RANDONNEUR A CHI?! Ovvero: tutto quello che avreste voluto sapere su questo strano modo di pedalare

In tanti mi avete chiesto: come si prepara un brevetto o una randonnèe in stile Audax, o una prova di ultracycling? Cosa significa, dal punto di vista organizzativo, fisico e psicologico, rimanere in sella così tante ore? Che differenze ci sono tra questo tipo di manifestazioni e le Granfondo agonistiche? Bene, ora vi racconto come la vedo io.

L’APPROCCIO MENTALE

Non è ancora l’alba, è buio, bicicletta affardellata, le luci in funzione, si fa la coda al tavolino dell’organizzatore per il timbro di partenza sulla carta di viaggio, poi si va. Le prime pedalate sono quasi sempre lente, incerte, come se si avesse timore a tagliare il cordone ombelicale con l’automobile lasciata al parcheggio. Quando parto per una lunga distanza in bicicletta, la mia mente è sgombra. Sono IN VIAGGIO, e il viaggio in sé è piacere. Quella linea tracciata sulla cartina con l’evidenziatore è il senso stesso di ciò che sto facendo. Però…

Com’è possibile credere di poter pedalare, ad esempio, per mille chilometri di fila? Il solo pensiero potrebbe condurre alla pazzia. Ma nell’ambiente dell’ultraciclismo gira una metafora: come si fa a mangiare un elefante? La risposta sbagliata è: «È impossibile!», quella corretta è: «Facendo tanti piccoli bocconi». Io non penso mai ai chilometri che devo ancora fare. Punto piuttosto a raggiungere simbolici traguardi intermedi – tipicamente i posti di controllo previsti sulla carta di viaggio, dove l’idea stessa di fermarmi un momento per rifocillarmi con un panino o un caffè mi aiuterà a rinnovare le energie fisiche e mentali per andare ancora avanti.

Poi è chiaro, stiamo parlando di una maniera estrema di intendere il ciclismo. Qui è tutto “estremo”: i chilometraggi, il sonno, la stanchezza, il dolore, la fame. E – demenziale! – tutto questo si sopporta senza che vi sia in palio nessun premio, se non la personale soddisfazione di aver chiuso il brevetto nel tempo massimo concesso. Fra i ciclisti “normali” c’è chi ci ammira, chi proprio non capisce, chi ci prende decisamente per matti. Personalmente ancora non ho capito come mai, alla fine di ogni randonnèe, dopo aver sopportato sofferenze indicibili e per certi versi assurde, tempo due giorni ed ho già voglia di ripartire. «Randonneuring is addictive, isn’t it?», mi scriveva un amico olandese conosciuto all’ultima “Londra-Edinburgo-Londra”. Impossibile dargli torto.

Voglia di avventura e di viaggiare, curiosità, ma, anche, il gusto sottile di stare realizzando un’impresa, di sfidare se stessi andando a sondare i propri limiti fisici e, soprattutto, psichici: sono tutte motivazioni valide che possono far diventare randonneur un qualsiasi ciclosportivo, ma non sono le uniche, beninteso. Ognuno troverà le proprie, personalissime.

LE QUALITÀ PERSONALI E L’ALLENAMENTO

Ci sono un po’ troppi falsi miti e luoghi comuni al riguardo. La gente pensa che per fare le ultramaratone ciclistiche sia necessario avere “un fisico bestiale” e sobbarcarsi allenamenti inimmaginabili, e ancora adesso, quando racconto le mie avventure, c’è chi crede (anche tra gli sportivi!) che io sia una sorta di “donna bionica”.

La realtà è un pochino diversa. Pratico sport fin da quand’ero bambina perché giocare e muovermi all’aria aperta è sempre stata per me una necessità a dir poco vitale. Tuttavia, nelle mie poche esperienze agonistiche non ho mai primeggiato in nulla: ricordo, in particolare, la mia partecipazione ad alcune Granfondo ciclistiche anche abbastanza prestigiose, dove annaspavo regolarmente fra le ultime tre-quattro posizioni di categoria. Fisicamente non sono certo un mostro anche se, fortunatamente, godo di buona salute. E allora? Com’è possibile che mi sobbarchi chilometraggi a quattro cifre in tappa unica?

