Una vacanza cicloturistica in Francia – estate 2004

Quattro amici e le loro biciclette a zonzo per la Savoia, spensierati come scolaretti in gita.

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“Summer Cycling Week”, sembra il titolo di un programma estivo di MTV, questa mania di voler mettere le etichette a tutto…! Ed ecco che una breve vacanza ciclistica in Savoia fra amici diventa il pretesto per una sfida epica, una sorta di Tour de France a cinque tappe che avrebbe goliardicamente eletto la maglia gialla neanche tanto virtuale…

GIORNO UNO: SBARCO E CORMET DE ROSELEND 

Fanno parte dell’allegra truppa tre componenti del team “Barcollo Ma Non Mollo”: Fabrizio, Alberto e Ferdinando, e poi ci sono io, “infiltrata” tesserata altrove e fin da subito dichiarata fuori classifica, e meno male, perché di scannarmi lungo le salite non ne ho proprio voglia. Sabato 31 luglio, è una splendida mattina d’estate, l’alta pressione regna sovrana mentre due automobili stracariche di bici, persone, ruote, borsoni, barrette più o meno sospette e chiacchiere valicano il confine italo-francese in corrispondenza del colle del Moncenisio e si dirigono verso Bourg St. Maurice via Iseran.

Nel piccolo borgo transalpino, scelto come base per le nostre epiche ascese quotidiane, giriamo come trottole alla ricerca di un buon albergo disposto ad accogliere noi e le nostre innumerevoli e capricciose esigenze, troviamo un due stelle semplice ma decente, dove una paziente e cordiale ragazza dal deltoide rotondo e tatuaggio sulla pancia – segno inequivocabile che si tratta di una sportiva, e pure tosta – ci mostra le stanze e (miracolo!) ci permette di tenere con noi le nostre amate biciclette, non chiediamo di meglio. Scarichiamo i bagagli e ci prepariamo veloci come fulmini, il sole è ancora alto e possiamo subito aprire le ostilità con la prima tappa del nostro personalissimo Tour de France, la salita al vicino Cormet de Roselend. “Possiamo” è una parola grossa in realtà, perché so già di essere fatalmente destinata a rimanere indietro, non solo per evidente inferiorità di rendimento in salita. Rispetto ai ragazzi il mio quadro psicofisico è diametralmente opposto. Per loro, che durante l’anno hanno dovuto fare i conti con i più svariati problemi di lavoro, famiglia e quant’altro e non hanno avuto molte opportunità per pedalare, questa breve vacanza è l’occasione per fare una bella scorpacciata di salite. Per me, invece, la stagione è al crepuscolo. Quest’anno ho dato tanto tra brevetti e ultramaratone, e ad ogni colpo di pedale avverto, se non le avvisaglie di un crollo fisico, il disagio psicologico di chi ha ormai esaurito le energie mentali e le motivazioni personali, un po’ come se il corpo pedalasse d’inerzia, ma dal di dentro implorasse una lunga pausa lontana dalla sella. Comunque non c’è problema, la ferrea regola del ciclismo in compagnia dice che in salita ognuno va al proprio passo, ci si aspetta in cima e nessuno si deve offendere. Il sole sta tramontando fra i pascoli e le rocce a strapiombo, la salita è molto bella e amena. Dopo quasi due ore di pedalata solitaria in compagnia dei miei pensieri contorti, in cima ritrovo gli altri e il sorriso: chi ha vinto la tappa di oggi? Poco importa, non fa freddo e rimaniamo lassù a chiacchierare dopo le foto di rito, è un colle che manca al mio “bottino” di cicloscalatrice e non posso che essere soddisfatta. Un uomo barbuto che pare il druido dei fumetti di Asterix vende salumi tipici, confetture e miele locale, ne approfitto per mettere nello zaino un vasetto di raro miele di rosmarino, primo souvenir “gastronomico” della vacanza. Scendiamo tutti insieme a Bourg St. Maurice, dove ci attendono la meritata doccia e una buona cena in una brasserie del posto. È dura pedalare in trasferta per l’italico ciclista sempre in crisi di astinenza di carboidrati complessi, la pastasciutta ci sarebbe anche nel menù, ma chi si fida? Qualcuno si azzarda a ordinare la pizza, io preferisco lanciarmi su insalatona mista e lumache. L’Italiano in Francia che va al ristorante si riconosce dal seguente lamento: du pain, du pain, du pain… Quanti cestini di pane supplementari avremo richiesto?…

