Finestre (eroico) – 24 giugno 2010

E’ la festa del santo patrono qui a Torino. Una splendida alba di un giovedì di inizio estate. I panini sono già pronti, le bici idem, alle 5,45 io e Marco chiudiamo il portone di casa e partiamo.

La meta è tosta: avete presente il Colle delle Finestre? Dove è passato (prima e unica volta) il Giro d’Italia nel 2005? Con quel lungo tratto sterrato – roba d’altri tempi, che in occasione della corsa rosa fu trasformato in un rassicurante “macadam” ben battuto, ma che ormai gli anni e le intemperie hanno riportato al selvaggio stato originale? E tutti si chiedono come diavolo si possa arrivare fin lassù con la bici da corsa? Ecco, quello. Il “mostro” di quota 2176.

Alba estiva sulla periferia Ovest di Torino

Le cifre sono note: oltre 1650 metri di dislivello, 19 km di salita continua con pendenze sempre comprese tra l’8 e il 10%, di cui 9 km di strada bianca. Qualcuno si è anche preso la briga di contare i tornanti, e riferisce che sono ben 33. Un’impeccabile strada militare che si avvita ossessivamente sulla montagna portando in alto le biciclette e lo spirito in un ambiente montano, quello del Parco Orsiera-Rocciavrè, che non può lasciare indifferenti.

Dopo il noioso trasferimento a Susa via Statale, la nostra avventura entra nel vivo all’altezza del bivio per Meana – Frais – Colle delle Finestre. E senza tanti convenevoli la strada inizia subito ad impennarsi: in prossimità del ponte delle FFSS parte subito una rasoiata che supera il 14%. Obbligatorio mettere il rapporto più agile a disposizione per non “fulminarsi” le gambe. Per fortuna il tratto da suicidio è breve, e c’è la certezza che non ne incontreremo altri così ripidi. Appena in tempo, perchè Marco stava già meditando il ritiro…

A Meana di Susa l'ascensione entra nel vivo

Lasciata Meana la pendenza si stabilizza. E’ vero, questa è una salita molto lunga e impegnativa, ma il segreto sta nell’affrontarla con umiltà. Rapporto agile, trovare il proprio ritmo, e tutto scorre con relativa facilità. Ad aiutare lo spirito c’è il paesaggio circostante: si sale immersi in uno splendido e fresco bosco di castani. Oggi non c’è il traffico dei “merenderos” domenicali, e i soli suoni udibili sono il gorgogliare dei ruscelli e il ritmico “rat-tat-tat” dei picchi sugli alberi.

Si sale all'ombra di splendidi castani

Contiamo i chilometri percorsi da quando abbiamo iniziato a salire. Quando siamo quasi a dieci ci aspettiamo di veder spuntare da un momento all’altro il rifugio con la fontana che dovrebbe corrispondere al Colletto di Meana, e all’inizio della parte sterrata. Superiamo un impressionante bastione roccioso, cambiamo versante e paesaggio, facciamo un traverso sovrastati da alte cime e dalla vista di una piccola costruzione di sospette origini militari, lassù, seminascosta fra le nuvole basse. Alla fine, ecco il rifugio. Ma la fontana è tragicamente asciutta, quasi come le nostre borracce. Questa non ci voleva…

Dove inizia lo sterrato ci sono una panca e un tavolino. Facciamo una breve pausa ristoratrice, ruminando qualcosa da mangiare e centellinando la poca acqua rimasta. Dei guardiaparco ci assicurano che più avanti avremmo trovato un’altra area attrezzata con fontana. Non ci resta, dunque, che rimontare in sella per affrontare il “grigio mostro” che ci porterà, salvo contrattempi, all’ambita meta.

Subito ci si trova a disagio. La strada non è troppo malconcia, oltretutto è stranamente asciutta e compatta – niente male, considerato che solo fino a quattro giorni prima abbiamo avuto piogge torrenziali che sembravano non finire mai. Ma a vedere i copertoncini da strada lì sopra prende male. Eppure si sale. Si va. Si può fare! Certo, a patto di non distrarsi a guardare il panorama: basta un sassolino per perdere l’equilibrio… Insomma, bisogna fare attenzione. Però si può fare.

