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LONDRA-EDINBURGO-LONDRA, 1.400 km, 23-29 luglio 2005

Malgrado il lieve ritardo sul tempo massimo, la BRM (Brevets Randonneurs Mondiaux) ha alfine omologato i nostri brevetti. Poco prima di Natale ho ricevuto per posta la carta di viaggio con il “benestare” finale e una medaglia commemorativa dell’impresa. Il racconto, scritto subito dopo il mio rientro in Italia, non risparmia colpi di scena e qualche nota di colore.

UN GRAZIE PER LE FOTOGRAFIE A: GIANNI GABRIELI, IVO MIESEN, TONY LONERO

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Vado a fare un giro in bici. Quanti chilometri? Più o meno millequattrocento… 

SABATO – GIORNO UNO

Pronti al via«Bonne route!», esclama un randonneur dall’altro lato della strada. «Bonne merde…», mormora a denti stretti un ciclista francese a fianco a me, suscitando l’ilarità dei suoi connazionali. L’espressione scaramantica – irripetibile quantunque chiarissima, riassume lo stato d’animo della maggioranza dei ciclisti sulla linea di partenza di questa quinta edizione della “Londra-Edinburgo-Londra”: un misto di timore e di calmo e rassegnato slancio verso l’ignoto. Siamo nel Cheshunt, periferia nordest di Londra, non lontano dall’ostello della gioventù del parco di Lee Valley. Sono quasi le 8,30 di sabato 23 luglio, il cielo è grigio, tipicamente inglese. Vicino a me ci sono Giorgio, Gianni, Tony, Ernesto. Per ingannare l’attesa si parla (in inglese, o italianamente a gesti) con randonneurs provenienti da tutto il pianeta. C’è anche Ivo, un ragazzotto olandese occhialuto e di pelo riccio, aria da intellettuale-alternativo-noglobal, poliglotta, bicicletta spartana come la stragrande maggioranza dei randonneurs stranieri, chiacchiera molto e intanto “spara” con la sua reflex. Mi sorride spesso e mi fotografa, io abbasso gli occhi imbarazzata. Ma come farà a portarsi quel mattone di apparecchio fotografico per tutti quei chilometri?! Stanno per dare il via al nostro scaglione. Prima di noi è partito, fra gli altri, il mitico Jack Eason, il vetusto randonneur inglese ormai divenuto una sorta di leggenda vivente nell’ambiente, con le sue scarpe Lacoste immacolate, i pedali coi cinghietti, il foulard al collo e il Jack Easonberrettino di cotone. L’organizzazione di questa manifestazione è assai spartana. Dimenticate lo show-biz, la folla e i lustrini della Paris-Brest-Paris, qui ci sono in ballo solo poco più di trecento temerari destinati a nutrirsi per cinque giorni di fagioli e torta casereccia. Ma a me piacciono la sobrietà e la cordialità di questo strano popolo che guida “dal lato sbagliato”, non fa la raccolta differenziata dei rifiuti ma in compenso ha evitato di metterci qualche stupido gadget nel pacco dell’iscrizione per darci piuttosto il conforto e la sicurezza di una “scopa” motociclistica – fatto eccezionale e per nulla dovuto in una randonnèe.

Con tranquillità e in buon ordine anche il nostro gruppo si avvia. Usciamo dalla periferia della città e ci inoltriamo nel verde del Cheshunt. Io e Gianni cerchiamo di non perderci nella folla e di rimanere uniti, Giorgio è poco più indietro. Sul manubrio ho bene in vista il “route sheet”, il complicatissimo foglio con il percorso, vi assicuro che interpretarlo è un’impresa nell’impresa… Capisco subito quanto sia imbarazzante per un continentale tenere gli occhi incollati su quel geroglifico e, al tempo stesso, pedalare a sinistra e imboccare le rotonde al contrario. Neppure un chilometro, e il gruppo sta già sbagliando strada – urla e strepiti in tutti gli idiomi europei, bisogna girare a destra. È solo l’inizio, sono sconcertata, eppure mi ci dovrò abituare.

«Il monte dèjà!», commenta il solito francese ottimista, e infatti i primi saliscendi non tardano ad arrivare. Qualche buontempone continua a ripetere che i primi trecento chilometri di questa ultramaratona sono pianeggianti, beh, sappiate che è un falso clamoroso, appena partiti è già tutto un clangore di cambi e pignoni. Ad un bivio ci raggiunge finalmente Giorgio, e il nostro trio è ricomposto. Io da Torino, Gianni da Crevacuore e Giorgio da Alzano Lombardo, ci siamo allenati insieme per quattro mesi. E adesso, prendiamo il giusto passo e facciamoci il nostro viaggio…

Il primo controllo (e il primo timbro sulla carta di viaggio) è a Gamlingay, sessantacinque chilometri a nord. Gianni m’invita a prendere una tazza di caffè, si possono anche acquistare dei deliziosi “cestini” da viaggio contenenti biscotti, choco-snack e altre leccornie da consumare lungo la strada: è quello che ci vuole per cominciare a riempire le mie tasche. Sorseggiamo velocemente quella brodaglia allungata, seduti al tavolo di fronte a noi ci sono dei randonneurs tedeschi. Uno di questi mi chiede in inglese se io e Gianni siamo parenti, gli rispondo che siamo solo amici. «Mi piacerebbe avere una fidanzata ciclista come te…». Traduco, ma immediatamente realizzo che è un abbordaggio in piena regola e senza tanti convenevoli. Resto di botto senza parole. Gianni sghignazza.

Giorgio ci richiama all’ordine, ripartiamo. Ormai siamo immersi nella campagna inglese, il sole va e viene, cominciamo a scaldarci e possiamo togliere qualche abito pesante. Saranno le poche ore in tutta la randonnèe in cui potrò indossare le sole maniche corte. Ci guardiamo intorno e commentiamo quel paesaggio francamente noioso, tutto uguale. Solo gialli campi di cereali ancora da mietere. Molto più bella la provincia italiana, sentenzio io. Attraversiamo rari villaggi, nei quali la gente per la strada cordialmente ci sorride e ci saluta, salutiamo anche noi. Nel primo pomeriggio raggiungiamo il secondo controllo a Thurlby, 152mo chilometro. La fame inizia a farsi sentire, e fortunatamente qui l’offerta cibereccia è davvero interessante: c’è della frutta fresca, preziosissima per rifornirsi di vitamine, e ci sono le buonissime “cornish pastries”, fagottini di pasta sfoglia ripieni di carne e verdure, oppure di bacon. Riempiamo i piatti e ci satolliamo come si deve. Qualche foto, chi telefona a casa, e poi via.

L’interpretazione del roadbook si fa via via più facile man mano che i chilometri passano. Si può dire che ormai abbia imparato “il trucco”. Poiché sono l’unica a conoscere l’Inglese e l’unica ad avere l’enigmatico foglio bene in vista sul borsello, il mio ruolo nel trio è già segnato: fare strada. Una responsabilità mica da ridere, in un Paese che nessuno di noi conosce! Tony mi scherniva soprannominandomi “GPS”, raccontava a sua madre della mia presunta abilità nell’interpretare i roadbook, bene, neanche il tempo di vedere (e deridere) alcuni Danesi davanti a noi che sbagliano clamorosamente strada che subito notiamo un randonneur tornare indietro e farci dei gesti strani. Che succede? Finiamo in un paesino dal curioso nome di BITCHFIELD (letteralmente “campo della prostituta”), non elencato nel route sheet. Stop, mano alle mappe, siamo completamente fuori strada! Come abbiamo fatto a sbagliare? Torniamo sui nostri passi in compagnia di un corpulento tedesco anch’egli in fallo, e vediamo che altri due, tre, cinque randonneur stanno facendo lo stesso errore. Curioso. Rimediamo allo sbaglio aggiungendo forse una decina di chilometri alla nostra già immane faticaccia, e ritroviamo la retta via. Sorpassiamo Jack, quasi me ne vergogno, sono emozionata nel salutare la Leggenda in persona. Ottant’anni, mi dicono. Quattro anni fa finì regolarmente la “Londra-Edinburgo-Londra”, mentre l’anno scorso alla “Sicilia No Stop” dovette gettare la spugna per il gran caldo. Quest’anno ce l’avrebbe fatta?

