Archive for I MIEI CICLOVIAGGI

E poi?

Il 2011 è stato un anno ciclisticamente complicato, ma anche ricco di soddisfazioni. Il risultato pieno alla “Parigi-Brest-Parigi” alla fine è arrivato, coronando così otto anni di fatica, chilometri, momenti di sconforto e di grande esaltazione. Non sono mancate, oltre alla partecipazione ai vari brevetti, le uscite randagie autogestite di grande respiro, come la fantastica sfacchinata casa-Iseran e ritorno.

E allora, cos’è mancata quest’anno? La voglia di scrivere e di continuare a gestire questo blog, finito praticamente alle ortiche fra il disappunto dei fedeli lettori che continuano a chiedermi “che fine hanno fatto i racconti di viaggio” sulla mia pagina Facebook, oppure tra i post del Forum BDC.

In realtà Micronauta NON ha mai smesso di raccontare il ciclismo randagio: ha solo cambiato il modo di comunicare.

Andate qui: http://www.youtube.com/user/MissMicronauta?feature=mhee

E’ la mia pagina YouTube (user MissMicronauta), dove potete trovare le mie composizioni create con le foto e i video delle mie avventure. Praticamente dei videoracconti. Tutti con sottofondo musicale mai scelto a caso.

Spero vi piacciano. E che mi perdoniate se non scrivo più… ;-)

Un saluto affettuoso a tutti quelli che mi hanno seguito e continueranno a farlo. Le avventure in bicicletta continuano. Buona strada, e… chissà! ;-)

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Finestre (eroico) – 24 giugno 2010

E’ la festa del santo patrono qui a Torino. Una splendida alba di un giovedì di inizio estate. I panini sono già pronti, le bici idem, alle 5,45 io e Marco chiudiamo il portone di casa e partiamo.

La meta è tosta: avete presente il Colle delle Finestre? Dove è passato (prima e unica volta) il Giro d’Italia nel 2005? Con quel lungo tratto sterrato – roba d’altri tempi, che in occasione della corsa rosa fu trasformato in un rassicurante “macadam” ben battuto, ma che ormai gli anni e le intemperie hanno riportato al selvaggio stato originale? E tutti si chiedono come diavolo si possa arrivare fin lassù con la bici da corsa? Ecco, quello. Il “mostro” di quota 2176.

Alba estiva sulla periferia Ovest di Torino

Le cifre sono note: oltre 1650 metri di dislivello, 19 km di salita continua con pendenze sempre comprese tra l’8 e il 10%, di cui 9 km di strada bianca. Qualcuno si è anche preso la briga di contare i tornanti, e riferisce che sono ben 33. Un’impeccabile strada militare che si avvita ossessivamente sulla montagna portando in alto le biciclette e lo spirito in un ambiente montano, quello del Parco Orsiera-Rocciavrè, che non può lasciare indifferenti.

Dopo il noioso trasferimento a Susa via Statale, la nostra avventura entra nel vivo all’altezza del bivio per Meana – Frais – Colle delle Finestre. E senza tanti convenevoli la strada inizia subito ad impennarsi: in prossimità del ponte delle FFSS parte subito una rasoiata che supera il 14%. Obbligatorio mettere il rapporto più agile a disposizione per non “fulminarsi” le gambe. Per fortuna il tratto da suicidio è breve, e c’è la certezza che non ne incontreremo altri così ripidi. Appena in tempo, perchè Marco stava già meditando il ritiro…

A Meana di Susa l'ascensione entra nel vivo

Lasciata Meana la pendenza si stabilizza. E’ vero, questa è una salita molto lunga e impegnativa, ma il segreto sta nell’affrontarla con umiltà. Rapporto agile, trovare il proprio ritmo, e tutto scorre con relativa facilità. Ad aiutare lo spirito c’è il paesaggio circostante: si sale immersi in uno splendido e fresco bosco di castani. Oggi non c’è il traffico dei “merenderos” domenicali, e i soli suoni udibili sono il gorgogliare dei ruscelli e il ritmico “rat-tat-tat” dei picchi sugli alberi.

Si sale all'ombra di splendidi castani

Contiamo i chilometri percorsi da quando abbiamo iniziato a salire. Quando siamo quasi a dieci ci aspettiamo di veder spuntare da un momento all’altro il rifugio con la fontana che dovrebbe corrispondere al Colletto di Meana, e all’inizio della parte sterrata. Superiamo un impressionante bastione roccioso, cambiamo versante e paesaggio, facciamo un traverso sovrastati da alte cime e dalla vista di una piccola costruzione di sospette origini militari, lassù, seminascosta fra le nuvole basse. Alla fine, ecco il rifugio. Ma la fontana è tragicamente asciutta, quasi come le nostre borracce. Questa non ci voleva…

Dove inizia lo sterrato ci sono una panca e un tavolino. Facciamo una breve pausa ristoratrice, ruminando qualcosa da mangiare e centellinando la poca acqua rimasta. Dei guardiaparco ci assicurano che più avanti avremmo trovato un’altra area attrezzata con fontana. Non ci resta, dunque, che rimontare in sella per affrontare il “grigio mostro” che ci porterà, salvo contrattempi, all’ambita meta.

