Dietro una curva, improvvisamente, il mare

Si parte (forse!)

Si parte (forse!)

«Per cortesia, metti la busta del tabacco nel taschino esterno dello zaino… Uhm, forse sono rimasto senza cartine…». Non è da atleta, ma non faccio obiezioni: due giorni senza fumare possono essere davvero pesanti, e questa sera gli farà senz’altro piacere rollarsi una sigaretta davanti al mare. Sono le dieci di mattina di un torrido trenta luglio, quando portiamo sul marciapiede le nostre biciclette affardellate e chiudiamo dietro di noi il portone della casa di Montegrosso d’Asti. Marco sta partendo senza le borracce: lo avviso, salta di nuovo in casa, le recupera mentre io assicuro ancora una volta al bagaglio i tanto trash quanto affascinanti sandali Birkenstock, possiamo andare (forse).

Muoviamo i primi colpi di pedale in direzione Nizza Monferrato. La strada è parecchio trafficata, ma fortunatamente il cielo velato ci grazia mitigando in parte la ferocia del solleone. L’obiettivo è raggiungere Celle Ligure, dove avremmo pernottato, per poi intraprendere il viaggio di ritorno l’indomani. Una facile formalità per la sottoscritta, un impegno tutt’altro che scontato per il mio “socio”, che si è comprato la bicicletta giusto a marzo – un usato in acciaio con tripla guarnitura che, vista con attuali occhi foderati di fibra di carbonio, forse fa sorridere, ma per un vero randonneur non può che essere “semplicemente splendida”.

Così Marco è alla sua prima esperienza di cicloturismo vero e proprio. Sembra galvanizzato dall’idea, l’abbiamo progettato insieme questo viaggio, con largo anticipo. Lui non ha esattamente la corporatura di un ciclista, e lo sa. Stramaledice il suo quasi quintale di stazza ogni volta che la strada sale impietosa. Tuttavia le possenti gambe forgiate in anni di rugby ad alto livello spingono le pedivelle con inaspettata grazia e leggerezza, ed i rapporti agili fanno il resto. E il miracolo si compie, ad ogni uscita. Sì, è vero, il calabrone non potrebbe volare… ma vola lo stesso.

Da Nizza puntiamo Acqui Terme, imboccando però poco dopo la deviazione per Terzo, un ameno borgo

Zona Barbera DOC

Zona Barbera DOC

abbarbicato in cima ad una rocca. Il paesaggio è immerso fra colline ricoperte da filari di vite a perdita d’occhio: siamo in zona di produzione Barbera DOC, io scatto fotografie mentre pedalo, e intanto la temperatura sempre più elevata ci costringe ad iniziare a bagnarci testa e collo con l’acqua della borraccia.

Dopo Terzo finiamo sulla Statale 30 del Cadibona, finisce la poesia e cominciamo a fare i conti con il traffico. Ci sorpassano incessantemente decine di camion e mostruosi TIR, al punto da farmi seriamente pentire riguardo le mie scelte sul percorso da seguire per raggiungere il sospirato mare. Ma d’altro canto me l’aspettavo: questa volta la priorità è scollinare dal Piemonte alla Liguria limitando il più possibile chilometraggio e dislivelli, e più che mai nel cicloturismo “facile” non equivale a “bello”. Mentre impreco contro il caldo e i camion, Marco si limita a farmi notare di avere fame. A lui, la “crisi” viene già dopo venti chilometri, l’ho imparato dopo molte pedalate insieme. Vista la scarsa amenità dei luoghi attraversati gli propongo di resistere fino a Spigno Monferrato: lì, prima di tirare fuori i panini, avremmo cercato una sacrosanta fontana ed una comoda panchina all’ombra.

Spigno Monferrato

Spigno Monferrato

E in effetti, dentro il grazioso borgo sperduto in mezzo ai monti troviamo tutto quel che stiamo cercando. L’ora di pranzo, proprio quando abbiamo appena preso posto nel nostro desco ombreggiato, ci viene per così dire “allietata” da quello che potrebbe essere lo scemo del paese, che attacca bottone senza pietà incuriosito dalle nostre biciclette. Lo lasciamo parlare a ruota libera, intanto noi ruminiamo i nostri panini lanciandoci ogni tanto sguardi divertiti.

