SICILIA NO STOP 6, 1000 km Audax

Come essere catapultati di nuovo in estate. Questa è la mia impressione, sabato mattina, appena sbarco in Sicilia: siamo a tre giorni dall’inizio dell’autunno, ma qui è tutto fiorito, il sole è caldo, e la spiaggia e il mare sono ancora decisamente invitanti. Sarebbe dunque tutto perfetto, non fosse che le giornate si sono accorciate di molto.

Gli amici randonneur arrivano sull’isola alla spicciolata, qualcuno viene a soggiornare nel mio stesso villaggio a San Giorgio – una manciata di km da Patti: cito ovviamente il buon Walter, arrivato con il camper insieme all’inseparabile Nadia, poi c’è Paolo e la sua recumbent, e Silvano, neo-randagio della provincia di Vicenza conosciuto su Internet. Il tempo passa in fretta tra una granita con brioche, una capatina in spiaggia e una buona pizza. Domenica pomeriggio ci rechiamo in bicicletta a Patti per il briefing: è l’occasione per incontrare di persona un sacco di bella gente conosciuta in Rete, e ovviamente per salutare le vecchie conoscenze. I volti sorridenti dei veterani della manifestazione, e quelli velati da un pizzico di timore di chi ci si accosta per la prima volta. L’allegra bolgia viene interrotta da Salvatore Giordano, storico “patron” della manifestazione ormai giunta alla sesta edizione, che ci riunisce per darci alcune “dritte” sul percorso e per svelarci finalmente la novità che era nell’aria da alcuni giorni, ovvero la partenza spostata a Gioiosa Marea causa frana sulla Statale e relativa interruzione.

GIORNO UNO – LUNEDI’ 20 SETTEMBRE

La serata e la notte scorrono tranquille, finchè alle 4,45 suona la sveglia. Mi vesto, prendo la bicicletta affardellata già pronta dalla sera prima, e chiudo il bungalow. Paolo, Walter e Silvano stanno già aspettando fuori dal cancello del villaggio. Gioiosa Marea è vicina, ma arrivarci in bicicletta significa affrontare la famigerata deviazione “montana” con rampe da autentico ribaltamento… Alla fine l’impresa si rivela meno ostica del previsto: chi in sella e chi a piedi il tutto si supera, e siamo presto nella ridente località balneare, dove nelle prime luci dell’alba il Bar Canapè ci attende con il suo lungomare con le palme per il primo cappuccino di giornata. In breve il lungomare si anima di ciclisti variopinti giunti con tutti i mezzi. Alle 7,20 in punto Salvatore ci dà il via, e 110 temerari si avviano in buon ordine in direzione Palermo. Adesso sì che non c’è più tempo per pensare…

C’è vento contrario, mentre il cielo è solcato da minacciosi nuvoloni neri intervallati da squarci di azzurro. Piove a sprazzi, ma l’impressione è che la pioggia non sia destinata a durare a lungo. In compenso c’è una luce molto suggestiva, che sulla Statale 113 “Settentrionale Sicula” regala scorci di misto mare-monti simili a quadri a olio. Ma l’andatura della partenza è sostenuta, la strada è difficile a causa dei continui saliscendi, e come se non bastasse siamo nel pieno del traffico dell’ora di punta… impossibile distrarsi! Il meraviglioso arcobaleno che ci saluta all’altezza di Capo d’Orlando merita tuttavia più di qualche foto.

