Tutti Aironi (“Fausto Coppi Epica”, 29-30 agosto 2009)

«Questo pezzo di carta cos’è? Il “depliant” con il percorso?». Di fronte al banchetto delle iscrizioni quasi sobbalzo a sentire queste parole. Ma che vuoi farci, “zio” Saverio non ha mai affrontato un vera randonnèe, quindi con materna comprensione gli spiego che trattasi della preziosissima carta di viaggio, il documento al quale ogni randonneur deve legarsi in maniera morbosa e viscerale. Siamo in Piazza Galimberti a Cuneo, sabato 29 agosto, ora di cena, ma c’è ancora tempo per iscriversi. La piazza è animata come una sagra di paese, gli stand de “La Fausto Coppi” si mischiano a quelli gastronomici, alla pizza da asporto e all’orchestra che suona, il tutto sotto lo sguardo severo e immobile (sic!) del monumento che giganteggia al centro.

Siamo tutti parcheggiati al Foro Boario. Fa piuttosto caldo e dobbiamo far passare  il tempo in attesa del via, e allora tiriamo fuori biciclette, fanali, zainetti, panini, pezzi di focaccia, Coca Cola, olive. Cena al sacco bivaccati fra gli sportelli delle automobili, mentre si chiacchiera e ci si scambia consigli su questo e su quello per stemperare la tensione. C’è un’atmosfera da allegro campo nomadi, da ragazzini in gita. Il cielo di Cuneo è percorso da nuvole nere che si spostano rapide, e di tanto in tanto lasciano intravedere la luna. Ci sforziamo di essere fiduciosi riguardo il meteo: le previsioni, comunque, parrebbero essere dalla nostra parte.

L’appuntamento in piazza è alle 22,30, quindi richiamo all’ordine Walter e Saverio, completiamo gli ultimi particolari di bici ed equipaggiamento, indossiamo le bretelle riflettenti e ci avviamo. Piazza Galimberti è gremita, c’è musica, l’atmosfera è elettrica. Abbiamo addosso gli sguardi curiosi e ammirati della gente che ci vede arrivare così agghindati. Evidentemente ai loro occhi siamo dei temerari, degli eroi. Quelli della “Epica”, quelli che stanno per sfidare il terrificante Colle dell’Agnello nel cuore della notte. E’ meglio che non sappiano, anche, che dietro lo sguardo fiero in quel momento ho una fifa blu… Bene, raggiungiamo il gonfiabile del via e ascoltiamo con relativa attenzione le raccomandazioni impartite al megafono dagli organizzatori. Non mancano gli Alpini della Taurinense, che avranno il compito di presidiare i posti di controllo e ci conforteranno con la loro marziale ma genuinamente italiana presenza. Intorno a me randonneur di ogni genere, dall’ultracyclist tiratissimo con completino estivo, un solo minuscolo fanale e praticamente senza bagaglio (ma come farà a resistere al freddo dei 2700 metri di quota, questa notte?), passando per le vecchie volpi della specialità, che preferiscono portarsi un paio di guanti lunghi e un fanalino in più piuttosto che rischiare, finendo agli Eroici con bici d’epoca e maglia di lana. Uno di questi, completamente griffato Bianchi, pare la copia esatta di quel Fausto Coppi che sessant’anni prima, su queste strade, aveva compiuto la più grande impresa della storia del ciclismo vincendo la tappa del Giro Cuneo-Pinerolo. Ed è proprio nel ricordo del “Campionissimo” e di quell’impresa che stasera siamo qui.

