FAUNIERA: il colle delle donne

Ormai è quasi estate, il calendario nazionale dei brevetti Audax si è esaurito, e il problema principale di coloro i quali si sono qualificati alla “Parigi-Brest-Parigi” è di mantenere la forma da qui fino a fine agosto, al grande giorno della maximaratona francese. “Problema” per certi versi relativo, in quanto ogni buon viaggiatore sa bene che aprendo uno stradario si parano davanti ai suoi occhi infinite possibilità di fare lunghe uscite. Basta avere voglia, trovare un obiettivo, un punto da raggiungere, tracciare l’itinerario, ed ecco che l’allenamento è servito. E l’avventura, pure.

Il Colle dei Morti – universalmente conosciuto come “Fauniera”, dal nome della cima che lo sovrasta – curiosamente ancora mancava al mio palmarès di cicloscalatrice, per cui ho deciso che era giunto il momento di colmare questa lacuna. Il colle, come noto, si trova in provincia di Cuneo, nel punto in cui si incontrano il Vallone dell’Arma e la Val Grana, ed è stato reso celebre dalle imprese al Giro d’Italia di Marco Pantani alla fine degli anni Novanta: infatti, le strade che lo raggiungono sono state bitumate non molti anni fa. Da qualunque lato s’intraprenda l’ascesa (esiste una terza possibilità salendo dal Vallone di Marmora, che parte dalla Val Maira) si tratta di un autentico “gigante”: dislivello considerevole; salite lunghe e sfiancanti con tratti impegnativi, che mettono a dura prova la saldezza psicologica di qualsiasi ciclista; ambiente alpino severo e selvaggio, dove il meteo può cambiare all’improvviso e potrebbe non bastare la sola classica mantellina per coprirsi, neppure in piena estate. Insomma, un obiettivo “Hors Categorie”.

Abbazia di Staffarda (sulla strada per Saluzzo)Sono partita alle 5,30 di sabato 16 giugno con l’idea, naturalmente, di raggiungere il colle direttamente in bicicletta, ben consapevole che sarebbe stata una gita lunga e impegnativa, vicina ai 300 chilometri. Per arrivare da Torino a Caraglio (località “centro” del classico percorso ad anello per il Colle) ho tracciato sulle mappe una linea il più possibile dritta, passando da Villafranca Piemonte e Saluzzo, non disdegnando amene stradine di campagna. Ho scelto di salire dal versante di Demonte e del Vallone dell’Arma perchè avevo già effettuato l’ascensione della Val Grana nel 2003 quando, in occasione della Granfondo “La Fausto Coppi”, si scollinò sul vicino Colle d’Esischie.

La salita da questo versante, calcolata da Demonte (790 m slm), dscf1254.jpgdscf1254.jpgè lunga quasi 25 chilometri con circa 1.700 metri di dislivello, ma il dislivello realmente affrontato dal ciclista è superiore poichè nella prima parte della salita, quella che precede San Giacomo, si attraversano numerose borgate inframmezzate da improvvise rampe assassine e da (ahimè) tratti in discesa, che fanno perdere quota. Dopo il Il paesaggio diventa sempre più selvaggio...paese di San Giacomo, a poco più di 9 km da Demonte, si affrontano gli ultimi 15 chilometri: il paesaggio si apre e mostra tutta la sua alpina imponenza, quella dove ogni ciclista sogna di trovarsi almeno una volta nella vita. La strada, tracciata nel 1700 a scopo militare, si restringe e, come tutte le strade militari, segue con estrema regolarità la pendenza, che però, per forza di cose, rimane per un lungo tratto costantemente su valori prossimi al 10%, senza possibilità di scampo.