Il vento è contrario, avanziamo a fatica, ho fame. È una vera e propria crisi la mia, ho già mangiato tutto quel che avevo in tasca e, a soli quindici chilometri da Lincoln, devo farmi passare da Gianni un succulento quanto provvidenziale Mars. Lincoln è una cittadina piuttosto grande, e raggiungere il controllo, situato in centro, è piuttosto complicato. Ci arriviamo che è praticamente ora di cena. Concordiamo di mangiare velocemente e di pianificare la nostra prima notte. Siamo al 223mo chilometro, l’idea iniziale era di non dormire prima del controllo di Hovingham (381mo chilometro), ma la difficoltà di trovare le strade nel buio ci scoraggia notevolmente dal viaggiare di notte. Decidiamo dunque di raggiungere intanto il controllo di Thorne (298mo chilometro), dopodiché avremmo pianificato il resto sulla base delle nostre condizioni. I mitici “beans on toast” (fagioli in umido su fette di pane tostato) vanno giù che è una meraviglia, così come la buonissima “apple crumble” che, ho scoperto, mia mamma ogni tanto mi faceva quand’ero piccola.

Ripartiamo con il sole ormai al tramonto, siamo soli finché ad un bivio abbiamo un dubbio e dobbiamo consultarci per decidere quale direzione prendere. Nel frattempo arrivano i Tedeschi e “Old Jack”. È tutto un confabulare in inglese misto a tedesco e italiano, poi finalmente arriva un’auto, si chiede l’informazione decisiva, si riparte. I Tedeschi tirano come dannati e sono molto precisi nell’individuare la strada, cerchiamo di stringere i denti e di stare con loro: è un “passaggio” prezioso per risparmiare tempo e raggiungere velocemente il controllo di Thorne. Arriva il buio, sono ormai le 22, si accendono le luci e la corsa forsennata continua, Gianni protesta per il ritmo troppo sostenuto, resistiamo ancora finché la “panzerdivision”, dopo aver azzeccato decine di deviazioni, commette un inatteso (e fortunatamente piccolo) errore di percorso. Confusione, si confrontano tra di loro. A quel punto prendo in mano io la situazione, e mi accorgo che… da adesso in poi sono LORO a seguirci! Attraversiamo la zona delle centrali nucleari intorno a Gainsborough, illuminate come luna park: uno spettacolo sconcertante quanto affascinante. Dopodiché si esce nuovamente dalla civiltà, un lungo spostamento in campagna ed ecco, imboscatissimo, il circolo del rugby di Thorne. È già passata l’una di notte, decidiamo di fare qui la nostra prima “sosta lunga” fino alle quattro. Ci sono moltissime biciclette parcheggiate fuori, segno che non siamo i soli ad aver La notte dei randonneursdeciso di fermarci lì a dormire. Dopo il timbro mi precipito negli spogliatoi a fare una doccia e a mettermi i comodi bragoni di cotone che mi sono portata per dare un po’ di sollievo alla pelle del soprassella. Poi mangio dei deliziosi pezzi di torta, bevo del latte e preparo il mio giaciglio srotolando sul pavimento del salone il Therm-A-Rest da 270 grammi. «Ce la dai tu la sveglia?», mi chiede Gianni. Giorgio è già sprofondato sotto una sedia, insieme a decine di altri corpi buttati sulla moquette. Punto il telefonino, indosso la mascherina per gli occhi. Buonanotte, se possibile.

DOMENICA – GIORNO DUE

«Ragazzi, s’era detto “Alle quattro in sella”, NON ancora seduti a fare colazione!», protesto come una vecchia zia petulante mentre Gianni e Giorgio stanno approfittando del ben di dio che i volontari dell’AUK hanno appena messo a disposizione per il breakfast. D’altro canto la sera prima non avevano trovato niente di loro gradimento, è giusto che anche loro si sazino a dovere. Personalmente sto apprezzando molto i rifornimenti: andrei avanti a torte, biscotti e latte coi cereali ad oltranza. Finisco di sistemare la bici, intanto i miei compari arrivano. Ho indossato dei calzoncini puliti, ho lavato quelli del giorno precedente e li ho legati con una cordicella al portapacchi, così mentre viaggio si asciugano. Le prime luci dell’alba arrivano prestissimo a queste latitudini. Partiamo sotto una fastidiosa pioggerellina, che diventerà una costante di queste albe britanniche. Commentiamo tra noi quanto bene ci abbia fatto lavarci, riposare e mangiare in quel posto. Ad un certo punto sentiamo un’imprecazione, dobbiamo fermarci, Gianni non ha visto una buca ed ha scentrato la ruota posteriore. Per fortuna nulla di rotto, un colpetto di tiraraggi e tutto va a posto. Quando il sole è già alto siamo in vista di una località di interesse turistico, tale Castle Howard. Essa non è altro che una lunga salita su una collina che è tutto un monumento, una sorta di commemorazione ad antiche stirpi di re. Quando credi di essere in cima incontri un enorme obelisco, poiLa salita a Castle Howard un altro, dietro la curva si sale ancora, poi l’incredibile spettacolo di fronte a noi della strada che sale dritta e infinita fra due file di alberi, intervallata da maestosi porticati. Un monumento stranissimo, una cosa mai vista. Io sono un poco in crisi su quella collina, la rampa finale verso l’ultimo obelisco è un autentico muro, alcuni randonneur mi sorpassano a velocità praticamente doppia, arranco, riesco a malapena a fare una foto al volo mentre pedalo. Gianni e Giorgio mi aspettano sulla sommità, scendiamo insieme velocemente al controllo di Hovingham, 381mo chilometro. Sentendomi in debito di energie qui mangio in abbondanza, ma non si rivelerà un’idea gagliarda…

Appena ripartiti inaspettatamente ci tocca affrontare a pancia piena altri saliscendi spaccagambe con strappi micidiali. Non ho neppure la forza di imprecare. Dopo alcuni chilometri usciamo da quel piccolo inferno, e finalmente la strada spiana nuovamente. A ora di pranzo raggiungiamo così il controllo di Eppleby, 461mo chilometro. Realizziamo di essere giunti alla parte “tosta” della randonnèe, con la salita al mitico colle Yad Moss (“cima Coppi” di tutto il giro, anche se nessuno sa dire a quanti metri di quota stia esattamente…) e la sezione scozzese del percorso, con le sue infide colline. Dunque ripartiamo, con lo spirito di chi sa di essere ormai completamente “in ballo”.

Prima di intraprendere la salita vera e propria allo Yad Moss vi è una fase interlocutoria di saliscendi fino alla graziosa località turistica di Barnard Castle. Da qui in poi si ha più netta la sensazione del panorama che cambia: verdeggianti colline inframmezzate dai caratteristici muretti a secco prendono il posto dei noiosi campi di orzo del sud. Il cielo è sempre più cupo, e non promette niente di buono. Nei prati sono numerose le greggi di pecore lasciate libere senz’ombra di presenza umana. Sono diverse dalle nostre, sono buffe, cicciottelle, con le zampe corte, il musetto nero e piccole corna ad incorniciare il tutto. Al nostro passaggio drizzano le orecchie a punta e schizzano veloci di qua e di là.

