Stile Audax, a modo nostro

Cinque di mattina...

Cinque di mattina...

Dopo decine di migliaia di chilometri in giro per l’Europa, dopo tanti bei successi, alcune sconfitte, persino un paio di pareggi, in questo avvio di stagione ho avuto la (piacevole) responsabilità di avviare un “novizio” nel mondo delle randonnèe Audax. Marco, dopo aver superato in scioltezza la classica distanza-battesimo di 200 km in quel di Nerviano, lo scorso 19 aprile ha dovuto capitolare lasciando l’inferno di pioggia e freddo del Pinerolese dopo 175 km, chiudendo così la nostra partecipazione al “300” di Cumiana. I ritiri, si sa, fanno male all’orgoglio e al morale, ma in certe situazioni non si può prescindere dal buonsenso: vedere un simile “gigante”, pur volenteroso e coraggiosissimo, improvvisamente indifeso e in preda ai tremori dell’ipotermia mi ha fatto ricordare una volta di più che non si diventa randonneur dall’oggi al domani. Ci vogliono esperienza, organizzazione, equipaggiamento adeguato, forma mentis. Insomma, per entrare nella categoria dei “ciclisti matti” ci vuole tempo, e non è neanche detto che ci si riesca.

Ma di tempo per fare i fenomeni ne abbiamo, considerato che l’obiettivo comune per la prossima estate è “solo” partecipare insieme all'”Ardèchoise”, 420 km per tre giorni randagi e in autosufficienza. Così, senza stare a piagnucolare troppo su quello che è stato decidiamo di preparare subito la riscossa, e dalle mie mappe esce l’idea di un percorso autogestito da “300 chilometri” con partenza da casa di Marco nell’Astigiano, poche difficoltà altimetriche ma panorami di largo respiro, che avremmo affrontato alla prima occasione di non-pioggia – eventualità rara a queste latitudini e in questo periodo. Venerdì 24 aprile i siti internet di meteorologia lasciano uno spiraglio per il giorno successivo: un’insperata tregua tra una perturbazione e l’altra, anche se le piogge insistenti fino a sera su Torino francamente non lasciano molto spazio al sorriso. Tant’è, carico la bici in macchina, vado a Montegrosso da Marco, ci mangiamo una pastasciutta e andiamo a dormire sperando nel destino.

E' ancora buio, si parte!

E' ancora buio, si parte!

Alle 4,45 suona la sveglia. Guardo fuori, non piove, prepariamo i panini, ci vestiamo di tutto punto e partiamo. Sono le 5,30 quando, nell’oscurità e nel silenzio dell’alba interrotto solo dal canto dei primi uccelli, le luci tremolanti delle nostre biciclette muovono in direzione Asti. Mi piace condividere con Marco queste piccoli dettagli che caratterizzano il mondo dei ciclo-randagi. E’ poesia pura. Sulle strade che si snodano fra le colline del Monferrato non c’è nessuno, fa freddo e c’è molta umidità, non ci saranno più di dieci gradi. Da Asti prendiamo per Chivasso – tratto non difficile pur con qualche saliscendi, mentre lentamente albeggia e il cielo grigio lascia intravvedere dei timidi chiarori. La buona notizia è che il tempo sembra tenere, ed anche la nebbia che si alza dalle colline pare un buon segnale. Il primo bar aperto lungo la strada diventa il pretesto per un buon caffè e per spegnere le luci delle biciclette. Passiamo Casalborgone alle otto in punto, dove incrociamo i primi ciclisti della giornata.

Il vero eroe della giornata è quello sullo sfondo :-)

Il vero eroe della giornata è quello sullo sfondo :-)

Attraversiamo il Po gonfio d’acqua e, passata Chivasso, puntiamo a nord in direzione Ivrea. Lo stradone che porta a Caluso è maledettamente trafficato, stretto e pericoloso. Nei pressi del piccolo borgo del Canavese abbiamo già percorso un’ottantina di chilometri, quindi facciamo una breve sosta per toglierci qualche abito ed estrarre qualcosa da mangiare dai nostri borselli e zaini. Qualche tranquillo saliscendi, a Strambino svoltiamo verso Caravino, e qui finalmente si para davanti a noi la nostra “cima Coppi” di giornata: la Serra d’Ivrea, una curiosa formazione collinare lunga e stretta che sembra tagliata con il flessibile e che separa l’Eporediese dal Biellese. Non fa per niente caldo, e alcune minacciose nuvole nere si stagliano sopra i monti: ma ormai siamo completamente in ballo, anzi, per dirla tutta siamo galvanizzati e contenti. Marco a un certo punto mi fa: «Ma se hai intenzione di scendere di là, poi tagliare così e cosà, a occhio NON sono trecento chilometri… ». Inizio a pensare…

