NERVIANO 200, 4 marzo 2007 – La truppa Piemontese alla conquista di Parigi

«Tèla chi la Silvia!», la tipica espressione locale mi strappa un largo sorriso divertito. E’ Paolo, randonneur di Rho, barba canuta e occhi chiari, alcuni chilometri condivisi qua e là in varie manifestazioni in giro per l’Italia. E’ un incrociarsi di saluti, occhi, sorrisi, mani, braccia, dialetti, mentre siamo in coda all’accredito nella luce vivida dell’alba che promette una bella giornata di primavera anticipata. Ci sono tutti i vecchi amici, è un’allegra rimpatriata, non c’è che dire.

Io ho un rapporto strano con Milano. Intendiamoci, i Milanesi non All'accreditomi hanno fatto niente e, anzi, mi sono simpatici. Ma quando mi tocca venire qui, non sono mai tranquilla. Non digerisco quella sensazione di metropoli gigantesca che ti inghiotte nella ragnatela delle sue strade e non ti molla più. Da brava torinese provo un mostruoso complesso di inferiorità nei confronti del capoluogo lombardo. Curiosamente, stavolta non mi sono persa come gli altri anni e, una volta lasciata l’autostrada all’altezza di Arluno, la stella cometa mi ha miracolosamente guidata senza errori al ritrovo di Nerviano, periferia ovest del Grande Buco Nero. Per cui la giornata è cominciata bene.

Più indietro, in coda, ci sono Gianni (Biella) e Walter (Alba). Abbiamo già deciso che faremo il brevetto insieme. C’è da staccare il primo ticket per il grande sogno della “Paris-Brest-Paris”, tantovale farlo in compagnia. Così, dopo la paziente attesa per il primo timbro sulla gialla carta di viaggio, attendo ancora appena fuori dal cancello dell’oratorio che arrivi il resto della “truppa Piemontese”, e intanto mi sfilano davanti le divise variopinte dei tanti randonneur presenti giunti da ogni località. Fossanorhonervianoaresemilanolainate. Albavicenzagarbagnategallaratepontedecimo. Ecco gli occhiali di Gianni e i lunghi capelli di Walter, con il saluto di sua moglie Nadia: «… E riportamelo intero!». In che senso??

“Quelli forti” sono già anni luce avanti quando noi agganciamo il pedale e ci avviamo con tutta calma. Il percorso del brevetto è pressapoco lo stesso da anni – duecento chilometri girando intorno alla città di Novara attraverso il Parco del Ticino, le risaie e la Lomellina. Siamo nel gruppo di “quelli che non hanno fretta”, ciononostante si viaggia ai trentaquattro all’ora, ciononostante riusciamo ancora a parlare coi vicini, salutare al volo, scherzare: «Ti ricordi quella volta, a quel brevetto, quando…», e giù a ridere. Dopo i primi cinquanta chilometri e la sosta al controllo di Suno la nostra media sul contachilometri è di ben 29 kmh. Da qui in avanti il gruppone si sgrana e, com’è naturale, si formano piccoli gruppi con andatura omogenea. Gianni sfoggia una forma invidiabile, si è allenato per tutto l’inverno sulle salite dietro casa. Io non mi sento malaccio, tuttavia sono un po’ preoccupata per quel mese e mezzo di allenamenti mancati quando ho messo su casa, e un brevetto da duecento chilometri ad inizio stagione, con soli millequattrocento chilometri nelle gambe, non è possibile prenderlo alla leggera. Ma smetto di lamentarmi quando Walter, superando un cavalcavia nascondendo a stento una smorfia sotto la folta barba, mi fa: «Sarà dura per me… Ho appena duecento chilometri nelle gambe…».

