Brevetto di Portogruaro (VE), 400 km, 8-9 luglio 2006

«Ho dimenticato su il berretto, torno subito». Mancheranno un venti minuti alle sei, mentre sbadiglio sulla panchina in pietra del cortile di fronte all’oratorio “San Pio X” di Portogruaro. Purtroppo non ho dormito molto nella mia camerata – non certo per causa della gentilissima organizzazione, che ci ha dato questa facilitazione ben gradita ed apprezzata dai randonneurs venuti da lontano, ma tant’è. Guardo la mia bicicletta appoggiata all’albero, e il solito “sacro timore” della partenza si mischia alla grande gioia del nuovo viaggio che va ad iniziare. Aspetto Luigi, e intanto il vociare degli altri randonneurs mi tiene compagnia: sono praticamente tutti del nord-est, e i dialetti veneto e friulano la fanno da padrona. È quasi ora di partire per un brevetto da 400 km (abbondanti) che ci porterà a sconfinare in Slovenia e in Austria, ma Marco sta ancora cercando una pompa: «A che pressione devo mettere le gomme?…»

 Partenza dalla piazza di PortogruaroNella piazza del centro storico ritrovo con piacere Giorgio, compagno di tante avventure. Gli organizzatori ci danno le ultime dritte, dopodiché il plotoncino si mette disciplinatamente in fila per il timbro e lascia alla spicciolata l’ombra del campanile storto del paese per avviarsi verso est. La partenza è su ritmi piuttosto sostenuti, abbiamo il vento a favore e la strada che taglia la campagna friulana verso Gorizia è molto scorrevole a quell’ora. L’umidità dell’aria è già insopportabile. Siamo sui 32-34 kmh e va tutto bene, ma quando, dopo una ventina di chilometri, il gruppo dà una decisa (e ingiustificata) accelerata sui 37-38 kmh, debbo capitolare e chiedere ai miei compagni di viaggio di lasciare quella corsa forsennata per prendere un ritmo “nostro”, richiesta che viene accolta un po’ da tutti con un certo sollievo. Così ci ritroviamo io, Luigi da Locate Triulzi (MI), Giorgio da Alzano Lombardo (BG) e Marco da Candelo (BI). Si unisce a noi anche Claudio da Avenza (MS), un “outsider” che, come Marco, sta provando per la prima volta l’esperienza del brevetto da 400 km, cullando il sogno di partecipare alla “Paris-Brest-Paris” del prossimo anno.

Man mano che Gorizia si avvicina il cielo diventa sempre più cupo, e la sensazione è quella (sinistra) di andare dentro ad un bel temporale. In vita mia non ero mai andata così ad est, e questa città di frontiera mi fa un certo effetto. Soprattutto mi fa sentire ignorante di fronte ai tanti fatti della storia recente legati a questi luoghi che non conosco per niente, e che dovrei decidermi ad approfondire. Alla Casa Rossa la guardia slovena ci fa tirare fuori le carte d’identità, ma è un proforma, le sbircia a distanza e poi ci fa passare. Così Nova Gorica rivela un volto completamente diverso dalla parte italiana, piuttosto dimessa e trascurata: qui ci sono graziose villette e prati ben tenuti – non si può dire che ci sia un lusso sfrenato, però c’è un che di nuovo, pulito e dignitoso.

Non parliamo molto, sono intenta a guardarmi intorno, e nell’ariaCampagna slovena avverto una sorta di ostilità, mi sento “fuori posto”, come se l’eco di certi antichi rancori tra popoli confinanti non si fosse mai spento del tutto. Alcuni locali ci guardano da bordo strada, stanno zitti, oppure sembrano deriderci, però c’è anche qualcuno che ci saluta in italiano. Quando ci avviciniamo ad una casa per cercare dell’acqua per le nostre borracce il proprietario ci avvisa che il pozzo esterno è asciutto, e ci fa entrare invitandoci a servirci al rubinetto del suo garage. Marco, che ha abitato per molti anni a Trieste, conosce qualche parola in sloveno e riesce a comunicare un minimo con lui togliendoci tutti d’impiccio. Io, piuttosto suggestionata, saluto il baffuto signore ringraziandolo con profondi inchini…