Lasciamo Spigno e il suo suggestivo ponte sull’omonimo torrente per ributtarci in quell’inferno di traffico. Rari tratti immersi nel verde e nei boschi mitigano per brevi attimi il caldo soffocante. Le nostre latitudini quest’anno erano state risparmiate dalla canicola, offrendo un’estate con molta pioggia e temperature notturne straordinariamente fresche. Ora invece sembra che il solleone sia venuto a riscuotere anche qui, almeno in parte, quel che gli spetta. La bandana di Marco è inzuppata di sudore che gli gocciola continuamente sugli occhi, tormentandolo. Ogni tanto si entra in galleria – molta paura per via del traffico ma, dall’altra parte, l’occasione per un’oncia di refrigerio. Salite blande ma regolari ci portano a Piana Crixia e a Dego. A Càrcare ormai cominciamo a scalpitare impazienti, sentiamo che il mare è vicino. E ad Altare lasciamo i terrificanti svincoli Statale-autostrada per entrare dentro il paese, dove una provvidenziale fontanella ci salva letteralmente la vita e il morale da tutto quell’asfalto arroventato. Ci facciamo praticamente la doccia, inebriati come siamo dall’acqua deliziosamente fresca. Sono le tre del pomeriggio, ormai ci siamo: ancora un piccolo sforzo, la piccola incognita del Cadibona e avremmo scollinato a Savona. Praticamente tutta discesa fino all’albergo.

La Bocchetta di Altare (o di Cadibona) si annuncia con la classica casa cantoniera e un semaforo che regola un senso unico alternato. Quando tocca a noi passiamo sotto un’antica costruzione (residuato bellico?), raggiungiamo l’abitato di Cadibona e finalmente iniziamo la discesa, divertente perchè mai troppo ripida, larga e con asfalto in ottime condizioni. Gli alberi circostanti rilasciano una piacevole frescura al nostro passaggio. Il tutto contribuisce a farci ritrovare il sorriso, mentre Marco sfodera le sue doti di buon discesista pennellando le curve a tutta velocità. Manca ancora una cosa: dov’è il mare?

La periferia di Savona non è affatto attraente: a quell’ora del pomeriggio troviamo un implacabile viavai di

Savona

Savona

ciclomotori ed autobus. Zigzaghiamo fra gli scappamenti e i semafori cercando di guadagnare l’Aurelia, finchè finalmente non ci arriviamo: ed ai nostri occhi si para l’azzurra immensità del Golfo Ligure. Si svolta a sinistra. E poichè non abbiamo nessuna fretta di raggiungere l’albergo, nel breve tragitto lungomare che ci separa da Celle ne approfittiamo per scattare fotografie e mandare simpatici MMS ad effetto agli amici randonneur. Marco appare sorridente e in ottima forma: la prima parte dell'”impresa” è stata portata a termine in buone condizioni. Io sono molto felice per lui, anche se so bene che il vero banco di prova sarà l’indomani: avere la presenza di spirito di alzarsi dal letto e percorrere di nuovo tutti quei chilometri a ritroso, senza cedere alla tentazione di imbarcarsi sul primo treno regionale…

Sono le 16 quando arriviamo davanti all’ingresso dell’hotel “Gioiello”, e gli strumenti segnano 104 km e una migliaiata di metri di dislivello complessivi. Ci viene assegnata una graziosa “dependance” pochi metri più a monte, mentre per le biciclette il cordiale gestore ci mette a disposizione un garage chiuso a chiave.

Celle Ligure è vicina!

Celle Ligure è vicina!