Il ruolino di marcia impone il prossimo timbro a scelta prima del colle (a Langdon Beck, undici chilometri prima dello scollinamento) oppure alla località successiva (ad Alston, dopo sedici chilometri quasi tutti in discesa). Siamo tutti d’accordo nel fermarci a timbrare dopo la salita, per cui Giorgio prende il suo passo e si porta avanti. Io e Gianni ci fermiamo un momento a vestirci, l’aria si è fatta fredda e pungente. Dobbiamo indossare gambali, giacchino antivento, sottocasco e guanti lunghi (in salita!). Ci attendono circa dieci chilometri di salita regolare. Riprendiamo lentamente la nostra ascensione in questo strano posto abbandonato da dio e dagli uomini, in compagnia solo delle pecore. Tuttavia non riesco a comprendere cosa diavolo ci facciano su questa remota strada, alla domenica pomeriggio, queste mostruose bisarche che ci sorpassano a tutta velocità e senza riguardo… Sono terrorizzata, quasi quasi rimpiango gli automobilisti italiani! Ma non siamo noi le sole vittime di questo inatteso quanto pericoloso viavai. Ad un certo punto realizzo con orrore che per chilometri e chilometri l’asfalto è letteralmente lastricato di cadaveri di piccoli leprotti investiti. Sbudellati, decapitati, brandelli di pelliccia buttati lì come pupazzi. Dieci, cento, cinquecento, mille. Per noi ciclisti è normale vedere animali selvatici investiti a bordo strada, ma questa è un’autentica strage. Dopo un po’ comincio a provare raccapriccio e nausea. Purtroppo la vista sarà tale per buona parte della randonnèe.

In cima allo Yad Moss non esiste una palina segnaletica, nulla che possa darti la sensazione di aver conquistato un colle, e questo è piuttosto frustrante per un ciclista Italiano. Chissà come debbono essersi sentiti i Francesi, che piazzano targhe e cartelli ovunque e danno il nome anche al più insignificante ponticello. Dobbiamo Sullo Yad Moss Passscendere di qualche metro per trovare un grosso cartello pubblicitario tipo Ente Turismo e prenderlo come riferimento per scattare alcune foto ricordo. Poi via, veloci in discesa verso Alston, giusto per timbrare e mangiare qualcosa. Ad Alston la discesa si conclude con un delirante tratto ripidissimo lastricato di pietre, una roba d’altri tempi, difficile stare in sella, comunque nessun incidente. All’ostello della gioventù deputato al controllo giungiamo che è ormai ora di cena, è il 530mo chilometro. Acchiappo qualcosa da mangiare (particolarmente apprezzate le mitiche patatine Walker alla cipolla) e metto in tasca dei pezzi di torta campagnola già incellofanati ad arte dai volontari, non possiamo perdere molto tempo. Per il riposo notturno dobbiamo raggiungere il controllo di Canonbie, giusto sul confine con la Scozia…

La strada tra Alston e Canonbie è tutto un alternarsi di saliscendi, ma parrebbe più discesa che salita. Vediamo arrancare in senso contrario i randonneur partiti da Thorne che hanno già fatto il giro di boa ad Edinburgo e puntano a sud. È tutto un salutarsi entusiastico da un lato all’altro della strada. Mentre s’approssima l’oscurità Giorgio rompe un parafango, lo strappa via e lo abbandona, intanto ci consultiamo sulla strada da seguire. Il route sheet dà facoltà di raggiungere Canonbie da un certo punto in poi via statale, anziché seguire il tortuoso percorso fra le colline. Ci sembra una buona idea, ma appena intercettata la A7 ci accorgiamo che non è poi così pianeggiante… Ad un bivio abbiamo la possibilità di ritornare sul percorso “regolare”, e alla fine decidiamo di seguirlo fedelmente onde evitare di perderci. Ma c’è un problema: con il tramonto arriva il “sonno elefante”, e comincio a dare i numeri. Sono completamente rimbecillita, chiedo ai ragazzi di starmi vicina e di parlarmi, o rischio seriamente di cascare dalla bicicletta. Impossibile rimanere concentrata sul route sheet in quelle condizioni, Gianni e Giorgio capiscono che ho bisogno di aiuto. Alla fine tra tutti succede un pasticcio: in mezzo alla campagna svoltiamo a sinistra, nessuno saprà mai se era quello il bivio giusto, fatto sta che al fondo della discesa i nomi dei paesi che leggiamo sui piccoli e arrugginiti cartelli non ci tornano. È lo sconforto generale, la “Londra-Edinburgo-Londra” si sta rivelando in tutta la sua crudele severità, con le sue mille trappole e insidie. Ma noi siamo dei randonneurs, non possiamo certo arrenderci. Seguendo l’intuito di Giorgio imbocchiamo una stradina e riusciamo miracolosamente ad uscire da quella collina infernale, intercettando ancora una volta la statale A7. Da lì, raggiungere Canonbie con l’aiuto di una mappa sarebbe stato facile. La vista del cartello “Benvenuti in Scozia” e, soprattutto, quello del bivio per la località del controllo è salutata con urla di gioia. Ormai è buio pesto. Infiliamo la stradina, Gianni è in testa, pedaliamo. Pedaliamo. Pedaliamo. Ma dov’è?!? Non si vede una luce, un villaggio… Sale, scende… non finisce mai, siamo stanchi ed esasperati. Finché, come in un miraggio, ecco le frecce dell’Audax UK, ci siamo, 588mo chilometro. Ed è anche relativamente presto: sono le 23,20. Appoggiamo le biciclette ai trespoli di legno ed entriamo. Il controllo stavolta è in una sorta di palestra-refettorio, c’è il parquet di legno, dove alcuni randonneurs stanno già riposando. Pago la solita sterlina al gentile addetto al timbro e arraffo e mi scolo subito un’intera bottiglietta di integratore: sono completamente disidratata. Poi mi concedo una doccia velocissima, lavo i calzoncini, mi faccio dare qualcosa da mangiare e preparo per la seconda volta il materassino. La mascherina cala sugli occhi, e la dannata sveglia del telefonino è di nuovo puntata sulle 3,30. Le ginocchia mi fanno molto male, il riposo non sarà tranquillo, dovrò rigirarmi sovente ed ogni posizione sarà scomoda e dolorosa…

LUNEDÌ – GIORNO TRE

«Silvia, sono le tre e un quarto… ». «E allora?», rispondo ancora addormentata. «Come sarebbe: “e allora”?! Bisogna ripartire!». Gianni ha ragione, e io devo essere completamente scimunita per fare domande del genere. È il ritorno alla dura realtà, a quell’obiettivo preparato per mesi che ora ci vede completamente in ballo. I guerrieri devono ritornare in sella, non prima però di aver ingurgitato una tazza di latte e cereali e di aver messo in tasca qualche “cubetto” incellofanato di quei deliziosi dolcini artigianali: mi avrebbero fatto comodo nelle dure salite scozzesi. Usciamo nel freddo e nell’oscurità e, tanto per cambiare, scende la solita pioggerellina. L’alba già si prepara a fare il suo trionfale ingresso, mentre noi, con le nostre tremolanti lucine bianche e rosse, come anime in pena vaganti nella campagna ci avviamo verso la mitica Valle dell’Esk. È il gran giorno del giro di boa di Edinburgo, ma il capoluogo scozzese è ancora così lontano…