Tanto per gradire sto già arrancando, ma sono assolutamente determinata a non mollare per guadagnare più tempo possibile in questa prima frazione di circa 140 km che ci porterà al controllo di Termini Imerese. Ormai io, Silvano e Walter abbiamo stabilizzato la nostra andatura. Silvano, in particolare, avrebbe i “numeri” per completare il giro realizzando un tempo notevole: ma l’inesperienza e il timore reverenziale verso questi famigerati mille chilometri gli suggeriscono prudentemente di rimanere con noi adeguandosi al nostro passo lento ma costante. Lungo la strada agganciamo Luigi, e inevitabilmente mi tornano alla mente i ricordi dell’edizione 2004 percorsa in parte con lui e con il suo gruppo. Gli anni passano, ma noi siamo sempre qua…

Arriviamo a Termini Imerese ben prima di mezzogiorno e sotto il solleone. Il bar sede del controllo, già assai animato, è ben fornito di arancini, bibite, bottiglie di acqua gelata e altre leccornie. Ci si rifocilla nel dehor, pacche sulle spalle con gli amici e poi via, verso la frazione più dura: altri 150 km con destinazione San Vito Lo Capo.

Saliamo nel centro di Termini Imerese (non senza fatica, vista la pancia piena e il caldo…) e proseguiamo in direzione Palermo. Attraversare la città a quell’ora è certamente un’impresa mistica, non fosse altro per lo stile di guida piuttosto “naif” degli automobilisti indigeni, che obbliga a tenere continuamente gli occhi aperti. Al porto Walter si fa carico di chiedere delle indicazioni: Palermo è grande ed è circondata dalle montagne, per cui non è propriamente raccomandabile sbagliare strada proprio in questo punto… e in effetti qualche errore lo facciamo! Dopo vari tentativi riusciamo finalmente a giungere a Capaci, dove al duomo ci aspettano una fresca fontana e un invitante bar che torna giusto comodo per sgranocchiare qualcosa o per l’ennesima granita. Proprio qui si aggiunge al nostro terzetto un certo Gianni, randonneur di Verona di poche parole che sceglie di accodarsi a noi e alla nostra andatura. Poco dopo la ripartenza ci aggancia anche Fabio detto “FabioZen”, randonneur della provincia di Trento autore tra l’altro di un blog molto ben scritto: è sempre piacevole vedere la sua candida Mercier in acciaio e il suo equipaggiamento classico in un mondo – quello delle randonnée – che nel nostro Paese sta putroppo prendendo sempre più i connotati di un campionato Granfondo parallelo.

Il tramonto è in arrivo, il primo tramonto del giro: e in contemporanea la strada inizia a salire. Qualcuno (Silvano?) ha calcolato qualcosa tipo 40 km di salite e discese continue… insomma, una tappa che ha tutta l’aria di uno stillicidio. Mentre arranco cerco nella memoria le sensazioni del 2004, mi ricordo che era stata dura, certo, ma il tempo confonde i contorni delle cose.

Intorno alle 19 il nostro quintetto giunge su una terrazza panoramica da dove si vede Castellammare del Golfo in tutto il suo splendore. C’è un baracchino che vende brioches ripiene di gelato ed è l’occasione per una congrua ricarica di zuccheri, ma le notizie sono amare: Walter ci comunica improvvisamente di avere un forte dolore al ginocchio, che oltretutto sta iniziando a gonfiarsi. E’ un problema che lui conosce bene in quanto da anni tende a ripresentarsi. Nessuna speranza di salvarsi con antidolorifici e antinfiammatori, dice. Per me è una mazzata terribile: ci eravamo allenati insieme tutto l’anno per questo obiettivo, non riesco a farmene una ragione. Decide di proseguire con noi per raggiungere il controllo di San Vito Lo Capo, dove poi avrebbe scelto cosa fare. Ma la sensazione, purtroppo, è che da quel malanno non si sarebbe più ripreso.

Luci, giubbini, bretelle rifllettenti: è ormai notte fatta mentre percorriamo i suggestivi saliscendi fra i monti illuminati dalla luna. Walter procede a tratti in scioltezza, a tratti con sofferenza. Dal mio contachilometri non riesco più a calcolare quanti chilometri manchino esattamente. Vorrei fare una stima… arrivare al controllo almeno per le 21, speriamo. Dopo il bivio di Custonaci cominciamo ad incrociare i primi randonneur che scendono, e questo ci dà nuova carica: ormai la meta non può essere lontana. Un discesone infinito, poi ancora salita e discesa, ed eccoci finalmente a San Vito Lo Capo (km 293), località turistica dove già impazza la tipica sagra del cous-cous. Non senza fatica troviamo finalmente la rosticceria sul mare sede del controllo. Il locale con ampio dehor offre ogni tipo di leccornia dolce o salata: il trancio di pizza finisce subito nella pancia, ma non manco di acquistare anche un cornetto e un arancino da mettere nel borsello per la lunga notte che ci attende.