Subito ci si trova a disagio. La strada non è troppo malconcia, oltretutto è stranamente asciutta e compatta – niente male, considerato che solo fino a quattro giorni prima abbiamo avuto piogge torrenziali che sembravano non finire mai. Ma a vedere i copertoncini da strada lì sopra prende male. Eppure si sale. Si va. Si può fare! Certo, a patto di non distrarsi a guardare il panorama: basta un sassolino per perdere l’equilibrio… Insomma, bisogna fare attenzione. Però si può fare.

Galvanizzati da un'impresa d'altri tempi

Dobbiamo cercare l’acqua… l’area attrezzata… Più che alzare gli occhi dalla strada (poco igienico!) uso l’udito: sento gorgogliare, ecco, c’è un limpido ruscello a lato, allora la fontana è vicina. Già. Dov’è? Siamo nei pressi di un alpeggio, ma questa famosa area attrezzata non la vediamo. La paura di non trovare altra acqua è troppo forte, allora smontiamo di sella e riempiamo la borraccia direttamente al ruscello, dove lo stesso fa un piccolo salto sulle rocce. Dopo ho la PESSIMA idea di guardare dentro la borraccia piena: vedo “nuotare” nell’acqua qualsiasi tipo di detrito, evidentemente portato dalla corrente. Si odono chiaramente i campanacci delle vacche, e le “buse” presenti qua e là tutto intorno ci ricordano che quell’acqua potrebbe essere pericolosamente contaminata di batteri coliformi. Sia io che Marco inizialmente siamo piuttosto schifati, ma non abbiamo scelta: soccombere alla sete, oppure rischiare. Ostentiamo sicurezza, io ci metto dentro persino i sali. Magari quelli disinfettano…

Ripartiamo tra le nuvole basse che a tratti coprono il sole. Sorprendentemente Marco ha la stessa sensazione che avevo avuto io anni fa, quando affrontai questa salita con una mountain bike munita di copertoncini slick: il tratto sterrato sembra meno ripido di quello asfaltato. Eppure le pendenze non cambiano, tutt’altro. C’è da dire, a onor del vero, che le nostre biciclette da cicloturismo hanno “l’arma segreta”: entrambe montano guarniture da mountain bike o comunque con corone molto simili, e il “rampichino” ci permette qui di salire in scioltezza. Inoltre abbiamo pedali e scarpe da fuoristrada, un dettaglio che contribuisce a farci sentire più a nostro agio su questo terreno sfavorevole ma esaltante.

Non siamo soli in questo magnifico posto: ci sorpassano a tratti alcuni biker muniti di robuste ruote tassellate, e qualcuno, vedendo le nostre esili e “eroiche” specialissime, ci fa i complimenti non fosse altro per la presenza di spirito. Restare in equilibrio qui è la vera scommessa. In un tratto particolarmente accidentato resto in sella per miracolo e penso: prima del colle sicuramente un “volo” me lo faccio. Neanche il tempo di pensarlo che sento un urlo dietro di me: a cadere è Marco, tradito dallo slittamento della ruota posteriore. Per fortuna niente di rotto, ripartiamo con più attenzione.

Qui è il paradiso, la fatica te la scordi. Man mano che si sale posso vedere sotto di noi l’incredibile zig-zag disegnato dai tornanti appena fatti. Spesso mi fermo a scattare fotografie, ne vale davvero la pena. Il sole non c’è più, però non fa freddo. L’aria sembra immobile. Lassù la costruzione militare è sempre più vicina, e a fianco c’è il colle. Per raggiungerlo la strada disegna sul versante della montagna un’ultima serie di incredibili tornanti. Le pietre miliari, che da chissà quanti anni sono lì a scandire le distanze ai viandanti con militare precisione, ci dicono che manca poco, davvero poco alla meta. Circondati da residue sacche di neve arranchiamo tra sassi e polvere. Un tornante, due tornanti, tre e… il colle?!

Nuvole basse e sacche di neve: il colle è vicino

L'incredibile spettacolo dei tornanti sotto di noi

Ho un sorriso a 32 denti quando raggiungo il minuscolo piazzale disseminato di mountain bike e ciclisti. Arriva anche Marco, stanco ma soddisfatto. I pneumatici delle nostre biciclette sono completamente imbiancati. Oggi non ci sono le auto dei gitanti a coprire il cartello di vetta e la lapide commemorativa della vittoria di Di Luca alla tappa del Giro di cinque anni fa, per cui è d’obbligo scattare delle foto ricordo. Dall’altra parte la vista sulla Val Chisone è splendida: ci aspettano una lunga e divertente discesa su asfalto perfetto fino a Usseaux, ancora discesa (disturbata dal vento contrario) fino a Pinerolo, e l’ultimo trasferimento fino a Torino, per un totale di 167 chilometri. E una volta tornata a casa ho il privilegio di portare con me un piccolo souvenir, normalmente non destinato ai ciclisti bitumari: un sassolino nella scarpa.