La selvaggia valle dell’Esk parte dall’amena e deliziosa località turistica di Langholm. Sembra di infilarsi in certi parchi montani nostrani, con il torrente a fianco (l’Esk, appunto) e la stradina con i parapetti fatti coi tronchi. Dopo alcuni chilometri ci si ritrova immersi nelle colline che, anziché avere forma tondeggiante, sembrano più altopiani (per chi la conosce potrebbe reggere, per quanto irriverente, il paragone con la Serra d’Ivrea). Le conifere ne decorano la sommità, come la cresta sulla testa di un punk cui siano stati rasati i capelli lateralmente. Io ho un sonno da morire, e in più comincia a farmi male la dannatissima spalla destra. E poi ho fame, sempre fame. Decido allora di mangiare il dolce preso a Canonbie che tengo in tasca: sembrerebbe un pastone di semini (miglio? Sesamo? Becchime per canarini? Meglio non indagare) tenuto insieme dallo zucchero. Non è malvagio, anzi. Dopodiché posso sciogliermi in borraccia una dose di nimesulide per arginare il dolore alla spalla, “regalo” di anni di lavoro passati alla scrivania a smanettare col mouse. Le cose in breve cambiano: i grassi buoni dei semini oleosi, unitamente allo zucchero, “carburano” a dovere i miei muscoli, e si compie il “miracolo” dell’organismo che si rigenera mentre pedala, come in un ciclo infinito: un processo che noi randonneur conosciamo molto bene. Sto meglio, e posso pedalare di buona lena. Tuttavia mi sorge lecita un’inquietante domanda: mi sono dopata con l’Aulin?

Giorgio è andato avanti, confidiamo di ritrovarlo ad Ettrick. Io e Gianni, scacciata la crisi di sonno mattutina e ritrovato il buonumore, raggiungiamo alfine la località di Eskdalemuir, dove fino alla scorsa edizione aveva sede il controllo presso il monastero dei monaci tibetani. Avevo fantasticato a lungo su questo monastero, ne avevo letto sui racconti di viaggio di quelli che avevano fatto la LEL in passato. Cosa non dev’essere un monastero tibetano in Scozia! Gli passo a fianco e guardo. Beh, avete presente un pugno in un occhio? C’è una costruzione strana, una cupola dorata di foggia ardita, una brutta piscina con in mezzo la statua del Buddha e i cigni finti… Una specie di luna park in un posto che non c’entra niente. Sono così delusa che non tiro nemmeno fuori la macchina fotografica… ma forse è solo l’influenza di essere nata e di vivere in un angolo del Pianeta di millenaria tradizione cattolica, con altri canoni estetici. Procediamo costanti in saliscendi fra il verde e le pecore, mentre il cielo alterna squarci di azzurro a brevi scrosci di pioggia. Un lungo traverso nel bosco, ed eccoci al controllo di Ettrick, una specie di rifugio montano immerso nel verde che, a dispetto della posizione decisamente remota, non rinuncia ad avere nel cortile la classica cabina telefonica rossa tipicamente inglese. Qui troviamo Giorgio beatamente addormentato su una panchina e, scuotendolo, non riusciamo a trattenere una risata. Ufficialmente questo avrebbe dovuto essere un “ristoro di fortuna” messo in piedi alla veloce dopo che il monastero aveva dato forfait causa lavori di ristrutturazione, in realtà all’interno troviamo anche qualcosa da mettere sotto i denti. Troviamo anche Tony, seduto su una seggiola. Lui è già stato ad Edinburgo, ma: «Ero avanti, con i vostri amici… Non mi sono portato abbastanza capi per vestirmi, stanotte ho avuto freddo e sono stato male, mi sono fermato qui credendo di morire, devo ritirarmi…». Mi dispiace sinceramente vedere il ragazzone italoamericano, famoso per aver conquistato due anni prima la “Parigi-Brest-Parigi” a dispetto della sua malattia, arrendersi per un banalissimo “errore tattico”. Timbriamo, mangiamo velocemente e ripartiamo, mentre il furgone dell’organizzazione carica Tony e la sua bicicletta per portarlo alla più vicina stazione ferroviaria. Noi vogliamo assolutamente raggiungere Edinburgo per ora di pranzo.

Pecore scozzesiNuvole nere. Cavalli. Mucche. Pecore. Escrementi di pecora. Carcasse di leprotti. Colline. Colline. Colline. E le stramaledette “cattle grid”, le griglie metalliche che, di quando in quando, tagliano la strada con la funzione di separare il bestiame. Tutte le volte che ci tocca passarci sopra con le nostre biciclette si beccano una tale dose di imprecazioni e salmodiate da far fondere la ghisa di cui sono fatte. Ti shakerano il cervello, ti distruggono quel poco muscolo sano che ti è rimasto. Siamo dentro le Moorfoot Hills, l’ultimo ostacolo prima di calare su Dalkeith, periferia sud di Edinburgo, sede del controllo che scandisce la metà esatta del percorso. Ci sono due, forse tre scollinamenti particolarmente tignosi. Giorgio è ancora una volta “in fuga”, io e Gianni arranchiamo silenziosi combattendo contro il vento frontale. Fare il “giro di boa” ci sembra una cosa psicologicamente importante, tuttavia la testa è già al ritorno. La strada infine parrebbe scendere decisamente, una deviazione inattesa, un’ultima risalita e intercettiamo alfine la statale, è in falsopiano-discesa, ma il vento contrario ci obbliga comunque a spingere il rapportone. Pigiamo sui pedali a tutta birra, superiamo alcune rotonde alla periferia di Edinburgo ed ecco il controllo, siamo al 707mo chilometro. All’interno troviamo Giorgio già seduto al desco, parlotta con un randonneur belga con il quale aveva condiviso molta strada alla “Sicilia No Stop” dell’anno scorso. «Ho verificato gli orari di chiusura dei controlli al ritorno, siamo stretti con i tempi… ». Ci sediamo anche io e Gianni, e mentre consumiamo un’insipida pasta al pesto, fagioli in umido e dolciumi assortiti facciamo insieme il punto della situazione e pianifichiamo la seconda (e decisiva) parte della nostra avventura.

Non siamo in grave ritardo, però non possiamo concederci distrazioni, e neppure errori di percorso. Lasciamo Edinburgo alle 14, quando al controllo ci sono ancora pochi randonneur che riposano. Uscendo dalla città vediamo arrivare il gruppo dei giapponesi, probabilmente i fanalini di coda della variopinta carovana internazionale. Non facciamo in tempo ad imboccare la prima rotonda che subito sorge un vivace battibecco tra noi sulla giusta direzione da prendere. L’errore e la conseguente discussione ci costano una buona mezz’ora persa e il muso lungo di Giorgio, il quale però dovrà presto convincersi della bontà della mia interpretazione del route sheet. Riprendiamo a salire in senso opposto le colline scavalcate al mattino, ma c’è di buono che stavolta il vento è a nostro favore, e tutto sembra molto più semplice e scorrevole! Finalmente una buona notizia, dato che malumore e nervosismo iniziavano a serpeggiare pericolosamente. A Innerleithen ci prendiamo una breve pausa per toglierci qualche vestito e sgranocchiare gli immancabili Mars. Una coppia di passanti incuriosita ci chiede se c’è una manifestazione ciclistica e se la Gran Bretagna ci piace. Come sempre faccio io da portavoce per tutti: risposta affermativa. Il mio inglese purtroppo non è granché, ma è sufficiente a farmi capire. Per tutto il resto, ci sono i sorrisi.