La Serra d'Ivrea

La Serra d'Ivrea

Attacchiamo la scalata alla Serra alle 11, intanto tra le nubi esce finalmente un raggio di sole. La salita non è certo di quelle difficili, si tratta di circa 350 metri di dislivello, peraltro panoramici e suggestivi. Tra un tornante e l’altro la vista sull’Eporediese e sul Canavese è spettacolare. Marco arranca con calma sulla sua gialla bicicletta, incrociamo numerosi ciclisti su quella strada, che deve essere davvero un classico per gli appassionati della zona. E mentre saliamo guardo la mappa sul manubrio e penso. E’ vero, la calcolatrice di casa mi ha tradita, ho fatto un madornale errore di conteggio: il giro che ho preparato non è di trecento chilometri, saranno almeno una cinquantina in meno! Scolliniamo in mezzo ai boschi, quindi scendiamo su Zubiena, svoltando poi a destra nella riserva naturale della Bessa – una gran bella scoperta in quanto lo spettacolo della natura e l’amenità dei luoghi ripagano ampiamente della fatica. Intanto io e Marco parlottiamo sul da farsi, decidendo alfine di non fossilizzarci su quei cinquanta chilometri “mancanti”…

Giungiamo a Salussola e prendiamo una tranquilla strada di campagna in direzione Santhià. L’aria comincia timidamente a scaldarsi, facciamo sosta in un posto decisamente orribile (una fabbrica abbandonata?) per togliere i gambali e mangiare un paio di panini. La cosa buffa è che Marco ha già terminato tutti i viveri che aveva con sè… ma nelle mie lungimiranti borse c’è ancora cibo a sufficienza per tutti e due. C’è molto da imparare al capitolo “alimentazione durante le randonnèe”, specialmente se hai la cilindrata e la mole di un Hummer!

Una breve pausa

Una breve pausa

Dopo Tronzano Vercellese attraversiamo un altro caratteristico paesaggio piemontese, quello delle risaie, a me molto caro. Lo spettacolo in questa stagione non delude mai: sopra la dritta strada per Ronsecco il cielo pare infinito così come il senso di solitudine, ma a farci compagnia ci sono le numerose specie di uccelli che popolano questo ambiente davvero particolare. Aironi, germani, il cavaliere d’Italia, rondini, alcuni piccoli rapaci, le odiate cornacchie, e rane e rospi che, con il loro gracidare, compongono la colonna sonora di Madre Natura. A tratti siamo letteralmente investiti da nugoli di fastidiosi moscerini, mentre all’orizzonte,

Risaie

Risaie

assolutamente in contrasto con tutto il resto, incombono come un brutto monumento alla follia umana le due torri dell’ex centrale nucleare. A questo punto è Marco a proporre una variante sul percorso originale, con lo scopo di aggiungere ancora un po’ di salita al nostro allenamento: così, anzichè proseguire per Trino e Casale Monferrato con rientro su Alessandria, deviamo per Crescentino e, dopo un’altra scorpacciata di risaia e trampolieri, ci rituffiamo in direzione Asti fra le colline del Monferrato.

Tra Verrua Savoia e Marcorengo

Tra Verrua Savoia e Marcorengo

Ormai abbiamo percorso duecento chilometri, e il tratto tra Verrua Savoia e Marcorengo è di quelli che fanno rizzare i capelli… non fa niente, la gamba oggi è buona ed il sole che adesso splende sulle colline verde smeraldo e sui prati in fiore rincuora lo spirito, facendo quasi scordare la fatica. Gli ultimi chilometri verso casa non sono difficili, anche se Marco deve fare i conti con le crisi di fame e con l’annoso problema del soprassella. Le discussioni tra un colpo di pedale e l’altro aiutano a far passare più in fretta i chilometri. L’ultimo sforzo è la risalita di Isola d’Asti, e una volta arrivati al portone di casa i ciclocomputer segnano 242 chilometri, che per Marco sono pur sempre il nuovo record in tappa unica. Ma, record a parte, resta l’impagabile piacere di avere condiviso una “gita” che, grazie alla bicicletta, ci ha permesso di vedere luoghi e orizzonti emozionanti e gratificanti senza necessariamente allontanarci troppo dal cortile.

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