E' fatta

La discesa verso la Val Chisone

Palina segnaletica a Usseaux

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Dove finiscono le mie dita inizia una bicicletta

Le situazioni più belle, si sa, sono quelle improvvisate. Sì, Walter lo sapeva da tempo che avremmo fatto un allenamento comune sulla distanza di almeno 300 chilometri per prepararci al brevetto Audax da 400 km che si terrà a metà maggio. L’idea geniale è quella di partire alla sera anzichè all’alba: suggestivo, oltre a permetterci di anticipare l’ennesimo weekend di temporali e maltempo. Walter me lo propone al telefono e io non me lo faccio ripetere due volte. Chiudo l’ufficio, vado a casa e carico la bici in macchina.

Giovedì sera il divertimento comincia a Cinzano, a casa del mio barbuto socio, dove la consorte Nadia ci prepara una semplice ma apprezzatissima cena con la cura e la perizia di chi sa di avere a che fare con degli atleti. A tavola gli aneddoti e le risate si sprecano, un po’ meno i bicchieri di Barbera. Walter è determinato, intuisco fin da subito che il nostro giro sarà anche meglio di un semplice “allenamento”. Ci alziamo da tavola senza indugiare troppo, non prima ovviamente di aver sorbito un sacrosanto caffè. I “cavalli” (Bianchi in carbonio per me, Colnago in titanio per Walter) sono quasi pronti: è un tripudio di borselli, di luci bianche e rosse, di catarifrangenti e bretelle fluo. E’ sempre così quando là fuori c’è la notte che aspetta. Sono più o meno le 22,30 quando salutiamo Nadia e perforiamo l’oscurità con le nostre biciclette affardellate puntando le colline delle Langhe.

Ci prepariamo

Pronti al via

Il percorso scelto non è altro che un brevetto che veniva organizzato dalle nostre parti qualche anno fa, riveduto e corretto ma, soprattutto, interpretato al contrario rispetto all’originale. Sul mio manubrio c’è l’immancabile cartina segnata con l’evidenziatore. Per strada il traffico è rado. Parliamo poco, ma è palpabile la soddisfazione reciproca di stare facendo esattamente quel che ci piace di più.

Passiamo Alba e attacchiamo Mango, la prima salita. La notte è profumata di fiori, d’altronde ormai siamo quasi a maggio. Il silenzio è rotto da rarissime automobili e dai richiami degli uccelli nascosti fra le sagome scure degli alberi. Saliamo e là sotto Alba sembra un presepe illuminato. La luna purtroppo non c’è, è nascosta dalle nubi che preannunciano temporali imminenti per l’indomani. Saliamo di buona lena e in discesa accendo tutto quello che ho, wow!, il nuovo fanale funziona come un faro di profondità, sembra quasi di scendere alla luce del giorno.

L’umore è alto, ma è solo l’inizio. Passiamo Santo Stefano Belbo, Canelli, NIzza, e puntiamo verso nord e il Monferrato. In provincia di Alessandria percorriamo l’ameno tratto di strada che collega Masio a Quattordio snobbando un cartello che avvisa di “lavori in corso”. Dopo un chilometro in effetti ci imbattiamo nello sbarramento di reti, che allegramente aggiriamo bici alla mano convinti che si tratti semplicemente di un pezzo di strada bianca ancora da asfaltatare. Ma il buio confonde i contorni delle cose: dopo pochi metri camminati in bilico tra i circostanti campi di colza e i cumuli di sassi puntiamo finalmente le nostre luci nel posto giusto, e con nostra grande sorpresa realizziamo che davanti a noi c’è un enorme cratere sormontato da alti mucchi di terra. A destra e a sinistra un profondo canale impedisce di aggirarlo. Non ci resta che fare dietrofront e trovare una strada alternativa per andare a Quattordio, le cui luci erano a un palmo di naso da noi esattamente al di là del cantiere. Una vera beffa, e sono già le due di notte…

Rimediato in qualche modo alla disavventura riusciamo a raggiungere Quattordio e a passare oltre. Su queste amene strade di campi e colline il senso di solitudine è pressochè totale. Nei pressi di Piepasso un’auto in senso contrario ci abbaglia insistentemente con i fanali, e solo dopo averla raggiunta capiamo che si tratta di una gazzella dei Carabinieri. Li salutiamo con un cenno della mano e andiamo oltre. Loro ci guardano attoniti dai finestrini, e non hanno nemmeno la presenza di spirito di dirci qualcosa.