Nelle randonnèe non è indispensabile andare veloci come i professionisti o fare il record. Non c’è nessuna classifica. Ciò che conta maggiormente è la capacità di organizzare ed amministrare le proprie risorse psicofisiche in modo da concludere il percorso entro il tempo massimo, affrontando con coraggio le difficoltà e le eventuali avversità che Madre Natura (bontà sua) metterà di fronte. Un vero randonneur non si ritira se piove, questo è bene ricordarlo. Organizzazione, saldezza psicologica, una buona dose di testardaggine. Profonda conoscenza di se stessi, dei propri punti di forza e dei propri limiti. E una fortissima, incrollabile motivazione che, ovviamente, sta alla base di tutto: diversamente è troppo facile mollare il colpo alle prime difficoltà che, puntualmente, faranno sgradita visita.

Quanto all’allenamento, quando mi domandano come ci si prepara ad un’ultramaratona cicloturistica io rispondo semplicemente: «Pedala!». Non è una battuta, è che per poter stare in sella molte ore occorre allenare principalmente l’attitudine al fondo. Il mio allenamento-tipo consiste nel pianificare un percorso in anticipo, con l’ausilio di uno stradario, dopodichè parto all’alba e rientro al tramonto, dopo aver fatto anche 250 km comprensivi di qualunque cosa possano offrire le strade Italiane: montagne, campagna, provincia, luoghi di interesse storico e culturale, le noiose Statali (se proprio non se ne può fare a meno…) eccetera. L’alta velocità non è un requisito indispensabile, anche perché non tutti hanno la capacità di fare molti chilometri ad una media agonistica: solo pochissimi specialisti ci riescono. Io, che non sono un fenomeno, mi accontenterò di un’andatura regolare, senza perdere troppo tempo in soste, tenendo come riferimento i 25 kmh “cicloturistici” in pianura. Se il fine settimana viene dedicato principalmente all’uscita “lunga”, i ritagli di tempo che la normale vita di tutti i giorni concede possono essere utilizzati per i cosiddetti “lavori di qualità”, tipicamente la salitella di riferimento vicino casa fatta a ritmo sostenuto per stimolare il cuore.

Le uscite, poi, serviranno anche per testare i materiali e le soluzioni che utilizzeremo sulla nostra bicicletta negli appuntamenti che contano: per esempio, verificare la stabilità del portabagagli con le borse a pieno carico. Non fare queste prove preliminarmente potrebbe significare pentirsene amaramente quando ci si troverà in difficoltà nel pieno della battaglia!

Naturalmente gli stessi brevetti cicloturistici, organizzati un po’ su tutto il territorio nazionale, possono costituire un eccellente

allenamento per poter poi affrontare prove di chilometraggi più importanti. La “Parigi-Brest-Parigi”, la più importante manifestazione del genere che si svolge ogni quattro anni, prevede obbligatoriamente che gli aspiranti partecipanti si qualifichino superando i quattro brevetti sulle distanze classiche Audax: 200, 300, 400 e 600 km. Altre manifestazioni, come la “Londra-Edinburgo-Londra” e la “Sicilia No Stop” (tanto per citare le prime che mi vengono in mente), non prevedono l’obbligo di qualificazione ma, visti i chilometraggi in gioco – 1400 km per la prova britannica, 1000 per quella sicula – sarebbe da incoscienti partire senza essersi preparati adeguatamente. I brevetti da 400 e 600 km rappresentano un ottimo banco di prova, e danno a tutti la possibilità di testare le proprie risposte fisiologiche all’ultradistanza e alla notte.

