CASTANO PRIMO 600 (MI) – 26-27 maggio 2007: La mia maglia non porta scritte

«Tèla chi la Silvia!», e sono due. Il cortile del Centro Giovanile “Paolo VI” di Castano Primo é un fermento di divise variopinte, biciclette, fanali, borsine e borsette, e intanto tutti scrutiamo il cielo (che stamani non promette niente di buono, così come le previsioni per l’intero weekend), cercando di indovinare come vestirci, almeno per partire. Non fa freddo, però piove a sprazzi, e l’ingegno del cicloturista che non vuole bagnarsi troppo spazia dai capi supertecnologici in Gore-Tex alla cuffia da doccia sul casco, passando per gli scarpini incellofanati nel Domopak, i guanti di gomma per lavare i piatti e il sacchetto della spesa sul bagaglio.

Seicento chilometri sono sempre una distanza di tutto rispetto, anche per una randonneuse relativamente “navigata” come me. Ma oggi mi sento abbastanza bene, la mente è leggera e la voglia di pedalare non manca. Come al solito non posso muovermi di un passo che c’è qualcuno da salutare o che vuole dirmi qualcosa. Oltre ai convenevoli di rito, oggi le frasi più gettonate sono: «Tu ci vai a Parigi?», e: «A che ora parti?». Siamo ormai giunti al gran finale delle prove omologate ACP per la qualificazione alla “Parigi-Brest-Parigi”, e questo brevetto da 600 km ha un numero di iscritti tale da aver indotto gli organizzatori a coordinare la partenza per scaglioni e fasce orarie. Fortunata combinazione o scelta ragionata di chi ha deciso tutto quanto, fatto sta che io, Walter e Giorgio partiamo nello stesso gruppo. Indosso il giacchino antipioggia sopra la maglietta gialla – una maglia volutamente anonima e senza sponsor, con cuciti sul petto gli stemmi dell’Italia e di Torino, una concessione al campanilismo – e, una volta sentito l’annuncio al megafono del nostro scaglione, mi avvio verso l’uscita con il barbuto randonneur di Alba e il bergamasco compagno di tante avventure. La moglie di Walter, come sempre, ci saluta sbracciandosi con un sorriso.

Castano Primo è un minuscolo borgo in provincia di Milano, e il giro prevede che da qui si vada fino alle spiagge di Varazze passando dal mitico passo del Turchino, poi una capatina in Piemonte scavalcando gli insidiosi saliscendi delle Langhe, spettacolare salita alla basilica di Superga, e ritorno in Lombardia via colline del Vercellese e risaie. Sulla carta il percorso sembra, a prima vista, non eccessivamente ostico, ma si sa, a volte le linee tracciate sullo stradario ingannano. La strada scorre veloce verso sud e il Monferrato, dove ci aspetta il primo controllo e le prime – per ora modeste – asperità altimetriche. Com’era prevedibile, in questi primi 88 km gli scaglioni si sono ricompattati in grossi gruppi di ciclisti, e il bar del tranquillo borgo di San Salvatore Monferrato diventa d’improvviso un’allegra bolgia: biciclette appoggiate ovunque, smazzo di borracce, caffè, cartoncini gialli e panini. E’ ora di pranzo, ciascuno si rifocilla come meglio crede, poi si riparte alla spicciolata verso la provincia di Alessandria e il mare, sotto un cielo sempre più cupo.

Trascinati dal “gruppo” abbiamo fatto quasi 30 kmh di media fino al primo controllo, e ora che siamo rimasti soli decidiamo di regolarci su un’andatura decisamente più consona a quello che stiamo facendo. Due giorni in sella non sono uno scherzo, e ogni oncia di energia risparmiata può rivelarsi determinante nei momenti di difficoltà che – ogni buon randonneur lo sa – prima o poi arriveranno. Io e Walter troviamo spesso lo spunto per conversare amabilmente quando la strada e le condizioni lo consentono. Ora però stiamo entrando dritti dritti dentro un temporale: «Mannooo… Vedrai che non prendiamo pioggia!», cerca di confortarmi col suo solito, incrollabile ottimismo. Nemmeno il tempo di finire la frase che sulla linea d’orizzonte in fondo alla campagna si scarica un fulmine terrificante, e a Felizzano ci becchiamo una bella lavata. Breve, per fortuna, ma solo la prima di una lunga serie…

