L’Ardèchoise, 18-20 giugno 2009

“La Woodstock del cicloturismo”: mai definizione fu più azzeccata. Dopo la bella esperienza del 2006 rieccomi in Francia a Saint Félicien, piccolo paese del dipartimento delle Ardèche arroccato fra le colline, luogo di partenza di una delle più fantastiche e bene organizzate manifestazioni ciclistiche del pianeta. E questa volta non sarò sola: Marco vivrà per la prima volta l’emozione di pedalare insieme ad oltre 13.000 (tredicimila!) iscritti sparpagliati su ventisei percorsi a scelta di lunghezza variabile da 66 a 647 km da svolgersi in uno, due o tre giorni, tutti con una sinistra caratteristica: non c’è un metro di pianura.

Mercoledì 17 giugno, arriviamo a Saint Félicien che fa un caldo scellerato. Abbiamo una piazzola prenotata al campeggio municipale, dove ci viene detto di piantare la nostra tenda scegliendo un angolo qualsiasi di un terrificante prato sotto il sole a picco e in rigorosa discesa. Ci accampiamo sotto l’unico albero disponibile cercando disperatamente un po’ d’ombra, dopodichè andiamo a salutare Gianni e Natalino, comodamente sistemati in camper, con le bici già pronte e affardellate per il percorso più lungo, il nuovissimo e  spaventoso “La Mèridionale – Montagne Ardèchoise” da quasi 650 chilometri e undicimila metri di dislivello che anche loro, come noi, affronteranno in autonomia senza usufruire del servizio di trasporto bagagli e senza la certezza di trovare posto in albergo per dormire lungo la strada. Al confronto il percorso scelto da me e Marco è un gioco da bambini. Poi saliamo a prendere il pacco gara e i pettorali al villaggio allestito nella zona del via, dove i bravissimi volontari dell’organizzazione si danno un gran daffare e si respira un’aria elettrizzante. I partecipanti alle randonnèe da tre giorni non sono moltissimi se rapportati al totale degli iscritti, ma ci si legge vicendevolmente negli occhi la stessa luce, la stessa voglia di partire. La giornata di vigilia si conclude con la cena all’aperto davanti al camper di Gianni, dove una generosissima padellata di spaghetti al pomodoro condivisa con alcuni campeggiatori francesi diventa il pretesto per fare amicizia con i ciclisti transalpini, e un buon bicchiere di vino suggella l'”in bocca al lupo” per tutti quanti.

GIORNO UNO – GIOVEDI’ 18 GIUGNO

Purtroppo la nottata in tenda è di quelle barbare, praticamente insonne per entrambi, con il risultato che l’indomani ci si alza di pessimo umore. Sono le cinque di mattina, sta già albeggiando. Carichiamo accuratamente gli ultimi fardelli, in particolare il sacco a pelo che ci servirà (forse) per dormire nei camping lungo il percorso, e ci rechiamo al piccolo bar del campeggio a fare colazione con caffelatte, pane e marmellata. A quest’ora sono pochi i ciclisti seduti a tavola con noi. La partenza dei partecipanti ai percorsi da tre giorni è “alla francese” dalle sei alle nove, ma noi vogliamo andar via fra i primi. Lasciamo il camping e saliamo i pochi tornanti che conducono a Saint Félicien. Sono le sei in punto di una bella mattina limpida quando passiamo sotto il gonfiabile del via, già animato dal megafono dello speaker e dal “gotha” organizzativo della manifestazione in pompa magna che saluta i primi partenti.