Dobbiamo purtroppo salutare Walter. Nadia verrà presto a recuperarlo, mentre noi ci inabissiamo nell’oscurità: i chilometri che ci aspettano sono ancora tanti. Il prossimo controllo è poco dopo Marsala, al chilometro 375, dove per qualcuno c’è ad attenderlo un comodo letto di albergo… Non per me e Silvano. Il tratto da San Vito Lo Capo a Trapani è tutt’altro che facile: ancora duri saliscendi al chiaro di luna, e lungo una discesa evito per un soffio un gattino randagio grosso come un pugno… Tanto spavento, nessun ferito. Ai bivi ci si ricompatta con altri ciclisti, tra cui un folto gruppo di randonneur siciliani comprendenti anche una ragazza. La compagnia di notte non può fare che piacere! Sorprendentemente proprio il gruppo dei ciclisti indigeni ci sembra a disagio nel momento di scegliere le strade da prendere, cosicchè a Trapani l’aiuto di una coppia di scooteristi è determinante per uscire dalla città. Il resto del trasferimento verso Marsala è piuttosto noioso: i siciliani guadagnano metri e se ne vanno (e noi li lasciamo andare), Fabio “Zen” sbadiglia, Gianni non parla, e io e Silvano cerchiamo di tenere desta l’attenzione conversando di questo e di quello.

Contrada Strasatti, hotel “Concorde”. E’ già passata da un pezzo l’una di notte, e l’ingresso è pieno di biciclette. Non era nei miei programmi di fermarmi a dormire qui, però l’albergo oltre al punto di controllo potrebbe offrire una doccia, e non sarebbe male. Appena entro percepisco del malumore: solo i primi arrivati hanno trovato da dormire, mentre gli altri, tipo Gianni, pur avendo fatto a suo tempo richiesta all’organizzatore restano con un pugno di mosche causa esaurimento delle stanze. Fabio invece è più fortunato: il posto per lui c’è, ci augura la buonanotte e va verso il suo meritato sonno. Tutto questo trambusto però non mi riguarda: d’accordo con Silvano vado dal gestore e contratto una doccia calda. Per dormire a noi sarebbe bastata un’oretta buttati là fuori sul marciapiede. In realtà, dopo aver pattuito una somma simbolica, oltre alla doccia salta fuori anche la possibilità di riposare nel salottino interno: fantastico! La doccia e un pantaloncino pulito mi rimettono al mondo, srotolo il materassino ultraleggero fra i tappeti e mi calo sugli occhi un gambale, pregustando almeno un’ora e mezza di buon sonno. Silvano dopo la doccia si accomoda su una poltroncina, cercando a sua volta di addormentarsi. Ma la sala non è esattamente silenziosa, e di dormire non c’è verso. Dopo un’ora di riposo, certo, ma non di vero sonno, chiamo Silvano e gli propongo di ripartire. Ringraziamo il gestore, prendiamo le bici, scendiamo in strada e… la mia gomma anteriore è a terra: colpa di una spina di fico d’india presa lungo la salita a San Vito Lo Capo. Mentre cambio la camera d’aria scendono alla spicciolata dalle camere gli altri randonneur, sembra che ci siamo dati appuntamento per ripartire tutti quanti alle quattro di mattina…