Intorno al centesimo chilometro inizia la prima e più lunga salita di tutto il giro: 16 km da Ajdovscina fino a Podkraj, dove ci aspettano al primo controllo. Giorgio scatta e si porta avanti, Luigi è poco dietro con Marco, poi ci siamo io e Claudio. Alla fine anche Claudio avanza e Marco rimane con me, finché al bivio di Col non ci accorgiamo con raccapriccio che davanti a noi proprio Claudio sta tirando dritto sbagliando strada: urliamo a squarciagola, ma non ci sente. Poco dopo vedo con sollievo in lontananza la sagoma di Luigi, ma cos’avrà fatto Giorgio? Al controllo in cima alla salita ci contiamo, Claudio ci raggiunge, per fortuna si era accorto subito dell’errore, ma Giorgio non è stato visto dagli organizzatori. Mentre ci rifocilliamo con crostata e Coca-Cola rassicuro gli altri: conosco Giorgione, in qualche modo se la caverà, e sarà di nuovo con noi prima di entrare in Austria, potete scommetterci…

Dopo la discesa ci aspetta una nuova salita con controllo in cima, quella di Topol. Essa è davvero bella, immersa in un bosco spettacolare, ma anche terribilmente umido. Le pendenze sono da drizzare i capelli, e Marco, che prima di partire ha fatto montare sulla sua bicicletta una provvidenziale guarnitura tripla, arranca a fianco a me fra battute spiritose e qualche brontolio di disappunto. Sorpassiamo un randonneur veneziano dalla stazza decisamente massiccia, sta lottando disperatamente contro la pendenza impietosa. Finalmente scolliniamo al ristorante “Dobnikar”, all’esterno del quale l’organizzazione ha predisposto un tavolinetto per apporre il timbro sulle nostre carte di viaggio. È più o meno ora di pranzo, il grazioso ristorante fra i monti sta lavorando a pieno regime. Luigi e Claudio sono già lì, il veneziano ci raggiunge dopo di noi, nemmeno troppo provato. Giusto il tempo di bere una cosa e lavarci la faccia dall’umidità appiccicosa del bosco, che dobbiamo già ripartire.

Pedaliamo così un’amena frazione caratterizzata da stradine provinciali senza traffico, prati fioriti, fiumiciattoli e torrenti gorgoglianti di acque limpide, piste ciclabili da sogno. Ci stiamo portando verso il confine con l’Austria, e prima di affrontare la terribile salita che divide i due Paesi ci penserà il controllo di Trzic a ristorarci a dovere dalla calura pomeridiana. Come in un sogno, al tavolino del ristoro troviamo delle favolose fette d’anguria: non chiedevamo di meglio! E in quella, come avevo previsto, ci raggiunge Giorgio: per rimediare all’errore di Col si era dovuto sorbire un bel po’ di chilometri supplementari in solitudine, ma intanto ce l’aveva fatta: bravissimo! Il nostro quintetto è di nuovo ricomposto, mentre il corpulento veneziano è sprofondato su una seggiola all’ombra, saldamente aggrappato alla sua fetta di cocomero, e non ha certamente la faccia di uno che ha voglia di proseguire. «Riparti con noi?», gli chiedo per ben due volte, e per due volte la risposta è: «Sono indeciso…».