Colazione prima del via

Colazione prima del via

La mia bicicletta pronta. Pregasi notare le ciabattine a cuoricini rosa appese fuori dalle borse :-)

La mia bicicletta pronta. Pregasi notare le ciabattine a cuoricini rosa appese fuori dalle borse :-)

Dopo una breve discesa si comincia subito a salire il primo colle, il Col du Buisson (920 m). La temperatura è già calda, alla spicciolata ci raggiungono altri cicloturisti. Non abbiamo visto al via Gianni e Natalino, ma confidiamo di incontrarli presto in uno dei numerosi ristori offerti dalle pro loco dei vari paesini attraversati. Superiamo il Col de Genest (709 m) e scendiamo a Gilhoc, primo controllo elettronico dove ad attenderci c’è una vera e propria festa con la banda musicale e tavoli imbanditi con varie leccornie, alcune offerte gratuitamente e altre vendute a “prezzo politico”. E’ il quarantesimo chilometro, qui ci raggiungono i nostri amici. Ripartiamo tutti e quattro insieme, ma condividiamo solo il terzo colle, il Col du Mazel (633 m): in discesa li lasciamo andare, d’altronde loro hanno molta più strada da fare di noi e debbono tenere una tabella di marcia più serrata. Provo molta ammirazione per loro, e spero intimamente che la loro avventura vada a buon fine.

Col du Buisson alle prime luci del mattino

Col du Buisson alle prime luci del mattino

Altimetria da rizzare i capelli

Altimetria da rizzare i capelli

Gilhoc

Gilhoc

Ma dobbiamo pensare a noi. Marco per il momento si sta comportando bene, i primi colli sono relativamente facili e il paesaggio godibile. Le Ardèche sono un territorio verdissimo. Passiamo anche il Col de Montreynaud (757 m), il grazioso paese di St. Barthélémy-Grozon, dov’è allestito un altro ristoro-festa con musica e i bambini che salutano il nostro passaggio, e il Col du Chalençon (694 m). Intorno all’80° chilometro comincia la salita ad uno dei colli più duri di tutto il nostro giro, il Col de la Faye (1019 m). E’ lungo quasi 19 chilometri, ma quel che è peggio è che sono passate le undici ed ora il caldo è insopportabile. Fortunatamente lungo la salita sono stati allestiti alcuni punti d’acqua, assolutamente opportuni in un territorio dove stranamente le fontane naturali scarseggiano. Fa così caldo che i palloncini decorativi gialli e viola appesi qua e là sotto il sole lungo la salita, ad uno ad uno scoppiano, e questo non è certo incoraggiante…

Salendo in compagnia

Salendo in compagnia

St. Barthélémy-Grozon

St. Barthélémy-Grozon

Grande Francia

Grande Francia

Fa caldo

Fa caldo

Punto acqua lungo la salita per il Col de la Faye

Punto acqua lungo la salita per il Col de la Faye

A metà salita Marco accusa una crisi micidiale. Sembra una stupidaggine, in realtà lui, che è relativamente nuovo di questo sport, deve ancora imparare a gestire le “cotte”. Il suo morale improvvisamente crolla, così come le gambe che non “girano” più. Gli pedalo vicina, lo incoraggio a stare calmo. Poi, la svolta: il cielo si annuvola velocemente, e proprio mentre attraversiamo un bellissimo bosco, come una benedizione, arriva l’acquazzone. Per me è la salvezza dalla canicola, per Marco invece è una seccatura in più… Molto a fatica riusciamo a raggiungere lo scollinamento. Ha smesso di piovere, e nella vallata dove dobbiamo scendere il cielo è azzurro. Prima di tuffarci in discesa, però, ricordo a Marco che è ormai ora di pranzo, e quasi lo “costringo” a fermarsi per recuperare le forze e approfittare del favoloso ristoro di vetta, affollatissimo di ciclisti che, seduti sui prati e sulle rocce, ruminano piatti di pasta, panini e lattine di Orangina e Coca Cola. La sosta è l’occasione per familiarizzare con la moltitudine dei cicloturisti presenti. L’età media dei partecipanti qui è piuttosto alta: i più giovani molto probabilmente saranno protagonisti sabato, quando verrà dato il via alle granfondo agonistiche. Non mancano le donne, e qualche veicolo speciale tipo tandem e recumbent. La quasi totalità dei ciclisti è francese, e la presenza stranera è rappresentata prevalentemente da belgi, olandesi, qualche inglese. Praticamente assenti gli italiani, anche se i dorsali corredati del cognome rivelano un’impressionante quantità di oriundi, e non sono pochi quelli che, riconosciuta la mia nazionalità, vengono a parlarmi in italiano stentato chiedendomi della Patria dei loro antenati emigrati.