GIORNO DUE – MARTEDI’ 21 SETTEMBRE

Io, Silvano e Gianni ripartiamo in compagnia di altri, tra cui il veterano Rolando che ho grande piacere di reincontrare. Si va ad Agrigento, e subito si pone la questione su quale sia la strada migliore da prendere: la vecchia e tortuosa ex Statale 115, che si arrampica a Menfi, o la nuova Statale dagli altissimi viadotti e costante rischio di vento forte? Salvatore alla vigilia del via ci aveva lasciato piena facoltà di scelta. Io e il mio gruppo votiamo per la strada nuova, e alla fine anche Rolando decide di passare di là, pur non completamente convinto. In effetti il vento si fa subito sentire, così come la voglia di una buona prima colazione. A quell’ora (è ancora buio) troviamo solo il bar di un distributore di benzina, peraltro abbondantemente fornito di succhi di frutta e favolosi vassoi di paste. Rolando ci anticipa e riparte senza di noi: d’altronde il suo passo è superiore al nostro, è giusto che sia così.

Ripartiamo anche noi, e le prime luci dell’alba ci sorprendono assonnati e frastornati dal vento e dal traffico lungo gli incredibili e vertiginosi viadotti della Statale 115. Dopo la confusione di Sciacca la strada diventa ancora più noiosa: intorno a noi il paesaggio è brullo e a tratti desolato, e noi dobbiamo affrontare una lunga serie di antipatici saliscendi. A me e Silvano non resta che far passare i chilometri chiacchierando e intervallando con qualche sosta per fare pipì e mangiare gli arancini tenuti in serbo la sera prima. Gianni, ad un certo punto, si stacca e si allontana: io e Silvano rimaniamo soli.

Più Agrigento si avvicina, più i saliscendi diventano impegnativi, il traffico di camion e auto opprimente, e il paesaggio squallido. Per fortuna delle provvidenziali nuvolette stanno tenendo a bada il sole, proprio oggi che dovrebbe essere la giornata più calda qui nella costa sud della Sicilia. Finalmente giungiamo a Porto Empedocle e alla Valle dei Templi: qui, gruppi numerosi di randonneur che avevano dormito a Marsala ci “sverniciano” senza pietà sorpassandoci a velocità doppia… Ma Silvano ha un asso nella manica: il controllo è posto non nel capoluogo, bensì all’interno del cosiddetto Villaggio Mosè. E il GPS che tiene sul manubrio, perfettamente programmato, ci porta dritti dritti all’obiettivo, mentre guardiamo in lontananza gli altri gruppi sbagliare strada… E’ la piccola rivincita della tartaruga.

Sono da poco passate le undici quando arriviamo all’animato Grand Hotel Mosè. E’ il controllo di metà strada, e come tempo siamo messi bene. Seguendo il suggerimento degli altri randonneur decidiamo di non approfittare del poco soddisfacente buffet interno, ma di cercare nei dintorni una spaghetteria per un sacrosanto piatto di pasta. Lo troviamo poco fuori dall’albergo, ma non ci darà da mangiare prima delle 12,30… A nostro rischio e pericolo scegliamo di aspettare, coniugando la “pausa pranzo” ad una vera e propria sosta rigenerante che torna utile per telefonare a casa, fare il punto della situazione, sgranchirsi eccetera. Dormire no, di giorno è proprio impossibile…

Il prossimo controllo è a Donnalucata (km 639), amena località sul mare non distante da Marina di Ragusa. La tappa è lunga e si preannuncia noiosetta, pur senza difficoltà altimetriche. Siccome ci arriveremo di sera, il mio sogno è di potermi laggiù gustare finalmente qualche ora filata di sonno vero. Intanto sulla strada per Gela tocca a Silvano forare, anche lui a causa di una minuscola spina. Mentre esegue la riparazione ci raggiungono Paolo a bordo della sua recumbent, e Daniele, novello randonneur di Trapani molto ben agghindato di bici Surly in acciaio, sella Brooks, borsello Carradice in canapa e cuoio e abbigliamento vintage, tutto in perfetto stile “british”. Ripartiamo tutti e quattro insieme, “sopravviviamo” al traffico di Gela e Scoglitti, e giungiamo a Marina di Ragusa che ormai è buio. Il difficile è trovare Donnalucata… La segnaletica stradale è carente, e quel che è peggio è che il GPS di Silvano qui va misteriosamente in tilt. Dobbiamo scomodare diversi passanti per avere la “dritta” giusta. Approdiamo al bar “Le Coccole” che sono già passate le 20, e sono piuttosto di cattivo umore: il gestore, infatti, purtroppo non ha nessun locale disponibile per farci passare la notte al coperto. Però ci suggerisce di dormire in spiaggia… Mangio in fretta un grosso cannolo ripieno di ricotta, compro un sacchetto di biscottini al burro per la notte, richiamo all’ordine Silvano e salutiamo Paolo e Daniele: noi andiamo a dormire, ne abbiamo assoluto bisogno.