Lungo la strada vediamo alcune macchine e furgoni carichi con le biciclette dei randonneur: segno inequivocabile che qualcuno, dopo l’arrivo a Edinburgo, aveva gettato la spugna. A ora di cena siamo di nuovo nella foresta di Ettrick ed al relativo controllo. Poco dopo il nostro arrivo giunge anche il gruppetto dei giapponesi “scortato” dall’anziano capo dell’Audax inglese, che sta facendo loro da guida e da accompagnatore. Lui ha modi flemmatici da vero signore, mi piace. I suoi “allievi” invece hanno l’aria sorridente e non troppo affaticata – merito certamente del ritmo regolarissimo imposto (si fa per dire) dal saggio ed esperto randonneur britannico. Riconosco la ragazza che l’anno scorso portò coraggiosamente a termine con un’amica la “Sicilia No Stop”, è una graziosa brunetta che fa girare la testa a Giorgio, anche se lui sotto sotto non gradisce che gli amici del Sol Levante siano alle nostre calcagna… «Perché sono gli ultimi arrivati nel mondo Audax, non voglio che mi passino davanti!». Io e Gianni lo scherniamo benevolmente, poi tutti dentro a mangiare il solito boccone di corsa. Dentro il piccolo edificio trovo Ivo che Ivo a Ettriksorseggia tranquillo una tazza di caffè. Ci si era incrociati e salutati spesso ai controlli. Avrebbe la gamba per essere un randonneur fortissimo, ma preferisce sfruttare tutto il tempo massimo a disposizione alla moda dei cicloturisti inglesi chiacchierando con tutti, mangiando, bevendo caffè, consultando le mappe e, soprattutto, scattando fotografie. Il nostro tavolo è a fianco al suo, subito mi tempesta allegro di domande nel suo brutto inglese gergale, le guance rubiconde e i riccioli spettinati. Io non ho molto tempo, sono troppo occupata a divorare il mio pasto, cerco di dargli un po’ corda per non sembrare sgarbata, ma faccio fatica a capire quello che dice. Allora mi allunga il suo biglietto da visita. Un randonneur che viaggia con i biglietti da visita in tasca?!? Gianni e Giorgio sghignazzano maliziosamente e mi prendono in giro, intuiscono qualcosa di tenero. In effetti è carino e non mi dispiace affatto, ma non è certo questo il momento adatto per flirtare! Ci mostra ancora sulle sue dettagliate mappe dotate di curve di livello la strada che dobbiamo fare, rassicurandoci sul fatto che ora sarebbe stato tutto più facile che all’andata. D’altro canto Ivo la sa lunga: questa prova l’aveva già portata a termine nel 2001…

Ripercorriamo all’inverso la valle dell’Esk, rimirando sconcertati ancora una volta il monastero di Eskdalemuir. Alle nostre spalle il cielo al tramonto si tinge di un rosa accesissimo. La valle ha ora un aspetto magico, quasi fiabesco. È quasi buio quando mi si brucia la lampadina del fanale, debbo fermarmi a sostituirla, per fortuna l’operazione è veloce. Gianni è con me, Giorgio è in avanscoperta. Dobbiamo raggiungere Canonbie per riposare. Non manca molto, ma è ormai buio pesto e i ripidi strappi nel bosco abbassano per forza di cose la velocità di crociera, diminuendo pericolosamente l’efficienza del mio mozzo dinamo e dandomi a tratti l’impressione di procedere alla cieca. C’è anche un po’ di nebbia, ho paura, provo un senso di sgomento. Accendo tutti i led che porto sull’elmetto, ma non sono sufficienti ad illuminare convenientemente la strada. Stringo i denti e, dopo alcuni chilometri di sofferenza, arriviamo finalmente al controllo che non è ancora mezzanotte, seguiti a ruota dai soliti giapponesi. È l’826mo chilometro, Giorgio è arrivato poco prima di noi. Siamo tutti molto provati, ed ognuno cerca di mantenere la lucidità per svolgere le operazioni elementari… Timbro… doccia… lavare i calzoncini… mangiare… Mi viene servita una porzione di maccheroni al formaggio che, riscaldati al microonde, si gratinano leggermente risultando perfino decenti. Materassino. Mascherina. Sveglia del telefonino puntata. Mal di gambe. A domani, più o meno alla solita ora. 

MARTEDÌ – GIORNO QUATTRO

Adesso il gioco si fa veramente duro: bisogna raggiungere nuovamente il controllo di Alston e poi lo Yad Moss, il che equivale a molta salita. Riempiamo le tasche di cibo e, assonnati come sempre, con il bucato della sera prima perennemente legato al portabagagli delle nostre biciclette, ci rimettiamo in marcia. Il controllo di Alston chiude alle 9,30, oppure si può timbrare la carta di viaggio a Langdon Beck, oltre il colle, entro la mezza: a discrezione del randonneur. Siamo tutti piuttosto malconci: abbiamo il soprassella piagato, chi nella parte anteriore, chi posteriore, chi… in mezzo. Non si salva nessuno. Arranchiamo regolari, ma Giorgio è stranamente nervoso, ci sprona in continuazione ad accelerare. Io e Gianni fatichiamo a comprendere questo atteggiamento improvvisamente aggressivo, scopriremo poi che il nostro socio era convinto che il controllo chiudesse alle 7… Arriviamo ad Alston (886mo chilometro) con discreto anticipo, e io e Gianni decidiamo di timbrare qui anche perché abbiamo bisogno di una breve sosta. Giorgio invece sceglie di tirare dritto per lo Yad Moss e di timbrare a Langdon Beck, quindi ci diamo appuntamento là. Ad Alston dopo il timbro sia io che Gianni ci catapultiamo in bagno, cercando ognuno di sistemare come può le proprie martoriate parti intime. Inoltre i pollici delle mie mani sono piagati e sanguinanti per il continuo utilizzo del cambio Campagnolo, devo proteggerli con dei cerotti. È un momento difficile, Gianni è esausto e sconfortato, prima di ripartire mi confessa di sentirsi in difficoltà e di non essere così sicuro di poter proseguire ancora. Quasi mi va di traverso la banana che sto mangiando a sentire queste parole. Devo metterci tutto il mio entusiasmo per rincuorarlo e assicurargli che ce la faremo… anche se ho tanta paura anch’io, e non posso dirlo a nessuno. 

Percorro con la bici “a capezza” l’infida rampa ciottolata di Alston, dopodiché rimonto in sella e, cercando di ritrovare un passo regolare ed efficace, affronto la salita allo Yad Moss, che da questo versante si rivela effettivamente più facile. Scollino, aspetto Gianni, dopodiché ci tuffiamo insieme in discesa verso Langdon Beck, dove riagganciamo Giorgio. Tutti giù in picchiata. Ci sorpassa come un fulmine e ci saluta Ivo, che avevamo visto ad Alston. La discesa prosegue veloce fino a Barnard Castle. Il controllo di Eppleby è presto raggiunto, siamo al 954mo chilometro. È ora di pranzo. Abbiamo tutti bisogno di mangiare, ma dobbiamo farlo velocemente…