Per il momento il sole torna a farci gradita visita con i suoi caldi raggi. Ci fermiamo a Ovada a riempire le borracce preso una fresca fontana, dove ci raggiungono altri partecipanti al brevetto. Due parole con gli anziani del posto, seduti sulle vicine panchine e incuriositi dalle nostre biciclette affardellate, e inizia la lunga salita al Passo del Turchino. Le pendenze non sono certo proibitive, e la strada Statale n. 35 di per se è suggestiva, incastrata fra gli inaccessibili monti dell’Appennino Ligure, continuamente “intrecciata” con i viadotti dell’autostrada per Genova e la vecchia ferrovia come in un ossessivo ingarbuglio di asfalto, acciaio, piloni in cemento e gallerie, che stride con la selvaggia natura circostante e l’amena bellezza di “borgate-presepe” come Masone. Facciamo i saliscendi iniziali con il sole, ma man mano che ci si avvicina al passo il cielo si copre di nuovo. Allo scollinamento siamo praticamente dentro una nuvola, c’è nebbia, piove e fa freddo. Troviamo Maurizio, uno degli organizzatori, che ci raccomanda prudenza nella discesa fino a Varazze: «Piove fino al mare, troverete l’asfalto bagnato…». Peccato: una discesa così, fatta in condizioni ottimali, sarebbe stata un’autentica goduria, e invece ci ritroviamo a farla tutti tesi e infreddoliti, a leve tirate e freni che… non frenano.

Ecco il mare, lo vedo per la prima volta quest’anno. Sulla Riviera non piove più e il cielo si sta rasserenando. L'”Aurelia” è parecchio trafficata a quest’ora, ci tocca fare quasi venti chilometri di slalom tra le auto fra Voltri e il controllo di Varazze. L’odore degli scappamenti, purtroppo, copre quello di iodio. Ci sono alcune salitelle davvero antipatiche e, come se non bastasse, mi viene pure una crisi di fame micidiale, tanto che non posso aspettare di giungere al controllo e devo divorare un paio di barrette al volo. Fortunatamente la gelateria fronte-mare di Varazze incaricata di metterci il timbro sulle carte di viaggio fa anche delle robuste piadine. Adesso è fondamentale “ricaricare i serbatoi”: abbiamo percorso duecento chilometri, e una volta ripartiti, appena girato l’angolo, sarebbe iniziata la frazione più dura di tutto il brevetto. Walter, conoscitore delle strade langarole, ci illustra le difficoltà mentre ruminiamo panini e piadine e sta calando la sera sul dehor della gelateria. Poi indossiamo le bretelle rifrangenti, accendiamo le luci delle biciclette e ripartiamo.

L'”antipasto” della sequenza notturna di salite è la strada che sfiorerà il colle del Giovo scavalcando gli Appennini e, passando da Dego e Piana Crixia, ci riporterà in Piemonte scendendo verso il controllo successivo, previsto a Bistagno. Dobbiamo tutti evidentemente finire di digerire quello che abbiamo mangiato, per cui arranchiamo prudenti e con rapporti agili. E’ una serata suggestiva: respiro la quiete e l’aria pulita di quelle montagne di Liguria che mi sembrano sempre così belle, selvagge e inaccessibili, e intanto in cielo cominciano ad intravvedersi le stelle e uno spicchio di luna. Giorgio scatta e va avanti a raggiungere due ragazze che si stanno qualificando insieme per la PBP. Io e Walter non ci offendiamo di certo per questo, e proseguiamo il nostro solito chiacchiericcio per far passare i chilometri e non pensare alla fatica della salita. Ed è ormai buio pesto quando raggiungiamo il punto più alto e svoltiamo a sinistra per tuffarci in picchiata verso Dego, rallegrati dalla presenza delle lucciole.

