“L’ARDÈCHOISE” – 15-17 giugno 2006

Cartelli così... solo in Francia!Giunta ormai alla quindicesima edizione, “L’Ardèchoise” è un megaraduno di cicloturisti e cicloamatori che ogni anno a giugno richiama migliaia di appassionati nel montagnoso Dipartimento francese delle Ardèche, sotto la regione del Rhone-Alpes. Per tre giorni l’ameno villaggio di Saint Felicièn si popola all’inverosimile, diventando il punto di ritrovo e di partenza dei numerosi itinerari proposti dall’efficientissima organizzazione – percorsi che si snodano lungo tutto il Dipartimento soddisfando qualsasi palato ciclistico: dai randonneurs instancabili divoratori di chilometri, ai cicloturisti della classica gita di un giorno, passando per le Granfondo agonistiche con classifiche e premi e la tranquilla passeggiata per famiglie. Il tutto nello scenario meraviglioso di una Francia provinciale, accogliente e rilassante, ricca di bellezze naturali e di scenari mozzafiato tutti da scoprire.

Punto di forza della manifestazione è la scelta di proporre ogni anno un percorso nuovo, uno stimolo in più per chi vuole cimentarsi in nuove sfide con se stesso, o più semplicemente vuole spingersi più lontano per vedere “dell’altro” nel più puro spirito cicloturistico. In anni recenti sono state introdotte le formule randonnèe “2 giorni” e “3 giorni”, e nell’edizione 2006 ha esordito un inedito giro da 580 km denominato “Les Gorges Montagne Ardèchoise”: un percorso che si snoda lungo ben 35 colli da scalare, una sfida dal dislivello spaventoso (9851 metri sulla carta) che passa, tra gli altri, per le mitiche “Gorges” – una zona di canyons naturali celeberrima per le discese in canoa e kayak, e l’area dei “Sucs”, in cui antichissimi vulcani spenti si elevano creando suggestive sculture naturali a forma di “pan di zucchero”.

Manco a dirlo, quest’anno non mi sono lasciata scappare l’opportunità di tentare il percorso più lungo, senza peraltro rinunciare ad interpretarlo in maniera personalissima.

L’organizzazione proponeva, a tutti coloro che vogliono intraprendere i percorsi “randonnèe” da due e tre giorni, pernottamenti in alberghi o campeggi convenzionati lungo il percorso ed un servizio di trasporto bagagli: una gran bella comodità, che però, dal mio punto di vista, toglie un po’ il senso dell’avventura “randagia” in autosufficienza. Così, seguendo una mia libera scelta, mi sono iscritta alla manifestazione rinunciando ai pernottamenti ed alla cena assicurati, dotandomi di un sacco a pelo minimale, dei soliti borsoni affardellati sul portapacchi della mia bicicletta da cicloturismo e… di tanto spirito d’avventura.

Al viaGiovedì 15 giugno, con partenza “alla francese” dalle 6 alle 10, i duemila iscritti alle randonnèe “3 giorni” hanno preso il largo alla spicciolata. Io e Gianni, come d’abitudine, abbiamo preferito muoverci tra i primi, e non eravamo in molti all’apertura dei cancelli in quell’alba limpida. Pochissimi organizzatori stavano lì, a snocciolare un simbolico conto alla rovescia. Poi, il classico «Bon courage!» e si va, con molta calma.

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Da Saint Felicièn ci muoviamo in direzione sud, e le salite non tardano certo ad arrivare. Ma soprattutto si entra fin da subito nel clima festoso e coinvolgente di questa manifestazione davvero unica nel suo genere. Anzitutto ogni partecipante saluta gli altri,Folklore (1) ed è tutto un cerimoniale di «Bonjour!», di commenti ai nostri pesanti bagagli, e di complimenti per l’impresa che ci apprestiamo ad affrontare. Poi, ogni villaggio da noi attraversato è addobbato a festa nei colori dipartimentali giallo-viola, c’è gente sulla strada ad applaudirci, musicanti, tavoli imbanditi per offrirci un semplice ristoro, anche soltanto un bicchiere d’acqua. Le scuole hanno lasciato uscire i bambini per salutarci: veniamo accolti come eroi, manco fossimo i professionisti del Tour. I più piccoli hanno preparato dei disegni per noi, altri ci chiedono di “battere il cinque” al nostro passaggio. Sulla mia bicicletta ho un campanello, che non esito ad utilizzare per ricambiare i saluti, suscitando l’allegria di tutti: «Encore! Encore!», mi gridano. Sono sorpresa e commossa da tutto questo calore, che per certi versi mi aspettavo, anche se non in queste proporzioni.