Usciti dal bar, appena girato l’angolo ci troviamo su un suggestivo lungomare dove, a bordo strada, vi sono delle casette basse a schiera. Una di queste sembra disabitata, ha un accogliente terrazzino con un muricciolo basso che sembra fatto apposta per ripararci dalla brezza marina. E’ il giaciglio che cercavo. Ma mentre iniziamo a sistemarci noto che dalla casetta vicina una donna scruta i nostri movimenti insospettita. Gioco la carta della “trasparenza”: vado da lei, mi presento, racconto quello che stiamo facendo, e tanto basta per guadagnarci la loro fiducia. La donna chiama un’altra donna, la quale dalla finestra ci rassicura sulla benevolenza dei proprietari del terrazzino. Grazie! Allora posso srotolare il materassino a lume di luna piena e puntare la sveglia a… mezzanotte. Tre ore di sonno dalle quali dipenderà l’esito della mia “Sicilia No Stop”. Silvano curiosamente non si distende sul selciato, ma rimane in bilico sul muretto… beh, ciascuno si rilassa a modo suo… Crollo quasi subito cullata dal rumore del mare, anche se a tratti mi disturbano le chiacchiere fragorose dei passanti ignari della nostra presenza, cani e bambini, certi commenti divertiti, perfino un vicino che, urlando, ci offre una branda nel suo giardino. Ma il sonno, in definitiva, c’è. Perfetto.

GIORNO TRE – MERCOLEDI’ 22 SETTEMBRE

Mezzanotte, la sveglia suona ed è ora di ripartire alla volta di Capo Passero. Avrei dormito un’eternità… Però sto abbastanza bene, e questo è importante. Anche Silvano è in palla, anche se mi dà l’impressione di non avere chiuso occhio per niente. Ma lui è un vero duro, uno che il sonno non ce l’ha mai. Mentre ricomponiamo i nostri bagagli e cambiamo le batterie a cellulari e fanaleria, un uomo assieme a suo figlio ci raggiunge dalle vicine casette affascinato dalla nostra avventura. Rispondiamo alle sue continue domande, e lui in cambio ci riempie le borracce con fresca acqua minerale, offrendoci anche da mangiare. L’accoglienza e l’ospitalità dei siciliani ci sorprendono in ogni angolo dell’isola. “Adesso il mare è bello, ma da oggi purtroppo il tempo cambia… L’ha detto anche Meteo Tunisia…”. Questo solo per ricordarci che siamo davvero vicini all’Africa. Una faccia, una razza.