Dopo aver ricevuto benedizione e raccomandazioni di rito da Nadia, la moglie di Walter, alle 23 partiamo tra due ali di folla acclamante che manco alla “Parigi-Brest-Parigi”. Una macchina farà l’andatura fino alla Colletta di Rossana, e fin da subito capisco che si tratta di un’andatura decisamente da… Granfondo. Dobbiamo resistere: approfittare della scia del gruppo in quei primi chilometri pianeggianti ci avrebbe permesso di “portarci avanti col lavoro”. Nei rari momenti in cui riusciamo a respirare ci scambiamo qualche impressione: Saverio è entusiasta della partenza in notturna, di quel frullare di ruote libere nell’oscurità illuminata dalle stelle e dai nostri fanalini rossi. Per lui, buon corridore sulle gare in linea – non più giovanissimo ma sempre con un’ottima gamba, il nostro mondo è tutto nuovo ma sembra non dispiacergli affatto.

Nelle campagne del Cuneese stasera c’è un’afa micidiale. Intorno al 20° chilometro c’è già un assaggio di salita. La Colletta di Rossana ha un dislivello modesto, ma è sufficiente per fare la selezione: io e Walter non possiamo tenere il ritmo forsennato degli altri, per cui ci lasciamo man mano sfilare e prendiamo il nostro passo. In tutto quel viavai perdiamo Saverio che, com’è giusto che sia, è rimasto saldamente aggrappato al gruppo dei più veloci. In compenso mi sento chiamare da dietro… è Sergio, un randonneur di Bergamo conosciuto su Facebook e con il quale ci eravamo dati appuntamento a questa manifestazione. Da un mese mi aveva promesso che avrebbe fatto tutto il percorso con me, ed eccolo qui, pronto a mantener fede alla sua parola. Scendiamo dalla Colletta e restiamo in tre nell’oscurità della val Varaita. Il cielo ora è sgombro di nuvole e completamente stellato, tanto che ad un certo punto scorgo una bellissima meteora. Intorno all’1,30 siamo a Casteldelfino (m 1610), dove riempiamo le nostre borracce. Comincia qui la madre di tutte le sfide: i 22 chilometri (gli ultimi 10 con pendenze da rizzare i capelli) di salita che ci condurranno al Colle dell’Agnello, e la discesa in notturna sul versante francese.

Il buio fa perdere i riferimenti, e se da una parte può essere suggestivo ed emozionante, dall’altra porta smarrimento e sgomento. Intorno a me, vagamente illuminati forse dalla luce delle stelle, scorgo i profili dei monti. Poco dopo Chianale (m 1797), ultimo avamposto di civiltà, attacchiamo il tratto terminale, quello più duro. Curiosamente udiamo musica araba sparata a tutto volume proveniente non si capisce da dove… ma basta salire di qualche tornante per ripiombare nell’oscurità e nel sacro silenzio della montagna, rotto solamente dal gorgogliare dei ruscelli. Non fa per niente caldo, tanto che ad un certo punto siamo costretti a fermarci per indossare gambali e maniche lunghe. Intanto facciamo empirici calcoli sull’orario di scollinamento, ma l’unica cosa certa è che bisogna essere al posto di controllo presidiato dagli Alpini entro le 5, e il tempo stringe. Difficile poi ripartire senza ribaltarsi…

Dieci chilometri alla pendenza media del 10%, con lunghi tratti all’11% e un traverso al 14%. Sono cifre da autentico mostro alpino, e questo è solo il primo dei quattro colli mitici che ci attendono. L’Agnello, in questa moderna rievocazione della Cuneo-Pinerolo del 1949, sostituisce il Colle della Maddalena (perennemente chiuso al traffico) e il Vars. Dopodichè ci attendono l’Izoard dal versante della Casse Deserte (altro pessimo cliente), il Monginevro e il Sestriere. 291 chilometri per 5100 metri di dislivello per 20 ore, salvo errori e omissioni.