Scendiamo al paese di Albon, e subito dopo (guarda un po’) inizia una nuova salita, il Col de la Graveyre (999 m). Ci sembrava di esserci lasciati alle spalle la pioggia, e invece no, il cielo torna ad annuvolarsi e adesso inizia pure a tuonare. Siamo flagellati da un altro temporale. Marco purtroppo accusa ancora la crisi. Certamente non è stata una buona idea caricarsi sulle spalle in un pesante zaino i propri bagagli. In quel momento sta invidiando il mio portapacchi attaccato alla Look… ma tant’è, adesso è tardi per rimpiangere le proprie scelte logistiche. La salita si tramuta per lui in un vero e proprio calvario, soffre come un animale e più di una volta è costretto a mettere il piede a terra. Lo guardo attonita mentre la pioggia riga i nostri volti e le mosche ci tormentano come una maledizione biblica. E’ come se i mesi passati ad allenarci in salita per preparare scrupolosamente questa avventura fossero improvvisamente scomparsi dalle sue gambe. Di quel passo non ce l’avremmo mai fatta a raggiungere prima del tramonto Darbres, distante altri cento chilometri e tanta, tanta salita. Non abbiamo i fanali, e quel che è peggio è che siamo solo al primo giorno… L’alternativa al ritiro è di escogitare un “piano B”, così propongo a Marco di accorciare la “tappa” schedulata per quel giorno e di fermarci a dormire a Privas, cioè prima del temibile Col du Benas. L’indomani, dopo una notte di riposo e a mente fresca, sarebbe stato più facile decidere cosa fare della nostra “Ardèchoise”, che in quel momento appare compromessa.

Anche questo colle è andato, e quasi in fondo alla discesa, a St. Pierreville, ci aspetta un altro affollato ristoro offerto spontaneamente dalla pro loco del posto. E pensare che il regolamento della manifestazione è chiaro: per chi fa le randonnèe più lunghe, nelle giornate di giovedì e venerdì non sono previsti ristori “ufficiali” e si deve essere autonomi quanto a cibo e bevande. Ma fino a questo momento possiamo dire di non aver mai sofferto nè la sete nè la fame! Comunque, mentre io mi faccio largo a gomitate per lavarmi la faccia nella fontana della piazza, Marco va a cercare qualcosa per ricaricarsi e torna con in mano qualcosa che ha tutta l’aria di un bel bicchierozzo di birra. Lo guardo sconcertata, ma lui mi fa: «Non è birra, è SUCCO DI CASTAGNE, assaggia!». In effetti è delizioso, e non può essere diversamente: la zona che stiamo attraversando in bicicletta si chiama Châtaigne, ed i ristori sono un tributo al goloso frutto autunnale. Ne prendo un bicchiere anch’io, insieme alla torta di castagne ed alla crema di marroni spalmata sul pane. Intanto mostro a Marco l’altimetria dei restanti chilometri prima del sospirato riposo: una ventina di chilometri di saliscendi e la salita finale al Col de la Fayolle (877 m). Ripartiamo, e stavolta sembra proprio che la sosta cibereccia abbia fatto bene al mio gigante: la sua pedalata torna miracolosamente rotonda, e lui stesso ammette di essersi un poco ripreso. Merito del succo di castagne, così simile a birra fermentata? In quel momento va bene tutto, l’importante è che tornino morale e buonumore, mentre avanziamo sotto un cielo ancora cupo e nell’afa micidiale dei boschi.