GIORNO DUE: COURCHEVEL E PRALOGNAN

Allora, tutti d’accordo: alle otto e mezza ci si vede per colazione. Io sono sveglia dalle sei, complici il caldo e la troppa luce nella stanza dell’albergo. Fabrizio invece, che provvisoriamente divide con me la sistemazione, dorme ancora come un sasso. Ci troviamo direttamente sotto dove, tra pane (sempre troppo poco…), marmellata e un sorso di caffè slavato programmiamo allegramente la tappa del giorno: quasi trenta chilometri di falsopiano/discesa verso Moutiers, dopodiché attacco alle salite di Courchevel e Pralognan. Il giro completo prevede ben più di cento chilometri e parecchio dislivello. È un’altra splendida giornata per pedalare. Ci prepariamo e ci mettiamo in viaggio. Fino a Moutiers la strada è talmente brutta che già complottiamo di farla in treno al ritorno…  Fa molto caldo. Dove la strada inizia ad impennarsi per Courchevel il nostro quartetto si sgrana, come d’abitudine. Questa salita non mi piace: c’è molto traffico, l’ambiente non ha nulla di selvaggio, e tutto per raggiungere una località sciistica alla moda… che non è neppure un colle! Ma tant’è, arranco paziente e alla fine raggiungo gli altri. È domenica, Courchevel somiglia un po’ a Sestriere, c’è gente, le seggiovie sono in funzione e vediamo molti freeriders andare su e giù dalle piste, muniti di protezioni e vistose mountain bikes più simili ad attrezzi agricoli che a biciclette. Vedendoli ci sentiamo un po’ “datati” in sella alle nostre superleggere, comunque l’atmosfera sportiva e “easy” tipicamente francese ci contagia e stiamo bene. Grandi sorrisi e fotografie sotto il sole, prima di attaccarci alle bottigliette della Coca-Cola e a generosi panini col formaggio Beaufort.

Fabrizio è il classico ragazzone entusiasta che praticherebbe tutti gli sport del mondo. Viaggia su una C4 in carbonio dalla quale non si separa neanche a cannonate, e aspettava da tempo l’occasione per farsi una vacanzina così “a tutta bici”. Ferdinando ha l’aria seria e composta del bravo granfondista, niente alcolici a tavola e Viner montata Shimano molto sobria e “pulita”, il suo stile di pedalata è così elegante da farci invidia. Parla bene il francese e fa da interprete per tutta la truppa. Alberto invece è il nostro “american boy”, veste solo Nike e sfoggia occhiali Oakley, è tifosissimo di Lance Armstrong e appassionato delle grandi salite del Tour, è lui l’ideatore delle “tappe” della nostra vacanza francese. Pur avendo una stazza non indifferente è un forte scalatore, che affronta con la sua gialla bicicletta rigorosamente yankee, una Cannondale. E poi ci sono io, “la randonneuse”, quella che va piano ma va lontano, fuori dai giochi e dalle classifiche, l’anarchica per natura. Quattro personaggi, quattro storie, quattro teste diverse e quattro modi differenti di intendere la bicicletta, è bello ritrovarsi a condividere la stessa passione nel rispetto delle nostre diversità.

Ma è ora di lasciare il dehor della birreria e di scendere fino all’incrocio della strada per Pralognan, meta della seconda ascensione della giornata. Questa salita mi piace di più, c’è meno traffico, la gamba risponde discretamente. Lungo la strada faccio un bizzarro incontro con una coppia di turisti spagnoli disperati che mi chiedono informazioni, devono andare a Chamonix ma sono decisamente fuori strada, hanno solo una mappa Michelin dell’intera Francia, quindi a definizione locale pressoché nulla, cerco di aiutarli, saranno ancora là che girano?… Riprendo la salita, ci sono dei vitelli al pascolo, al mio passaggio il nugolo di mosche che li tormenta si sposta su di me e mi segue, puzzerò così tanto? Non indaghiamo, ecco piuttosto Pralognan, alla fresca fontana alle porte dell’amena località turistica gli altri si stanno dissetando, decidiamo di inoltrarci nel villaggio e di cercare una buona boulangerie. Mi lascio invece attrarre dal minimarket locale, dove entro puntando ad un solo obiettivo: i mitici biscotti alle spezie Bastogne, introvabili in Italia. Ne compro tre confezioni, due le infilo nello zaino e una finisce con metodo tra le nostre fauci mentre, seduti all’ombra, commentiamo la salita. Il tempo passa, il treno delle 17,53 per Bourg St. Maurice è perso, ce la prendiamo comoda e puntiamo a quello successivo, ma quando scendiamo alla stazione di Moutiers ci accorgiamo che è in ritardo di un’ora… Tocca aspettare. Moutiers è paese di immigrati magrebini, nell’aria risuona musica araba, ci aggiriamo spaesati e un po’ sospettosi con le nostre biciclette alla ricerca di qualcosa da mangiare, rimediamo dei (buoni) panini fatti col pane arabo in una paninoteca del centro storico, dopodiché saltiamo su quel benedetto treno, ormai in ritardo abissale. Con nostra sorpresa apprendiamo che in Francia il trasporto delle biciclette è gratuito, bene, alle 21 circa finalmente siamo a Bourg St. Maurice, stanchi più per le peripezie passate che per i centoventi chilometri e le due salite, cotti dal sole e ancora affamati, così dopo la doccia in albergo finiamo fatalmente di nuovo con le gambe sotto il tavolo di un favoloso locale con cucina tipica savoiarda, davanti a birre gelate, insalatone miste e favolose coppe di gelato con panna. Prosit! E poi, tutti a nanna. Per me, Alberto e Fabrizio c’è la nuova sistemazione in camera tripla, un qualcosa che ci ricorda l’allegria e il calore delle gite scolastiche di quando si era ragazzi. Siamo stanchi, ma la notte non è delle più tranquille, perché proprio sopra il mio letto si sentono dei rumori provenire dal controsoffitto in perlinato: topi?