Giungiamo ad un alpeggio dove il gigantesco faro della margaria illumina tutto intorno in maniera surreale. Intuisco che devono iniziare i micidiali tornanti finali, spioventi e aggrappati alla ripida parete rocciosa. Arranco da bestia. Walter sta salendo benone, così anche Sergio, che ha tutta l’aria di essere un randonneur di quelli forti. Io invece sono già in crisi nera, mentre osservo la luce bianca del led proiettata sull’asfalto e giro ai 4 kmh il mio “vergognoso” 24×27. Eppure questa è la mia notte, sono qui perchè l’ho voluto. Fortemente. Solo un paio di mesi prima l’organizzazione aveva deciso di modificare la formula della manifestazione, e appena ne sono venuta a conoscenza ho raccolto il guanto di sfida. Avevo passato l’estate a preparare con cura questa prova, mantenendo l’allenamento in salita che mi ero fatta per “L’Ardèchoise”, e implementando alcuni dettagli tecnici tipo l’impianto luci della bicicletta. Tutto per una maglia bianca con l’effigie di Coppi.

I dati del mio contachilometri non coincidono con gli ossessionanti cartelli che, di quando in quando, rammentano la pendenza e i chilometri rimanenti al colle. Scende la nebbia. Ormai non deve mancare molto, ma per quanto mi riguarda lo sconforto è totale, anche perchè pare proprio che non riusciremo a scollinare prima delle 5. Qualcosa non va, sento salire dallo stomaco qualcosa di simile a conati di vomito. Per un attimo DEVO mettere piede a terra, ma proprio in quella sento nell’aria il ronzio di un gruppo elettrogeno. Gli Alpini… è il controllo, non può essere lontano! Pur distrutta riprendo a pedalare, ad un certo punto vedo un faro sopra di me, ma con la nebbia non si capisce quanto sia lontano. Faccio il tornante con Sergio, che nel frattempo mi ha aspettata, ed ecco, è il traverso finale, là in fondo c’è la luce… il colle… una tenda… GLI ALPINI! SIAMO SALVI! VIVA L’ITALIA!

Quota 2748. Sul colle c’è un fortissimo vento gelido e terrificante. Appoggiamo le bici ad una grossa roccia e entriamo velocemente nella veranda della tenda militare per consegnare le carte di viaggio. Walter è rannicchiato in un angolo, trema di freddo. Chi si aspettava di trovare i “veci” muniti di fumante pentolone di vin brulè a intonare lieti canti di montagna è rimasto deluso. Ad accoglierci ci sono due giovani penne nere coperti con qualsiasi cosa per difendersi dal freddo. Uno dei due, passamontagna e guanti di lana, mi chiede con piglio marziale nome e numero. Sulle nostre carte di viaggio l’orario registrato è cinque e nove minuti. Ci sono dei dispenser di tè caldo e delle barrette energetiche, ma per me non sono attraenti in quel momento, ho lo stomaco sottosopra. Però bisogna mangiare qualcosa. Smozzico malvolentieri una mezza barretta mentre mi vesto velocemente, fa un freddo impressionante. Guardo ancora il soldato in passamontagna e la bandiera dell’Italia sferzata dal vento. C’è un’atmosfera strana, sembra di essere a Kabul anzichè sul confine francese. Ringraziamo, salutiamo, accendiamo tutti i nostri fanali e cominciamo ad affrontare la discesa verso Ville Vieille.

La tanto temuta discesa dall’Agnello si rivela meno tignosa del previsto: la carreggiata è abbastanza larga, l’asfalto è in eccellenti condizioni e segnata da provvidenziali strisce bianche. L’illuminazione che avevo predisposto tra bici e casco funziona benone, incluso il vecchio fanale alogeno riesumato dalla cantina e le cui batterie fin qui avevo accuratamente risparmiato proprio per affrontare questa discesa. Le discese in bici non sono esattamente il mio forte, figuriamoci col buio, comunque tutto fila liscio. Da Ville Vieille raggiungiamo Château Queyras e da lì il bivio per l’Izoard. Inizia ad albeggiare, e iniziano le prime crisi di sonno: ma ormai il sole è in arrivo, dunque mi fermo per togliermi qualche vestito e, ammirando il cielo azzurro e le splendide montagne intorno a me, riprendo la mia salita un poco più rincuorata.