RistoroIl regolamento prevede che i partecipanti alle randonnèe su più giorni siano autonomi per cibo ed acqua il giovedì ed il venerdì, mentre il sabato, ricongiungendoci con i percorsi delle Granfondo e delle cicloturistiche di un giorno, avremmo potuto usufruire dei ricchi ristori “ufficiali” dislocati dall’organizzazione. In realtà, i numerosi ristori “abusivi” allestiti dai locali nei villaggi (alcuni a pagamento, altri totalmente gratuiti) mi stanno permettendo di alimentarmi costantemente sulla strada senza aver mai bisogno di cercare un negozio per fare approvvigionamento.

I primi colli della mattina del giovedì sono facili, con dislivelli abbordabili, ma col passare delle ore e con l’aumentare della temperatura arrivano le prime, vere difficoltà. Il Col de la Faye (1019 m) e il Col Des 4 Vios (1149 m) sono autentiche faticacce sotto il sole a picco del torrido entroterra francese. Fortunatamente in alto è abbastanza ventilato, e questo contribuisce a smorzare l’afa. Immense distese di cespugli di profumatissime ginestre tingono di giallo il profilo delle montagne, rendendo il tutto assai suggestivo. Nel pomeriggio il ristoro a Privas, intorno al 160mo chiometro, ci offre una provvidenziale ricarica di acqua fresca per le nostre borracce, e qualcosa da mettere sotto i denti. Mi ero preparata un “piano” per affrontare questa randonnèe in autonomia, suddividendo lo sforzo nei tre giorni a disposizione, e quella sera non avrei dormito prima della località di Vallon Pont d’Arc, intorno al 230mo chilometro. Rimangono dunque, prima del sospirato riposo, un bel po’ di chilometri da percorrere e ancora un paio di salite insidiose (Col du Benas, Col de la Farre), e parecchi saliscendi di quelli che ti spaccano le gambe e… ti fanno maledire il giorno in cui hai rinunciato al servizio di trasporto dei bagagli!

Dopo le 18 i volontari e i banchetti dei ristori improvvisati Folklore (2)spariscono dai villaggi attraversati, che si svuotano di colpo lasciando al randonneur, come unico conforto, gli svolazzanti addobbi giallo-viola a conferma che la strada è quella giusta. Chi ha optato per i pernottamenti deve mettersi alla ricerca dell’albergo assegnato dall’organizzazione: i più veloci hanno ormai le gambe sotto il tavolo imbandito per la meritata cena, mentre io e il mio “socio” avanziamo nella luce fioca del tramonto con l’obiettivo di sfruttare tutte le ore di visibilità per “portarci avanti col lavoro”. Le nostre biciclette sono dotate di impianto luci, ma non è nostra intenzione viaggiare anche di notte. Finalmente, dopo tanta salita, imbocchiamo le Gorges, i mitici canyon naturali, e la strada inizia una fantastica discesa nella gola fra le rocce a strapiombo. Sono quasi le 22 quando approdiamo ad un campeggio, dove decidiamo di passare la notte bivaccando con i nostri sacchi a pelo. Trattiamo con il gestore, che ci concede una piazzola per pochi Euro, e ci accorgiamo che altri randonneurs sono lì: l’organizzazione ha assegnato loro un posto letto nei bungalow. Poter fare una doccia e mettere dei calzoni di cotone dopo una giornata in sella è un sollievo, così come approfittare del ristorante del campeggio per una cena calda – una pizza alla francese, con l’emmental al posto della mozzarella: forse non sarà il massimo, ma almeno son carboidrati. E il sacco a pelo si srotola sotto le stelle, per un suggestivo e meritato riposo. Ma non c’è molto tempo, la sveglia è alle quattro e mezza…

Al controllo di BalazucCi sentiamo abbastanza “in palla” mentre, nell’oscurità che precede l’alba del venerdì, riorganizziamo i bagagli delle biciclette per ripartire. Poco dopo le cinque siamo di nuovo sulla strada, e riusciamo ad intravedere i contorni del “pont d’arc”, l’incredibile ponte naturale di roccia che sovrasta il vallone. Una breve sosta contemplativa è d’obbligo, anche se non c’è ancora sufficiente luce per fare una foto decente. Proseguiamo fino al fondo delle “Gorges”, alla località Balazuc, dove c’è il controllo orario (abbiamo il microchip attaccato dietro al numero, sulle nostre bici), e il solito piccolo ma graditissimo ristoro. Pane e marmellata, fette di arancia e caffè diventano per noi la nostra prima colazione.

In quella mattina un po’ nuvolosa percorriamo l’unica porzione relativamente pianeggiante di tutta la randonnèe, e gli organizzatori ci guidano man mano in una buffa gimcana “obbligata” all’interno di ogni minuscolo villaggio, con i volontari impegnati a rincorrerci per farci le feste ed offrirci qualcosa da bere o da mangiare.