GIORNO TRE: ISERAN

Naa, di nuovo! Esattamente un anno fa mi toccò fare questa mitica salita dal medesimo versante. Era alla fine di una massacrante gita di oltre 230 km fatta tutta intorno al massiccio della Vanoise in preparazione alla Paris-Brest-Paris 2003, ricordo che ero stanchissima e, per giunta, in piena crisi di fame. Ho ora l’opportunità di rifarla in condizioni più umane, più fresca, beh, bando alla pigrizia, solita colazione alle 8,30, preparativi e via, ci aspettano cinquanta (50!) chilometri di salita, niente male.

Nel lasciare l’albergo abbiamo appena salutato due ragazzi svizzeri che stanno facendo un giro a tappe sulle Alpi con le loro mountain bike e solo uno zainetto per bagaglio. Appena attaccata la salita ci accorgiamo che anche loro stanno facendo la nostra strada, ma uno dei due è fermo e sta chiedendo l’autostop fino a Val d’Isere, mentre l’amico procede e mi sorpassa proprio mentre pedalo svogliatamente e sto chiacchierando con Ferdinando. Mi secca farmi passare da un biker, ma tant’è, se uno è forte… lo è anche su una mountain bike con le gomme sgonfie! Vista la mia andatura sonnacchiosa lascio andare Ferdinando, l’appuntamento è a Val d’Isere, ultimo avamposto di civiltà buono per riempire le borracce prima di affrontare la salita vera e propria ad uno dei più belli e selvaggi colli del mondo. I tornanti si susseguono, c’è parecchio traffico e la cosa m’infastidisce, procedo lenta ma regolare, al bivio per Tignes trovo lo svizzero fermo per l’ennesima volta, e non mi sorpasserà più… Sorpasso anche due cicloturisti carichi come somari di borse e bagagli, mi vergogno quasi a “sverniciarli” con la mia superleggera, so cosa significhi viaggiare così carichi e provo molto rispetto per loro. Bonjour et bon courage!

A Val d’Isere sento la meta più vicina e mi torna il sorriso. Anche i ragazzi sono galvanizzati, stiamo per salire una delle più belle carrozzabili d’alta quota del pianeta. Le esaurienti paline in legno snocciolano man mano i chilometri residui e la pendenza media, ah, precisione francese! Con mia sorpresa mi accorgo che la salita non è affatto dura come mi era sembrata un anno fa, eh beh, troppo facile adesso… Un tandem con due uomini a bordo mi sorpassa a velocità WARP lasciandomi di stucco. Man mano che si sale fa sempre più freddo, il colle è posto a quasi 2800 metri di quota. A meno tre chilometri intravedo una sagoma di ciclista, mi sento discretamente bene, accelero per raggiungerlo, è un ragazzo su una mountain bike e zaino in spalla, lo saluto, ma mentre passo noto attaccato al suo telaio un numero con la scritta RANDONNÈE ALPINE. Cosa?!? Il cuore mi si gonfia all’istante, allargo il mio miglior sorriso e gli faccio mille auguri. È il più bell’incontro della giornata.

