TORINO-MARE (e nuvole) – 30 aprile/1 maggio 2006

DOMENICA 30 APRILE

La sveglia suona alle sei. Sono riposata, ma mentre mi vesto avverto quella strana sensazione che ho battezzato “sindrome dell’astronauta”: quel sottile timore di lasciare la navicella e affrontare l’ignoto. Mi capita sempre quando sto per partire per un viaggio in bicicletta “dei miei”. «Passerà dopo i primi chilometri… », mi ripeto mentalmente davanti allo specchio mentre mi passo la crema idratante sul viso.

Sono le 6,30 precise quando aggancio il pedale sul marciapiede davanti casa e inizio il mio viaggio in direzione sud. Attraverso la città sonnacchiosa e silenziosa, è sempre bella Torino di prima mattina. L’aria è frizzante, il cielo è un mosaico di nuvole e sprazzi di azzurro. Avevo seguito per giorni le previsioni meteo, sempre incerte sull’altalena dell’imperscrutabile variabilità di stagione, finendo poi con il rimandare la partenza di un giorno fidandomi di una speranza di possibile rialzo della pressione per la festività del Primo Maggio. Passata Stupinigi la campagna si apre, e il cielo appare cupo e minaccioso proprio nella direzione in cui sto andando. La strada è incredibilmente deserta, evidentemente le previsioni incerte hanno scoraggiato i gitanti dal muoversi. Il senso di solitudine è forte. Mentalmente sono preparata a qualsiasi evenienza, nelle mie borse da cicloturismo non ho certo scordato di mettere il kit completo di abbigliamento da pioggia. Tuttavia la prima “iniezione di fiducia” mi arriva dal gestore della pompa di benzina e piccolo bar annesso poco prima di Carmagnola, dove decido di fermarmi brevemente per fare una prima colazione: «Non ha paura di prendere acqua oggi?… ». «Speriamo di no!», gli rispondo rassegnata allargando le braccia, mentre addento un triste cornetto confezionato.

Per tirare avanti oltre al nutrimento ci vuole la musica, dunque calco nelle orecchie gli auricolari dell’I-Pod e riparto. Questi primi chilometri che mi conducono dalla provincia di Torino a quella di Cuneo fino alle porte del Roero sono piuttosto noiosi, ma fischiettando i miei motivetti bene o male passano. Alle 9 sono a Bra, alle 10 approdo a Bene Vagienna, l’antica Augusta Bagiennorum, sede di un importante sito archeologico romano. È tempo di prepararsi alle prime salite, e qui mi fermo per una seconda colazione e il riempimento delle borracce. Stavolta il cappuccino è buono, e la brioche è davvero deliziosa. Ci sono alcuni motociclisti nel bar, uno di loro guarda curioso la mia mappa attaccata al manubrio, mi chiede, sgrana gli occhi quando gli dico che sono partita da Torino e mi sto recando al mare. Sono abituata a queste manifestazioni di stupore, mi rendo conto di essere una ciclista (e una donna) un po’ particolare. Comunque, essendo del posto non manca di darmi alcune “dritte” sulla strada che sto per percorrere: «Certo che ti sei scelta un tragitto duro… Da qui in poi son tutti saliscendi!». Lo so. D’altronde che gusto c’è a fare i cicloturisti sulle noiose e trafficate Statali di fondovalle?

Direzione Carrù, la strada si fa più suggestiva e interessante, ma anche faticosa. Punto verso Vicoforte Mondovì, e qui incontro finalmente un gruppo di ciclisti. Sono ragazzi del posto, uno di questi mi affianca e mi dice: «Stai andando al mare, vero?… ». Stavolta sono io che sgrano gli occhi, ma in fondo non c’è nulla da stupirsi: la mia bicicletta con fanale e parafanghi e affardellata con pesanti bagagli parla da sola. Inoltre i ciclisti della Granda conoscono bene il mondo dei randonneurs: la vicinanza con l’amica Francia e l’influenza della sua cultura ciclistico-sportiva qui si fanno sentire, così per loro non è inusuale la figura del ciclista-viaggiatore. «Vista così con questa maglia credevo fossi inglese…», e infatti indosso la maglia conquistata l’anno scorso alla “Londra-Edinburgo-Londra”. Mi inorgoglisco un poco, intanto chiacchieriamo sull’argomento randonnèe. Poi è tempo di salutarci: i ragazzi vanno a Bastia Mondovì, mentre  io proseguo su per le ripide colline. Sono strade amene e senza anima viva in giro. Alcuni strappi sono davvero faticosi, e non so più se maledire i bagagli pesanti o complimentarmi con me stessa per la scelta del percorso… In cielo un pallido sole fa capolino solo a tratti, non si può neppure dire che faccia caldo. Giungo a Vicoforte Mondovì, devo trovare la direzione per il minuscolo villaggio di Moline. La trovo subito grazie ad un comodo cartello, che indica però una spaventosa rampa in pavè. Riesco miracolosamente a ingranare all’istante il “rampichino” da 22 denti senza cappottare e mi arrampico agilmente, è meno peggio di quello che sembrava, e per fortuna spiana dopo poco. La strada diventa panoramica, sotto di me alla mia destra c’è il verdeggiante cupolone ellittico del maestoso Santuario di Vicoforte, ma posso distinguere poco lontano Mondovì, con il centro storico (“Piazza”) arroccato sulla collina e la città nuova (“Breo”) distesa ai suoi piedi. Glicini in fiore e fattorie di polli ruspanti e brutti ma allegri cani da pagliaio si susseguono, lo spirito si risolleva.