I MATERIALI

Lezione prima, la perfetta bicicletta del randonneur deve essere comoda e robusta, ma leggera, dotata di un valido impianto di illuminazione per le tratte notturne, e di rapporti agili. Vietate le geometrie e gli assetti troppo “spinti” e corsaioli, la componentistica in carbonio o in ergal di dubbia affidabilità, le guarniture con dentature agonistiche, le ruote preassemblate ultraleggere ma troppo rigide, e impossibili da riparare al volo in caso di incidenti di percorso. “Benvenuto” ai telai in acciaio o titanio, alla guarnitura tripla (specie quella da mountain bike), alle ruote con raggiatura inox classica e copertoncini da 25”, ai “gel-pads” antivibrazioni sotto il nastro manubrio.

La bici deve prevedere un piccolo portabagagli per avere la possibilità di trasportare abiti di ricambio, piccole scorte di cibo e quant’altro. Personalmente sconsiglio lo zaino, in special modo in estate, perché sottrae preziosa areazione alla schiena, cosa che alla lunga può risultare fatale. Il campionario delle cose che un randonneur può portare con sé è decisamente vario, ed estremamente soggettivo. Io, ad esempio, per le randonnèe superiori ai 600 km non rinuncio alla saponetta e allo spazzolino da denti, e neppure al materassino autogonfiante da 370 grammi, per garantirmi un riposo confortevole anche sul rude cemento (quel poco che si riesce a dormire, s’intende…).

Una menzione speciale la merita l’impianto luci. Se posteriormente può bastare il classico LED rosso, l’anteriore deve essere abbastanza potente da illuminare REALMENTE la strada. Io utilizzo il mozzo anteriore con dinamo incorporata, il cui faro alogeno da 3 watt illumina in maniera più che convincente, anche se “pago” in termini di attrito magnetico (a luce accesa) e di maggior peso del mozzo stesso rispetto ad uno tradizionale. Questo era senz’altro il miglior metodo di illuminazione fino a pochi anni fa, quando l’alternativa erano quei fanalini alogeni a batteria la cui autonomia era assai limitata nel tempo – non più di quattro ore, con conseguente, scomoda sosta al buio a metà nottata per la sostituzione degli accumulatori. Oggi vengono prodotti dei validi fanali da bicicletta che utilizzano la tecnologia LED – un solo bulbo luminosissimo ma a basso consumo, cosicchè un set di batterie può durare per più notti.

Altro dettaglio non trascurabile è rappresentato dall’abbigliamento. Sembra impossibile ma, quel che è sopportabile senza problemi in un giro da 200 km, non è affatto detto che lo sia altrettanto in un giro da 600 km. Il randonneur, non potendo portare con se il peso di un intero guardaroba, è condannato ad indossare lo stesso abbigliamento per giorni interi. Va da se che occorre mettere al bando tessuti ruvidi, tagli troppo aderenti o scomodi, elastici e cuciture che “segnano”. Ci vogliono articoli di taglio confortevole e fatti con tessuti morbidi e traspiranti, e, se la randonnèe si svolge in piena estate, di colore chiaro, compresi gli scarpini e la sella. Può sembrare un dettaglio da poco, ma in pieno luglio, quando sei stanco da non poterne più e la pelle del soprassella urla per le piaghe scoperte, non è affatto piacevole riaccomodarsi sul sellino nero arroventato dal sole dopo l’ennesima sosta alla fontana…

Se di giorno fa caldo, di notte può fare MOLTO freddo. Quando si affrontano le randonnèe è indispensabile portarsi sempre