Ora bisogna raggiungere Hovingham, e il mio chiodo fisso è di ripartire di là e superare la collina di Castle Howard prima che sia completamente buio: ricordo bene quanto fossero ripide quelle rampe e, dopo la terrificante esperienza alle porte di Canonbie della sera prima, non ho più molta fiducia nel mio impianto di illuminazione. Questo pomeriggio notiamo che i motociclisti incaricati dell’organizzazione di fare da “scopa” ci tengono particolarmente d’occhio: ci aspettano agli incroci, prendono nota dei nostri numeri “di gara”. Avevo letto nel regolamento che questi signori, così come tutti gli addetti ai controlli, avrebbero avuto facoltà di imporre il ritiro ai riders in difficoltà o visibilmente stremati. Non è il caso nostro, penso tra me e me: è vero, siamo tra gli ultimi, ma stiamo relativamente bene e siamo in grado di proseguire. Tuttavia Giorgio s’innervosisce, definisce i motociclisti “avvoltoi”, comincia ad urlare e ad imprecare, ci sprona a pedalare più forte, ma lui stesso non ha le forze per “tirare” più di tanto, e neppure se la sente di andare avanti da solo. È un momento di forte tensione e nervosismo, volano insulti tra noi, è evidente che non ci stiamo più con la testa. Con il vento contrario e i continui saliscendi è già un miracolo riuscire a tenere una velocità di 20 kmh. Dopo lungo penare e ad un passo dal controllo (è ormai ora di cena) siamo costretti a chiedere ancora informazioni ad un automobilista a causa di un’indicazione ambigua sul route sheet. Preferiamo essere estremamente prudenti, il timore di sbagliare strada ad un nonnulla dal traguardo è forte, ne siamo consapevoli perché sappiamo di essere stanchi, nervosi e deconcentrati. Ma alla fine anche Hovingham è raggiunta, ed abbiamo così superato i mille chilometri di percorrenza. Al controllo ci sediamo a tavolino per mangiare qualcosa, ci guardiamo nelle palle degli occhi e chiariamo le incomprensioni del pomeriggio, sdrammatizzando con una risata e ripromettendoci di essere più rilassati. Non c’è molto tempo, bisogna ripartire alla volta di Thorne, dove (forse) avremmo dormito. Giorgio adocchia nel locale un randonneur (tedesco?), e mi suggerisce di chiedergli se vuole fare strada con noi: è un tipo sveglio, aveva già dimostrato di cavarsela molto bene con il route sheet, specie di notte. Allearci con lui avrebbe potuto essere una mossa vincente per superare il buio della campagna inglese. Ma saremmo riusciti a viaggiare al suo passo? «Never mind, I’ll ride at your pace!», ci promette che ci avrebbe aspettati. Mentre ci prepariamo arrivano suoni terrificanti dalla porta aperta del gabinetto degli uomini: qualcuno sta male e sta vomitando anche l’anima. Inorridisco, ma solo per un attimo: ormai siamo diventati insensibili a tutto.   

È l’imbrunire quando ripartiamo, ma la strada è ancora ben visibile. Una lunga discesa, poi approdiamo al cospetto di Castle Howard e delle sue incredibili arcate. Da questo versante c’è meno salita che all’andata – il punto di “attacco” è più alto, ma la strada che sale dritta in una rampa ripidissima che dà l’effetto ottico di un autentico muro è comunque impressionante. Scolliniamo che c’è ancora luce, ora sono più tranquilla. Le salite impegnative dovrebbero essere finite: «No more climbs!», sentenzia trionfante il nostro amico. Tuttavia il percorso è ondulato, e resterà così fino alla fine. Cala l’oscurità e iniziano i problemi di sonno. Sia io che Gianni siamo in evidente difficoltà, non riusciamo a tenere gli occhi aperti. Dobbiamo continuamente implorare il tedesco di aspettarci, e questo non mi piace, non lo trovo giusto. In un paesino sgancio il pedale, faccio per mettere piede a terra ma crollo rovinosamente con tutta la bici, per fortuna finisco su un’aiuola erbosa: il “sonno elefante” chiede il conto, e non si può derogare. Dobbiamo per forza fermarci per chiudere gli occhi un momento, così lascio libero il tedesco di proseguire da solo. Lo salutiamo e ci sistemiamo sull’erba con i nostri teli di sopravvivenza, mentre Giorgio cambia le batterie ai fanali. Un quarto d’ora, poi ripartiamo, ma è un calvario. Lungo l’interminabile stradone in mezzo all’immobile ed oscura campagna cerco di chiacchierare con i miei compagni di viaggio e di sostenerli continuamente. Ancora un breve pisolino sul prato presso un concessionario di automobili, poi un altro appoggiati alla casetta di un passaggio a livello… Mi rendo conto che è uno stillicidio, ma non c’è altro da fare: dobbiamo tirare avanti per uscire in qualche modo da quell’inferno e raggiungere il maledetto controllo, dove finalmente avremmo potuto riposare decentemente… per pochissimo, purtroppo…

Quando giungiamo al circolo del rugby di Thorne (1118mo chilometro) sono già passate le tre, ma non siamo soli: anche stavolta troviamo diversi randonneurs buttati qua e là sulla moquette della sala. Ci possiamo concedere al massimo un paio d’ore di sosta, e in queste due ore bisogna farci stare tutto. Io scelgo ancora una volta di lavarmi, dopodiché mi sdraio sul materassino. È un lampo, suona la sveglia del telefonino che fuori c’è già la luce dell’alba. Mi alzo, scuoto i miei compari, rimetto a posto le mie cose per ripartire con gli occhi ancora pieni di sonno e, ad un tratto, noto la testa riccia di Ivo spuntare da un sacco a pelo. In quel momento provo una strana tenerezza, un sentimento di dolcezza che cerca prepotentemente di venir fuori da quel delirio di sofferenza, di fatica, di dolore. Vorrei accarezzarlo, ma mi limito a lasciargli accanto un pezzo di carta strappato da un pacchetto di sigarette con il mio augurio e il mio indirizzo email. Ad Ettrick non avevo avuto la presenza di spirito di contraccambiare quel suo biglietto da visita: così adesso siamo pari.

MERCOLEDÌ – GIORNO CINQUE

È una bella mattina, le nubi si stanno finalmente diradando per lasciare spazio ad un trionfante sole. Era ora! Torna un certo buonumore tra noi, anche se siamo consapevoli di essere alla “stretta finale” e di non poterci permetterci il benché minimo errore. Tira vento, e fortunatamente è a nostro favore. Ritroviamo un’oncia di energia, e riusciamo a pedalare ad una velocità più che dignitosa. Tuttavia in prossimità della centrale nucleare vicino a Gainsborough il sonno torna a farmi sgradita visita: sto in coda e cerco di non darlo troppo a vedere ai miei compagni di viaggio. È un attimo, mi sento raggiungere e salutare da dietro: è Ivo con i giapponesi! La sua presenza mi aiuta a scuotermi, anche se, come sempre, faccio fatica ad afferrare le mille cose che mi dice. Mi scatta delle fotografie in corsa (!), mi mostra l’i-Pod che porta appeso al collo con la sua scorta di musica negli auricolari, mi parla dei viaggi che vorrebbe fare l’anno prossimo. C’è una rotonda, fa ampi gesti a tutto il gruppo, dopodiché ci urla: «Straight over the cyclist’s cafè!», e sparisce alle mie spalle con il gruppo dei giapponesi. Ma dove sono finiti?!? 

Il sole è caldo, e finalmente possiamo fermarci un attimo a spogliarci. Ci chiediamo che fine abbiano fatto gli altri, forse si sono fermati a loro volta poco prima di noi. Ripartiamo e, mentre pedalo, ammiro quel cielo atlantico immenso e solcato da nuvole rapide. Alla nostra destra s’intravvede un muro di nubi nere in arrivo portato velocemente dal vento: il tempo sta cambiando di nuovo?