L’Izoard da questo versante è tutt’altro che banale: è lungo “solo” quindici chilometri, ma la pendenza media è di tutto rispetto. Anche qui vedo Walter e Sergio abbondantemente avanti a me, non mi resta che abbassare la testa e resistere. Ma la velocità è drammaticamente bassa, e guardando il roadbook sul manubrio e l’orologio del ciclocomputer il morale crolla sotto le tacchette: di questo passo accumuleremo altri ritardi… non ce la faremo mai a stare nel tempo limite! Trovo i miei due compari fermi ad un tornante, mi fermo anch’io e li scongiuro di proseguire senza di me: loro hanno più possibilità, non trovo giusto vincolarli alla mia lentezza. Ma Walter e Sergio non sono per nulla preoccupati dell’orologio, e non hanno nessuna intenzione di abbandonarmi. Quelle parole mi suonano come un patto di ferro: avremmo finito la randonnèe in ogni caso, con qualsiasi tempo, ma rigorosamente INSIEME.

Con molta fatica arriviamo alla Casse Deserte, un suggestivo paesaggio montano caratterizzato da rocce probabilmente calcaree che danno al tutto un aspetto brullo e severo ancorchè candido, mentre le prime luci del sole rendono l’ambiente ancora più suggestivo. Purtroppo sto soffrendo troppo, esageratamente, per godere di tutta quella meraviglia. Devo combattere contro la pendenza e la stanchezza accumulata sull’Agnello, con l’aggravante che non riesco a mangiare niente. Arriviamo anche al monumento a Coppi e Bobet, affrontiamo gli ultimi tornanti ed eccoci finalmente all’obelisco di vetta: anche l’Izoard, seppure a fatica, è stato conquistato. Dobbiamo rivestirci per la discesa ma, soprattutto, dobbiamo MANGIARE. Walter mi ordina di vincere la nausea e buttare giù qualcosa, quindi estraggo dallo zaino uno dei panini che mi ero preparata e inizio a ruminarlo con metodo. Non riesco a finirlo, però adesso qualcosa nello stomaco c’è, meglio di niente. Poi iniziamo la divertente discesa su Briançon: il sole ci bacia e l’umore inizia a salire, mentre salutiamo allegre schiere di ciclisti che salgono dall’altro versante.

A Briançon siamo accolti da un fortissimo vento contrario. Il sole splendente ci permette però di rimetterci in maniche corte, e durante questa breve sosta, parlando con Sergio, realizzo che i miei calcoli erano troppo pessimistici: raggiungere in tempo il controllo del Monginevro, o comunque limitare il ritardo ad una manciata di minuti, non è affatto un obiettivo impossibile. Vento contrario permettendo, ovviamente…

La prima parte della salita al Monginevro è esposta ai venti e ci fa imprecare non poco: ma quando iniziano i tornanti la montagna ci protegge, e possiamo procedere più in scioltezza. In questa salita, non difficile e di “appena” cinquecento metri di dislivello, a farmi vedere le stelle è la mia spalla destra, un vecchio “regalo” della vita d’ufficio che ritorna durante le randonnèe più dure a farmi sgradita visita. Il dolore è insopportabile, ahimè, ma debbo resistere fino al controllo… che non è in località Montgenèvre, bensì a Clavière, primo avamposto italiano, dove ad attenderci c’è la jeep della Taurinense. Tre Alpini, tra cui una donna, ci accolgono sorridenti. Purtroppo sono già le 11,15, siamo in ritardo di un quarto d’ora, ma non c’è nulla di irrecuperabile, ora l’umore è buono e confidiamo di raggiungere in tempo utile il decisivo controllo di Pinerolo. I soldati ci rifocillano con bottiglie d’acqua, così io posso sciogliere in borraccia una bustina di antinfiammatorio per arginare il dolore, e per la gioia di Walter la ragazza in divisa materializza dalla jeep persino una birra fresca! Finalmente torna il sorriso, ridiamo e scherziamo, ma non c’è tempo per scialare. Quindi ringraziamo e salutiamo anche questa volta, e scendiamo veloci a Cesana facendo pieghe motociclistiche…

