“Sicilia No Stop tre” (1.000 km), 22-25 giugno 2004

L’obiettivo di stagione è arrivato: il maxibrevetto siciliano omologato Audax è stata un’avventura straordinaria in luoghi meravigliosi e a me ancora sconosciuti. Inoltre è stata l’occasione per prendermi una parziale rivincita sulla sconfitta di Parigi dell’anno prima, ed acquisire nuove conferme sulle mie qualità di ultracyclist.

************************************************

Accredito«Vuole la medaglia? Allora fa dieci Euro.» È delirante sentirsi chiedere una cosa del genere al traguardo di un brevetto da mille chilometri in tappa unica in bicicletta. Sono distrutta, i piedi mi fanno così male che non riesco nemmeno a camminare. Non oso immaginare lo strato di pustole sulla pelle del soprassella dovute al caldo pauroso di questi giorni. Ma cavolo, certo che la voglio la medaglia! La “patacca” ricordo è la cosa più importante per chi si cimenta in prove di questo tipo, il randonneur la esige, prima ancora della banana e della borraccia! E, come impone la ferrea legge Audax, me la devo pure pagare. Non so più chi sono, sono completamente nel pallone, eppure racimolo ancora un’oncia di lucidità per cercare i soldi nelle borse della bicicletta. Intanto i ragazzini che l’organizzatore ha messo al gazebo d’arrivo della “Sicilia No-Stop Tre” nella piazza principale di Patti ad accogliere i finisher della manifestazione, dopo avermi vista arrivare scambiandomi per un uomo (devo essere proprio conciata male…) continuano a tempestarmi queruli con domande inutili. «Vuole fare la doccia? Vuole un piatto di pasta? Vuole dell’acqua? Naturale o gassata?». Naturale o gassata?!? Manco fossimo in pizzeria! Poverini, loro ripetono bovinamente il “protocollo” che gli hanno insegnato. Cari ragazzi, io vi auguro di crescere con la mia stessa passione, e allora capirete, dopo un’impresa del genere, qual è la priorità delle cose che “vuole”… 

PROLOGO NOTTURNO – MARTEDÌ 22 GIUGNO, ORE 21

Piazza Marconi in Patti, provincia di Messina. Sono quasi le 21, siamo pronti a partire. Mi guardo intorno elettrizzata, alcuni randonneurs mi riconoscono, sono vecchie conoscenze. Scruto curiosa la schiera dei cicloturisti stranieri, in tutto siamo un centinaio. Intanto Totò, l’entusiasta organizzatore della manifestazione giunta ormai alla terza edizione, si dà un gran daffare col microfono sul palchetto delle autorità tra discorsi del Sindaco, preghierina del Vescovo e amenità varie. Mentre aspetto il via dietro la fettuccia bianca e rossa, gli amici di sempre sono lì intorno. C’è il solito Ivano, Al via (2)con quel suo bagaglietto scassato e tutto storto dalle cui cerniere scoppiate spuntano botticini di integratori, polverine varie e un salame (giuro). C’è Giovanni da Fiorenzuola, forse il randonneur più famoso (e forte) della Nazione. Luigi da Locate Triulzi, occhiali e barba grigia, aria burbera e brontolona ma sempre pronto a farci ridere con le sue colorite espressioni in milanese. E Loredano da Galliate, che sembra così laconico ma in realtà ha spirito e qualità da leader. Alle 21,05 prendiamo il largo in direzione Palermo, alla prima curva delle donne applaudono e ci incoraggiano. Non sarà la folla oceanica vista a bordo strada alla Paris-Brest-Paris, ma va bene lo stesso. Giovanni, Luigi e Loredano prendono subito un buon passo, io e Ivano inizialmente dobbiamo rincorrerli, ma dopo pochi chilometri ci aspettano e ci ricompattiamo.

È una bella serata per viaggiare. Ho l’animo sereno mentre guardo l’immensità di quel mare scuro alla mia destra. Mille chilometri, periplo completo dell’Isola. Ce la farò?

Attraversiamo numerosi paesi, alcuni suggestivi. Alla gente (rigorosamente uomini) seduta fuori dai bar chiediamo “cos’ha fatto l’Italia”: pallonari fuori dagli Europei, ma in fondo a noi che ci frega. Nei pressi di Cefalù ci ristoriamo brevemente: acqua in bottiglia (che non ci fanno pagare), caffè, passa anche qualche delizioso pasticcino alle mandorle, il tutto per scoprire (prima costante del viaggio) che le consumazioni in Sicilia costano molto meno che al Nord. Seconda costante, la Sicilia è tutt’altro che piatta, e i continui saliscendi riportano fatalmente alla memoria le “côtes” della Paris-Brest-Paris. Il nostro “trenino” riparte e macina la strada fra battute divertenti, momenti di silenzio, il sorpasso di altri randonneurs partiti lo scaglione prima di noi. Il primo controllo è fissato a Termini Imerese, per fortuna ben lontano dall’orribile agglomerato industriale, bensì nel grazioso (e in salita!) centro storico, dopo poco meno di centocinquanta chilometri di percorrenza. Insieme al timbro sulla carta di viaggio ci aspettano banane, pane e Nutella e un ottimo Espresso.