Il “richiamo della natura” impone a Luigi di lasciare il controllo di Trzic prima di noi alla ricerca di un angolino più discreto, mentre noi ci attardiamo ancora un poco per sistemarci. Ripartiamo e la strada attacca subito a salire fra i monti, ma di Luigi nemmeno l’ombra. Arranchiamo tutti, chi più, chi meno: è una salita impegnativa, di quelle che ti tolgono il sorriso e la voglia di chiacchierare col vicino, anche se il paesaggio alpino circostante è maestoso e molto gratificante, almeno finché non entriamo dentro la lunga galleria che separa Slovenia ed Austria. Al confine la guardia ci lascia entrare in territorio austriaco quasi senza degnarci di uno sguardo. Tento di comunicare con Luigi via cellulare, ma mi è impossibile. Dopo una breve discesa c’è un’altra arcigna risalita di un chilometro, la sofferenza non è ancora finita. Poi, sulla sommità, ci raduniamo per metterci le mantelline e iniziare così la discesa in questa nuova nazione, che sta per essere discretamente solcata dai nostri copertoncini.

Non vediamo l’ora di tornare in territorio italiano, ma il tratto austriaco è difficile: i saliscendi si susseguono, rendendo l’avvicinamento al controllo di Arnoldstein assai faticoso. I ragazzi “spingono” parecchio sui pedali, ed io faccio fatica a stare al loro passo. Va a finire che pago una crisi di fame micidiale: a Trzic non avevo mangiato granché per il timore di appesantirmi in vista dell’imminente salita al confine, e le barrette che tenevo in tasca per le emergenze non sono più sufficienti a coprire il fabbisogno energetico di quella stradaccia ondulata. Quando mancano sei chilometri ricevo finalmente la telefonata di Luigi, che ci informa di essere già al camper degli organizzatori ad Arnoldstein ad attenderci. Ci arriviamo anche noi che sono quasi le 21, sono esasperata, ho fame e freddo. La sosta mi serve, oltre che per mettere l’ennesimo timbro sulla carta di viaggio, per rimettermi in condizione di proseguire, mangiando qualcosa di sostanzioso e vestendomi per la notte. Poiché mi sento già assonnata ne approfitto anche per ingerire la prima pasticca di guaranà, ma non ho idea di quanto riuscirò a resistere al sonno, quella notte… Poi salutiamo gli organizzatori e ci avviamo verso l’ormai vicina Tarvisio, dalla quale ci separa il facile valico di Coccau.

Il valico austro-italiano è praticamente deserto a quell’ora, e la luna piena brilla già alta nel cielo. Sotto di noi Tarvisio è illuminata come un presepe, e prima di lanciarci nella lunghissima discesa che ci porterà al controllo di fondovalle a Venzone, ci infiliamo in un bar per un Espresso all’italiana. Io bevo l’ennesima Coca-Cola, mentre Giorgio cambia le batterie alle sue luci. Si riparte, la discesa sembra scorrevole, ma in realtà si tratta di un falsopiano e l’impressione è di andare più veloci di quanto non indichi il tachimetro della bici. Dopo poco, purtroppo, il “sonno elefante” inizia a chiedermi il conto: non riesco a tenere gli occhi aperti, rischio di finire fuori strada. Avviso il gruppo e ci fermiamo in prossimità di una sorta di casa cantoniera, dove c’è un morbido prato sul quale mi tuffo a velocità record col mio telo di sopravvivenza. Non so che ore sono in quel momento, né guardo l’ora quando decido di alzarmi dallo scomodo giaciglio, un poco più riposata (si fa per dire) ma intirizzita dal freddo e dall’umidità: «Sto meglio, proviamo a ripartire…». «Proprio adesso che stavo per addormentarmi!…», protesta scherzoso Giorgio, che si era appisolato a sua volta contro il muro della casa. Le nostre tenui luci bianche e rosse e le bandelle rifrangenti tornano sulla deserta Statale chiusa fra le montagne, mentre io mi domando con molta paura per quanto il sonno mi avrebbe lasciata in pace prima di tornare a farmi sgradita visita…