Controllo di Lincoln, ora di pranzo, 1195mo chilometro. Il cielo si è coperto completamente. Siamo sempre “tirati” con i tempi, anche se contiamo di farcela. Mancano ancora i controlli di Thurlby e di Gamlingay prima della cavalcata finale verso Londra, che bisogna raggiungere entro le 4,40 del mattino successivo. Siamo decisi e “carichi” quando ripartiamo dopo il solito piatto di fagioli in umido mangiato in tutta fretta, ma propongo ai miei compari un breve pisolino appena usciti dalla città. Permesso accordato, anche perché siamo tutti davvero molto stanchi: ci sdraiamo un quarto d’ora in un campo d’orzo. Riprendiamo e il cielo è sempre più cupo. Mentre arranchiamo su una ripida collinetta inizia a piovere. La solita pioggerellina stupida, penso io, finché non ci troviamo sotto un vero e proprio diluvio. Nessuno parla. A metà pomeriggio approdiamo finalmente a Thurlby (1265mo chilometro) bagnati come pulcini, e mentre sgranocchiamo biscotti e gli onnipresenti Mars ci organizziamo per il rush finale, tirando fuori l’abbigliamento tecnico da pioggia. Nel frattempo al nostro tavolo si accomoda Ivo, arrivato poco dopo di noi, maglietta e pantaloncini, bagnato ma sorridente, per nulla infreddolito. Si gode una ciotola di minestrone e intanto ci guarda tapparci come palombari. Ci prende in giro, ride divertito e mi racconta di quel suo viaggio in Siberia fatto tutto in maniche corte… Ok, noi siamo Italiani, siamo MEDITERRANEI, abbiamo FREDDO! Ad un tratto: «Ops, there’s a beetle in my soup… ». Cala un silenzio di tomba, Ivo mi mostra uno schifoso scarafaggio che galleggia fra gli ortaggi. «I can’t eat it, I’m vegetarian… », dice sorridendo ironico con il tono di voce più calmo del mondo, mentre continua a mangiare la sua minestra come se niente fosse girandogli intorno con il cucchiaio. Rabbrividisco.

«How is… “Good luck” in Italian?… », ci si incoraggia a vicenda tra i pochi randonneur rimasti pronti a dare l’assalto finale al brevetto. Avere i pantaloncini luridi e umidi sotto i copripantaloni in Gore-Tex è una sensazione spiacevolissima, mi sento a disagio, ma devo stringere i denti e continuare a combattere: ormai siamo “al buono”. Torniamo in strada e, come nella miglior tradizione, la sfortuna comincia ad accanirsi contro di noi. Seguo fedelmente le indicazioni del route sheet, ma ad un certo punto ho come la sensazione di aver girato in tondo ritrovandoci al punto di partenza. È lo sconforto più totale, ci mancava anche questa! Tiriamo fuori le cartine, nel frattempo ha ricominciato a piovere, le mie fotocopie si stanno inzuppando tutte, presto diventeranno illeggibili. Intanto il tempo scorre via impietoso, stiamo perdendo una marea di minuti preziosi. Dapprima ci facciamo aiutare da un tizio in mountain bike, poi, sulla statale, decido di chiedere ad un benzinaio… Entro nel minishop e trovo un signore davvero gentile che mi dice che sta andando proprio nella nostra direzione, si offre di accompagnarci. Quindi ritroviamo la retta via. Tiriamo un sospiro di sollievo, ma abbiamo perso come minimo un’ora, e purtroppo ognuno di noi inizia a fare i calcoli con se stesso, rendendosi conto che, molto probabilmente, non ce l’avremmo fatta a tagliare il traguardo entro il tempo massimo. L’obiettivo, che fino a qualche ora prima era raggiungibilissimo, adesso ci sta pian piano scivolando via dalle mani. Purtroppo quando si è stanchi ed esasperati sbagliare strada è molto facile. Proseguiamo silenziosi, sta per scendere un’altra notte, e con l’oscurità torna lo spettro delle crisi di sonno. Gianni non sta più in piedi, ha bisogno di fermarsi. Ad un tratto scorgiamo una trattoria illuminata, fuori ci sono delle biciclette: alcuni randonneur hanno scelto di concedersi un pasto caldo in quella notte di tregenda e di pioggia. Gianni però non vuole entrare, allora faccio un breve pisolino su una panchina all’esterno avvolta nel mio telo di sopravvivenza. Poi lui vuole ripartire: fa troppo freddo e c’è troppa umidità per appisolarsi lì – io invece ho perso conoscenza per una decina di minuti, sto un pochino meglio. Ripartiamo, e poco dopo alcuni di quelli che si erano fermati a mangiare ci raggiungono e ci superano.

Rimaniamo soli sulla strada per Gamlingay, ormai siamo tutti rimbecilliti dal sonno. Sento Giorgio cantare dietro di me per cercare di stare sveglio, una volta tanto è in difficoltà anche lui. Gianni barcolla paurosamente. Io straparlo in preda alle allucinazioni: siamo in tre ma, chissà perché, sono convinta che i ciclisti siano cinque… Mi addormento letteralmente mentre pedalo, tanto che ad un certo punto mi sveglio di soprassalto completamente in mezzo alla strada, con alle calcagna i fanali di una macchina… in paziente attesa che mi scansi. Sto rischiando la vita, e me ne rendo conto con lucido orrore. Arriviamo al villaggio di St. Neots, c’è una bella cattedrale, poi imbrocco miracolosamente le indicazioni per Eynesbury… Poi non capisco più niente, devo fermare un automobilista e chiedere aiuto, raschiando dal fondo del barile l’ultimo grammo di lucidità per esprimermi in un inglese sufficientemente comprensibile e farmi dire dov’è il bivio per Abbotsley e, quindi, la strada per Gamlingay. Mancano una decina di chilometri al controllo, la strada inizia a salire: è in cima ad una stramaledetta collina. Urliamo, inveiamo contro tutto e tutti pur di stare svegli. Alla fine della salita, dopo una breve discesa, ci siamo: le luci del controllo sono per noi come acqua fresca nel deserto. Sono mezzanotte e dieci minuti quando facciamo apporre il penultimo timbro sulla carta di viaggio, mezz’ora in anticipo sull’orario di chiusura. Avevamo fatto un autentico miracolo. E adesso?

Sessantacinque chilometri in cinque ore: un gioco da ragazzi se sei appena partito da casa per la tua gita domenicale. Di giorno. E non piove. E, soprattutto, non caschi dal sonno. «Io riparto subito, vado giù con quello là», mi dice Giorgio. È coraggioso, e spero intimamente che almeno lui riesca a chiudere in tempo il brevetto, non posso che augurargli buona fortuna. Io e Gianni invece siamo consapevoli di non poterci muovere più neppure di un metro senza aver prima riposato. Così, anche se il tempo rimasto a nostra disposizione è quello che è, ci buttiamo una mezz’oretta sul pavimento del piccolo controllo, dove ormai sono rimasti ancora pochissimi randonneur. Prima di addormentarmi riesco ancora a divorare quattro dolcissime tartine con la crema, allo scopo di ricaricare gli zuccheri nei muscoli per gli ultimi, decisivi chilometri.

All’una la sveglia suona, Gianni è già in piedi. Dobbiamo raggiungere Londra entro le 4,40, ma noi abbiamo mezz’ora di “abbuono”, essendo partiti sabato scorso con il gruppo delle 8,30. All’esterno sono pronti a partire anche due stranieri, di cui uno è quello che ci aveva accompagnati due giorni prima oltre Castle Howard. Gianni vuole scendere con loro e loro accettano di buon grado la nostra compagnia, ma già so che saranno troppo veloci per noi… Frattanto un motociclista prende nota dei nostri numeri e li comunica a base-Londra: questa presenza e questo “censimento” adesso mi fanno piacere, perché anche se siamo fra gli ultimi capisco che non siamo abbandonati a noi stessi. È la filosofia scelta dagli organizzatori: mettere la sicurezza e l’incolumità dei partecipanti davanti a tutto. Si parte.