appresso il necessario per coprirsisi: guanti invernali, una calda maglia con le maniche lunghe, gambali, un sottocasco termico per la testa. Si può partire con il bel tempo, ma i chilometri sono tanti, e “durante” può succedere di tutto! E infatti, prima o poi capita: che sia un breve temporale o un’intera giornata di acqua a catinelle, prendere la pioggia è un’altra esperienza-cardine del randonneur. Se fa caldo il disagio di pedalare bagnati viene minimizzato: dopo un po’ ti abitui e la pioggia non la senti neanche più. Ma all’inizio della primavera, di notte, o scendendo da una montagna, essere bagnati come pulcini può trasformarsi in un’esperienza terrificante. Perciò, l’abbigliamento antipioggia deve essere senza compromessi, impermeabile e traspirante, ma non ingombrante: si archiviano definitivamente le vecchie mantelline da ciclista che fanno sudare e non tengono l’acqua, si mette mano al portafogli e ci si procura una bella giacca in Gore-Tex, di quelle leggere che una volta ripiegate occupano pochissimo spazio. Utilissimi anche i sopra-pantalone dello stesso materiale, e non sarebbe male avere pure i guanti e i copriscarpe: ma in questo caso ci si può accontentare dei classici sacchetti di plastica per i piedi, e di guanti di gomma da cucina per le mani – da indossare sopra guanti in pile o di lana.

Il pantaloncino è una faccenda molto personale, ma penso di poter affermare senza timore di smentita che, come regola generale, non è il caso di risparmiare sulla qualità. Le donne preferiranno il tipo senza bretelle per evidenti motivi pratici: è davvero antipatico dover abbassare una salopette per fare pipì nel cuore della notte, quando sopra le bretelle hai indossato tre o quattro capi sovrapposti (più le bandelle rifrangenti)!

A proposito delle scarpe, molti randonneurs (tra cui la sottoscritta) utilizzano quelle da mountain bike, con sistema d’aggancio di tipo SPD e relativi pedali. La suola in gomma scolpita permette di camminare agevolmente nelle molte occasioni in cui si deve scendere di sella, per esempio ai controlli, senza il ridicolo (oltre che pericoloso) “effetto Paperissima” degli scarpini road con le tacchette Look. Qualcuno storcerà il naso, ma una buona scarpa da cross country (lasciate perdere quelle “freeride” o da cicloturismo puro, che sono troppo morbide) ha la suola rigida quanto uno scarpino road, per cui non si perderà in efficienza di pedalata, e non si rischieranno tendiniti o altre infiammazioni, neppure dopo molti chilometri.

L’IGIENE E L’AMOR PROPRIO

Personalmente ho constatato, alla faccia di chi crede che i randonneur siano dei vagabondi puzzolenti e inselvatichiti, che l’igiene e la cura del proprio corpo, durante queste manifestazioni estreme, possono fare la differenza tra il fallimento e il successo.

Imperativo primo, occorre tenere ben pulita la zona del soprassella: ogni volta che “si va al bagno”, che sia la turca di un bar o un cespuglio, si va di salviettine detergenti. Per prevenire le temibili piaghe al soprassella ogni ciclista ha il suo “segreto” e le sue incontestabili abitudini. La mia esperienza è che, più che applicare pomate e cremine varie, che possono favorire la macerazione della cute e lo sviluppo di batteri, aiuta molto di più lavarsi e cambiare i calzoncini. Nelle randonnèe di più giorni porto con me un secondo pantaloncino, che cambio più o meno ogni ventiquattro ore (previa doccia) lavando al contempo quello usato, che verrà legato alla bicicletta in modo che si asciughi per il cambio successivo, e via così. Non dimentichiamo, infatti, che il sale del nostro sudore è molto irritante, pertanto deve essere rimosso regolarmente.

Nelle randonnèe più lunghe è quasi sempre possibile farsi una doccia nei luoghi di controllo, spesso allestiti dell’organizzazione presso scuole, oratori o centri sportivi. E poi? Durante la giornata, se si ha occasione di imbattersi in una fontana, ci si lava la faccia e le mani, nulla più. Qui non c’è molto spazio per la civetteria…