La cameretta è semplice ma non manca nulla, c’è persino un favoloso ventilatore a soffitto che non esitiamo a mettere in funzione fin da subito. Spalle e braccia bruciano ad entrambi: il sole ha lasciato inevitabilmente il segno fra le maglie da bici smanicate. Comunque il clima tra noi è allegro, siamo chiaramente soddisfatti: laviamo i nostri abiti, ci facciamo la doccia, dopodichè io estraggo dal piccolo bagaglio un provvidenziale campioncino di crema doposole: sarà la mia salvezza. Neppure il tempo di stendersi un momentino sulle lenzuola fresche che Marco già dorme come un sasso. Se lo merita davvero, questo pisolino…

I morsi della fame, però, iniziano a farsi sentire, e dopo un’oretta di relax siamo già in strada, sandali e bermuda. Il panino al crudo consumato a Spigno è ormai un lontanissimo ricordo, ed un aperitivo si rende ora indispensabile per giungere viva all’ora di cena… Così ci accomodiamo sullo spettacolare dehor vista

Camera d'albergo

Camera d'albergo

mare di uno dei tanti chioschi, consumando birra ghiacciata e granite mentre osserviamo la costa e i bagnanti sulla spiaggia sotto di noi. E’ un attimo di infinito, un quadretto che fisso nella mia memoria quasi a volerne fare il simbolo di questo nostro viaggio. Marco, che normalmente è di poche parole, pronuncia in continuazione: «Chi l’avrebbe mai detto…!». Randonneur in progress.

Celle Ligure è una bella località di villeggiatura, che tra l’altro si è guadagnata il riconoscimento di “Bandiera Blu” per il 2008. Dall’Aurelia non si scorge quasi nulla, per scoprirla bisogna abbandonare i mezzi motore e scendere là sotto, dove c’è il lungomare e il centro storico. Ci sono molti turisti, ma non tutta quella confusione che il periodo dell’anno lascerebbe presumere: tutto sommato c’è pace e tranquillità. Sono soprattutto pensionati e famiglie con bambini a godere di questa oasi di casette colorate, mare limpido e spiagge di ghiaia nerastra. Cerchiamo un degno ristorante per la nostra meritata cena, lo troviamo e ci concediamo pansotti al pesto, pasta condita con polipo e pinoli, fritto di pesce e la golosissima meringata con il cioccolato, il tutto annaffiato dall’immancabile vinello bianco fresco. Dopo il caffè c’è tutta la calma per osservare il tramonto lungomare, senza dover nemmeno preoccuparsi di puntare la sveglia per il giorno dopo. Il chilometraggio relativamente modesto non abbisogna di levatacce antelucane, stavolta non c’è fretta, niente carte di viaggio da timbrare, niente tempo limite da rispettare. Da quando seguo questo mio specialissimo “allievo” il mio modo di andare in bicicletta si è per forza di cose ridimensionato, ma dall’altra parte scopro nuove dimensioni. E’ bello, una volta tanto, poter abbinare la mia passione per la bicicletta con il gusto di cazzeggiare come un “normale turista”. Ed è bello, soprattutto, condividere tutto questo con qualcun altro. Una volta rientrati in camera ripetiamo il nostro solito rituale di chiacchiere a letto: solo che questa volta crollo quasi subito, lasciando Marco in compagnia delle amichevoli estive di calcio in tv.

La notte è stata tranquilla e ritemprante, è tempo di ripartire. Decidiamo di non attardarci per sfruttare il fresco del mattino: il programma prevede un tragitto diverso rispetto al viaggio d’andata, più suggestivo, con meno chilometri, ma con da subito la salita al modesto quantunque rispettabile Colle del Giovo. Dunque ci rimettiamo gli abiti lavati il giorno prima e non perfettamente asciutti (una sensazione antipaticissima), e alle otto usciamo. Paghiamo la stanza, recuperiamo le biciclette, riempiamo le borracce alla fontana e cerchiamo un bar per la prima colazione. Dentro l’esercizio si sente la radio locale, che già preannuncia per la giornata temperature terrificanti…

