Dove finiscono le mie dita inizia una bicicletta

Le situazioni più belle, si sa, sono quelle improvvisate. Sì, Walter lo sapeva da tempo che avremmo fatto un allenamento comune sulla distanza di almeno 300 chilometri per prepararci al brevetto Audax da 400 km che si terrà a metà maggio. L’idea geniale è quella di partire alla sera anzichè all’alba: suggestivo, oltre a permetterci di anticipare l’ennesimo weekend di temporali e maltempo. Walter me lo propone al telefono e io non me lo faccio ripetere due volte. Chiudo l’ufficio, vado a casa e carico la bici in macchina.

Giovedì sera il divertimento comincia a Cinzano, a casa del mio barbuto socio, dove la consorte Nadia ci prepara una semplice ma apprezzatissima cena con la cura e la perizia di chi sa di avere a che fare con degli atleti. A tavola gli aneddoti e le risate si sprecano, un po’ meno i bicchieri di Barbera. Walter è determinato, intuisco fin da subito che il nostro giro sarà anche meglio di un semplice “allenamento”. Ci alziamo da tavola senza indugiare troppo, non prima ovviamente di aver sorbito un sacrosanto caffè. I “cavalli” (Bianchi in carbonio per me, Colnago in titanio per Walter) sono quasi pronti: è un tripudio di borselli, di luci bianche e rosse, di catarifrangenti e bretelle fluo. E’ sempre così quando là fuori c’è la notte che aspetta. Sono più o meno le 22,30 quando salutiamo Nadia e perforiamo l’oscurità con le nostre biciclette affardellate puntando le colline delle Langhe.

Ci prepariamo

Pronti al via

Il percorso scelto non è altro che un brevetto che veniva organizzato dalle nostre parti qualche anno fa, riveduto e corretto ma, soprattutto, interpretato al contrario rispetto all’originale. Sul mio manubrio c’è l’immancabile cartina segnata con l’evidenziatore. Per strada il traffico è rado. Parliamo poco, ma è palpabile la soddisfazione reciproca di stare facendo esattamente quel che ci piace di più.

Passiamo Alba e attacchiamo Mango, la prima salita. La notte è profumata di fiori, d’altronde ormai siamo quasi a maggio. Il silenzio è rotto da rarissime automobili e dai richiami degli uccelli nascosti fra le sagome scure degli alberi. Saliamo e là sotto Alba sembra un presepe illuminato. La luna purtroppo non c’è, è nascosta dalle nubi che preannunciano temporali imminenti per l’indomani. Saliamo di buona lena e in discesa accendo tutto quello che ho, wow!, il nuovo fanale funziona come un faro di profondità, sembra quasi di scendere alla luce del giorno.

L’umore è alto, ma è solo l’inizio. Passiamo Santo Stefano Belbo, Canelli, NIzza, e puntiamo verso nord e il Monferrato. In provincia di Alessandria percorriamo l’ameno tratto di strada che collega Masio a Quattordio snobbando un cartello che avvisa di “lavori in corso”. Dopo un chilometro in effetti ci imbattiamo nello sbarramento di reti, che allegramente aggiriamo bici alla mano convinti che si tratti semplicemente di un pezzo di strada bianca ancora da asfaltatare. Ma il buio confonde i contorni delle cose: dopo pochi metri camminati in bilico tra i circostanti campi di colza e i cumuli di sassi puntiamo finalmente le nostre luci nel posto giusto, e con nostra grande sorpresa realizziamo che davanti a noi c’è un enorme cratere sormontato da alti mucchi di terra. A destra e a sinistra un profondo canale impedisce di aggirarlo. Non ci resta che fare dietrofront e trovare una strada alternativa per andare a Quattordio, le cui luci erano a un palmo di naso da noi esattamente al di là del cantiere. Una vera beffa, e sono già le due di notte…

Rimediato in qualche modo alla disavventura riusciamo a raggiungere Quattordio e a passare oltre. Su queste amene strade di campi e colline il senso di solitudine è pressochè totale. Nei pressi di Piepasso un’auto in senso contrario ci abbaglia insistentemente con i fanali, e solo dopo averla raggiunta capiamo che si tratta di una gazzella dei Carabinieri. Li salutiamo con un cenno della mano e andiamo oltre. Loro ci guardano attoniti dai finestrini, e non hanno nemmeno la presenza di spirito di dirci qualcosa.