Alle porte di Moline c’è una magnifica fontana, è d’obbligo una bella rinfrescata. Ho dei dubbi sulla direzione da prendere per andare a Roburent, ma nel paese trovo due uomini, cui incautamente chiedo consiglio. Ne viene fuori una diatriba incredibile («È meglio che vada dritto di qua», sentenzia uno, «No, è meglio che passi da sotto!», ribatte l’altro) che mi sta facendo perdere una marea di tempo. Alla fine trovano un accordo, raccolgo l’informazione e me la svigno. Per fortuna la “dritta” è giusta, ed eccomi nella Valle del Roburentello: l’ambiente è quello tipico montano. Salgo sotto un pallido sole, ma è tardi, e debbo prevedere una seria “sosta pranzo” per ricaricare i serbatoi in vista della salita alla Colla di Casotto, primo colle importante della giornata. Consulto le altimetrie sulla mappa da manubrio e decido di proseguire fino a Serra di Pamparato: dopo, la breve discesa su Pamparato mi avrebbe permesso di proseguire la digestione. La valle è molto bella e silenziosa. Mi colpiscono, in particolar modo, le numerosissime fontane in pietra di Roburent, praticamente ce n’è una ogni duecento metri. L’acqua di sicuro non manca in questo posto. È un continuo di fontane e campanili, e finalmente approdo a Serra, dove su una comoda panchina tiro fuori i panini. Il sole non c’è più, e non fa per niente caldo.

Mulino ad acqua - Valcasotto

Mulino ad acqua - Valcasotto

Dopo la gelida discesa fino a Pamparato è di nuovo tempo di sfilare la mantellina: inizia la salita alla Colla di Casotto. Ho volutamente spento la musica in questa fase. Non c’è anima viva in giro, e questo fatto mi lascia sgomenta. È vero, la solitudine è parte integrante dei miei viaggi “in autogestione” e so bene come conviverci, ma so anche che ogni volta che parto  rastrellerò ovunque scampoli di umanità, e ci sarà sempre qualche ciclista sulla mia strada con cui chiacchierare. Stavolta è diverso, non c’è nessuno. Sono sola a scrutare le montagne e il cielo cupo, col costante timore di prendere una grandinata con tuoni e fulmini. La salita non è cattiva, tuttavia la corona del 22 è una gran comodità, e non mi faccio certo scrupoli nell’utilizzarla. La guarnitura da mountain bike abbinata ad un pacco pignoni “stradale” è un’eccellente idea su una bicicletta da randonnèe: quando si è appesantiti dai bagagli e le gambe sono devastate dai chilometri, è l’unica soluzione per riuscire a procedere in salita. A Valcasotto fotografo un grazioso mulino ad acqua perfettamente funzionante. Mancano ancora cinque chilometri al colle, i più duri, che tuttavia scorrono abbastanza lisci. Riconosco la brutta costruzione posta allo scollinamento, è fatta. Sono le 15. Fa freddo e inizia a gocciolare: mi riparo dietro una catasta di legna e mi vesto velocemente, mentre sgranocchio un paio di biscotti.