Verso il Sestriere. Confrontata con Agnello e Izoard questa salita adesso ci sembra una passeggiata, ed è l’ultimo colle impegnativo della giornata. Il sole splende almeno finchè non arriviamo in cima, dove ad attenderci troviamo ancora vento gelido e nuvoloni minacciosi specialmente giù in Val Chisone. Passo davanti alle torri di Sestriere alle 13,15. Alla fontana ci laviamo, mangiamo, scherziamo, ma il comico arriva quando una coppia di ignari ciclisti ci chiede: «Che giro avete fatto?». Scoppiamo tutti a ridere. Sergio, glielo racconti tu che siamo in sella dalle undici di ieri sera?… Ore 13,30, sù la zip delle mantelline, dobbiamo ripartire: abbiamo due ore per raggiungere il controllo di Pinerolo.

Anche stavolta mandano avanti me a fare strada. I primi tornanti sono divertenti e veloci, non c’è traffico e si può sfruttare tutta la carreggiata per impostare curve da manuale. I problemi arrivano nei punti dove è necessario spingere sui pedali… perchè in quel caso il vento contrario si fa proprio sentire. Come se non bastasse intorno a Fenestrelle finiamo nelle nuvole, e il freddo e una fastidiosa pioggerellina ci costringono a indossare i gambali. Ma non è finita: io e Walter iniziamo ad accusare delle crisi di sonno, che in discesa sono pericolosissime! Malgrado tutto, organizzando cambi regolari riusciamo ad arrivare in tempo utile alla caserma di Pinerolo, e nel piazzale le due penne nere scrivono ore 15,15 sulle nostre carte di viaggio: stanchi e stremati, ma con un quarto d’ora d’anticipo! Il miracolo è stato fatto. Inoltre chiedo ai soldati di Saverio, mi confermano che un’ora prima è passato regolarmente al controllo, e questo non può che rendermi ulteriormente felice.

I conti sono presto fatti: stando al roadbook ora abbiamo tre ore e tre quarti per fare gli ultimi 63 chilometri, comprendenti la facile salita alla Colletta di Rossana (ancora lei…). Un gioco da ragazzi, sulla carta. Ma in randonnèe può succedere di tutto, e non è finita finchè non è finita. La ripartenza da Pinerolo è magnifica, abbiamo il vento a favore e si viaggia a 28 kmh senza pedalare. Ma dopo pochi chilometri ci rendiamo conto che seguire le indicazioni, tra roadbook e fettucce segnaletiche, non è affatto facile. Il fatto è che per dichiararsi vincitori non basta rientrare a Cuneo tirando dritto sulla Statale: col cavolo! La tanto agognata maglia di finisher ci verrà consegnata ad un CONTROLLO SEGRETO posto in questo ultimo tratto, che si snoda fra amene stradine e ciclopiste immerse nella campagna. Siamo quasi certi che il fantomatico avamposto sarà in cima alla Colletta di Rossana, ma chi si fida? Quindi non ci resta che tenere gli occhi aperti. Walter intanto va in crisi più di una volta, anch’io sono piena di dolori. L’unico immune da qualsiasi cosa sembra Sergio, un’autentica roccia insensibile alla fame, al freddo, al sonno e al dolore… Tra una sosta obbligata e l’altra il tempo passa, Walter è sempre più insofferente, non vediamo l’ora di aver passato l’ultima asperità di giornata, un minuscolo colle che adesso, in queste condizioni, psicologicamente ci sembra lo Stelvio.