IL RAPPORTO CON LA SOLITUDINE

Molti mi chiedono come mai pedalo quasi sempre da sola. Secondo il mio punto di vista il randonneur è, per definizione, un

solitario, un autosufficiente, un anarchico che se la cava sempre da solo e segue il proprio ritmo, le proprie esigenze e basta. Qui i “succhiaruote” sono fuori posto, e questa è una delle grandi differenze tra il randonneur e l’agonista. Fondamentalmente, il nocciolo della questione è che non c’è un viaggiatore uguale all’altro: c’è chi ha il passo più spedito, chi non dorme mai, chi ha bisogno di soste più frequenti, chi mangia pedalando, chi vuole fermarsi in trattoria per cena, chi non va avanti se prima non si è fermato al bar per un caffè… Insomma, per quanto affiatamento vi sia, è davvero complicato credere di poter fare una “Parigi-Brest-Parigi” da 1250 km con un gruppo di amici rimanendo compatti e in armonia dall’inizio alla fine: la mia esperienza mi ha insegnato che si rischiano conflitti terribili e, anche, il non raggiungimento dell’obbiettivo. Non è cattiveria, è sano egoismo.

Tuttavia nell’ambiente ci sono varie scuole di pensiero al riguardo. Conosco dei randonneur che formano coppia fissa da anni, e sono più fedeli, leali ed affiatati che marito e moglie: sono quelle che io chiamo le “alleanze storiche”. Spesso, poi, succede che lungo il tragitto si formino spontaneamente dei gruppi di ciclisti che, alla lunga, hanno “livellato” le rispettive andature, fino ad arrivare al traguardo insieme dopo aver condiviso molti chilometri. Bisogna poi considerare il fattore psicologico. Per alcuni (tipo me) la solitudine è una compagna discreta e tutto sommato sopportabile. Per altri invece essa è insostenibile, e sono quelli sempre alla ricerca di qualcuno con cui pedalare, anche a costo di rallentare l’andatura. Il gruppo, inoltre, oltre a rappresentare un valido aiuto “tecnico” quando si affrontano lunghi tratti pianeggianti con vento contrario, oppure nei pericolosi tratti notturni (un gruppo di ciclisti è senz’altro più visibile sulla strada rispetto a uno singolo), può costituire un potente sostegno morale nei momenti di difficoltà e di sconforto. Io conosco molti randonneur, specie del Nord Italia, e quando ci ritroviamo alle manifestazioni è sempre un piacere. Non pretendo che facciano strada con me, ma spesso sono loro che, pur essendo più forti, rallentano il passo e mi aspettano per il mero piacere di affrontare in compagnia le lunghe ore in sella.

IL RAPPORTO CON LA NOTTE E IL SONNO

Pedalare di notte è il vero battesimo di fuoco del randonneur, quello che fa la differenza rispetto ad un ciclista “normale”. La notte riassume in sé tutte le emozioni e le sensazioni più forti: paura, sconforto, stanchezza, poesia, magia. Ma è (anche) pericoloso, inutile girarci intorno. La cosa migliore è affrontare i tratti notturni insieme ad altri ciclisti, che siano i compagni di viaggio di sempre o randonneur conosciuti occasionalmente sul momento. Quando sei alle prime esperienze, le automobili che senti arrivare da dietro ti tolgono il respiro. Ogni auto una preghiera. Poi ci sono le buche sull’asfalto, quelle che forse non puoi vedere malgrado tutti i fanalini di questo mondo. E il percorso da rispettare – al buio non si vedono i cartelli stradali, e in un brevetto Audax mancare un bivio può significare andare fuori strada di parecchi chilometri e compromettere l’omologazione della prova. Comunque, con l’esperienza ci si abitua a tutto. E può capitare di finire in certe stradine di provincia, fuori dal traffico delle Statali, tutto intorno un gracidar di rane e frinire di grilli. Milioni di lucciole, i profumi dell’estate nell’aria, così differenti da quelli che si sentono di giorno. Nel cespuglio di fianco, o giù nel fossato, qualcosa si muove: cinghiali? Topi? Uccelli notturni? La sorpresa supera la paura, non avresti mai creduto che di notte vi fosse così tanta vita in libertà. La luna piena, benevola, illumina la campagna con la sua pallida luce. È tutto bellissimo, finchè un senso di umidiccio e di schifo non ti invade completamente, tanto da non farti desiderare altro che l’arrivo dell’alba: in fondo, siamo pur sempre animali diurni…