Questo tratto del percorso è davvero ameno e sperduto fra le montagne. Attraversiamo rari villaggi tra cui St. Etienne-de-Serre e Issamoulenc, e poi, finalmente, inizia la salita al Col de la Fayolle. A questo punto ci raggiungono finalmente altri ciclisti, i quali probabilmente hanno i pernottamenti prenotati dall’organizzazione proprio a Privas. Uno di questi mi apostrofa un po’ in francese e un po’ in inglese, dev’essere belga, mi fa capire di avere il papà di origine italiana. «Rovigo!», mi urla, e io giro l’informazione a Marco, nativo del Polesine. Ne nasce una curiosa gag tra i due, iniziano a parlarsi freneticamente, nessuno capisce una parola di quel che dice l’altro, ma intuiscono di essere in qualche modo “paesani”! Infine il ragazzo, che sulla schiena porta il cognome Maini, ci saluta dicendoci in inglese che quella scoperta gli avrebbe dato lo sprint per salire più velocemente… infatti è così, e ci semina lungo i tornanti mentre noi ancora ridacchiamo per il singolare incontro.

Col de la Fayolle

Col de la Fayolle

Sullo scollinamento precedo Marco e ne approfitto per fare qualche foto mentre lo aspetto. Sono ormai passate le 18. Ora non ci resta che imboccare la statale per venti chilometri di velocissima discesa, e piombare a bomba su Privas alla ricerca di un camping disposto ad accogliere per la notte due scriteriati muniti solo del sacco a pelo e nemmeno una tendina piccola piccola…

All’ingresso del paese cerchiamo dei cartelli e chiediamo indicazioni, ci sembra di capire che qui esiste un solo campeggio. Non senza qualche difficoltà riusciamo finalmente a trovarlo, e ci fiondiamo subito alla reception. Qui, però, abbiamo un’amarissima sorpresa: i bungalow sono tutti prenotati da altri partecipanti all'”Ardèchoise” iscritti con la formula dei pernottamenti… e di dormire sotto le stelle non se ne parla proprio. Niet. Rivolgersi all’hotel poco più in là. Com’è lontana, improvvisamente, la spartana ma generosa accoglienza avuta nel 2006 nei campeggi di Vallon Pont d’Arc e di Lac d’Issarlès! Con le pive nel sacco andiamo a cercare l’hotel, lo troviamo e vediamo ciclisti e biciclette ovunque, anche sui balconi. Trovare un buco libero sarà impossibile! Vado alla reception con poche speranze, in effetti è tutto pieno, ma la ragazza è gentile e telefona ad un altro albergo dall’altra parte della città. Ed ecco il miracolo, la stanza libera c’è! Con molta pazienza mi spiega come arrivarci, mi mette in mano la mappa di Privas e tanti saluti. Torno da Marco con un sorriso a trentadue denti, saliamo sulle biciclette per quest’ultimo sforzo, tra un ponte e una circonvallazione rischiamo di sbagliare strada mentre, tanto per gradire, ricomincia a piovere. E alla fine, in pieno centro città, ecco l’albergo: hotel “La Chaumette”, dall’aria tutt’altro che economica… ma tant’è, con quel tempaccio è sempre meglio che dormire all’aperto.