San Martino

San Martino

Lasciamo Celle imboccando la strada per la frazione Sanda, che inizia quasi subito a salire senza tanti convenevoli. Però è piacevole, il traffico è scarsissimo, si ha la sensazione di inoltrarsi in un ambiente montano selvaggio ed ameno, immerso fra fiori di ogni genere, alberi di frutta e boschi. Il prezzo da pagare è l’umidità, che accentua il senso di disagio del caldo estivo. Dopo Sanda, circondata dagli ulivi, raggiungiamo Brazzi e, con un lungo traverso saliscendi a mezzacosta fra montagne bruciate dagli incendi e sovrastate da pale eoliche, San Martino. Senza perdere troppa quota la strada si ricongiunge poco dopo con la ex Statale 334 del Sassello: qualche tornante impegnativo, ed il colle del Giovo è presto conquistato. Il peggio è passato. Ora il pensiero va a Sassello, distante soli sette chilometri, dove ricordo di aver approfittato di una favolosa focacceria durante un brevetto di tanti anni fa…

Sulla strada incrociamo numerosi ciclisti. A Sassello è giorno di mercato, la piazza è completamente

Verso il Giovo

Verso il Giovo

occupata e non sappiamo bene dove accomodarci per rifocillarci. Comunque, entro nella focacceria e ne esco con abbondante “mangime”, che consumiamo su una panchina seminascosta da un banco di pesce fresco, bevendo l’acqua della fontana. Ripartiamo di buona lena, ed affrontiamo lo spettacolare tratto di strada che porta fino al confine con il Piemonte (e oltre) sovrastando la profonda gola di un torrente. E’ in falsopiano-discesa, quindi tutto facile. Più di una volta ci fermiamo a contemplare lo spettacolo sottostante. Su questa strada il senso di solitudine è notevole, e fa da contraltare al traffico demenziale subito il giorno prima.

Sul confine tra Liguria e Piemonte

Sul confine tra Liguria e Piemonte

Poi, in vista di Terzo, il percorso si ricongiunge con quello dell’andata, e la sgradita sorpresa è che quella stessa strada verso Nizza Monferrato, fatta al contrario e sotto il sole a picco, è tutt’altro che banale. Nessuno parla più, avremmo solo voglia di una granita gigantesca, o di un boccale di birra ghiacciata. Il sole è esattamente dietro di noi, e continua a tormentare le nostre povere spalle indifese. Sono preoccupata, temo di beccarmi una dolorosa ustione, l’unico sollievo consiste nel buttarsi addosso in continuazione l’acqua della borraccia. Già, l’acqua… prima o poi finisce! Ed ecco la salvezza: una decina di chilometri prima di Nizza troviamo lungo la strada un cimitero aperto… e dove c’è un cimitero, c’è sempre la fontanella per i fiori: parola di randonneuse, che ha fatto della sopravvivenza su due ruote quasi uno stile di vita.

Arrivare a Nizza significa sentirsi già a casa, e in effetti l’idea di riuscire a rientrare per l’ora di pranzo è parecchio confortante: il degno epilogo della nostra avventura. Gli ultimi chilometri sono però un piccolo calvario per Marco, che fino a quel momento aveva tenuto molto bene, ma ora fa i conti con una “cotta” micidiale e quasi non riesce più a far girare le gambe. Poco male, ormai è fatta: sganciamo il pedale a Montegrosso che

Di nuovo a casa, sullo sfondo Montegrosso d'Asti

Di nuovo a casa, sullo sfondo Montegrosso d'Asti

manca un quarto d’ora alle 14, dopo 84 km e altri mille metri di dislivello che vanno ad aggiungersi alle cifre di ieri. «Adesso per un po’ lasciami tranquillo e non dirmi nulla!…», Marco mi chiede una tregua sorridendo per la soddisfazione, ma anche visibilmente provato per la fatica ed il gran caldo. Ma il silenzio dura poco, ed una volta docciati e seduti davanti a generosi piatti di pasta e tanta birra ghiacciata, tornano il buonumore e la voglia di commentare “l’impresa”. Bravo Marco: benvenuto nel club dei cicloviaggiatori!

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