Non fa granchè freddo a quest’ora, ed io ho quasi finito l’acqua della mia borraccia. Decidiamo di cercare una fontana a Viarigi, all’inizio della serie di salite del Monferrato. La sosta nel piccolo paesino è anche il pretesto per mettere qualcosa sotto i denti. Mentre Walter mangia con gusto la sua focaccia farcita, io sbocconcello malvolentieri un panino al miele. Purtroppo ho lo stomaco sottosopra. Per distrarmi scatto qualche fotografia in notturna, mentre il gallo già canta (sono solo le tre e un quarto!) e le rane gracidano. Però a stare fermi l’umidità impregna i vestiti e le ossa, dobbiamo affrettarci a ripartire. Siamo intirizziti e il sonno inizia pian piano a farci sgradita visita, togliendoci la parola e il sorriso.

Viarigi (AT), ore 3,15

Questo tratto del percorso è davvero micidiale: ogni paese significa una salita e una discesa. Casorzo, Grazzano Badoglio, Moncalvo, Alfiano Natta, è uno stillicidio. Walter pedala davanti a me e sembra quasi galleggiare nel cerchio di luce proiettato dal mio fanale. Le salite sono dure e in discesa bisogna fare attenzione ai colpi di sonno. Nessuno parla, stiamo in silenzio ognuno come a cercare qualcosa dentro se stesso tra un colpo di pedale e l’altro. A Grazzano Badoglio approfittiamo dei più che decenti bagni pubblici anche per una vigorosa rinfrescata. L’alba sembra non arrivare mai. C’è di buono che nel frattempo la luna si è fatta largo fra le nuvole, degnandoci della sua confortante luce. E salendo ad Alfiano Natta, attraversando un gruppo di case sentiamo nell’aria il profumo del pane appena sfornato. In alcuni tratti di strada sono i profumatissimi campi di colza in fiore a farla da padrona. Di notte si vede poco o niente con gli occhi, e allora proviamo a “vedere” col naso. Piccoli segnali di vita che rincuorano il randagio della notte.

I primissimi chiarori dell’alba arrivano mentre siamo alle prese con l’ultima salita di questo settore, nei pressi di Villadeati. Qui, a farci compagnia ci sono solo le lepri che attraversano la strada e il passaggio del furgone del fornaio. Sì, comincia un nuovo giorno. Scendiamo sullo stradone che collega Torino a Casale Monferrato che è ormai chiaro, ma non è un bel momento: fa freddo, la strada è un ossessivo saliscendi, noi siamo completamente rimbambiti dal sonno, mentre il traffico delirante del giorno feriale già incombe. Ci vogliono assolutamente un bar aperto, un caldo cappuccino e una fragrante brioche per riprenderci…

Troviamo finalmente la nostra “terra promessa” poco dopo le 6,30 a Cavagnolo, presso un invitante bar-pasticceria. Siamo a metà del nostro giro. Entriamo con le facce nauseate di chi non sta troppo bene e soprattutto non ha dormito, e ordiniamo le nostre colazioni con poca convinzione. Fortunatamente il cappuccino e un favoloso cornetto debordante di freschissima crema pasticcera fanno il miracolo, riuscendo ad aprire i nostri poveri stomaci e rimettendoci letteralmente al mondo. Il sonno sembra scacciato, e possiamo ripartire piuttosto ricaricati.

Da Cavagnolo proseguiamo finalmente in facile pianura verso nord, in direzione Vercellese. Crescentino, Lamporo, Livorno Ferraris e Cigliano sono piccole realtà di provincia circondate dalle risaie, che in questa stagione cominciano a riempirsi d’acqua e di uccelli acquatici di ogni genere. «Airone a ore dodici!». Il sole purtroppo non c’è: è nascosto dalla solita, antipatica velatura di nubi sottili, però la temperatura si sta scaldando progressivamente. Trovo il coraggio di togliere almeno i gambali felpati, il giacchino in Gore Tex e i guanti lunghi, mentre Walter non ha nessuna voglia di spogliarsi e rimane vestito così com’era partito da casa.

Risaie

Passiamo Mazzè (dove un’ambulanza quasi mi arrota…) e Caluso, dove cerchiamo una fontana che, invece, non troviamo. Dobbiamo però mangiare, quindi ci fermiamo brevemente fuori dal paese e provvediamo in questo senso. Sento che l’appetito sta tornando, questo è davvero un ottimo segnale. Infatti la merenda mi “carbura” al punto giusto, la gamba torna leggera e la pedalata rotonda. Walter invece sta attraversando un momento difficile. La fontana la troviamo a Foglizzo, e quando percorriamo il tratto di strada verso Chivasso abbiamo finalmente qualche raggio di sole a scaldarci. A Chivasso attraversiamo il Po e puntiamo Castiglione Torinese, da dove affronteremo l’ultima salita importante della giornata, quella di Bardassano.

