo (non senza un po’ di disorientamento e qualche passante fermato per chiedere indicazioni) alla fatidica rotonda davanti al Gymnase Droits de l’Homme di Guyancourt. Poche persone sono rimaste ad applaudire il nostro arrivo dalle aiuole circostanti, ma non fa nulla: finalmente posso sfoderare un sorriso a trentadue denti. Sono già passate le 20, e il cielo – divenuto beffardamente sereno dopo quattro giorni di pioggia, si colora di un bellissimo tramonto.

Entro nel Gymnase claudicante e visibilmente esausta, vedo subito Nadia e Walter, mi salutano, sono felice, ma non trovo il banchetto dell’ultimo timbro. Devo andare fino in fondo alla sala, intorno a me intanto c’è gente che mi saluta, mi fa le feste, mi parla in tutte le lingue, io non capisco più niente, sono comprensibilmente disorientata. C’è Ivo, il randonneur olandese conosciuto due anni prima alla “Londra-Edinburgo-Londra”, che mi abbraccia con calore e mi confessa senza vergogna di essersi ritirato perchè si è addormentato come un sasso nel dormitorio di Villaines La Juhel… Poi mi presenta a dei suoi amici russi completamente ubriachi, questi mi vogliono assolutamente coinvolgere nella loro bisboccia: «ITALIANA?! Bella Italia, vieni fare fuoto con nuoi!!». Mi abbracciano festanti, puzzano d’alcol, non riesco a mollarli, una delle loro donne si avvicina con un apparecchio fotografico ma è ubriaca persa pure lei. Finisce che facciamo un coretto improvvisato e cantiamo insieme, tra l’ilarità generale, “L’Italiano” di Toto Cutugno, classico esempio di italica hit-trash ben nota nei Paesi dell’ex blocco comunista. Poi per fortuna mi smarco, acchiappo a mia volta un bicchiere di vino (peraltro graditissimo) e qualcosa dal ricco buffet del pasta-party, e mi siedo al tavolo con Nadia e Walter, quest’ultimo giunto al traguardo, come da pronostico, molto prima di me.

Sarebbe bello fermarsi e fare festa a lungo, ma sono troppo stanca. Saluto tutti e a piedi, portando la bici a capezza e zoppicando vistosamente, raggiungo lentamente il campeggio di Montigny-le-Bretonneux, dove ad attendermi ci saranno la doccia fredda, la tenda infestata di insetti e il sacco a pelo zuppo di umidità. Ma nulla può più spaventarmi, dopo quello che ho passato. Guardo la luna alta in cielo, quella stessa beffarda luna che per tutta la randonnèe era rimasta ben nascosta dietro le nuvole. E mentre rassicuro con gli sms gli amici preoccupati per la mia sorte, uno strano senso di pace cala sul mio spirito. La “Parigi-Brest-Parigi” è bellissima, e così anche la vita.

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“Paris-Brest-Paris” – 18-22 agosto 2003

E siamo all’appuntamento clou di quel 2003, la “Madre di tutte le randonnèe”, il mitico maxibrevetto da oltre 1.200 km in terra di Francia ambito dai cicloturisti di tutto il pianeta. La mia partecipazione fu segnata dal ritiro intorno al 1.000mo chilometro. Questa sconfitta, rivista col senno di poi, fu giusta perchè ero ancora troppo inesperta. Ma, soprattutto, fu il trampolino di lancio di una passione – quella per l’ultraciclismo – che anzichè smorzarsi per l’insuccesso acquisì nuova linfa dal mio orgoglioso (e mai domo) desiderio di rivincita. Doveva essere la fine, invece era solo l’inizio…