Alla reception ci dicono di essere stati MOLTO FORTUNATI a trovare quella stanza libera: infatti, anche questo albergo è stipato di ciclisti. Ci fanno sistemare le biciclette in un garage comune, e finalmente saliamo in camera. L’aria è tesa: la sfilza di disavventure ci ha resi esasperati e nervosi, e tutto questo in aggiunta ai 180 chilometri e 3.300 metri di dislivello della giornata. Ma non è tempo per recriminare: quello che conta in questo momento è avere il culo al caldo per la notte, e ora ci vogliono una bella doccia, una buona cena e del buon sonno. Quando usciamo per recarci in birreria ha ormai smesso di piovere, ed è una bella serata. Ci sediamo nel dehor davanti a bistecca e fish’n’chips, e mentre mangiamo consultiamo le mappe programmando il proseguimento della nostra avventura. Poi andiamo a dormire, non prima di avere inviato un sms a Gianni per comunicare la nostra posizione e chiedere la loro. Messaggino che rimarrà senza risposta, facendomi preoccupare per la loro sorte. Prendere sonno non è facile: mille pensieri affollano la mia testa, ma alla fine la stanchezza prende il soppravvento. Bonne nuit…

La stanza d'albergo a Privas

La stanza d'albergo a Privas

GIORNO DUE – VENERDI’ 19 GIUGNO

Sono sveglia dalle cinque, non riesco più a dormire. Marco invece dorme ancora mentre io consulto ancora una volta mappe e altimetrie, poi sveglio anche lui: la riconsegna delle biciclette è a partire dalle sette, e noi non vogliamo perdere tempo.

Paghiamo il salato conto della camera e, senza neppure aver diritto alla prima colazione, usciamo nel sole della città, dove incredibilmente ci ricongiungiamo con fiumane di ciclisti ripartiti tutti insieme dai rispettivi pernottamenti. E’ una bella festa che mette il buonumore, ed è certamente piacevole augurarsi a vicenda i primi “bonjour” della giornata. Purtroppo siamo ripartiti a stomaco vuoto, ma io confido di trovare presto qualche ristoro “abusivo” con i locali bendisposti ad offrirci un po’ di caffè e qualche biscotto. Ho ragione, e appena fuori da Privas, a St. Priest, le simpatiche signore del paese sono pronte con i thermos, cassette di arance e piatti colmi di biscotti e dolcetti. Il calore e l’accoglienza di questi volontari sono indimenticabili: essi non prendono un euro dall’organizzazione per quello che fanno, si accontentano di magliette e gadget offerti loro dagli sponsor, ciononostante hanno un grande entusiasmo per questa manifestazione, e tanta voglia di far conoscere ai cicloturisti la loro terra e i loro prodotti.

Ed è subito salita. La strada per il Col du Benas (795 m) è caratterizzata dalla presenza di numerose pale per l’energia eolica, che punteggiano la linea di cresta con le loro bianche e slanciate sagome. Fa già caldo. Marco sembra pedalare abbastanza in scioltezza, c’è da augurarsi che il riposo notturno abbia contribuito a fargli recuperare la dura crisi del giorno prima. Scolliniamo nel punto in cui il nostro percorso e quelli delle “Gorges” si separano, e scendiamo a Darbres e a Lussas, dove sotto i soliti festoni giallo-viola ci aspettano altri volontari muniti di acqua minerale ed altre leccornie.

Verso il Col du Benas

Verso il Col du Benas

La strada è davvero spettacolare

La strada è davvero spettacolare

Villaggi in festa

Villaggi in festa

L’ambiente cambia: dalle verdissime e lussureggianti montagne si passa a qualcosa di più aspro e dal tono quasi “mediterraneo”, che mi ricorda addirittura certi scorci della Sardegna o della Sicilia. Superiamo il grazioso borgo di Vals-les-Bains e i suoi stabilimenti dell’acqua minerale, e iniziamo la salita al Col de Genestelle (648 m). Fa molto caldo, dobbiamo fare i conti con nugoli di fastidiosissime mosche e anche con la pericolosa mosca cavallina, che purtroppo va a segno più di una volta sulle nostre braccia e gambe. Ci sono però anche molte farfalle, alcune delle quali coloratissime e veramente spettacolari.