Mazzè e il suo castello intravisti dal ponte sulla Dora Baltea

Questo tratto di strada a quest’ora è veramente trafficato, al punto da farci rimpiangere l’assoluta solitudine della notte appena passata. Eccoci a Castiglione, giriamo a sinistra e attacchiamo la salita, peraltro non troppo dura. Scolliniamo e scendiamo verso Chieri e Castelnuovo Don Bosco. E’ tarda mattinata, sentiamo già profumo di casa, ma di strada ce n’è ancora tanta, e come se non bastasse è parecchio trafficata… C’è di buono che, man mano che ci spostiamo verso sud, il sole splende con sempre maggior convinzione. Ancora una sosta prima di Castelnuovo Don Bosco per indossare abiti leggeri, lavarsi e mangiucchiare qualcosa, mentre Walter ne approfitta per distendersi un attimo. In fondo non è necessario levarsi la pelle: oggi siamo autogestiti, il nostro unico obiettivo è concludere il giro in 20 ore. Non abbiamo i controlli orari intermedi da rispettare, per cui possiamo prendercela comoda con qualche fermata in più. A Buttigliera d’Asti c’è una breve ma arcigna salita (sarà davvero l’ultima?), poi passiamo Villanova d’Asti e Poirino. Qui facciamo un breve briefing per decidere un passaggio alternativo per concludere il nostro giro, e da quel momento il comando delle operazioni passa a Walter, ormai giunto sulle strade dei suoi allenamenti abituali e perciò perfettamente in grado di scegliere il miglior percorso per rientrare a Cinzano senza guardare la cartina.

Un momento di relax prima dello strappo finale

La situazione si inverte: Walter mostra netti segni di ripresa, mentre la mia baldanza svanisce di colpo per lasciare posto ad altre antipaticissime e inaspettate crisi di sonno, durante le quali le gambe girano a mezzo servizio. Serve purtroppo una sosta caffè a Pralormo che in realtà diventa una sosta cappuccino+miele+brioche, idea che si rivelerà azzeccata. Walter pesta deciso sui pedali e io, ricaricata di caffeina e zuccheri semplici, stringo i denti e resisto dietro di lui: Montà, Canale, Vezza d’Alba, Corneliano, Monticello, pur facendo del suo meglio per evitare altre salite qualche rampa supplementare è inevitabile, e non può essere diversamente in un territorio che proprio sulle colline e sui suoi frutti ha costruito la propria fortuna.

Gli ultimi chilometri sono veloci ma dolorosi: la mia spalla destra brucia come l’inferno e non mi dà tregua, e come se non bastasse una vespa entra nella manica sinistra della maglietta e mi punge ripetutamente sotto l’ascella… Insomma, non ne posso più. Ma alla fine arriviamo: ore 15,30, 306 chilometri, può bastare. Nadia ci saluta dalla finestra. Una birra gelata? No, grazie, devo guidare. Mi “accontenterò” del classico beverone proteico post-workout, che stavolta più che mai ha il gusto dolcissimo delle imprese e della soddisfazione.

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Passo del Gran San Bernardo – 26 luglio 2009

Immaginate di salire in bicicletta oltre 2400 metri di quota, fra i nevai, le aquile che volano alte e freschi torrenti di acqua limpida e gorgogliante. Bene, ad una trentina di chilometri da Aosta tutto questo è possibile. Per i ciclisti che avranno l’ardimento di avventurarsi in una bella giornata d’estate ci sarà il premio di un panorama mozzafiato, e di una giornata sicuramente da ricordare che ripagherà ampiamente della fatica e del sudore speso.

Villaggio di Echevenoz

Villaggio di Echevenoz

Echevenoz

Echevenoz

Il sottile piacere dell'impresa :-)

Il sottile piacere dell'impresa :-)

Le "scale" sono impressionanti

Le "scale" sono impressionanti

I tornanti si avvitano senza tregua...

I tornanti si avvitano senza tregua...

Nevaio e sfasciume: tipico scorcio alpino d'alta quota

Nevaio e sfasciume: tipico scorcio alpino d'alta quota

La galleria: ultimo sforzo...

La galleria: ultimo sforzo...

Il paesaggio al colle ripaga di ogni fatica :-)

Il paesaggio al colle ripaga di ogni fatica :-)

Trofeo conquistato! :-)

Trofeo conquistato! :-)

Terra di confine

Terra di confine

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Pian della Mussa – 2 giugno 2009

Eccoci alle prese con l’ennesima salita verso i monti piemontesi ancora innevati. A soli otto giorni dalla riapertura al traffico i nostri copertoncini puntano il Pian della Mussa, vasto pianoro posto a quota 1750 dove termina la strada asfaltata della Val d’Ala. Siamo in una delle Valli di Lanzo, a ovest di Torino: le cronache dello scorso inverno riportavano innevamenti record nella zona (sette metri?!), e dunque come resistere alla tentazione di ripercorrere per l’ennesima volta quella salita in bicicletta, magari immaginando gli ultimi chilometri fra suggestivi muri di neve?