È l’alba, hai centinaia di chilometri alle spalle. Arriva la crisi di sonno. La velocità è bassa, ti si chiudono gli occhi, non capisci più niente. Cerchi di resistere. I bar cominciano a riaprire i battenti, e questa notizia, insieme al sorgere del sole, è sempre accolta con un sollievo particolare. Un caffè espresso, una buona prima colazione, il profumo delle brioches appena sfornate, tutte piccole cose che aiutano a riprendersi e a scrollarsi di dosso l’umidità e lo sconforto della notte.

Sfatiamo una leggenda: non è vero che nei giorni precedenti una randonnèe ci si deve allenare a stare svegli. È una stupidaggine colossale, NON è possibile allenare la privazione di sonno. La settimana precedente un appuntamento di ultraciclismo è buona norma, semmai, seguire ritmi regolari e non stressanti, fare vita da atleta, a nanna presto tutte le sere, e partire per la nostra avventura il più possibile riposati.

ll rapporto con il sonno tuttavia è molto soggettivo. Ci sono randonneurs che possono pedalare per parecchie ore di seguito, e altri che, invece, hanno bisogno di pisolini frequenti. Io appartengo alla categoria di quelli che resistono senza problemi durante le ore diurne, ma crollano irrimediabilmente appena tramonta il sole. Per cui, se la randonnèe dura più di due giorni, la pianifico avendo cura di pedalare il più possibile durante il giorno, e di far coincidere le soste deputate al riposo con le ore di buio, possibilmente al sicuro nei posti di controllo. Ho visto gente “dormire” ovunque: assai illuminante era, in questo senso, la fotografia che divenne il simbolo dell’edizione del 1999 della “Paris-Brest-Paris”, che ritraeva un randonneur addormentato in piedi in una cabina del telefono… Durante una crisi di sonno, una breve sosta per chiudere gli occhi, anche solo dieci minuti, tante volte può bastare, ma si tratta di un ripiego temporaneo. Ricordo ancora una volta che il sonno è una funzione ESSENZIALE per la vita, come bere e respirare, pertanto, se la randonnèe dura più di due giorni, è impensabile credere di riuscire ad arrivare alla fine senza qualche ora di sonno “vero” (non semplice dormiveglia). Quante ore? Dipende dal tempo che si ha a disposizione. I più veloci potranno prendersi il lusso di fermarsi un po’ di più, mentre i più lenti dovranno stare molto attenti ad ottimizzare ogni minuto. Se ci si deve fermare di notte occorre coprirsi, poiché è molto facile andare in ipotermia. Tipicamente il “letto” del randonneur è la mitica coperta di sopravvivenza, quel foglio di plastica argentato/dorato molto leggero che però ha la capacità di trattenere il calore corporeo, consentendo un minimo di comfort per un pisolino-lampo. Tuttavia, nelle randonnèe più lunghe ho visto qualche cicloturista lungimirante portare con se un vero sacco a pelo. Ognuno deciderà come equipaggiarsi, soprattutto in base alle proprie esigenze ed alle ore di sonno che pensa di fare. Una cosa è certa: è inutile decidere di fermarsi a dormire due ore, se in quelle due ore poi non riesci a chiudere occhio perché hai freddo o sei scomodo sul duro cemento. Avrai buttato via due ore! Per cui, anche se può sembrare un assurdo peso supplementare da caricare sulla bici, portarsi un piccolo sacco a pelo o un materassino ultraleggero alla distanza potrebbe rivelarsi una mossa vincente.

L’uso di sostanze eccitanti come caffè e guaranà è, secondo la mia esperienza, da limitare: la caffeina altera i naturali ritmi sonno-veglia, e non bisogna abusarne. L’organismo ha le sue esigenze, va trattato bene e rispettato, sennò prima o poi si vendica. Di fronte ad una grave privazione di sonno non basteranno tutti i caffè del mondo a salvarti: bisogna fermarsi a dormire.