Per fortuna scendendo dalla Colla il cielo si apre, e un raggio di sole mi scalda piacevolmente fino al fondo, a Garessio. La località incastonata tra i monti è crocevia tra il Piemonte e la Liguria, molto battuto soprattutto dai motociclisti che qui accorrono sempre numerosi nei ponti festivi e nei weekend. Giro a destra in direzione Ormea, e mi accorgo che sto andando proprio dentro ad un temporale. Cerco di non pensarci troppo, mi rifornisco di acqua ad una delle numerose fontanelle poste sulla strada e riaccendo l’I-Pod per farmi coraggio con un po’ di musica.

A Ormea inizia a piovere. Mi fermo sotto un balcone e, con calma rassegnata, estraggo e indosso l’abbigliamento da pioggia: giacchino, soprascarpe gommati, sottocasco. Sulle gambe non metto i sovrapantaloni in Gore-Tex, ma solo i gambali in maglina di Meraklon, che hanno la proprietà di tenere caldo anche da bagnati. Riparto e, per mia fortuna, la selezione musicale del mio I-Pod decide di tenermi alto il morale con una fantastica sequenza di allegri brani etnici che spaziano tra l’Irlanda e il Maghreb. Non so per quale motivo, ma quel momento di tregenda sta diventando il più divertente di tutto il viaggio. Dall’altra parte della carreggiata camperisti e motociclisti stanno già rientrando dal mare. In un parcheggio alcuni trekkers di ritorno dalla gita in montagna si stanno sfilando gli scarponi, sono francesi, mi sorridono e mi salutano. Giungo al bivio con la strada per il Colle di Caprauna. Lo guardo con un sospiro e penso tra me e me: «Sarà per un’altra volta… ». Le condizioni meteo mi suggeriscono saggiamente di tirare dritto per il ben più facile Col di Nava. Ancora pochissimi chilometri di “sofferenza” e avrei scollinato.

Il colle è raggiunto con facilità. Non piove quasi più, e sono così contenta che ho la presenza di spirito per fare alcune foto al cartello di vetta e sgranocchiare qualcosa. Ma non posso attardarmi troppo: la lunga discesona verso il mare avrebbe potuto rivelarsi assai insidiosa con la strada e i pattini dei freni bagnati, e anche a causa del traffico di auto e camper. Il cambiamento di programma sta per portarmi verso Pieve di Teco e la valle Arroscia, giù fino ad Albenga, alla ricerca di una comoda camera d’albergo dove passare la notte e di una robusta cena, che già sogno. Dunque riparto, senza indugiare troppo.

Ha smesso di piovere, la strada si fa sempre più asciutta, ed i potenti freni cantilever della mia “commuter” fanno molto bene il loro sporco lavoro. Tra un tornante e l’altro la discesa è perfino divertente, e l’aria mite del mare mi sta asciugando i vestiti: meglio così. Dopo Pieve di Teco la pendenza si spiana quasi del tutto, e anche se la strada rimane tendenzialmente a scendere il vento contrario mi obbliga a spingere. So che ci saranno da passare delle gallerie, così accendo il lampeggiante posteriore. Ricordo di avere percorso questa valle più di una volta nelle varie edizioni del trofeo “Aliparma”. Sembra non finire mai. Mi viene la tentazione di cercare un posto per dormire anche prima di Albenga, ma il mio vero obiettivo in fin dei conti è il mare… Sono ormai le 18 passate quando arrivo finalmente nella frenetica località rivierasca, la cui periferia è oggi presa d’assedio da mostruosi centri commerciali come tutte le città italiane. Sono stanca e ho fame. Non riesco ad individuare la zona degli alberghi, non riesco neppure ad orientarmi col mare, imbocco una strada a caso e dopo poco mi ritrovo a Ceriale. Il mare ce l’avevo a destra.

Come un miraggio vedo lungo la strada una pizzeria con camere. Finalmente! Mi butto a capofitto, cerco di capire dall’adesivo sulla porta quante stelle ha il locale. Nessuna?? Poso la bici nel cortile quando il contachilometri segna 213 km ed il mio altimetro da polso 2415 metri di dislivello accumulati in tutta la giornata, ed entro con un sorriso a trentadue denti. Il “capo” è anche il pizzaiolo, sta preparando le palle di pasta lievitata sul piano infarinato per la cena. In alto campeggia il cartello: LE STANZE SI PAGANO ALLA SERA. «Buonasera, avete una stanza per questa notte?» L’uomo nemmeno mi guarda, chiede se c’è una camera libera ad una donna che sta guardando la tivù svaccata su una seggiola. Poi mi fa: «È solo per lei? Se la vuole, la stanza c’è…» «Quanto mi costa pernottamento più colazione?» «La stanza fa ventotto, solo dormire, nessun servizio! Se vuole la colazione prende cappuccino e brioche al bar… » «Il bagno è nel corridoio?» «In camera… La vuole vedere? Qui c’è la chiave, secondo piano poi a destra!» È la solita, “ruvida” accoglienza degli albergatori liguri… Comunque, l’aver trovato un economico riparo per la notte (e la vista delle pizze) mi fa passare sopra qualunque cosa: prendo la chiave al volo e faccio le scale a due alla volta. La stanza è graziosa e più che decente, dal balcone si vede il mare. Consegno la carta d’identità e firmo. «Quando si mangia?» «Adesso… ». Perfetto: il tempo di fare una doccia e scendo.