La mattina festiva è salutata da un meraviglioso cielo limpido, e dopo il consueto rituale del caffè e della preparazione dei panini io e Marco siamo in strada che sono da poco passate le sette.

Per il noioso avvicinamento a Lanzo scegliamo come d’abitudine le strade secondarie che attraversano Alpignano, Givoletto, La Cassa e Fiano. Da Germagnano proseguiamo per Pessinetto, dove non mancano le fontane per riempire le nostre borracce di ottima acqua. La strada non presenta grandi pendenze in questa fase: al bivio successivo trascuriamo la deviazione a destra per la Val Grande, e proseguiamo diritto in direzione Ala di Stura. Da qui in poi ci s’immerge più profondamente nel classico ambiente montano, caratterizzato da pendii e prati in fiore, dall’impetuoso scorrere delle verdi acque del torrente Stura, dall’allegro sferragliare della “littorina” diesel sulla rinata linea ferroviaria Torino-Ceres, e dall’attraversamento di amene borgate tutte meridiane, campanili a punta, fontane e case in pietra. Sono molti, anche, i rivoli e le cascate che dalle rocce sovrastanti scendono fragorosi a livello della strada, ricordandoci – se ancora ve ne fosse bisogno – che le precipitazioni invernali sono state abbondanti, e che questa è una vera e propria “valle dell’acqua buona”.

Ala di Stura è una graziosa località turistica dove d’inverno si scia e d’estate si prende il sole. Abbiamo qui superato di pochissimo i mille metri di quota, e la strada inizia a presentare tratti più ripidi. Si attraversano altri piccoli borghi (Cresto, Martassina, Mondrone, Molette, Chialambertetto, Cornetti) ed eccoci finalmente a Balme, salutati a sinistra dall’imponente massiccio della Torre d’Ovarda e dallo stabilimento dell’acqua minerale “Pian della Mussa”, che ci ricorda ancora una volta la provenienza e la qualità di quella stessa, freschissima e deliziosa acqua che così volentieri prendiamo dalle fontane lungo il percorso per combattere la calura oggi piuttosto accentuata.

Balme è a quota 1432 metri, qui inizia la parte “divertente” della gita: gli ultimi cinque chilometri verso il Piano, caratterizzati da strada stretta e amena, traffico di “merenderos”, rampe e tornanti dannatamente ripidi, e l’incognita di quei famosi “muri di neve” fresati di fresco per far passare i veicoli…

Bando ai convenevoli, l’uscita dal paese è così ripida da far rizzare i capelli. Ma io e Marco siamo armati di comoda tripla corona, che non esitiamo di certo ad utilizzare in questo frangente. Appena fuori dall’abitato le prime sacche di neve fanno la loro comparsa: saranno una costante fino in cima.

Arranchiamo regolari fra i nevai e le conifere sradicate, in compagnia di automobili, motociclette, e anche molti ciclisti. L’asfalto in questo ultimo tratto è in condizioni perfette, rinnovato giusto un anno fa. Il cartello che annuncia il Piano è raggiunto quando i nostri ciclocomputer segnano 70 chilometri dal portone di casa: decidiamo di proseguire fino al rifugio, già riaperto per la stagione estiva. Intorno a noi c’è molta neve: il paesaggio è naturalmente assai suggestivo, ci mischiamo fra gli “aficionados” della polenta e ci gustiamo al caldo sole i nostri panini e le meritate bibite, sotto un cielo blu cobalto e gli sguardi maestosi e severi dell’Uia di Ciamarella e dell’Uia Bessanese.

Appena usciti dalle case di Balme l'ambiente diventa severo...

Appena usciti dalle case di Balme l'ambiente diventa severo...

Arrancando fra i ripidi e stretti tornanti, e le lingue di neve appena scavate dalle frese

Arrancando fra i ripidi e stretti tornanti, e le lingue di neve appena scavate dalle frese

Al Pian della Mussa la neve non manca

Al Pian della Mussa la neve non manca

Inquadratura larga sul piano, sotto la mole imponente dell'Uia Bessanese (sullo sfondo)

Inquadratura larga sul piano, sotto la mole imponente dell'Uia Bessanese (sullo sfondo)

Il ristoro del viandante :-)

Il ristoro del viandante :-)

E' fantastico poter immortalare la propria bicicletta con un simile sfondo... in giugno :-)

E' fantastico poter immortalare la propria bicicletta con un simile sfondo... in giugno :-)

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A spasso nella leggenda – Colle del Sestriere, 23 maggio 2009

In vita mia credo di aver fatto questo giro – che non può mancare nell’albo d’oro di qualsiasi cicloamatore torinese – almeno 6 o 7 volte, in un senso o nell’altro. E allora dov’è la novità? La novità, oggi, sta nell’accompagnare un neo-amatore che non l’ha mai fatto. Il pretesto è sempre quello di affinare la preparazione in vista de “L’Ardèchoise”, e questo è il sabato giusto per provarci, con l’alta pressione africana a garantirci bel tempo e le scritte sull’asfalto ancora fresche del Giro d’Italia passato di qui solo quattro giorni prima.