È sempre falsopiano discesa, e il nostro quintetto scivola via veloce nell’oscurità. Mi sento abbastanza bene, intanto canticchio per mantenere lucidità e concentrazione. Ogni tanto scambiamo qualche battuta tra di noi. La notte del randonneur è sempre una dimensione molto particolare, e lo è ancora di più quando si solcano remote e buie strade deserte, lontano dai centri abitati. È il momento in cui il tempo e le distanze paiono annullarsi, e le emozioni si mischiano tutte insieme nella testa, passando dalla magia, alla poesia, alla paura, allo sconforto. È il momento in cui, mentre i tuoi occhi spauriti vagano nel buio alla ricerca di un avamposto di civiltà e di un po’ di illuminazione artificiale, tutto ciò a cui puoi aggrapparti sono la tua esperienza e il conforto degli amici vicini.

Ho fortuna, arriviamo a Venzone senza bisogno di altre soste. Il controllo è sotto un porticato nel centro storico di questo minuscolo borgo medioevale che fu raso al suolo dal terremoto del 1976, e fedelmente ricostruito pietra su pietra negli anni successivi. È l’una di notte, e mentre sgranocchiamo qualcosa seduti sulle seggiole scambiamo qualche veloce battuta con “l’uomo del timbro”. Ci comunica che non siamo gli ultimi, dietro di noi ci sarebbe un randonneur croato che durante la giornata aveva rotto la bicicletta e si era attardato alla ricerca di un meccanico. Dopo un po’ lo vediamo arrivare: un omone grande e grosso di Capodistria, il cui nome e cognome segnati sulla carta di viaggio tradiscono inequivocabili origini italiane. Parla un buffo misto di friulano, italiano e croato, sbottando ci fa l’elenco delle disavventure che gli sono successe. Beh, a questo punto Nevio arriverà al traguardo di Portogruaro con noi: il quintetto diventa un sestetto, e siamo pronti per affrontare tutti insieme gli ultimi 70 km.

Per una volta abbiamo una fortuna sfacciata: il vento è a nostro favore, e le pianeggianti strade del Friuli sono una sorta di velocissimo toboga che taglia la notte a 28-30 kmh senza dover quasi pedalare. Ma proprio in quella torna il sonno, un’altra crisi micidiale: arrabbiata con me stessa ma senza via di scampo sto quasi per far fermare di nuovo tutti per un altro pisolino, ma mentre Luigi sta cercando con lo sguardo un luogo consono alla sosta, improvvisamente la crisi se ne va. Do contrordine di proseguire, e intorno a me stavolta sono gli altri a pagare il dazio a Morfeo: Marco è stanchissimo e non parla più ormai da molti chilometri, ma so che dentro di lui sta pedalando a dieci centimetri dal suolo per la contentezza di stare per concludere il suo primo “400”. Nevio mi racconta i suoi progetti, si parla già della “Parigi-Brest-Parigi” del prossimo anno. Intanto i chilometri scorrono quasi con insospettata leggerezza. Quanto manca? Venti, quindici, no, sono diciotto, i cartelli stradali sono truffaldini, ecco Portogruaro, finalmente. Entriamo nel cortile dell’oratorio. Sono così stanca e nervosa che non do nemmeno retta a Marco che vuole fare una foto ricordo, all’organizzatore che mi regala dei fiori, alla donna delle cucine che mi chiede che cosa voglio mangiare. Sono le quattro, desidero solo fare la doccia e dormire il sonno del giusto. Ma quando esco dalla “doccia degli arbitri” dell’adiacente campetto di calcio, decisamente più rilassata ed in comodi abiti di cotone, vedo Giorgio e Claudio seduti a tavola sotto il porticato dell’oratorio davanti a fumanti salsicce, polenta taragna e bottiglie di vino. Mi passa ancora una volta il sonno, cambio idea e mi faccio portare a mia volta un vassoio, mentre arrivano anche Marco e Nevio. E finisce così, mangiando pastasciutta alla carne e discutendo con i compagni di viaggio del presente e del futuro del randonneurismo italiano, mentre il cielo si sta già poeticamente tingendo di una nuova alba.

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