Ma man mano che si avvicina mezzogiorno il cielo riprende ad annuvolarsi: e questa non può che essere una buona notizia, visto il caldo opprimente. Quando scendiamo ad Antraigues il sole ormai non c’è più. Qui, stranamente, non c’è nessun “comitato d’accoglienza” ad attenderci, però ci sono un minimarket e una boulangerie, già presi d’assalto dai ciclisti che ci hanno preceduti e che stanno ruminando le loro provviste sui gradini in pietra del centro storico. Li imitiamo acquistando un paio di bibite fresche, dell’ottimo pane ai cereali ed una simil-mortadella per farcirlo. Il pranzo è servito.

Antraigues

Antraigues

Il Col d’Aizac (643 m) ed il Col de la Moucheyre (856 m) sono una sorta di riscaldamento in attesa di affrontare il vero osso duro della giornata, ovvero la salita al Col de la Baricaude (1232 m) e quindi al mitico Gerbier du Jonc (1416 m), “cima Coppi” di tutta l’Ardèchoise. Marco fin qui si sta comportando abbastanza bene, ma ora mi confessa di essere preoccupato per quella salita così lunga ed impegnativa: ben 13,4 km e 732 m di dislivello solo per arrivare al Baricaude… A Burzet, paesino posto ai piedi dell’ascensione, ritroviamo il sole. Passiamo sui tappetini rossi del controllo elettronico e ci fermiamo un poco per goderci una birra gelata: non sarà da atleti, ma in una giornata così torrida ci può stare. Dal dehor affacciato sulla piazzetta del paese ci lasciamo allietare dalla musica, altra protagonista di questa grande festa in giallo-viola. Poi bisogna andare. E’ il momento della grande sfida, soprattutto per Marco: qui si deciderà l’esito della nostra performance…

Una providenziale fontana

Una provvidenziale fontana

Burzet

Burzet

Burzet vista dalla salita al Col de la Baricaude

Burzet vista dalla salita al Col de la Baricaude

Lungo la salita è una continua processione di ciclisti: tutti salutano, quasi tutti sorridono, qualcuno incoraggia Marco che arranca faticosamente. Asfalto francese, ruote francesi, braccia francesi, mascelle francesi. Fa caldo ma in cielo c’è uno strano movimento di vento e nuvole, come il presagio che l’aria stia cambiando. Per terra sono segnati in vernice gialla i chilometri che mancano alla cima, ci vogliono davvero tanta pazienza e tanto spirito di sacrificio…

Ci impieghiamo un’eternità, ma in cima ci arriviamo anche noi. Saranno almeno  le 18. Sui prati del colle ci sono ciclisti stravaccati ovunque, c’è molto vento e non fa più così caldo, tanto da convincermi ad indossare il giacchino per affrontare l’ultimo strappo verso il Gerbier de Jonc. Ci mangiamo qualche biscotto alla cannella, poi riprendiamo il nostro viaggio. C’è un tratto in discesa, ma il vento è così forte da obbligarci a spingere. E laggiù all’orizzonte vediamo la sagoma caratteristica del Gerbier de Jonc, antico vulcano spento ora avvolto dalla nebbia e sormontato da sinistre nubi nere. A Sagnes-et-Goudoulet i locali stanno sbaraccando tutto: c’è troppo vento, per loro la festa è rimandata a domani, quando arriveranno i concorrenti dei giri da un giorno e delle granfondo agonistiche ed avranno molti bicchieri d’acqua e molte cibarie da distribuire.

Un momento di relax al Col de la Baricaude

Un momento di relax al Col de la Baricaude

Gerbier de Jonc in vista!

Gerbier de Jonc in vista!

Ricomincia la salita e ricomincia a piovigginare. Mi domando se stasera saremo di nuovo fortunati e se riusciremo a trovare un ricovero per la notte, e non nego di essere piuttosto preoccupata. Prima ancora di scollinare iniziamo a buttare l’occhio alla ricerca di qualsiasi indicazione di agriturismo, B&B, hotel, camping o quant’altro. Poi, eccoci al Col du Gerbier de Jonc e al fatidico bivio. Ma ormai la decisione è presa: scenderemo direttamente a St. Martial, tagliando i 50 chilometri della zona dei Sucs.