E’ quasi estate, e si capisce anche perchè albeggia presto. Io e Marco facciamo colazione alla svelta e i  nostri pedali fanno “click” davanti al portone di casa che  non sono ancora le sei. Abbiamo gli zaini carichi di molto cibo e poco vestiario, io porto la Olmo in acciaio e non posso fare a meno di indossare i guantini bianchi fatti all’uncinetto. Sua Maestà il Sestriere e il ricordo a sessant’anni dall’impresa di Fausto Coppi nella mitica tappa Cuneo-Pinerolo richiedono umiltà, contegno e un pizzico di riverenza, mentre lasciamo Torino svegliarsi pian piano fra il profumo dei panettieri e i mercati cittadini che iniziano ad animarsi.

Inutile dire che oggi il giro sarà svolto in senso antiorario, con salita dalla Val di Susa e, dunque, dal leggendario versante di Cesana Torinese.

Il noioso trasferimento fino a Susa viene “spezzato” da una seconda colazione al solito bar di Borgone, dove in virtù dell’orario mattiniero troviamo le brioches ancora calde e fragranti. Mentre consumiamo, dalle vetrate noto che qualche sportivo guarda con curiosità la mia bicicletta, e questo non può che inorgoglirmi.

Da Susa il percorso inizia a farsi interessante, e la faticosa risalita delle “scale” che portano a Chiomonte – prima asperità di giornata, viene ripagata dallo spettacolare panorama aereo sul Torinese e sulla vallata. Il cielo limpido e il caldo già avvertibile promettono una giornata da ciabatte infradito, infatti a Chiomonte approfittiamo di una caratteristica e freschissima fontana per sostituire l’acqua delle borracce.

Le "scale" sopra Susa

Le "scale" sopra Susa

La Statale 24 fortunatamente non è eccessivamente trafficata, e il nostro avvicinamento a Cesana, dove inizierà la salita vera e propria al Colle, procede regolare sotto la sagoma maestosa del forte di Exilles, attraverso i tornanti di Salbertrand, e il passaggio a livello (ovviamente chiuso al nostro arrivo!) e il pavè di Oulx. Per ingannare il tempo e la fatica rimiriamo le acque turbinose e scure della Dora Riparia, i bellissimi prati in fiore, le numerose frane qua e là dovute al maltempo invernale, e le cime circostanti ancora bene innevate.  Finalmente giungiamo a Cesana, il nostro morale splende come il sole alto nel cielo. Ci prepariamo ad affrontare gli ultimi, suggestivi 700 metri di dislivello riempiendo le borracce nella fresca fontana vicino all’Ufficio del Turismo. Non ci dimentichiamo, visto il gran caldo, di aggiungere all’acqua il solito, provvidenziale integratore in polvere di sali ed energia.

Il forte di Exilles

Il forte di Exilles

Panorama della Val di Susa da Salbertrand

Panorama della Val di Susa da Salbertrand

Cesana Torinese

Cesana Torinese

Sessant’anni fa gli eroi del ciclismo in bianco e nero percorrevano questa stessa strada, che allora era sterrata e disagevole. Oggi noi cicloamatori abbiamo qualche comodità in più, ma la fatica del pedalare in salita non cambia, così come non moriranno mai la voglia di avventura e il gusto della conquista. Ora più che mai è così per Marco, che va in bicicletta solo da quindici mesi e già sta affrontando una delle strade più suggestive e mitiche della storia del ciclismo. Arranca ma non molla, usa il “rampichino”, sbuffa, ma è regolare e costante. Ogni tanto cerco di confortarlo con le “notizie” che leggo sull’altimetro che ho sul manubrio. Ad un certo punto, come una visione, per un attimo si può vedere laggiù in lontananza una delle due mitiche “torri” cilindriche di Sestriere: ma è un inganno, un’illusione, mancano ancora quasi cinque chilometri e molta salita. La visione si interrompe presto dietro un tornante, e a noi non rimane che riabbassare la testa macinando pazientemente la nostra impresa. Qualche nuvola in cielo, come impietosita, vela il sole dandoci un po’ di conforto dalla canicola, mentre sull’asfalto leggiamo le recentissime scritte del Giro d’Italia: alcune sono dichiarazioni d’amore vero per i campioni, altre sono goliardiche, altre ancora di denuncia o di protesta. Il ciclismo è come la vita, c’è il dramma, c’è la fatica, ma ci sono anche i traguardi e i risultati. A destra notiamo l’orribile villaggio-colonia di Grange Sises, poi attraversiamo Champlas du Col, caratteristico borgo di casette in pietra che precede di poco la nostra meta.

Si sale

Si sale

Una fantastica visione...

Una fantastica visione...