Non fa granchè freddo a quest’ora, ed io ho quasi finito l’acqua della mia borraccia. Decidiamo di cercare una fontana a Viarigi, all’inizio della serie di salite del Monferrato. La sosta nel piccolo paesino è anche il pretesto per mettere qualcosa sotto i denti. Mentre Walter mangia con gusto la sua focaccia farcita, io sbocconcello malvolentieri un panino al miele. Purtroppo ho lo stomaco sottosopra. Per distrarmi scatto qualche fotografia in notturna, mentre il gallo già canta (sono solo le tre e un quarto!) e le rane gracidano. Però a stare fermi l’umidità impregna i vestiti e le ossa, dobbiamo affrettarci a ripartire. Siamo intirizziti e il sonno inizia pian piano a farci sgradita visita, togliendoci la parola e il sorriso.

Viarigi (AT), ore 3,15

Questo tratto del percorso è davvero micidiale: ogni paese significa una salita e una discesa. Casorzo, Grazzano Badoglio, Moncalvo, Alfiano Natta, è uno stillicidio. Walter pedala davanti a me e sembra quasi galleggiare nel cerchio di luce proiettato dal mio fanale. Le salite sono dure e in discesa bisogna fare attenzione ai colpi di sonno. Nessuno parla, stiamo in silenzio ognuno come a cercare qualcosa dentro se stesso tra un colpo di pedale e l’altro. A Grazzano Badoglio approfittiamo dei più che decenti bagni pubblici anche per una vigorosa rinfrescata. L’alba sembra non arrivare mai. C’è di buono che nel frattempo la luna si è fatta largo fra le nuvole, degnandoci della sua confortante luce. E salendo ad Alfiano Natta, attraversando un gruppo di case sentiamo nell’aria il profumo del pane appena sfornato. In alcuni tratti di strada sono i profumatissimi campi di colza in fiore a farla da padrona. Di notte si vede poco o niente con gli occhi, e allora proviamo a “vedere” col naso. Piccoli segnali di vita che rincuorano il randagio della notte.

I primissimi chiarori dell’alba arrivano mentre siamo alle prese con l’ultima salita di questo settore, nei pressi di Villadeati. Qui, a farci compagnia ci sono solo le lepri che attraversano la strada e il passaggio del furgone del fornaio. Sì, comincia un nuovo giorno. Scendiamo sullo stradone che collega Torino a Casale Monferrato che è ormai chiaro, ma non è un bel momento: fa freddo, la strada è un ossessivo saliscendi, noi siamo completamente rimbambiti dal sonno, mentre il traffico delirante del giorno feriale già incombe. Ci vogliono assolutamente un bar aperto, un caldo cappuccino e una fragrante brioche per riprenderci…

Troviamo finalmente la nostra “terra promessa” poco dopo le 6,30 a Cavagnolo, presso un invitante bar-pasticceria. Siamo a metà del nostro giro. Entriamo con le facce nauseate di chi non sta troppo bene e soprattutto non ha dormito, e ordiniamo le nostre colazioni con poca convinzione. Fortunatamente il cappuccino e un favoloso cornetto debordante di freschissima crema pasticcera fanno il miracolo, riuscendo ad aprire i nostri poveri stomaci e rimettendoci letteralmente al mondo. Il sonno sembra scacciato, e possiamo ripartire piuttosto ricaricati.

Da Cavagnolo proseguiamo finalmente in facile pianura verso nord, in direzione Vercellese. Crescentino, Lamporo, Livorno Ferraris e Cigliano sono piccole realtà di provincia circondate dalle risaie, che in questa stagione cominciano a riempirsi d’acqua e di uccelli acquatici di ogni genere. «Airone a ore dodici!». Il sole purtroppo non c’è: è nascosto dalla solita, antipatica velatura di nubi sottili, però la temperatura si sta scaldando progressivamente. Trovo il coraggio di togliere almeno i gambali felpati, il giacchino in Gore Tex e i guanti lunghi, mentre Walter non ha nessuna voglia di spogliarsi e rimane vestito così com’era partito da casa.