MANGIARE

Io sto ancora facendo delle scoperte su questo argomento, che comunque rimane (tanto per cambiare…)

molto soggettivo. Quando i chilometraggi si fanno severi dimenticate le barrette che mangiavate durante le Granfondo. Questa roba “da gara” farà a malapena il solletico al gargarozzo. Per fare ultradistanze bisogna mangiare cibi veri, altroché. Consumi calorie e le rinnovi in continuazione, il recupero è un ciclo continuo, non puoi permettere al tuo organismo di finire “in riserva”, o sono guai seri. Precedenza assoluta, ovviamente, ai carboidrati complessi, sottoforma di panini poco elaborati, focacce, e, se il tempo a disposizione lo consente, anche una bella pastasciutta consumata in qualche trattoria lungo la strada. Ai più golosi (come me) la bicicletta farà sicuramente venire voglia di dolci, e le classiche crostatine confezionate o dei semplici biscotti troveranno senz’altro posto nel bagaglio della bici: a metà strada farà molto piacere sapere di averli. La frutta disidratata (fichi, albicocche, prugne…) non è male: occupa poco spazio, è energetica e digeribile, inoltre apporta un certo quantitativo di fibra, utile per non “impigrire” l’intestino.

Poi si approfitta di ciò che si trova in giro, cercando ovviamente di restare nei limiti di cibi già collaudati, e della cui tolleranza individuale siamo sicuri. Con il gran caldo gli articoli più gettonati saranno la Coca-Cola ghiacciata e i gelati nei bar, ma in estate è buona norma non scordare di mettere nelle borse dell’integratore salino in polvere da diluire nell’acqua della borraccia. A questo proposito ho notato che molti randonneurs hanno l’abitudine di consumare, durante la classica sosta al bar, delle comunissime patatine chips: il sale in esse contenuto aiuterà a prevenire il pericoloso fenomeno dell’iponatremia (eccessiva diluizione del sodio nel plasma), che in situazioni di caldo estremo porta a bere in modo compulsivo e, se ci si limita alla semplice acqua di fonte senza rimpiazzare i sali perduti, provoca ritenzione idrica, malfunzionamento dei reni, crampi e dolori in tutto il corpo, fino al danno cerebrale e al coma nei casi più gravi. Capìta la morale? Quando le temperature e i chilometraggi si fanno estremi, non bisogna scherzare con i sali minerali!

Un’ultima annotazione. Ho notato che durante uno sforzo fisico estremo come un’ultramaratona ciclistica sono frequenti le “fiacche” in bocca e le piaghe e screpolature alle labbra. Non ho ben chiara l’origine di questi dolorosi inconvenienti, ma sospetto che la fatica prolungata nel tempo provochi un consumo abnorme di vitamine, ed un calo drammatico delle difese immunitarie. Secondo la mia esperienza ho avuto dei miglioramenti semplicemente consumando frutta fresca ogni volta che è stato possibile (spesso viene gentilmente messa a disposizione dall’organizzazione ai controlli). Inoltre può essere una buona idea portarsi al seguito qualche pastiglietta di multivitaminico tipo Multicentrum.

L’ARRIVO

Quando si torna al punto di partenza e si riconsegna la carta di viaggio per l’ultimo, fatidico timbro, gli stati d’animo possono essere i più svariati: euforia, depressione, stanchezza estrema, nervosismo. La medaglia smaltata – conquistata con tanta fatica ma pagata moneta sonante al banchetto del controller, come ogni servizio nel mondo delle randonnèe Audax – brilla nella mano, ma ci vuole ancora un po’ di tempo prima di realizzare la grandezza dell’impresa fatta. La priorità va ad una bella doccia, per togliersi di dosso i vestiti luridi e tutti gli odori di cui la pelle si è impregnata durante il viaggio: il grano maturo, l’acqua marcia delle risaie, la merda dei campi e dei porcili, la strada, la notte. Non c’è un solo muscolo che non faccia male, e mentre lentamente ci si lava, si scoprono man mano e si contano con metodo i danni: le piaghe, i foruncoli, le scottature del sole. Poi forse ci vorrà un buon sonno, e un periodo variabile di tempo per recuperare. C’è tempo per mangiare, per i ricordi e per le telefonate ad amici e parenti: ora bisogna staccare decisamente la spina. La bicicletta la si pulirà poi, con calma…