La strada gira e cambia versante: siamo sull’intermedio Colle Come si vede che si avvicina a Dio...Valcavera, e a sinistra si stacca la strada sterrata per il Colle del Mulo e altri colli. Procedendo a destra, dopo un breve tratto pressochè pianeggiante ci s’inerpica per l’ultimo, suggestivo chilometro fra le rocce a strapiombo, preludio allo scollinamento nella Val Grana, che conduce nella stretta gola rocciosa che fa da “porta” al tanto sospirato obiettivo. Il Colle dei Morti (m 2481) è sempre affollato di cicloturisti, è d’obbligo la foto di rito davanti alla palina segnaletica e, anche, davanti alla recentissima e imponente statua di pietra grigia dedicata a Pantani.

dscf1264-croppata.jpg

La discesa in Val Grana presenta qualche difficoltà fino al santuario di Castelmagno a causa del fondo dissestato e della Santuario di Castelmagnocarreggiata stretta, ma la spettacolare bellezza del posto val bene una velocità inferiore e, magari, qualche sosta di meditazione. Dopo il santuario la strada migliora, e si possono toccare velocità superiori con maggior sicurezza.

Sono rincasata alle 21,30, dopo 270 km complessivi. Tracciando un bilancio è stata una gita sicuramente “azzardata” poichè la salita al colle mi ha impegnata a lungo (ho scollinato dopo le 15) e, visti i nuvoloni incombenti a valle, la paura di incappare in qualche nubifragio, e nel timore di non riuscire a rientrare a Torino con la luce naturale, ho fatto tutto in fretta e non ho avuto il tempo per dedicare all’incredibile bellezza di quei posti uno sguardo e qualche foto in più. A parte le soste tecniche strettamente necessarie (riempire le borracce alle fontane, “richiami della natura” vari, vestizione e svestizione…), mi sono alimentata quasi sempre “in corsa”, e non ho avuto neppure la possibilità di “recuperare” almeno per una mezzoretta su un prato o su una panchina. A causa di ciò, il rientro finale a casa è stato un mezzo calvario. L’ideale turistico/culturale sarebbe distribuire il viaggio in tutta tranquillità su un intero weekend, dormendo in Val Grana o a Marmora, dedicandosi a visite più approfondite alle bellezze locali (innumerevoli in zona i santuari e le testimonianze storico/religiose del passato), o alla conquista di qualche altro colle vicino. Tuttavia, se visto in ottica-PBP, è stato un duro ed utile allenamento.

Un’ultima annotazione. Sono rimasta colpita dalla numerosa Sul Colle dei Mortipresenza di  cicloturiste, anche loro spesso singole, o a coppie di amiche. La Provincia Granda è da sempre culla di appassionati delle due ruote: le donne non fanno certo eccezione e, alla moda delle “colleghe” della vicina Francia, non hanno paura di affrontare la strada da sole e di avventurarsi lungo salite durissime e severe come questa, preparate e ben equipaggiate, con la “tigna” e la caparbietà che sempre ci contraddistinguono quando ci mettiamo in testa qualcosa.

I ciclisti uomini, molto prosaicamente, potranno commentare con il classico, greve e poco oxfordiano incoraggiamento: «Dài, che in cima è pieno di f…! », ma in questo caso come dar loro torto? Qui è stato veramente così!

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1 Response so far »

  1. 1

    Roberto Aimo said,

    Vorrei consigliare specialmente ai ciclisti/e con più km nelle gambe, di Partire da Caraglio verso Il Santuario di Castelmagno proseguire fino al Faunera ( la prima volta mi sono emozionato e messo a piangere, bellissimo) e scendere verso Demonte, prima, a Trinità troverete la locanda ” Lou Stau” dove c’è Piera che fa lei i tomini al verde freschi e ha I ravioles , gnocchi occitani buonissimi…. sono stato obbligato a dirgli… Signora, abbia pazienza ma io sono in bici a Demonte non riesco ad arrivarci nemmeno in discesa !!! Dopo Demonte scendete fino a Gaiola, lì girate a sinistra verspo Roccasparvera, un saliscendi in mezzo ai castagneti, dopo Vignolo poi Cervasca e infine Caraglio, è veramente un giro completo e fantastico ! E’ più facile salire da Demonte che da Caraglio, dipende dalle vostre possibilità.


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