C’è subito una lunga discesa, che si cerca di affrontare il più velocemente possibile per recuperare minuti preziosi, e pur con qualche difficoltà ci riusciamo anche noi. Ad ogni bivio il motociclista si ferma ad aspettarci e ci indica la strada: questa è una grandissima comodità, che ci evita di scervellarci al buio sul maledetto route sheet. Tutto fila abbastanza liscio per la prima mezz’ora, poi inizio ad avere di nuovo sonno, e vedo gli altri allontanarsi sempre più, diventare un piccolo puntino rosso nell’oscurità… Chiedo a tutti due minuti di sosta per chiudere gli occhi, «The time is OK!», mi rassicurano i due stranieri e il motociclista. Ripartiamo, ma è tutto inutile, non ce la faccio a proseguire, rischio di cadere dalla bicicletta. Non posso continuare ad implorare gli altri di rallentare. Gianni è pure conciato male. Arrivo all’ennesimo bivio dove il motard ci sta aspettando, e alzo definitivamente bandiera bianca: devo fermarmi sotto una fermata del bus e aspettare almeno le prime luci dell’alba per riprendermi. “Svincoliamo” (non prima di averli ringraziati) i due fortissimi stranieri che ripartono veloci verso la meta, mentre il motociclista rimane un momento con noi. «Se mi fermo perdo il brevetto, vero?…», chiedo inutilmente al corpulento uomo in tuta di pelle. Lui mi fa cenno di aspettare, si apparta e telefona a base-Londra. Li sento confabulare animatamente, sono preoccupati per il mio stato di salute, ma lui li rassicura, «She’s sleepy!», “solo” una botta di sonno. A trentacinque chilometri dall’arrivo. Viene ancora da me, mi sente il polso e mi sfiora il viso, no, sta bene. Poi li mette in attesa e mi chiede una conferma: raggiungerai Londra in sella alla tua bicicletta? Come no, «I WANT TO REACH LONDON BY MY BICYCLE!», a costo di arrivare sui gomiti! Gianni sceglie di fermarsi con me: anche lui è stremato dal sonno, ne ha abbastanza di rischiare la vita in quel maledetto inferno. Intanto mi sono sistemata sulla panchina di legno, avvolta nel mio telo di sopravvivenza. In aggiunta l’omone apre la confezione di quello che gli hanno dato in dotazione, lo srotola e me lo rimbocca ben bene con gesto paterno: una delle sensazioni più belle in cinque giorni di viaggio. «You’re in Walkern & Cromer… Good luck!». La grossa MotoBMW si allontana nell’oscurità, io perdo rapidamente conoscenza senza neppure sapere che ore sono.

Riapro gli occhi che mancano venti minuti alle cinque, e sulla linea dell’orizzonte già s’intravvedono i primi bagliori dell’alba. Scuoto Gianni, bisogna ripartire e mettere fine a questo viaggio. Sto per risalire in sella, sento un’imprecazione: la gomma posteriore di Gianni è a terra, una gragnuola di schegge di vetro raccolte chissà dove gli si è conficcata nel copertoncino. Con rassegnata calma (ormai non c’è più fretta…) sostituiamo la camera d’aria e ripuliamo il copertoncino, poi ci riavviamo. La campagna inglese è silenziosamente avvolta nella foschia, e i leprotti sono usciti dalle tane: al nostro passaggio schizzano ovunque, sono centinaia, temo si possano infilare tra le nostre ruote facendoci cadere. Non parliamo: ognuno metabolizza con se stesso, ad ogni stanco colpo di pedale, l’amarezza per non aver centrato l’obiettivo, e al tempo stesso non vede l’ora di arrivare al fondo di questa avventura malgrado tutto incredibile e indimenticabile. Un pensiero va a Giorgio, il nostro burbero ma coraggiosissimo compagno di viaggio: chissà se ce l’aveva fatta, almeno lui. La sfortuna però non ha ancora finito di accanirsi su di noi. Tanto per gradire ricomincia a piovere. Poi attraversiamo un villaggio, scanso un grosso SUV parcheggiato a bordo strada, ma dietro di me Gianni, forse per un colpo di sonno, lo centra in pieno. La scena è grottesca, subito il timore è di aver rotto la bicicletta, per fortuna non ci sono danni. Ci infiliamo nel bosco del Cheshunt, sono gli ultimi saliscendi prima del sospirato arrivo. Tengo gli occhi incollati al route sheet per non perderci, ma ad un certo punto non mi tornano i conti, chiedo lumi ad un automobilista, il quale mi conferma che siamo sulla strada giusta. Imbocchiamo una discesa a tutta birra, non vedo una buca, la centro in pieno, il borsello anteriore della mia bicicletta schizza via e mi rotola davanti, non posso evitarlo, gli passo sopra e rimango in piedi per un autentico miracolo. Il sistema di aggancio è danneggiato, mi tocca mettermelo a tracolla. Finalmente scorgiamo i primi segni di civiltà. La periferia di Londra. Il traffico. L’ostello. Fine.

Sono le 7,20. Nel cortile dell’ostello mi viene incontro la giapponesina, che si complimenta con me. «Hors delai…», le spiego con una punta di rammarico, ma ho comunque finito il percorso. «That’s important!», mi conforta lei con un sorriso e facendomi pollice recto. E sia. Entro nell’ostello, e istantaneamente torna il sereno: tutta l’organizzazione ci stava aspettando, scatta un applauso, sono commossa. Consegno la carta di viaggio, e mi vengono offerti la medaglia da finisher e il gadget ricordo. Subito dopo entra Gianni, meritato applauso anche per lui. Lo applaudo anch’io: è rimasto con me nel momento più difficile, è stato un grande compagno di viaggio. Ma dov’è Giorgio? Chiedo agli organizzatori dove sia, nessuno l’ha visto. Lo trovo nel refettorio, sfinito, con la testa riversa sul tavolo. Lo scuoto, mi complimento con lui, ma: «Mi sono perso nel Cheshunt insieme ad un altro… Purtroppo sono arrivato alle 5,30…». La “Londra-Edinburgo-Londra” non ha risparmiato nessuno dei tre. C’è una strana sensazione in quel grigio giovedì mattina: alla fine di tutto, possiamo dire che “l’impresa” sia stata fatta? I nostri sentimenti sono contradditori, confusi. Ma ci penseremo nei giorni a venire, ora ci sono da fare ancora dieci chilometri in mezzo al traffico per raggiungere il camper, la doccia, il letto. Il nostro viaggio è terminato, noi siamo sfiniti, ma orgogliosi. Anche se abbiamo perso completamente la cognizione del tempo, e non sappiamo neppure che giorno è.

Quando mi chiedono chi me lo fa fare, non è facile. Non è facile raccontare quel senso di libertà così grande da ubriacarti. Non è facile spiegare cosa ci sia di magico in quelle notti passate in sella. Non riesco neppure a giustificare a me stessa come mai alla fine di ogni viaggio, dopo aver sopportato la fatica, il sonno, i disagi e i dolori in tutto il corpo, non possa fare a meno di pensare già al viaggio successivo. La verità è che le molle della curiosità e dell’avventura sono potentissime, fanno passare tutto il resto in secondo piano. Lo facevo fin da bambina. Se io apro una cartina la vedo piena di ideali Colonne d’Ercole che devono essere superate. A Nord, a Sud, a Est, a Ovest. Forse posso capire cosa provavano i primi esploratori che secoli fa hanno iniziato a girare il globo alla ricerca di nuove terre – non posso credere che all’epoca lo facessero solo per l’oro e il denaro. Vedere “cosa c’è più in là” è il destino della razza umana. Continueremo a viaggiare, perché è proprio la curiosità ciò che ci ha portati a diventare quello che siamo.

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