Passiamo Saluzzo, Manta, Piasco, e finalmente attacchiamo la Colletta di Rossana. Da questo versante fortunatamente è facile, arranchiamo tutti abbastanza in scioltezza. Una curva, un rettilineo, poi un’altra curva, Walter sprinta fino allo scollinamento, vediamo che mette piede a terra, sicuramente ha incontrato gli Alpini… Sì, c’è la camionetta, ancora una volta dichiariamo nome e numero e in cambio ci viene consegnata la maglia, unico premio per la nostra immane fatica. E’ bellissima, i nostri occhi brillano di gioia. Dobbiamo indossarla obbligatoriamente fino a Cuneo, ma è così morbida e comoda che non me la leverei più! Ci complimentiamo a vicenda, ma dobbiamo ancora finire il nostro lavoro: quindi giù a tutta birra dalla Colletta, con le ali ai piedi e l’entusiasmo a mille.

Ora, basandoci sui numeri del roadbook teoricamente non dovrebbe essere difficile arrivare in Piazza Galimberti entro le 19,15: ma il destino non ha ancora finito di prendersi burla di noi. Anzitutto, subito dopo la discesa non vediamo la minuscola stradina a sinistra indicata sul foglio e tiriamo dritto per Dronero… lo stesso errore di cinque anni fa! Sono i cartelli stradali a mettermi in allarme, fermo Walter e Sergio con un urlo, estraggo dallo zaino la cartina della zona e descrivo la situazione con un frasario non propriamente da signora. Dobbiamo tornare sui nostri passi. L’unica cosa buona è che tornando indietro il vento a favore ci fa viaggiare veloci, ma avremo fatto almeno dieci chilometri in più… La seconda sgradita sorpresa è che il roadbook in questa parte è completamente sbagliato nei chilometraggi, la strada effettiva dimostra una ventina di chilometri in più. L’obiettivo di raggiungere Cuneo entro il tempo indicato dall’organizzazione sfuma definitivamente – il problema a questo punto è relativo dato che la maglia è ormai saldamente sulle nostre spalle, ma trenta chilometri supplementari rispetto alle aspettative e in quelle condizioni sono un macigno difficile da digerire. Comunque alla fine arriviamo anche noi. In piazza stanno sbaraccando, Nadia e gli amici sono lì ad aspettarci, grandi festeggiamenti e complimenti per noi. Ultimo timbro sulla carta di viaggio e ci viene consegnato un diploma ricordo, mentre qualcuno giura che ci sono ancora dei randonneur in giro. Arriveranno col buio… onore a tutti i coraggiosi che hanno avuto la presenza di spirito di finire comunque il giro. Sono molto stanca, rinuncio al buono-pizza pur di non fare la coda, saluto e ringrazio tutti (in particolare gli splendidi Walter e Sergio, non finirò mai di ringraziarli per essere rimasti con me), e mi avvio verso il Foro Boario. Alla fontanella di Piazza Galimberti devo ancora “subire” la curiosità di alcuni turisti inglesi che, attirati dai fanali della mia bicicletta e dalla mia maglia, capiscono tutto e mi chiedono (mica in italiano!) com’è andata. E’ il prezzo della “celebrità”, dell’essere “Epica”, anche soltanto per una notte.

Walter, concentratissimo prima della partenza, ha già "l'occhio della tigre"...

Walter, concentratissimo prima della partenza, ha già "l'occhio della tigre"...

"Zio" Saverio

"Zio" Saverio

Piazza Galimberti gremita

Piazza Galimberti gremita

Salendo sull'Izoard, la Casse Deserte alle prime luci del mattino

Salendo sull'Izoard, la Casse Deserte alle prime luci del mattino. Sullo sfondo Sergio

L'obelisco del Col de l'Izoard

L'obelisco del Col de l'Izoard

La durezza del percorso si legge anche nel volto

La durezza del percorso si legge anche nel volto

Sestriere in vista!

Sestriere in vista!

Viadotto Soleri, con indosso la mitica maglia: è fatta

Viadotto Soleri, con indosso la mitica maglia: è fatta

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