Portopalo di Capo Passero è al km 700, dunque tappa non lunga e forse un po’ ondulata. Il chiaro di luna ci illumina sulla strada deserta, il tutto è molto suggestivo. Tra una chiacchiera e l’altra ci chiediamo dove saranno adesso Paolo e Daniele, lasciati la sera prima sulle sedie del bar di Donnalucata. Attraversiamo campagne silenziose, inquietanti svincoli di superstrade, località come Pozzallo, Scicli e Pachino, e remote aree rurali dove la notte fa il paio con la paura dei cani randagi. Di salita tutto sommato ce n’è poca, e raggiungiamo Portopalo di Capo Passero da un lungo viale illuminato dove pipistrelli e civette ci scrutano svolazzando da un filo della luce all’altro. Il fornaio del paese, già all’opera, ci indica dove trovare il bar “Popeye” sede del controllo. Quando ci arriviamo abbiamo due sorprese: Paolo e Daniele sono già distesi sul pavimento del dehor che sonnecchiano… e il bar è chiuso. Per forza, sono le tre di notte! Ci tocca “autodichiarare” l’orario di arrivo sulle nostre carte di viaggio utilizzando la biro che Paolo, previdente, porta sempre con sè. Certo però che un buon caffè avrebbe fatto comodo… Silvano inizialmente vuole stringere i tempi e ripartire subito perchè gira voce di una perturbazione che nel pomeriggio potrebbe colpire la provincia di Catania e dunque le zone da noi interessate. Poi va a finire che mi (si) concede un’oretta di sonno sul pavimento insieme agli altri. Ok, sonno. Finchè non arriva il rumoroso e allegro gruppo dei siciliani che la notte precedente avevamo perduto sulla strada per Marsala. Curiosamente erano dietro di noi.

Finisce che ripartiamo tutti insieme alla volta di Siracusa (km 763). Sulla strada per Noto ho un sonno da morire, ma mi tiro sù cantando: tecnica già collaudata, sempre con buona pace dei vicini di pedalata che mi debbono sopportare. Ma Silvano sembra abbastanza divertito… Bisogna far arrivare l’alba, e soprattutto non vediamo l’ora di trovare un bar aperto. Il miraggio si concretizza tra Noto e Avola dove, fra suggestive e verdeggianti montagne baciate dalla luce del giorno ormai in arrivo, lungo la strada troviamo un fantastico bar per camionisti dotato di un mini-banco di affettati e pane fresco che confeziona dei favolosi panini. Una dose di R2 sciolta in borraccia e un panino con la mortadella costituiscono la mia colazione, mentre l’allegra brigata si svacca nel dehor esterno dando più l’impressione di una scolaresca in gita che di un gruppo di rudi randonneur.

Siracusa è ormai in vista. Alle porte della città c’è un traffico terrificante, il traffico della mattina, e qui è di nuovo il GPS di Silvano a toglierci le castagne dal fuoco con una precisione disarmante, mentre vediamo altri ciclisti girovagare disperati nella bolgia infernale. Raggiungiamo così l’Hotel “Scala Greca”, dove oltre a farci timbrare la carta di viaggio chiediamo se possiamo fare l’ennesima doccia. A prezzo di usura ci viene assegnata un’intera camera doppia (!), ma una doccia in quel momento costituisce il miglior investimento, per cui a mio modesto parere son soldi spesi bene “per la causa”. Saliamo e ci laviamo con soddisfazione con saponette vere e grandi asciugamani di cotone, nella speranza di lenire il terrificante bruciore al soprassella che ormai incombe puntuale come una cambiale. I pantaloncini lavati a Marsala, una telefonata ai cari, un boccone veloce con quello che è avanzato nelle borse della bici, e poi via.