A Dego c’è una fontana dove riempiamo le borracce, ma non manchiamo di approfittare della locale pizzeria per un caffè. Lì, troviamo seduti a tavola altri randonneur che stanno consumando una veloce cena. Ci si saluta e ci si complimenta a vicenda. C’è ancora così tanta strada da fare, e la notte è appena cominciata…

Il cielo riserva sempre delle sorprese. Di fronte a noi abbiamo lo spettacolo delle stelle e della luna, ma dietro, come se ci inseguissero, ci sono minacciosi nuvoloni che generano incessantemente fulmini “di caldo”. Il risultato è un inquietante, ma anche suggestivo, spettacolo notturno di flash che, a tratti, illuminano a giorno la strada e i monti circostanti. Il timore, ovviamente, è di finire dentro qualche nubifragio, eventualità fortunatamente scongiurata. Però c’è la nebbia, c’è un’umidità pazzesca nell’aria. Al bar del controllo di Bistagno ritroviamo un buon caffè e, alla spicciolata, altri ciclisti. C’è poca voglia di parlare, è già passata la mezzanotte e da qui in poi tutti dovremo fare i conti col “sonno elefante”, oltre che con il rischio di pioggia e le insidiose salite delle Langhe: Castino e Benevello.

Mi bastano pochi chilometri dopo il controllo per realizzare che non sarei riuscita a rimanere sveglia tutta la notte. Ed è un problema nel problema scegliere il posto e il momento giusto per avvolgersi nel telo di sopravvivenza e schiacciare un breve pisolino ristoratore. Ai piedi della salita per Castino decido di proseguire ancora. Mentre saliamo avvolti nella nebbia Walter e Giorgio si prodigano per parlarmi e tenermi sveglia, ma è dura. In cima, nel paese, qualcuno sta già cercando di dormire appoggiato alla fontana della piazza. Troviamo un cortile riparato con alcune panchine: è troppo pericoloso buttarmi in discesa in quelle condizioni, per cui chiedo ai ragazzi di sostare lì. Mi vesto con tutto quello che ho e, nello spettrale silenzio di quel minuscolo e apparentemente disabitato borgo in mezzo ai monti, mi avvolgo nel foglio dorato e cerco di rilassarmi sdraiata sulla panca, mentre Walter e Giorgio riposano seduti contro il muro.

Fa troppo freddo, e il campanile della chiesa mi disturba con i suoi rintocchi (anche nel cuore della notte? Ma come faranno gli abitanti di Castino a dormire? Ma allora è vero che non c’è anima viva!…?). Sono scossa dai brividi, realizzo che è inutile insistere, conviene muoversi e ripartire. Mi sembra di non aver dormito, in realtà è passata un’ora, e mi sento un poco più lucida quando rimonto in sella. Affrontare subito la discesa è decisamente un’esperienza… agghiacciante, ma lo spettacolo del cielo stellato più bello del mondo contribuisce a tirarmi un po’ su di morale. La suggestiva salita di Benevello ci separa ancora da Alba, e mentre arranchiamo sui tornanti e cerchiamo di scacciare il sonno, il cielo finalmente annuncia che il nuovo giorno non è lontano. Infatti, scendiamo in picchiata su Alba proprio… all’alba. E’ ancora presto per trovare un bar aperto in città, ma a salvarci ci pensa il rumoroso chiosco dei panini, dove una prosperosa e allegra signora intrattiene i reduci delle discoteche con hot dog fumanti e musica latinoamericana a tutta manetta. I ragazzi sono giovani, sbruffoni e un po’ indiscreti, evidentemente non siamo i primi ciclisti capitati lì quella notte. Sanno già tutto a memoria: «Ma allora è vero che venite da Milano, e che state facendo un giro da… seicento chilometri?? Naa…! Signora, si faccia un bel panino con noi!», e mi sventola sotto il naso qualcosa tipo crauti e salsiccia. Quasi vomito: ho una nausea micidiale, non mangio nulla da molte ore e non mi va giù altro che un succo d’ananas, e spero, ovviamente, che lo stomaco si rimetta a posto al più presto. Mentre i discotecari ridacchiano divertiti noi tre ci guardiamo senza parlare, piuttosto sconfortati. Siamo tutti malconci e rimbambiti dal sonno, e il controllo di Villafranca Piemonte dista ancora una marea di chilometri, sembra di non arrivare mai. Come fare per raggiungerlo? Semplice: si tirano fuori tutte le risorse fisiche e morali del randonneur… e ci si butta sui pedali con determinazione.