Risaie

Passiamo Mazzè (dove un’ambulanza quasi mi arrota…) e Caluso, dove cerchiamo una fontana che, invece, non troviamo. Dobbiamo però mangiare, quindi ci fermiamo brevemente fuori dal paese e provvediamo in questo senso. Sento che l’appetito sta tornando, questo è davvero un ottimo segnale. Infatti la merenda mi “carbura” al punto giusto, la gamba torna leggera e la pedalata rotonda. Walter invece sta attraversando un momento difficile. La fontana la troviamo a Foglizzo, e quando percorriamo il tratto di strada verso Chivasso abbiamo finalmente qualche raggio di sole a scaldarci. A Chivasso attraversiamo il Po e puntiamo Castiglione Torinese, da dove affronteremo l’ultima salita importante della giornata, quella di Bardassano.

Mazzè e il suo castello intravisti dal ponte sulla Dora Baltea

Questo tratto di strada a quest’ora è veramente trafficato, al punto da farci rimpiangere l’assoluta solitudine della notte appena passata. Eccoci a Castiglione, giriamo a sinistra e attacchiamo la salita, peraltro non troppo dura. Scolliniamo e scendiamo verso Chieri e Castelnuovo Don Bosco. E’ tarda mattinata, sentiamo già profumo di casa, ma di strada ce n’è ancora tanta, e come se non bastasse è parecchio trafficata… C’è di buono che, man mano che ci spostiamo verso sud, il sole splende con sempre maggior convinzione. Ancora una sosta prima di Castelnuovo Don Bosco per indossare abiti leggeri, lavarsi e mangiucchiare qualcosa, mentre Walter ne approfitta per distendersi un attimo. In fondo non è necessario levarsi la pelle: oggi siamo autogestiti, il nostro unico obiettivo è concludere il giro in 20 ore. Non abbiamo i controlli orari intermedi da rispettare, per cui possiamo prendercela comoda con qualche fermata in più. A Buttigliera d’Asti c’è una breve ma arcigna salita (sarà davvero l’ultima?), poi passiamo Villanova d’Asti e Poirino. Qui facciamo un breve briefing per decidere un passaggio alternativo per concludere il nostro giro, e da quel momento il comando delle operazioni passa a Walter, ormai giunto sulle strade dei suoi allenamenti abituali e perciò perfettamente in grado di scegliere il miglior percorso per rientrare a Cinzano senza guardare la cartina.

Un momento di relax prima dello strappo finale

La situazione si inverte: Walter mostra netti segni di ripresa, mentre la mia baldanza svanisce di colpo per lasciare posto ad altre antipaticissime e inaspettate crisi di sonno, durante le quali le gambe girano a mezzo servizio. Serve purtroppo una sosta caffè a Pralormo che in realtà diventa una sosta cappuccino+miele+brioche, idea che si rivelerà azzeccata. Walter pesta deciso sui pedali e io, ricaricata di caffeina e zuccheri semplici, stringo i denti e resisto dietro di lui: Montà, Canale, Vezza d’Alba, Corneliano, Monticello, pur facendo del suo meglio per evitare altre salite qualche rampa supplementare è inevitabile, e non può essere diversamente in un territorio che proprio sulle colline e sui suoi frutti ha costruito la propria fortuna.

Gli ultimi chilometri sono veloci ma dolorosi: la mia spalla destra brucia come l’inferno e non mi dà tregua, e come se non bastasse una vespa entra nella manica sinistra della maglietta e mi punge ripetutamente sotto l’ascella… Insomma, non ne posso più. Ma alla fine arriviamo: ore 15,30, 306 chilometri, può bastare. Nadia ci saluta dalla finestra. Una birra gelata? No, grazie, devo guidare. Mi “accontenterò” del classico beverone proteico post-workout, che stavolta più che mai ha il gusto dolcissimo delle imprese e della soddisfazione.

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1 Response so far »

  1. 1

    Ciao a tutti Mi sono iscritto al blog perchè forse ho scoperto che sono un randonneur, senza esserne mai stato consapevole….. vi scrivo da roma…. ci sono arrivato partendo da genova 4 giorni fa, giro dell’elba comoreso….. a bordo di mtb trek xcaliber con ruota da 29…. 700 km in 4 giorni ….. sono un randonneur??
    :) saluti a tutti


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