Galvanizzati da un'impresa d'altri tempi

Dobbiamo cercare l’acqua… l’area attrezzata… Più che alzare gli occhi dalla strada (poco igienico!) uso l’udito: sento gorgogliare, ecco, c’è un limpido ruscello a lato, allora la fontana è vicina. Già. Dov’è? Siamo nei pressi di un alpeggio, ma questa famosa area attrezzata non la vediamo. La paura di non trovare altra acqua è troppo forte, allora smontiamo di sella e riempiamo la borraccia direttamente al ruscello, dove lo stesso fa un piccolo salto sulle rocce. Dopo ho la PESSIMA idea di guardare dentro la borraccia piena: vedo “nuotare” nell’acqua qualsiasi tipo di detrito, evidentemente portato dalla corrente. Si odono chiaramente i campanacci delle vacche, e le “buse” presenti qua e là tutto intorno ci ricordano che quell’acqua potrebbe essere pericolosamente contaminata di batteri coliformi. Sia io che Marco inizialmente siamo piuttosto schifati, ma non abbiamo scelta: soccombere alla sete, oppure rischiare. Ostentiamo sicurezza, io ci metto dentro persino i sali. Magari quelli disinfettano…

Ripartiamo tra le nuvole basse che a tratti coprono il sole. Sorprendentemente Marco ha la stessa sensazione che avevo avuto io anni fa, quando affrontai questa salita con una mountain bike munita di copertoncini slick: il tratto sterrato sembra meno ripido di quello asfaltato. Eppure le pendenze non cambiano, tutt’altro. C’è da dire, a onor del vero, che le nostre biciclette da cicloturismo hanno “l’arma segreta”: entrambe montano guarniture da mountain bike o comunque con corone molto simili, e il “rampichino” ci permette qui di salire in scioltezza. Inoltre abbiamo pedali e scarpe da fuoristrada, un dettaglio che contribuisce a farci sentire più a nostro agio su questo terreno sfavorevole ma esaltante.

Non siamo soli in questo magnifico posto: ci sorpassano a tratti alcuni biker muniti di robuste ruote tassellate, e qualcuno, vedendo le nostre esili e “eroiche” specialissime, ci fa i complimenti non fosse altro per la presenza di spirito. Restare in equilibrio qui è la vera scommessa. In un tratto particolarmente accidentato resto in sella per miracolo e penso: prima del colle sicuramente un “volo” me lo faccio. Neanche il tempo di pensarlo che sento un urlo dietro di me: a cadere è Marco, tradito dallo slittamento della ruota posteriore. Per fortuna niente di rotto, ripartiamo con più attenzione.

Qui è il paradiso, la fatica te la scordi. Man mano che si sale posso vedere sotto di noi l’incredibile zig-zag disegnato dai tornanti appena fatti. Spesso mi fermo a scattare fotografie, ne vale davvero la pena. Il sole non c’è più, però non fa freddo. L’aria sembra immobile. Lassù la costruzione militare è sempre più vicina, e a fianco c’è il colle. Per raggiungerlo la strada disegna sul versante della montagna un’ultima serie di incredibili tornanti. Le pietre miliari, che da chissà quanti anni sono lì a scandire le distanze ai viandanti con militare precisione, ci dicono che manca poco, davvero poco alla meta. Circondati da residue sacche di neve arranchiamo tra sassi e polvere. Un tornante, due tornanti, tre e… il colle?!

Nuvole basse e sacche di neve: il colle è vicino

L'incredibile spettacolo dei tornanti sotto di noi

Ho un sorriso a 32 denti quando raggiungo il minuscolo piazzale disseminato di mountain bike e ciclisti. Arriva anche Marco, stanco ma soddisfatto. I pneumatici delle nostre biciclette sono completamente imbiancati. Oggi non ci sono le auto dei gitanti a coprire il cartello di vetta e la lapide commemorativa della vittoria di Di Luca alla tappa del Giro di cinque anni fa, per cui è d’obbligo scattare delle foto ricordo. Dall’altra parte la vista sulla Val Chisone è splendida: ci aspettano una lunga e divertente discesa su asfalto perfetto fino a Usseaux, ancora discesa (disturbata dal vento contrario) fino a Pinerolo, e l’ultimo trasferimento fino a Torino, per un totale di 167 chilometri. E una volta tornata a casa ho il privilegio di portare con me un piccolo souvenir, normalmente non destinato ai ciclisti bitumari: un sassolino nella scarpa.

E' fatta

La discesa verso la Val Chisone

Palina segnaletica a Usseaux

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