E PER FINIRE…

– Se vi capita di forare, o di avere un guasto alla bicicletta, non demoralizzatevi e non perdetevi d’animo: sono cose che possono benissimo capitare durante qualsiasi pedalata. Poiché nelle randonnèe l’assistenza meccanica non è prevista e occorre arrangiarsi, imparate per tempo a fare piccole riparazioni d’emergenza: non solo sostituire una camera d’aria, ma anche raddrizzare col tiraraggi una ruota danneggiata, smagliare e riparare una catena rotta, cambiare la lampadina bruciata del fanale. Va da se che occorre prevedere, tra le cose da portarsi dietro, un kit minimo di attrezzi e ricambi. In ogni caso è tassativo partire con la bicicletta in ordine, e con componentistica in buono stato e non “sfinita”.

– Piccole cose utili da non dimenticare: fotocopie delle mappe dei luoghi che si vanno ad attraversare, campioncini di sapone, crema idratante per la pelle e/o crema solare, il burrocacao, una bustina di medicinale per lo stomaco, un’altra di antidolorifico (da utilizzare solo in casi estremi), un piccolo asciugamano di quelli ultraleggeri in microfibra, sacchetti di plastica da usare in caso di pioggia, affinchè i vestiti di ricambio e il cellulare non si bagnino nelle sacche della bici.

– Sempre a proposito di pioggia, ricordate che la carta di viaggio, le mappe e il foglio con il percorso, se si bagnano, diventano INSERVIBILI, con le drammatiche conseguenze che si possono immaginare. Imbustate tutto dentro sacchetti trasparenti, di quelli che si usano per congelare i cibi, e sigillateli accuratamente. Al primo rimbombar di tuoni ringrazierete la vostra lungimiranza…

– L’impianto di illuminazione della bicicletta deve prevedere sempre una seconda fonte “d’emergenza”. Normalmente essa è costituita da una lampada frontale tipo quelle da alpinismo, montata sul casco. Essa sarà molto utile per leggere le mappe, i cartelli stradali, o eseguire delle riparazioni (si fora anche di notte!) nell’oscurità.

– È buona norma, per non rischiare di sbagliare strada, tenere il foglio con il percorso (volgarmente detto

“roadbook” o, all’inglese, “routesheet”) proprio sul manubrio, per una pronta lettura. Può sembrare un dettaglio… ma non lo è, e gli errori di percorso si pagano cari!

– Non smettete mai di sperimentare nuove soluzioni: alimentazione, equipaggiamento, abbigliamento, piccole innovazioni tecniche… Tutto può essere migliorato con l’esperienza.

– Come vincere la “noia” delle molte ore da passare in sella? Non fissate per tutto il tempo il vostro copertone anteriore: alzate gli occhi, e godetevi il paesaggio. Siete in viaggio, ed ogni luogo attraversato ha sicuramente qualcosa di bello da offrire, che sia un volo di uccelli, un albero secolare o un’antica cascina con la meridiana sul muro. Imparate anche qualche canzone da cantare allegramente, vi aiuterà a stare svegli! Se siete stonati, approfittate delle molte occasioni che vi saranno lungo la strada per socializzare e scambiare quattro chiacchiere con altri randonneur. Se fate delle randonnèe all’estero sarà divertente ed istruttivo rispolverare le reminiscenze scolastiche delle lingue straniere, dialogando con viaggiatori di tutto il pianeta. Saranno esperienze meravigliose che vi porterete nel cuore per sempre, più della sofferenza patita. Buona strada!

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