Con le gambe doloranti ma appena docciata e in comodi abiti di cotone mi scelgo un tavolino proprio davanti alla televisione: le previsioni del tempo per il giorno dopo saranno uno spettacolo interessante. La pizzeria si va riempiendo. Ci sono i turisti, ma anche alcuni motociclisti che chiedono una stanza per la notte, e non possono essere accontentati. Dunque ho avuto fortuna: probabilmente mi sono “beccata” l’ultima disponibile. Ho molta sete, mi faccio portare subito un litro di acqua frizzante. Scelgo dal buffet un misto di antipasti di verdure grigliate, funghi e pesce, che accompagno con molto pane. Poi arriva la pizza: una Bismark bruciacchiata e stortignaccola, ma fragrante, spessa, e grondante di olio di oliva. Un’autentica miniera di carboidrati e grassi “buoni” per i miei muscoli. Incurante della “dieta da atleta” mi faccio tentare da un quartino di vino rosso, assai gratificante. Mentre mangio invio sms ai pochi amici che sapevano del mio viaggio per rassicurarli sulle mie condizioni. Sopra a tutto, una doppia porzione di dessert (meringata più dolce alle mandorle) è d’obbligo. Mi alzo da tavola più che soddisfatta, m’informo sugli orari del mattino successivo, pago il conto e do la buonanotte a tutti. Sono solo le 21, ma domani dovrò alzarmi presto. Preparo con cura ogni cosa nella mia stanza, poi mi corico e cerco di dormire. Alcuni amici continuano a messaggiarmi, confesso di non sentirmi in perfetta forma, e di non essere così sicura, l’indomani, di resistere alla tentazione di tornare a casa in treno. È una notte agitata: le gambe mi fanno male, ho caldo, e come se non bastasse un coro di rospi gracidanti sta facendo un baccano d’inferno là fuori, ci dev’essere uno stagno nei paraggi. Alla fine riesco ad addormentarmi, anche se alle 4 dei rumori provenienti dal cortile mi fanno sobbalzare: temo per la mia bicicletta parcheggiata là sotto…

LUNEDÌ PRIMO MAGGIO

Alle sei la sveglia del telefonino suona. Mi sento abbastanza “in palla”, abbozzo un po’ di stretching nel letto, sì, le gambe vanno meglio. Come mi alzo c’è il “richiamo della natura” che attendevo invano dal giorno prima, dunque la giornata inizia bene. Di fare colazione non se ne parla nemmeno: il servizio bar della pizzeria inizia alle 8, ed io non posso certo permettermi di partire così tardi. Mi aspetta il Colle di San Bernardo, ovvero 34 km di salita e 960 metri di dislivello subito come esco dalla camera d’albergo. Con la gamba che mi ritrovo so già che sarà una sorta di calvario che mi costerà una fatica immensa. Lascio la stanza, ritrovo con sollievo la mia bicicletta nel cortile, sistemo i bagagli, giro la chiave del cancello elettrico e riparto. Sono le 6,45, è una bella mattina, il mare è calmo. Sopra le montagne verso le quali mi sto dirigendo s’intravvedono invece le solite nuvolaglie. Il mio primo pensiero va al sedere e alle gambe doloranti. Il secondo, alla necessità di trovare un bar aperto lungo la mia strada per una buona colazione.

Giungo a Cisano sul Neva, e da qui prendo in direzione dell’ameno borgo medievale di Zuccarello. Mi inoltro nel vicolo acciottolato fra porticati e case vecchie, finchè sotto il mio naso non passa l’irresistibile profumo delle brioches appena sfornate. Lo seguo inebriata e trovo quello che sto cercando. Entro nel bar, ordino un cappuccino, sto per prendere una pasta dalla teca ma il gestore mi ferma: «Non prenda quelle, sono di ieri… Adesso le porto quelle di oggi, le ho appena sfornate fresche fresche!». La sua onestà mi colpisce piacevolmente. Mi porge un vassoio con un’ampia scelta, sono così buone e invitanti che ne mangio due. Inoltre metto in un sacchetto un grosso biscotto con la marmellata: mi farà comodo quando avrò scollinato il San Bernardo. Il pieno di zuccheri  mi ha fatto bene, saluto Zuccarello e riparto rincuorata e in condizioni un poco migliori.