Poi, puntuali, tornano il sole, il caldo e le salita: nuovi arcigni colli da scalare si susseguono. A metà giornata ci ritroviamo in cima ad una montagna, c’è un ragazzino che vende Coca-Cola fresca e biscotti al burro, e poiché non vi è altro a disposizione non esito a farne scorta. Il percorso “lungo” prevede una deviazione verso altri colli che il tam-tam fra i randonneurs presenti descrive come terrificanti. Vedo molti gettare la spugna e girare le ruote in direzione dei percorsi più brevi. Non io, e neppure il Gianni.

Ma la fama di questi colli (Col de Pratazanier, 1222 m, e Col de la Croix de Toutes Aures, 1199 m, intervallati dal controllo di Borne) è rispettata, le pendenze sono da far drizzare i capelli, e debbo certamente ringraziare la tripla guarnitura da mountain bike della mia bicicletta da cicloturismo! Come se non bastasse la strada è stretta, dissestata, insidiosa. Il paesaggio si fa surreale, desolato, solo il fischio del vento e le fastidiosissime mosche, purtroppo infelice costante di buona parte del viaggio. Raggiungiamo finalmente il minuscolo villaggio di Loubaresse, ma non è ancora finita: ci sono altri colli da scalare prima di arrivare a Le Lac d’Issarles, la località dove, secondo il mio ruolino di marcia, ho intenzione di cercare un camping per la seconda notte. A Loubaresse comunque c’è un piccolo bar aperto, dove alcuni randonneurs si stanno ristorando. Ne approfitto per mangiare un gelato e farmi fare un robusto panino “avec le fromage du pays”, che avrei prudentemente messo in saccoccia per la cena e mangiato una volta giunta al camping. La ripartenza è difficile, e quasi in cima al Col du Pendu purtroppo perdo il mio compagno di viaggio, impossibilitato a proseguire e costretto al ritiro. Dopo aver chiamato per lui il taxi per il rientro devo salutarlo e continuare da sola: inizia un’avventura nell’avventura.

L’ambulanza della Protezione Civile sta facendo la spola per sincerarsi delle nostre condizioni e per “rastrellare” i partecipanti visibilmente in difficoltà. Quando scollino il Pendu, in un suggestivo scenario di pale eoliche che si stagliano nel tramonto, mi devo fermare per indossare il giacchino e le bandelle rifrangenti. L’ambulanza passa, mi chiede come sto. Faccio pollice recto e sorrido, dopodiché mi tuffo in discesa. Secondo le altimetrie ci sarebbero ancora due, forse tre “denti” da superare prima di Le Lac d’Issarles. Procedo resistendo alla tentazione di fermarmi a dormire in certi accoglienti alberghetti sperduti fra le montagne che vedo lungo la mia strada. Non voglio recedere dal mio proposito di andare avanti ancora, altrimenti il giorno dopo potrebbe essere davvero problematico giungere a Saint Felicièn nel tempo massimo… L’ambulanza mi supera e mi saluta ancora una volta, ecco l’ultima salita, è ripida, scollino che è quasi buio, e dopo una breve discesa giungo finalmente a Le Lac d’Issarles, graziosa località turistica in riva ad un lago incastonato tra i monti. Sono molto stanca, vedo le indicazioni di un campeggio e le seguo, cinquecento metri di stradina tortuosa, la reception è una casa, sembra deserta, poi scende una donna in ciabatte, si prende sette Euro e mi indica dove sistemarmi. Dall’altra parte c’è un prato con la piccola costruzione dei bagni, vedo una tenda con fuori delle biciclette, mi sento sollevata. Mi faccio la doccia e sistemo materassino e sacco a pelo vicino alla tenda dei randonneurs francesi. Mentre mangio il panino al formaggio consulto a lume di lampada frontale l’altimetria dell’indomani, ultimo giorno di viaggio. Poi bisogna assolutamente dormire. Crollo quasi subito, ma alle 2,30 inizia a piovere. Tiro giù una sequenza di sacramenti da rabbrividire, raccolgo il sacco a pelo ormai inzuppato e mi rifugio nei bagni, in compagnia di ragni, coleotteri, zanzare, calabroni e altre immonde bestiacce. Addio sonno…