Le amene strade di campagna si snodano sotto il caldo sole cambiando spesso esposizione, e quando il vento è contrario sono dolori, specialmente per Walter, che oltre a pedalare deve fare i conti col riacutizzarsi di vecchie ferite di passati incidenti in bicicletta. «Dài, manca poco al controllo di metà percorso… Lì l’organizzatore mi ha detto che ci sarà un ristoro, potremo mangiare e riposare un momento!». Le ultime parole famose. Arriviamo a Celpenchio e, dopo aver fatto apporre il prezioso timbro sulla carta di viaggio, gli organizzatori ci offrono delle mele. Veramente vorrei qualcosa di più sostanzioso, tipo una merendina. Almeno una banana. «Ghe n’è püSi sono mangiati tutto!». Come, scusa? E io dovrei pedalare A MELE?!? Mi aggiro sconsolata fra i cartoni pieni di spazzatura, è vero, non c’è rimasto più niente, I PRIMI SI SONO MANGIATI TUTTO. Walter non fa una piega e si stende al sole con un panino dei suoi, io addento mogia una di quelle mele e poi estraggo dal mio zainetto qualche residua barretta. Miracolosamente un organizzatore trova un’ultima banana fra i cartoni e me la sporge: «Una banana non si nega mai a una signora!». Hm, che ridere. La divido fraternamente con gli altri, riempiamo le borracce col poco integratore rimasto nel fondo delle taniche, salutiamo e ripartiamo. A Parasacco, ricordo, una volta facevano il controllo presso un ristorante che fa un’ottima crostata casalinga, per cui…

«Guarda che non puoi volare!…». Gianni mi deride, mentre cerco di pedalare senza mani per poter aprire le braccia a mo’ di aeroplano. No, non ci riuscirò mai, però non è vero che non volo. Io sto già volando, e mentre guardo quell’infinito orizzonte di campagna e cielo azzurro penso che le randonnèe non siano adatte a chi soffre di agorafobia. L’occhio spazia e si perde, è uno spettacolo mozzafiato. Ci sorvolano volatili di ogni genere, tra cui i trampolieri, sovrani incontrastati di queste zone di risaie e canali zeppi di pesci e anfibi. E ci sono gli amici vicini. In quel preciso istante è come riconciliarsi con la bicicletta, col mondo, con la vita, dimenticando la fatica, il vento contrario e quel traguardo ancora lontano.

A Parasacco stavolta il controllo non c’è, sostituito da un controllo segreto che avremo trovato più avanti. Però c’è sempre il ristorante, e io ho bisogno di comprare qualcosa di consistente da mettere sotto i denti. Dunque, prima di affrontare l’ultimo quarto di brevetto, decidiamo di rifocillarci come si deve. Walter ne approfitta anche per riposare, stringe i denti, conosco la sua proverbiale “tigna”, sa soffrire e non è certo tipo da gettare la spugna. Lo ammiro molto, mentre ruminiamo i nostri panini e parliamo del più e del meno. «Signori, debbo richiamarvi all’ordine… Sono quasi le 16, dobbiamo muoverci o rischiamo di fare gli ultimi chilometri al buio!». La sola idea fa rabbrividire Walter, nessuno di noi è equipaggiato con le luci sulla bicicletta, per cui ci rimettiamo sulla strada di buzzo buono. La sosta ci ha fatto bene, e Walter addirittura guida il trio tenendo un’andatura cicloturistica più che dignitosa. In provincia di Pavia passiamo il suggestivo “ponte delle chiatte” sul Ticino, ridacchiando delle barche in verità un po’ in secca vista la scarsità d’acqua di questo strano inverno. Il controllo segreto, l’affollata ciclabile lungo il Naviglio, il passaggio a livello, gli ultimi interminabili chilometri, Arluno, Parabiago, Gianni tira l’ultima volata e approdiamo al quartiere Gescal di Nerviano dopo le 18 e ormai al limite della visibilità. E tutto finisce davanti al tavolino dell’ultimo timbro, fra nuove strette di mano, baci, abbracci, complimenti e saluti. E un “bravi” ai miei compagni di viaggio, è dovuto.

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