A testa bassa superiamo anche quella tranche di percorso, inclusa la salita di Sommariva Perno, e alle otto in punto siamo al controllo di Villafranca. Il cielo è di nuovo grigio e piove a sprazzi, mentre noi, al riparo del dehor del bar, facciamo una colazione decente e ci sistemiamo. Intanto pianifichiamo il tratto successivo: adesso sono io che “gioco in casa”, siamo appena entrati in provincia di Torino e il controllo seguente è quello del colle di Superga. Ce la prendiamo abbastanza comoda ai controlli: siamo tutti piuttosto provati dalla notte appena passata, e abbiamo bisogno di recuperare energie e morale. Purtroppo c’è il sonno sempre in agguato: quando ripartiamo, in piena campagna Pinerolese, dobbiamo accostare presso una cascina per concedere a Walter qualche minuto di sosta. Sono momenti difficili, nei quali sembra di non riuscire ad andare avanti, e quel traguardo è sempre più lontano. Ma il randonneur esperto sa bene che le crisi vengono ma, anche, se ne vanno. La differenza la fanno il carattere e la capacità di non demoralizzarsi.

Il sole fa capolino a tratti dalla spessa coltre di nubi, fa persino caldo. Arriviamo a Chieri, poi attacchiamo la salita a Pino Torinese su strade che conosco bene ma, a quest’ora della domenica, sono terribilmente trafficate. A Pino deviamo in direzione basilica di Superga: come sempre Giorgio si porta avanti, mentre io e Walter arranchiamo in religioso silenzio e studiata lentezza, come a voler risparmiare ogni oncia residua di energia. Tratti di discesa si alternano, aggravando la frustrazione di quella cima che non arriva mai. Più si sale, più il cielo si rannuvola, inizia anche a piovere. Arriviamo al controllo sotto un autentico diluvio, c’è nebbia e vento gelido. I ragazzi della vicina tabaccheria si sono offerti all’organizzazione per metterci i timbri, sono anche loro esasperati e bagnati come pulcini, ed annotano i nostri numeri di cartellino su un foglio completamente scolorito dall’acqua. Lì accanto c’è il tavolino imbandito per il tanto sospirato “Nutella-party”, è ormai ora di pranzo, ho appetito e mi ci avvicino con golosa curiosità, ma la triste sorpresa è che il pane è stato lasciato sotto il temporale e si è inzuppato, e il barattolo del prezioso nettare, dimenticato aperto, contiene anche… acqua piovana. Rimedio il poco pane che riesco a trovare ancora mangiabile, e mi faccio ugualmente un paio di fette spalmate con quel misto di acqua e cioccolata: al freddo e sotto il rombo dei tuoni, con la fame che ho va bene tutto…

Ci rivestiamo come possiamo e iniziamo la discesa verso Baldissero. Naturalmente, due tornanti sotto il controllo la strada è asciutta e non piove… Dobbiamo sciropparci la salita di Gassino prima di approdare sul brutto e noioso stradone che porta a Casale Monferrato. Inizialmente il vento è a sfavore e, come se non bastasse, faccio i conti con l’ennesima crisi di sonno. Combatto contro Morfeo e contro Eolo, è una lotta durissima, ma non voglio costringere i miei compari ad un’altra sosta. La mia tenacia ha successo: la crisi se ne va, e dopo Chivasso il vento “gira” dalla nostra parte. Possiamo spingere sui pedali e recuperare alla grande! Il nostro trenino ora fila che è un piacere, tutti diamo un contributo con cambi più o meno regolari. La pacchia dura praticamente fino al controllo di frazione Piagera, alle porte delle colline sul confine con la provincia di Vercelli. Giungiamo sotto il dehor del locale bar proprio quando inizia a scatenarsi un altro diluvio. Sono passate le tre del pomeriggio, e questo è l’ultimo timbro sulle nostre carte di viaggio prima dell’arrivo a Castano Primo, dal quale ci separano poco più di cento chilometri, qualche panino, i ruvidi commenti degli anziani del paese che ci guardano curiosi, tanto male alle gambe, un’insidiosa salita e… un nubifragio che non accenna a smettere.