Il prossimo obiettivo è Catania, al km 825. Anche stavolta la doccia mi ha fatto bene. Si vociferava di un cantiere e di una deviazione che avrebbe allungato il nostro percorso di almeno 20 chilometri. Noi andiamo avanti sotto il sole cercando la direzione per Augusta, dopodichè iniziano i guai: c’è una superstrada, delle interruzioni, bisogna fare molta attenzione a non infognarsi in luoghi vietati alle biciclette. Dopo alcune esitazioni finiamo in Statale, la quale fino lì non sembra off-limit per i velocipedi. Il caldo adesso è soffocante, alla faccia della perturbazione…! Ad un autogrill dove ci fermiamo intorno a mezzogiorno per acquistare dell’acqua fresca facciamo la conoscenza di Archimede, un simpatico ciclista locale che conosce la famosa deviazione e si offre di accompagnarci a Catania, la sua città. A dispetto dell’età avanzata Archimede “tira” come un treno, e devo lottare (e cristonare) non poco contro la stanchezza e il sonno per stargli dietro. Proprio in quella il cielo si annuvola improvvisamente, e un veloce acquazzone accompagna la nostra rocambolesca corsa sulle scassatissime strade della periferia catanese. Tutti insieme “saltiamo” letteralmente bici alla mano il cantiere, e giungiamo finalmente alle porte della città. Archimede ci saluta, ma il nostro calvario non è ancora finito: per arrivare all’ennesimo bar sede del controllo dobbiamo ancora una volta affidarci al GPS di Silvano, che essendo ormai a corto di batteria possiamo permetterci di accendere solo per trovare i controlli. Aggiriamo l’aeroporto, facciamo i conti con i soliti e onnipresenti cani randagi, dobbiamo addirittura saltare i guardrail della tangenziale (!) per passare dall’altra parte e non perdere la direzione giusta. Alla fine, stremati, arriviamo all'”Etoile d’Or”. Nel dehor ci sono Paolo, Daniele, Fabio, e anche Gianni. Il bar è più simile ad una grande gastro-rosti-pasticceria fornita di ogni bendidio, dalla pasta agli arancini, passando per i fruttini di Martorana e le brioche col gelato (enormi). Un piatto di pasta riscaldato al microonde e una lattina di cola sono la ricarica ideale. Siamo tutti stanchi e cotti dal sonno, ma il morale è alto: mancano meno di duecento chilometri alla fine di questa avventura.

Fabio, Paolo e Daniele ripartono poco prima di noi, direzione Messina. Gianni invece decide di “ritornare all’ovile” riunendosi a me e Silvano. Svicolando fra i banchi e la confusione del mercato ripartiamo anche noi, saranno 100 chilometri non facili nei quali dovremo affrontare la salita di Capo Taormina. Già i saliscendi verso Acicastello e Acireale sono un buon antipasto, ma l’entusiasmo ci sospinge e ci dà forza. Questa frazione è caratterizzata da numerose soste lungo la strada: Paolo e Daniele approfittano presto di un bar aperto, per cui li raggiungiamo. Il cielo è sempre più nero, sta tuonando. A Giarre inizia a piovere e siamo di nuovo fermi non solo per vestirci, ma anche per approfittare di una fresca fontana. Paolo e Daniele ripartono prima di noi, non li rivedremo più. Il lastricato in pietra bagnato del centro è insidioso almeno quanto il traffico impazzito di quell’ora, dobbiamo sopportare e… andare avanti a testa bassa.

Paesi e frazioni si susseguono sotto la pioggerellina intermittente, finchè a Giardini Naxos non finiamo sotto un autentico nubifragio. Perdiamo temporaneamente Gianni quando io e Silvano decidiamo di ripararci sotto un balcone, aspettando che spiova mangiando marzapane. Ma l’acquazzone non ha nessuna intenzione di cessare, così siamo costretti a vestirci con il Gore-Tex e una busta di plastica in testa e affrontare il nostro destino. Riacciuffiamo Gianni e tutti e tre saliamo a Taormina, quando ormai è buio e dall’alto della panoramica si vede lo spettacolo suggestivo e irripetibile dei fulmini che scendono sul mare solcato dalle navi illuminate.

Da qui fino a Messina la strada NON è affatto facile. Intanto la salita di Taormina è truffaldina, perchè… sembra breve e invece non finisce mai. Poi si inanella una serie infinita di località balneari, mentre i cartelli stradali danno informazioni false e tendenziose circa i chilometri mancanti per il capoluogo siciliano. La pioggia ormai è cessata, ma io comincio ad avere grossi problemi di saldezza mentale. Quando arriveremo? Per le 21? Le 22? Ormai il mio fondoschiena non ne può più, non parliamo poi dei piedi dolorosamente compressi nei calzini bagnati e negli scarpini: i soliti, vecchi problemi che ritornano. Alle porte di Messina, come se non bastasse, ci accolgono poderose raffiche di vento contrario. Il morale crolla ai minimi storici, sono talmente silenziosa che Silvano si preoccupa seriamente per me… E’ un massacro, e l’agognato arrivo al Caffè dello Stretto, posto proprio in fondo alla città, non riesce neppure a strapparmi un sorriso.