La sveglia è di nuovo alle quattro e mezza. Ho un po’ male alle gambe, e mi preoccupa non poco il pensiero che la giornata sarebbe incominciata, tanto per gradire, con una salita. Per colazione rimedio qualche biscotto in fondo alle borse: acqua del rubinetto e biscotti non è il massimo, ma basterà fino al primo ristoro. Esco dal campeggio e pedalo verso l’ennesimo colle, per fortuna non è ripido. Si va verso il Gerbier de Jonc, uno dei più caratteristici “cocuzzoli a pan di zucchero” della zona dei Sucs. Il primo avamposto di civiltà è a Le Bèage, ameno villaggio dove alle 6 gli organizzatori si stanno già dando un gran daffare per preparare l’accoglienza dei cicloturisti dei percorsi di un giorno… ma a quell’ora i tavoli del ristoro sono ancora vuoti, e il sospirato caffè deve aspettare ancora. Procedo fra nuvole nere e bellissimi prati in fiore, e cominciano a sorpassarmi i primi randonneurs che avevano pernottato chissà dove. Piove ad intermittenza. Ad un certo punto i ciclisti diventano decine, centinaia: chiudendo il cerchio verso Saint Felicièn si vanno intersecando fra loro tutti i percorsi de “L’Ardèchoise”, ed il silenzio dei monti lascia il posto ad un’allegra bolgia via via sempre più numerosa. Ci sono ciclisti ovunque, che vanno, che vengono, donne, uomini, con divise e biciclette di ogni colore! Una I mitici sequenza di colli non troppo arcigni punteggia questa suggestiva frazione fra i vulcani spenti, ed al Col du Viallard (1321 m) usufruisco finalmente di una colazione come si deve: c’è il primo ristoro “ufficiale” di tutto il giro, e faccio man bassa di qualunque cosa, dallo yogurt da bere al caffè, alle brioches.

La lunghissima discesa verso il controllo di Chanèac segna il ritorno del sole sulle nostre teste, e si preannuncia l’ennesima giornata torrida. Al controllo mi rimetto in abiti estivi, sono le 10,30. Faccio il punto della situazione contando i colli e i chilometri che rimangono. Bene, al lavoro.

Lungo la salita per il Col de l’Ardèchoise vengo sorpassata da centinaia di ciclisti. La maggioranza di loro sono i partecipanti ai giri corti, e non comprendono quel mio incedere lento carica di bagagli. Mi salutano, guardano la bici sconcertati, guardano il numero di gara e ammutoliscono. Qualcuno invece capisce e mi fa i complimenti: «Chapeau!». Per tutti ho un saluto e un sorriso, anche se non so molto bene il francese ed ho qualche problema a dialogare con i curiosi che garbatamente mi fanno domande. «Bon courage!» «Tu est bien chargèe…!» «C’est bon, c’est bon!». E sono in cima al colle, 1184 metri. Discesa, risalita al basso colle di St. Martial (876 m) e nuova discesa ad Arcens, sede di un altro, pantagruelico ristoro dove posso rifocillarmi per benino, fra le altre cose, con pane e formaggio di capra.

È ormai pomeriggio, siamo alla resa dei conti. Inizia l’infinita salita al Col de Clavière (1088 m), la cui pendenza non è certo proibitiva, ma sono la lunghezza (14 km), il caldo micidiale e la stanchezza ormai accumulata nelle gambe a renderla massacrante. Continuano i sorpassi, qualcuno ha il coraggio di scattare, qualcun altro invece crolla di schianto ed ha bisogno dell’ambulanza. Io guardo e passo col mio lento e regolare incedere, mentre il cielo provvidenzialmente si annuvola concedendoci un po’ di refrigerio. Nel grosso villaggio di St. Agreve, a salita quasi conclusa, si fa festa al nostro passaggio, mentre in cielo inizia a tuonare. Discesa, poi salita fino a Rochepaule, mentre spiovazza a scrosci. Guardo l’ora, sono messa bene, confido di essere a Saint Felicièn per le 18. Approfitto brevemente del ristoro per una piccola ricarica di zuccheri e riparto: sono pronta per attaccare l’ultima salita.

Come da pronostico il Col de Buisson (già fatto all’andata, ma dal versante facile) è un calvario: le temute rampe al 15% sono rasoiate micidiali. Ad ogni tornante ci sono musicanti, cantanti improvvisati, la banda del paese, folclore assortito, insomma, fanno il possibile per incoraggiarti. Tutto molto bello, ma… resta il fatto che i chilometri non passano più! Ma poi, fatalmente si scollina, ed è la gioia più grande: ancora una quindicina di chilometri in discesa, mi butto a capofitto lasciando andare la bici a tutta manetta, ed ecco il traguardo di Saint Felicièn, dove Gianni mi attende con un sorriso. E’ finita! Ma, cavoli, davvero?! Sono dolorante, stremata, ma… è stato tutti così bello che la fatica si dimentica! I miei strumenti di bordo alla fine danno 590 km e 12.000 metri di dislivello complessivo. In autonomia!

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