Ripartiamo, infatti, che piove grosso come un braccio. La salita verso Gabiano è suggestiva, ma con pendenze brutali. La strada è ormai ridotta ad un ruscello di acqua, pietre e fango. Tuona forte, nessuno parla, io benedico dentro di me la scelta di aver equipaggiato la mia bici da cicloturismo con rapporti da mountain bike. Si arriva in cima, ma girata la curva c’è un’altra salita, poi un’altra ancora. Sembrano non finire mai, inframmezzate da insidiosissimi e brevi tratti di discesa a freni bagnati. Com’è frustrante impiegarci così tanto tempo a salire una collina, sapendo che poi in discesa non sarà possibile recuperare andando a tutta manetta! Poi, finalmente, la pianura: si attraversa il Po, gonfio come non mai, e si punta verso Trino, le risaie, la Lombardia e il sospirato traguardo. La pioggia sta mollando gradualmente il suo assedio. Mancheranno sì e no un’ottantina di chilometri, quando improvvisamente sento nuova energia nelle gambe: è il momento di scuotere la truppa e tirare la volata finale fra le risaie.

Mi metto al comando e “tiro” ben volentieri i miei compagni di viaggio. Sono assolutamente determinata a concludere il brevetto prima del calar delle tenebre, ma non è uno sfizio, è una necessità: so benissimo, infatti, che il sonno, che con la luce del giorno bene o male ero riuscita a controllare, diventerà un nemico invincibile se mi farò sorprendere dal buio della nuova notte incombente. Senza soste, dritti come siluri, filiamo veloci con l’aiuto del vento a favore. In lontananza, verso la Lombardia, c’è una striscia di cielo azzurro che si riflette nell’acqua delle risaie e sull’asfalto bagnato. Mi sento incredibilmente serena, con il risultato in pugno.

Prima regola della risaia: la strada gira, e con essa anche il vento, Se ce l’hai a favore viaggi come una spina, ma se ce l’hai contro… non ti passa più. Seconda regola della risaia: non fermarti a fare pipì, o sarai aggredito da milioni di zanzare affamate che non risparmieranno un solo centimetro quadrato della tua pelle. Terza regola della risaia: se ti piacciono gli animali, non perderti lo spettacolo degli uccelli acquatici che popolano questo caratteristico ambiente della provincia del Nord Italia. Intanto ci raggiunge una coppia di randonneur, anche loro han dovuto fare i conti con il sonno, due battute veloci e poi li lasciamo andare. La nostra velocità di crociera ormai si è drasticamente abbassata, siamo tutti stanchi e dobbiamo accontentarci di procedere lenti, ma pur sempre costanti. Seppur spossata sono contenta. Il mio morale è alto, sono ancora lucida e incoraggio continuamente Walter e Giorgio. Dobbiamo riaccendere le luci delle biciclette a poco più di dieci chilometri dall’arrivo, quando i micidiali cavalcavia che girano intorno a Novara ci annunciano che il traguardo è lì, a portata di mano. Sembra un sogno.

All’oratorio di Castano Primo la moglie di Walter, Nadia, ci accoglie con un sacco di feste: è fatta, si va a Parigi! Sono le 21.30 circa. Veniamo invitati dall’organizzatore a fare la doccia e a mangiare un piatto di pasta, e mi sembra una buona idea dato che, vista l’ora, mi toccherà schiacciare un pisolino in auto prima di buttarmi sull’autostrada in direzione Torino. Vado verso il parcheggio, e nel bagaglio della bici zuppo di pioggia trovo il cellulare letteralmente annegato. Non funziona più: è il secondo cellulare in un anno che distruggo in randonnèè per colpa dei temporali. Piuttosto seccata carico la bici in auto, prendo il necessario per lavarmi, l’acqua delle docce è tragicamente fredda, per fortuna la pastasciutta è ottima e abbondante, e c’è pure il vino. Poi saluto tutti, abbasso il sedile dell’auto e crollo subito in un sonno profondo. Riapro gli occhi a mezzanotte, mi sento sufficientemente lucida per mettermi alla guida. Ha ripreso a piovere a dirotto. Ripercorro a ritroso quell’ultimo tratto per raggiungere l’imbocco dell’autostrada, e tra i cavalcavia, la pioggia, il buio e il traffico, con mia sorpresa vedo dall’altra parte della strada le luci tremolanti delle biciclette di altri randonneur in arrivo. Ci sono ancora un paio d’ore prima dello scadere del tempo massimo, e mi si gonfia il cuore nel vedere questi ultimi coraggiosi concludere “vittoriosi” la loro avventura.

Siamo proprio una manica di pazzi, ma solo un randonneur può capire un altro randonneur.

Ci si rivede a Parigi!

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    Indosso il giacchino antipioggia sopra la maglietta gialla – una maglia … gialle.wordpress.com


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