Mi ci vuole più di qualche minuto per ritrovare la parola e un minimo di dignità. So che la sosta non potrà essere troppo lunga, occorre mangiare, sistemarsi alla bell’e meglio e ripartire per l’ultima tappa. Allora, innanzitutto una bella sfoglia calda ripiena prosciutto e formaggio, seduta al tavolino con i piedi fuori dalle scarpe. Poi, capatina alla toilette. E infine, una bustina di ibuprofene sciolta in un bicchiere d’acqua. Fuori ci sono portuali e operai che osservano incuriositi le nostre biciclette affardellate e le nostre manovre. Fanno qualche domanda, alle quali rispondiamo cordialmente. La nostra impresa ovviamente li riempie di stupore… così incassiamo anche il loro “buona fortuna”. Con molto dolore rimontiamo in sella e ripartiamo. Siamo intorno alla mezzanotte, ed è la stretta finale.

GIORNO QUATTRO – GIOVEDI’ 23 SETTEMBRE

Non siamo ancora usciti da Messina che mi accorgo di essere in preda alle allucinazioni. Purtroppo devo reclamare una breve sosta per chiudere gli occhi. Ci sistemiamo su alcune panchine di ferro fredde e scomode. Perdo conoscenza immediatamente, ma la pacchia dura poco: l’aria gelida entra come una lama nel telo di sopravvivenza, e le zanzare si accaniscono su ogni centimetro quadrato di pelle scoperta… meglio ripartire. Quando rimonto in sella mi accorgo di stare meglio: l’ibuprofene sta facendo egregiamente il suo dovere di antinfiammatorio e antidolorifico, ed io attacco con Silvano una interminabile chiacchierata-fiume che serve a tenerci ben svegli e a non pensare ai chilometri. La luna torna a farci visita con i suoi romantici raggi, e la salita a Capo Peloro diventa persino piacevole. Ma i conti con il sonno non sono ancora chiusi: gli ultimi chilometri, percorsi nel silenzio della notte e dei paesi deserti, ci costringono ad almeno altre due soste per relativi microsonni. Tuttavia la situazione è ampiamente sotto controllo: ormai abbiamo la certezza che saremmo approdati a Patti alle prime luci dell’alba.

Ci sono ancora due asperità da affrontare: la salita al santuario di Tyndaris e quella per Patti. Il sonno incombe, ma ora nemmeno le cannonate potrebbero distogliermi dal mio obiettivo: impugno il manubrio e inizio a pedalare energicamente insieme a Silvano, il grande amico di questa avventura. Uno, due, tre tornanti, quella di Capo Tindari è una gran bella salita, mentre là sotto i paesi in riva al mare sono illuminati come presepi. Allo scollinamento del santuario c’è Gianni che ci aspetta e ci fa delle foto. Poi un lungo tratto di discesa, dove dobbiamo ancora una volta fare i conti con i cani randagi. Infine, ecco l’ultima salita salutata dalle prime luci dell’alba. All’ingresso in Piazza Marconi a Patti ho persino la presenza di spirito di riprendere con il telefonino il nostro arrivo. Sei anni fa ero così distrutta che non sapevo più neppure come mi chiamavo. Sono le 6,30, sono passate circa 71 ore da quando siamo partiti. E’ Salvatore ad accoglierci sorridente, mentre sotto la tenda allestita per l’occasione Paolo e Daniele stanno riposando sulle brande: sono arrivati un’oretta prima di noi. E’ festa. Anche stavolta, come sei anni fa, mi chiedono se voglio la medaglia. Il prezzo, però, è aumentato.

Nulla è gratis per un randonneur!

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