In cima l’aria è gelida, invito i ragazzi a scendere subito, anche perché a fondovalle s’intravede una minacciosa coltre di nuvoloni neri. Tuttavia a Val d’Isere c’è ancora il sole, impossibile resistere al richiamo dell’ennesimo panino con Coca-Cola incorporata. La fortuna è dalla nostra parte perché, anche se rientriamo nel tardo pomeriggio, il tanto temuto temporale non c’è, evviva. Torniamo in albergo e salutiamo Ferdinando, che rientrerà in Italia in anticipo, non prima però di essere sottoposto al “crudele” e goliardico rituale fotografico riservato a coloro che abbandonano la pugna in anticipo! L’allegria regna sovrana, anche se ci dispiace rimanere in tre. Per noi “superstiti” la cena è di nuovo nel locale tipico, stavolta a base di raclette. La birra gelata va giù che è una meraviglia, ce la meritiamo. Chiacchiere e risate, quattro passi per digerire e poi tutti a nanna, per Fabrizio non prima di un giro di elettrostimolatore, da vero professionista del pedale! Io e Alberto lo guardiamo compiaciuti e ridacchiamo. Una volta spenta la luce continuiamo a chiacchierare dai nostri letti, come si faceva da bambini aspettando che Morfeo venisse a prenderci dolcemente e senza preavviso. ‘Notte…

GIORNO QUATTRO: PICCOLO SAN BERNARDO

Stavolta Alberto e Fabrizio stanno per farmi un bel regalo: un colle che non ho ancora scalato. Trenta chilometri di salita per affacciarci brevemente sulla bella Italia, e poi… tornare a Bourg St. Maurice. Non c’è tutto quel traffico che si potrebbe immaginare, sulla strada piena di tornanti verso il Confine di Stato. Ci si ritrova a La Rosiere, località turistica posta otto chilometri sotto: ancora un piccolo sforzo e ci siamo. La pendenza è modesta, è una delle caratteristiche di molti colli francesi, cosa che li rende assolutamente pedalabili e abbordabili. Anche oggi incrociamo moltissimi cicloturisti. Facciamo dunque gli ultimi metri di dislivello immersi in un paesaggio alpino davvero suggestivo, e approdiamo sul confine. In Italia il cielo è nuvoloso, il tempo sta cambiando. Al bar dove parlano la nostra lingua compiamo il rituale del panino e approfittiamo delle sdraio per una piacevolissima siesta al tepore del solleone agostano. Ma in estate i temporali sono imprevedibili, non possiamo attardarci troppo: seppure a malincuore bisogna rientrare. A domani, Italia! Dopo pochi chilometri di discesa sentiamo sulla faccia le prime gocce di pioggia e, più sotto, piove a intermittenza. Arriviamo in albergo un po’ bagnati e, mentre siamo sotto la doccia, fuori si scatena l’inferno. Appena in tempo. Sarebbe stato così anche l’indomani? L’ultima tappa del Tour è forse a rischio-annullamento per maltempo? A cena qualcuno (io!) medita l’abbandono anticipato della “competizione”, comunque ci pensano un’abbondante porzione di patatine fritte con maionese e un piatto di formaggi e salumi tipici a rimettermi al mondo… Vabbè, dai, ancora domani… Dove si va?

GIORNO CINQUE: LES ARCS 2000

Alla faccia della tappa facile, altri ventotto chilometri di salita per raggiungere l’ennesima località sciistica alla moda, stavolta tutt’altro che animata, solo casermoni e villaggi vacanze. Sono stanca, mi chiedo chi me l’ha fatto fare di aggregarmi anche a questa “tappa”… Stavolta i chilometri non passano più, è una mezza tortura. Faccio girare stoicamente i pedali, sempre immersa nei miei mille pensieri, alla ricerca di risposte alle mie domande interiori sulla vita e sul futuro… È la sagra dell’introspezione, ma guardarsi troppo “dentro” talvolta è pericoloso… Mi sorpassano milioni di ciclisti, «Bonjour!», mi salutano cordiali, mentre io, nera e a testa bassa, abbozzo solo un laconico «’jur…» a denti stretti. Poco sotto Les Arcs 2000, un cantiere annuncia la nascita di un altro complesso, Les Arcs 1950. Ho appena passato Les Arcs 1600 e Les Arcs 1800… Delirante. Una volta in cima ecco gli amici e, di colpo, tutti i pensieri neri svaniscono nel nulla. Facciamo le foto di rito e filiamo via piuttosto sconcertati. Nessuno di noi ha voglia di caricare la macchina per tornare in Italia sotto un nubifragio come quello della sera prima, ed il colore del cielo è tutt’altro che incoraggiante. Discesa veloce lungo i tornanti sovrastati dalle rotaie del trenino funicolare, ci laviamo alla bell’è meglio nella fontana sotto l’albergo, sistemiamo bici e borsoni sulla Yaris di Fabrizio, è piena come un uovo, neanche il tempo di chiudere il portellone che inizia a gocciolare. E adesso piovesse pure a cani e gatti, commentiamo soddisfatti mentre, al riparo della tettoia di un bar, mangiamo l’ultimo panino francese prima di imboccare la lunga strada verso casa.

Il nostro Tour de France è finito. Chi ha vinto, alla fine? Semplice: la voglia di pedalare, di stare in compagnia e di divertirsi, naturalmente! Arrivederci all’anno prossimo… chissà!  

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