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La Paris-Brest-Paris, l’Olimpiade dei cicloturisti, la grande sfida. Comunque la giri, quando sei lì perché vi devi partecipare alla fine provi una profonda soggezione. Eppure, una volta giunta a Guyancourt – periferia ovest di Parigi, ad una ventina di chilometri dalla capitale, in quella soleggiata domenica d’agosto, non è che abbia trovato tutto ‘sto clamore intorno all’avvenimento. Solo pochi e discreti manifesti pubblicitari lungo le strade del quartiere. Niente strombazzate, niente megafoni, nessuna fanfara ad accoglierci. Tutto lo “spettacolo” era radunato al Gymnasium des Droits des Hommes, il complesso sportivo sede della logistica e teatro della partenza e dell’arrivo della randonnèe cicloturistica più famosa del mondo. Un variopinto arcobaleno di maglie, ruote, telai, portapacchi, zainetti, lingue da tutto il mondo. Americani, giapponesi, sudafricani, danesi, olandesi. Francesi. Italiani, ben duecentoventi in tutto. Alla PBP, in particolare nella giornata dedicata al controllo dei veicoli e al ritiro dei “pacchi gara”, è consuetudine dei randonneurs provenuti da ogni angolo del pianeta di scrutare attentamente le bici altrui. Molto ammirati e fotografati recumbent bike e tandem, mezzi piuttosto amati all’estero e semisconosciuti in Italia. Ho visto le soluzioni tecniche più incredibili per quanto concerne l’installazione dei bagagli e dell’impianto luci – praticamente non c’era una bici uguale all’altra! -, ma anche delle “chicche” rubate ai campioni del passato. Indimenticabile quel mitico novantaduenne, il superveterano della manifestazione, che aveva sulla sua vetusta bicicletta un accrocchio micidiale sotto la punta della sella – una sorta di vite senza fine che faceva leva sul tubo orizzontale e permetteva di variare al volo l’inclinazione della sella stessa a seconda della morfologia del percorso. «Coppì, Bartalì!», diceva orgoglioso mostrandoci le ingegnose trovate. Non mi stupirei se li avesse conosciuti personalmente, a suo tempo.

Chi aveva scelto di tentare di completare l’impresa “comodamente” in 90 ore è partito alle 22 di lunedì 18 agosto. Dopo l’accredito la tremarella ha lasciato il posto ad una incontenibile voglia di partire, anche se l’oscurità era già lì, davanti a me, da sfidare con i miei tremolanti fanalini a batteria, e mi faceva un po’ paura. I miei amici e compagni di viaggio erano lì intorno a me. Finalmente toccava al mio scaglione, l’aria risuonava di «Bon courage!», la gente radunata ai bordi delle strade e sui ponti dei cavalcavia applaudiva e mi dava una carica incredibile. Mi veniva da piangere. Bon courage, che significa un misto tra “buona fortuna” e “fatti coraggio”. Quell’augurio l’avrei sentito centinaia di volte nei successivi quattro giorni. Merci! Tutto il resto è viaggio. Quattro notti e tre giorni passati fra carte di viaggio da timbrare, inconvenienti fisici, caldo, freddo, sonno. Orizzonti infiniti. Profumi indescrivibili. Facce – quelle attonite dei tuoi compagni di viaggio, quelle degli altri partecipanti, di quei vecchi che, seduti agli angoli delle strade, non aspettavano altro che di vederci passare per indicarci la via.

La Paris-Brest-Paris non è una linea pianeggiante: tra andata e ritorno si accumulano oltre diecimila metri di dislivello. Lo spauracchio si chiama côte, praticamente un susseguirsi di colline una dietro l’altra. Un toboga che non lascia scampo. Quest’anno siamo stati molto fortunati: sole splendente e praticamente niente vento. Quanti villaggi abbiamo attraversato. Ogni villaggio aveva la sua piazza con la chiesa col grigio campanile a punta, sullo stile architettonico tipico dell’Europa settentrionale. E quasi ogni villaggio aveva la sua boulangerie. Le mitiche panetterie francesi sono una sorta di istituzione lungo la strada della Paris-Brest-Paris. Ho visto scene tipo assalto alla diligenza, e razzie dei banconi stile migrazione biblica di locuste. «Bulangerì!», si gridava e, se l’orologio lo permetteva, il rito si compieva. La baguette, il fragrante sfilatino così tipicamente transalpino che di più non si può, ha una forma decisamente indovinata per il ciclista. Si infila bene nelle tasche della maglia, ma io le ho viste sistemate un po’ dovunque, legate al tubo orizzontale della bici o disposte di traverso a mo’ di improbabili ali di aeroplano sul portapacchi posteriore. Micidiale.