Un paio di tornanti ripidi come rasoiate ed ecco il cartello “Sestriere”. Marco si merita senz’altro la classica foto ricordo, dopodichè proseguiamo verso la fontana posta allo scollinamento vero e proprio. Sembra di non arrivare mai! Ma ecco le torri del Club Med e, inaspettata, la palina segnaletica che sancisce il punto esatto dove si trova il colle e la quota. Un altro ciclista salito dal versante opposto ci confermerà, tra un panino e l’altro, che tale cartello è stato posto nuovo di zecca giusto il martedì prima, in occasione del passaggio del Giro del Centenario.

Finalmente

Finalmente

Pedalando nella storia del ciclismo

Pedalando nella storia del ciclismo

La domanda sorge spontanea: perchè ci hanno messo così tanto a mettere un cartello di vetta?...

La domanda sorge spontanea: perchè ci hanno messo così tanto a mettere un cartello di vetta?...

Sestriere, rinomatissima località sciistica durante i mesi invernali, in questo periodo dell’anno appare pressochè deserta e spettrale. Sono presenti solo rari turisti di passaggio e qualche ciclista, mentre alcuni cantonieri al lavoro con le ruspe stanno rassettando i parcheggi e le aree adiacenti in vista dell’arrivo dei vacanzieri estivi. Ci sono molte sacche di neve qua e là, e le piste sono ancora imbiancate. Quattro chiacchiere veloci, mangiamo e ci infiliamo il giacchino per tuffarci in discesa verso la Val Chisone e Pinerolo. Già, ma fa poi così freddo? Dopo un paio di chilometri, ai tornanti del Duc, abbiamo già caldo! E’ davvero uno straordinario anticipo d’estate. A Pragelato decidiamo di toglierci i giacchini e di affrontare solo in maglietta il fastidioso vento contrario che, in più di una occasione, ci costringe a “spingere” anche in discesa. Dentro la galleria di Usseaux rischiamo il congelamento (!), ma man mano che perdiamo quota è il caldo a farla da padrona. Il forte di Fenestrelle, Perosa Argentina, Villar Perosa, ed eccoci finalmente nella tranquilla Pinerolo, dove è d’obbligo una sosta per una monumentale granita. La gelateria è giusto sotto i portici a fianco dell’arrivo di tappa di martedì scorso, e combinazione è a fianco ad una bella libreria. Così, mentre mi disseto alla mandorla ammiro in vetrina le copertine dei libri commemorativi dell’impresa di Coppi del 1949 alla Cuneo-Pinerolo, e altre pubblicazioni con le cronache ciclistiche dei tempi che furono. Ciclismo eroico? Noi pedaliamo tranquilli gli ultimi, roventi chilometri verso Torino, e per ora ci basta la soddisfazione di avere concluso in buona forma questo classicissimo giro, lungo quasi 200 chilometri e tanta leggenda.

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Colle del Moncenisio: è ancora presto (9 maggio 2009)

Un'oncia di "ciclismo eroico": acciaio, neve e... manettini cambio a telaio :-)

Un'oncia di "ciclismo eroico": acciaio, neve e... manettini cambio a telaio :-)

Il Colle del Moncenisio è ancora impraticabile. La strada risulta innevata dalla piana di San Nicolao, subito dopo la vecchia dogana francese, e stavolta il nostro “assalto” è rimasto incompiuto: prima ancora di poterci inerpicare per le mitiche “scale” che conducono alla Grand Croix siamo stati costretti al dietrofront. Resta per Marco la soddisfazione di aver varcato in bicicletta per la prima volta i patrii confini. E un inquietante interrogativo: con tutta la neve che è caduta, quando mai quest’anno i valichi alpini saranno transitabili?

Arrancando verso Giaglione di Susa. Il tempo sembra ancora tenere...

Arrancando verso Giaglione di Susa. Il tempo sembra ancora tenere...

Bar Cenisio, 1480m slm. Il maltempo dell'inverno scorso e le frane hanno segnato la Statale 25 in molti punti

Bar Cenisio, 1480m slm. Il maltempo dell'inverno scorso e le frane hanno segnato la Statale 25 in molti punti

Sempre più neve a terra, sempre più nubi in cielo...

Sempre più neve a terra, sempre più nubi in cielo...

Per Marco l'emozione di sconfinare in bici

Per Marco l'emozione di sconfinare in bici

Purtroppo infotraffico aveva ragione, alla ex dogana il cartello è inequivocabile

Purtroppo infotraffico aveva ragione, alla ex dogana il cartello è inequivocabile

Stavolta le "scale" per la Grand Croix si possono solo fotografare da sotto

La nostra gita finisce qui, stavolta le "scale" per la Grand Croix si possono solo fotografare da sotto

Si torna a casa. E pure in fretta perchè il cielo non promette niente di buono... Gambe in spalla!

Si torna a casa. E pure in fretta perchè il cielo non promette niente di buono... Gambe in spalla!

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