Questa valle è selvaggia ed attraente. Il traffico è pressoché inesistente, ogni tanto si incontrano rari villaggi con i panni stesi fuori, donne che rassettano, uomini che lavorano l’orto. Vivere da queste parti, sperduti tra i monti e fuori dal clamore delle metropoli, deve assumere una dimensione tutta particolare. Il “rampichino” del 22 e la musica, come sempre, mi stanno salvando. Arranco a fatica, continuo a consultare l’altimetro cercando conforto nel dislivello che aumenta, ma questa strada è truffaldina, alterna salite a brevi tratti in discesa che fanno perdere quota e sono frustranti. In prossimità di Erli la strada gira, si avvita, cambia versante, ed ecco che il sole fa capolino da dietro la montagna, regalandomi un po’ di buonumore. Mentre arranco guardo la cartina davanti a me e preparo la “strategia alimentare” per i chilometri successivi. A parte il biscottone preso a Zuccarello e qualche nocciolina, albicocca secca e barretta residuati nel fondo delle sacche non ho altro da mangiare, per cui  dopo la discesa dal San Bernardo sarà d’obbligo comprare qualcosa di sostanzioso in qualche forno prima di attaccare le salite delle Langhe: in quelle terre affascinanti ma abbandonate da Dio e dagli uomini l’approvvigionamento potrebbe diventare un problema…

Una serie di cartelli mi indica che sto lasciando la Liguria per rientrare in Provincia di Cuneo. Ma quanto è grande questa “Provincia Granda”?! Quando vi ero entrata, il giorno prima? Subito dopo Carmagnola, e mi sembra un’eternità. È un territorio davvero vasto, quello del Cuneese, popolato da gente crapulona che chiacchiera e scherza volentieri, ma teste fini con una naturale propensione per gli scambi e i commerci. Una terra che volta le spalle a Torino con malcelato snobismo, guarda verso il mare con la curiosità di chi “vorrebbe ma non può”, ma tiene saldamente per mano la Francia e l’Europa.

E siamo agli ultimi tornanti. Più salgo di quota, più lo spirito si alleggerisce nel sentire la meta vicina. Rari motociclisti scendono dalla carreggiata

I tornanti per il San Bernardo

I tornanti per il San Bernardo

opposta, da un furgone qualcuno suona e mi incoraggia, strappandomi un sorriso. Appoggio la bici al guard-rail e faccio alcune foto suggestive al paesaggio e ai tornanti che lascio sotto di me. L’ultima curva, e una ventata gelida mi assale: sull’altro versante il sole non c’è più. In cima trovo gli immancabili motociclisti e un ciclista, dal quale riesco gentilmente a farmi fare la classica foto di vetta. È di Dogliani, chiacchierando scopriamo incredibilmente di avere amicizie comuni a Cuneo nell’ambiente delle randonnèe. Poco dopo lo raggiunge anche il suo amico: da come sono vestiti intuisco che in Piemonte deve fare un freddo scellerato. Mangio il famoso “biscottone”, li saluto, poi scendo anch’io. Fa molto freddo, per pigrizia non ho indossato i gambali e i guanti lunghi, tuttavia man mano che si perde quota i gradi aumentano. È una discesa scorrevole e divertente, la mia bicicletta appesantita dalle borse va che è una meraviglia, sembra una moto. Quindi alle 10,30 approdo nuovamente a Garessio, il famoso crocevia dove, stavolta, prendo la direzione per Ceva. Qui c’è una sgraditissima sorpresa: la strada, che dovrebbe essere in falsopiano-discesa, è battuta da un feroce e gelido vento contrario. Per avanzare tocca spingere sui pedali, ed è un disastro: le mie gambe crollano, non riesco neppure a tenere i 25 kmh “cicloturistici”. Debbo fare affidamento su tutte le mie risorse psichiche per mantenere la calma ed accontentarmi di una velocità di crociera inferiore. Tanto, come dice il saggio, l’importante è non fermarsi e avanzare sempre, anche se lentamente…