Quindi ci tuffiamo in discesa. Fa un freddo cane. Sotto di noi c’è un mare di nubi viola a sovrastare i monti a forma di “pan di zucchero” – i mitici Sucs, lo scenario è impressionante. Dopo nove chilometri in mezzo al nulla raggiungiamo finalmente St. Martial, graziosissimo borgo di casette in pietra posto in riva ad un lago. Appena arriviamo notiamo che c’è festa, musica, salsicce che arrostiscono e mascelle che ruminano, ma noi abbiamo bisogno di un posto per la notte. Una donna ci dice che, a parte il campeggio, non esistono hotel, ma pochi metri più in là noto una trattoria che (cartello in vetrina) ha delle camere. Entro, chiedo alla indaffaratissima ragazza bionda che sta servendo ai tavoli, e la camera c’è! Ci accompagna sopra il ristorante, due rampe di scale, entriamo in una casa di stanze disordinate dove c’è di tutto: in una di queste c’è anche un letto matrimoniale buttato in un angolo, e bagno e doccia a portata di mano. Per la cena? Scendete non prima delle nove, sapete, ci sono quelli de l'”Ardèchoise”… Siamo così felici che non stiamo più nella pelle: adesso che la nottata è al sicuro ho la certezza che la nostra avventura finirà bene. Vado per schioccare un bacio a Marco, quando dal piano di sopra udiamo dei passi su una scala di legno… squeak, squeak… che spavento! Improvvisamente spunta un ciclista nella nostra stanza. Tutti ci guardiamo attoniti, lui è più stranito di noi… insomma, ci fa capire che fino a un attimo prima al posto di quel letto c’era il passaggio per uscire. Allora scoppiamo tutti a ridere: per quanto scalcinato e fortunoso, per me quello è il posto letto più romantico della mia vita. Dai vetri della finestra c’è persino l’incantevole vista sul lago.

Camera vista lago a St. Martial

Camera vista lago a St. Martial

Meglio di un castello! :-D

Meglio di un castello! :-D

Mentre Marco si fa la doccia io telefono a Gianni. Risponde, ma le notizie non sono del tutto buone: problemi di salute lo hanno costretto al ritiro già la sera prima, mentre Natalino ha proseguito da solo il giro. Scendiamo, tira una bisa micidiale, l’appetito è tanto e decidiamo di concederci un “aperitivo” al vicino banchetto della pro loco: panino con salsiccia locale e vino ci sembrano un buon inizio, mentre intorno a noi ci sono dei curiosi che ci chiedono da dove veniamo, bambini che corrono, e altri ciclisti in attesa di sedersi a tavola con la nostra medesima caratteristica: maglione dalla vita in sù, pantaloncini e ciabatte infradito dalla vita in giù, e… saltellare per il freddo. Anche chi ha usufruito del servizio trasporto bagagli non ha potuto certo portarsi appresso chissà quale guardaroba, men che meno noi. Finalmente arriva il nostro turno, entriamo. La cena non è male: i giovani gestori della trattoria ci servono alcune deliziose specialità locali, e il vino riscalda stomaco e spirito. In questo momento sono davvero contenta: Marco ha recuperato energie e morale, e anche se siamo stati costretti a ripiegare su un percorso più corto adesso nessuno potrà levargli la soddisfazione di avere il suo diploma di partecipazione. Niente male, considerando che giovedì pomeriggio tutto sembrava compromesso.