Cieli stellati così belli non ricordo di averne mai visti prima. La rossa palla di Marte, mai così vicino alla Terra come in questi giorni, mi seguiva silenziosa quasi vegliasse su di me. Quante albe, quanti tramonti visti da quel sellino. La notte in Bretagna aveva gli stessi profumi di quella della provincia italiana, annusati durante i brevetti di qualificazione. Non me lo sarei mai aspettata, bel mistero. Poi c’erano quelli che io ho ribattezzato “gli angeli custodi della notte”, donne e ragazzini dei villaggi da noi attraversati che, malgrado gli orari antelucani, aprivano i loro tavolini da campeggio lungo la strada offrendoci caffè, zuppa calda, biscotti, zuccherini, a volte la musica della radiolina. La notte solitamente è un duro affare per i randonneur, e il calore e il conforto di quegli inaspettati incontri nel cuore delle colline francesi a lume di lampadina non li dimenticherò mai. Di tutte le brutte bestie del randonneur, il sonno è la peggiore. Il sonno puoi scacciarlo o ignorarlo per una, due notti al massimo, poi è follia pura. Il buio della campagna attorno ti intorpidisce i sensi, la lucina rossa di quello davanti a te ti ipnotizza e ti rimbecillisce. A nulla serve prendersi a schiaffi, urlare, cantare. Il caffè non sortisce più alcun effetto. Inizi a straparlare, a delirare, i pensieri si scollegano dal cervello. Vedi fantasmi e ombre ovunque. Rischi di svenire e cadere dalla bici, niente di più facile. Allora ti devi fermare, non hai scelta. A volte basta mezz’ora buttato su un prato. Se non fa troppo freddo. Io ho avuto tanto freddo, tanto da arrivare a maledire l’esile coperta di sopravvivenza in alluminio che avevo portato con me, purtroppo ingannata dalle roventi notti precedenti passate alle nostre latitudini, e dalle notizie meteo che assicuravano che quelle temperature erano generalizzate all’Europa intera. Balle. Quanto avrei desiderato avere con me il sacco a pelo in Thinsulate lasciato al campeggio di Saint Quentin-en-Yvelines… Per arrivare a Brest si supera una sorta di “serra” montagnosa con un vistoso ripetitore in cima. Quando scollini sembra di approdare in un altro pianeta, io in quel momento ho provato un’emozione fortissima. Poi Brest arriva e intravvedi l’Atlantico, laggiù, immenso e misterioso. Era il giro di boa, la nuova, fortissima carica per andare avanti.

E poi è arrivato il momento più difficile. Stanca, sporca (da quattro giorni non riuscivo a farmi una doccia perché ai posti di controllo gli asciugamani erano regolarmente terminati…), le piaghe al soprassella non davano tregua, così come le mani e i piedi intorpiditi e doloranti. Il freddo e l’umidità delle notti bretoni mi avevano lasciato un fastidiosissimo mal di gola. Il tendine d’Achille sinistro, tirato al limite a suon di Aulin praticamente dall’inizio del viaggio, aveva ceduto di schianto il giorno prima costringendomi ad un grave rallentamento, ed era gonfio come una zampogna. L’intestino, devastato dai medicinali, dava palesi segni d’insofferenza. Era l’alba del venerdì, l’ultimo giorno. I miei amici, tutti acciaccati e già rassegnati al ritiro, erano ancora al calduccio nel dormitorio del checkpoint di Villaines La Juhel, ma io non mi volevo rassegnare alla sconfitta, arrivata la sera prima sottoforma della consapevolezza che, in quelle condizioni e con solo due ore di sonno complessive accumulate in tre giorni, non ce l’avremmo mai fatta a raggiungere in tempo il successivo checkpoint di Mortagne Au Perche. Quindi, pur sapendo di essere fuori dai giochi, l’orgoglio (brutta bestia) mi aveva strappata dalle coperte e buttata, dolorante e con un senso di schifo addosso, di nuovo sulla fredda e umida strada. Perché dalla PBP non ci si può ritirare, non esiste proprio. Perché in un angolino del cuore conservavo ancora la speranza di avere la forza morale per arrivare a Parigi sulla mia bicicletta, pur tardissimo e con un timbro in meno sulla carta di viaggio. La strada era deserta, il sole stava per sorgere all’orizzonte. Persa nell’immensità di quel paesaggio di colline, timorosa, sola sulla mia bicicletta affardellata, ho vissuto un momento davvero mistico con me stessa. Interrotto brutalmente, dopo soli quindici chilometri, da una volgare, stupida, inopportuna, stronzissima foratura. Ma cosa ci faceva una puntina da disegno in un posto come quello?!?… 

La riparazione del danno, con perdita di tempo e ulteriore “bastonata” al morale, il proseguimento del viaggio fino al più vicino avamposto di civiltà, l’accordo con un randonneur inglese a sua volta costretto al ritiro, ed ecco il mesto ritorno a Parigi in automobile, con due umiliazioni finali: passare davanti al traguardo e vedere gli arrivi degli altri, e la riconsegna della carta di viaggio agli addetti dell’organizzazione, i quali, solerti, non hanno potuto fare altro che appuntare sull’ultima casellina “Abandon”, ritiro. A duecento chilometri dalla fine, dopo averne percorsi millecinquantotto. Questo era il prezzo da pagare. Se mi avessero dato un calcio nello stomaco mi avrebbero fatto meno male. Farsene una ragione è stata dura, ma in fondo il VIAGGIO era comunque compiuto: emozioni, ricordi ed esperienza che nessun timbro e nessuna omologazione potranno mai portarmi via. Ora sono già pronta a ripartire, ci credete?

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