In questo momento non mi sto divertendo affatto. Il cielo è grigio, fa freddo, si pedala male e a fatica, e sembra di andare incontro all’ennesimo temporale. Diventa dura farsi coraggio da sola in una situazione del genere! A Nucetto trovo una panetteria aperta, mi fermo e compro focaccia alla cipolla e un pezzo di crostata: li avrei mangiati solo al termine delle salite delle Langhe. Nell’attesa mi sarei accontentata di beveroni energetici e barrette, per non ingombrare lo stomaco. Finalmente arrivo a Ceva, cerco la strada per Bossolasco e, come nelle migliori tradizioni, essa inizia con una rampa impossibile. Corona del 22 docet…

Le Langhe: incantevoli con il sole almeno quanto sono in grado di invitarti al suicidio quando il cielo è cupo. E, come se non bastasse, non un’anima viva nei paraggi. Cerco di trovare del buono in quel poco che c’è intorno a me, mentre arranco in salita. Fino a Bossolasco saranno una ventina di chilometri piuttosto strani: un’alternanza di saliscendi fra le colline intervallati dalle “pedaggere” – sorte di scollinamenti dove le strade per le varie frazioni si incrociano, e da un solo colle ufficialmente riconosciuto come tale negli almanacchi, ovvero il Passo della Bossola. La Pedaggera di quota 790 è un traguardo, dopodiché la strada procede sulla cresta delle colline fra la foschia e i nuvoloni incombenti. Attraversato il Passo della Bossola, con un ultimo sforzo sono a Bossolasco. Ora le salite dovrebbero essere finite: sono già passate le 13, finalmente posso mettermi comoda e godermi la mia meritata merenda. Mi sistemo in un giardinetto con panche e fontana, dove sono in compagnia di una tranquilla coppia di camperisti olandesi. Fa davvero un freddo sconcertante. Mentre rumino l’untissima e deliziosa focaccia consulto la mappa e pianifico la parte finale del mio trip: ancora una novantina di chilometri e sarò a casa.

Di chilometri da Ceriale fino a quel punto non ne ho fatti nemmeno novanta, eppure mi sembrano diecimila. Ritiro tutte le mie cose, riaccendo la musica negli auricolari e riparto. Ancora del falsopiano in cresta  fino a Serravalle Langhe, poi giù in picchiata verso Sinio e Gallo d’Alba. La prima parte della discesa è divertentissima, poi ci mette lo zampino il solito vento contrario, che ormai è una costante del mio viaggio. Le colline delle Langhe via via sfumano alle mie spalle per lasciare il posto alla pianura, è tempo di trovare la strada per Bra e ripercorrere a ritroso gli ultimi cinquanta chilometri fino a Torino. Siamo alle battute finali, e mi accorgo che le mie gambe non vogliono quasi più girare, oltre ad avere dolori in tutto il corpo. Tutto questo mi sembra strano: cinquecento chilometri e seimila metri di dislivello in tre giorni (contando anche la “bravata” del sabato sul Col del Lys…) non sono numeri eccezionali per me, che sono abituata a ben altro e senza la possibilità di disporre di una notte intera in mezzo per riposare e recuperare. Ma la stagione è appena iniziata e, probabilmente, sto ancora pagando il dazio alla primavera. Arrivo in prossimità del bivio di Bandito di Bra, ma stavolta non siamo al termine di un brevetto del Bruno, lì non c’è la comoda automobile ad aspettarmi: tocca pedalare fino a casa… Meno male che il vento si è deciso finalmente a girare un po’ a mio favore, e che c’è la musica a stemperare la noia di quella campagna tutta uguale, di quel cielo grigio che è sempre lì, dove l’avevo lasciato il giorno prima, e che non mi ha quasi mai abbandonata per tutto il viaggio. In barba alle previsioni del tempo, che stavolta hanno “cannato” in pieno…

Le batterie dell’I-Pod si scaricano alle 18 esatte, quando sono ormai in Corso Peschiera, ad un tiro di schioppo dal portone di casa. Sgancio il pedale e non riesco quasi a camminare da quanto mi dolgono i quadricipiti. I chilometri sono 177, il dislivello di giornata 1981 metri. Cerco le chiavi di casa nel bagaglio, e quando apro il portone la vicina mi segue a ruota. Querula ma sinceramente incuriosita mi fa: «Ooh, ecco la signorina (sic!) di ritorno da uno dei suoi giretti in bicicletta… Dov’è stata di bello oggi?… ».

«Beh… »

Che dite, glielo raccontiamo?

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