GIORNO TRE – SABATO 20 GIUGNO

La dormita è stata favolosa, ci voleva proprio. Come sempre sono io quella che si sveglia per prima, ed ho il privilegio di assistere dalla finestra della stanza ad una spettacolare alba sul lago, con il cielo striato di nuvole rosso fuoco. C’è ancora molto vento, e non fa per niente caldo. Sveglio Marco, imballiamo tutte le nostre cose e scendiamo di nuovo alla trattoria, dove insieme ad altri ciclisti ci viene servita un’ottima colazione con le baguettes ancora calde. Oggi la “tappa” conclusiva è relativamente facile, dovremo affrontare solo una settantina di chilometri e tre colli. Si riparte in discesa, ed è per questo che io mi sono vestita con tutto quello che ho. Il vento forte in alcuni tratti costringe a spingere sui pedali. Approdiamo al controllo di St. Martin de Valamas, dove volendo è possibile approfittare di una ricca colazione… ma noi abbiamo già mangiato, per cui attacchiamo subito la salita al Col de Clavière (1.088 m), lunga oltre 17 chilometri.

Il vento gelido dà molto fastidio, inoltre non si sa come vestirsi: quando il sole fa capolino dalle nubi fa caldo, ma se disgraziatamente si nasconde fa un freddo cane… Le pendenze non sono certo proibitive, e a metà mattinata arriviamo a St. Agrève, paese posto quasi in vetta. E’ festa grande: su quest’ultimo tratto del percorso oggi convergono tutti i partecipanti di tutti i percorsi, ed ogni ristoro è più simile ad una sagra gastronomica. Qui c’è una lunghissima fila di bancarelle che offrono ogni bendidio, musica, confusione, rastrelliere per le bici sempre stracolme. Marco mangia con appetito pane e salumi locali, oggi si sente “in palla” e questo non può che farmi felice. A Rochepaule, in cima all’omonimo colle (891 m) la scena è la stessa, con la differenza che almeno c’è un po’ di sole e la temperatura è più umana. Chi tira dritto e non approfitta dei ristori sono quelli che oggi partecipano alle granfondo agonistiche… ma questa è un’altra storia. Noi li lasciamo correre e scendiamo con calma, dopodichè iniziamo ad affrontare l’ultimo colle, già percorso all’andata dal versante opposto. Da questo lato, ahimè, ci aspettano delle sinistre rampe al 15%…

Nota di colore :-)

Nota di colore :-)

La festa di St. Agrève

La festa di St. Agrève

Il Col du Buisson (920 m) è una bolgia infernale: la strada è stretta, tutti si accalcano per passare, specialmente gli agonisti che hanno fretta per definizione. Le rampe più dure sono subito all’inizio e mietono numerose vittime, costrette a smontare dalla bici e a salire a piedi. Noi NON siamo tra quelli, in particolare Marco, che sulla sua bici ha la tripla da mountain bike e in questo frangente mi sorprende per freschezza e regolarità. Ad ogni tornante c’è un gruppo musicale che suona, gente che grida e incita di non fermarsi, è fantastico, è davvero il degno finale di una fantastica avventura. Altro scollinamento e altra festa. Ci tratteniamo un po’, io scambio quattro chiacchiere con altri ciclisti, poi percorriamo gli ultimi chilometri verso Saint Fèlicien.

E’ l’una, il villaggio è una babilonia di maglie colorate e biciclette. Alla spicciolata iniziano i rientri dai vari percorsi, c’è molta confusione e bisogna fare la coda per tutto: il parcheggio del mezzo, la riconsegna del microchip, la stampa del (meritatissimo) diploma, il pasta party. Basta, scendiamo al campeggio. All’ingresso troviamo Gianni, che ci saluta con calore: sta aspettando Natalino, del quale non ha notizie ormai da ore. Arriverà intorno all’ora di cena, sta bene e tutto è andato nel migliore dei modi. Nel camper, davanti all’ennesimo piatto di pasta e ad un bicchiere di vino, ci raccontiamo le rispettive avventure francesi. Non c’è modo migliore per iniziare l’estate.

Brevet de la Châtaigne – Ardèchoise, 362 chilometri e 7.500 m di dislivello.

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