GIORNO UNO – MERCOLEDÌ 23 GIUGNO

Imperativo numero uno: raggiungere Palermo prima che la città si svegli e diventi una bolgia infernale. Ci arriviamo intorno alle cinque, noto con stupore che c’è già molta vita, le pasticcerie, le gelaterie e i bar già aperti con i vassoi pieni di leccornie per i lavoratori del mare che fanno colazione, ecco la terza costante del viaggio. Sono un po’ rimbambita per il sonno, comunque niente di grave. Fatico a tenere il ritmo degli altri, confesso a Ivano che certamente non sarei riuscita a stare con i suoi amici per tutta la randonnèe. No problem, ognuno deve procedere con il proprio passo, ma nessuno resterà solo. La sua parola è una garanzia, e io lo so, per questo sono serena.  Il controllo seguente è a San Vito Lo Capo, quasi al trecentesimo chilometro. È il tratto di strada più duro di tutto il brevetto. Ci fermiamo in un paesino per la prima colazione, nel bar locale scopro una leccornia mai vista: una pagnottella fritta ripiena di ricotta dolce, ergo un invito a nozze per la sottoscritta. Ripartiamo, la brillantezza di gambe della notte è già un lontano ricordo, devo tirare i remi in barca e rallentare. Giovanni, Luigi e Loredano vanno avanti, io e Ivano affrontiamo insieme gli infiniti saliscendi verso l’ameno controllo, concedendoci anche il lusso di scattare qualche foto. Il paesaggio è fantastico, roccioso, lunare. L’ultimo tratto di strada è comune tra chi sale e chi scende, questo particolare (e la spettacolarità del posto) mi fa ricordare il giro di boa di Brest, dove centinaia di randonneurs si incrociano. Arriviamo a ora di pranzo al bar del controllo, ai tavolini gli altri ci aspettano già da un pezzo. C’è la spiaggia, guardo i bagnanti con un sospiro mentre ordino un hot dog e un gelato. Sorrido, ma sono stanca. I ragazzi mi fanno coraggio.

Le nuvole alte avevano fin lì velato il sole risparmiandoci la canicola, ma man mano che ci si avvicina al controllo di Marsala (364mo chilometro) le vigliacche pensano bene di diradarsi. Arriviamo all’ora di merenda cotti dal sole e disidratati. Gelati, granite e Coca-Cola sono gli articoli più gettonati, ma anche pizzette, patatine e piatti di pasta riscaldata non sono disdegnati, anche perché cominciamo ad essere stufi di roba dolce. Chi si lava nei bagni (siamo dentro un complesso sportivo con piscina), chi chiacchiera, chi fa qualche modifica alla bici, chi mangia, il clima è rilassato, ma io ho la testa là, al controllo successivo, quello di Agrigento. È il giro di boa di metà strada. I patti sono di raggiungerlo d’un botto, poi avremmo dormito là. Chissà se ce l’avrei fatta, senza crollare prima per il sonno. Penso questo, mentre mangio pasta di mandorle (un’altra costante) e guardo Ivano cambiare la lampadina del fanale per la notte.

La sosta a Marsala mi ha “ricaricata”, Loredano ha una crisi di sonno micidiale, io resisto bene cantando a squarciagola, con buona pace di tutti gli altri. Un colpo secco, un’imprecazione: Ivano rompe un raggio sul brutto asfalto pieno di buche. Ci fermiamo a bordo strada, Luigi gli raddrizza la ruota alla bell’è meglio, ma è chiaro che ci vuole un ciclista. Lo troviamo a Mazara del Vallo, un onesto artigiano che gli ripristina velocemente il raggio e non gli chiede il becco d’un quattrino, mentre noi, fuori dalla bottega, ne approfittiamo per strafogarci di granite nel bar di fronte. Alla fine la ruota non è proprio centratissima, comunque il danno è riparato e il roccioso randonneur cuneese può tirare un sospiro di sollievo. Grazie! Abbiamo perso “solo” un’oretta, ora si può riprendere il viaggio.  Giovanni, Luigi e Loredano s’involano in direzione Agrigento, io non riesco a star loro a ruota. Mancano centoventi chilometri buoni al fatidico controllo-spartiacque, arrivarvi in buone condizioni significa avere mezza SNS in tasca. Mi lascio staccare, Ivano rimane con me. L’idea del gruppo era di fare una sosta intermedia a Sciacca per “cenare”: ci aspetteranno là, penso senza crucciarmi troppo. Peccato che… una volta rimasti soli sbagliamo strada! Sconforto totale, mentre prendiamo acqua per le borracce nell’ennesimo bar e chiediamo indicazioni. E allora, come sempre avviene nei momenti difficili, scatta l’occhiata d’intesa col mio compare: ora basta cincischiare, gambe in spalla e raggiungiamo Agrigento senza fare altre soste! Ci mettiamo di buzzo buono e manteniamo un passo costante e regolare. I continui saliscendi ci mettono duramente alla prova, attraversiamo la sconfinata campagna della valle del Belice, devastata molti anni fa da un tremendo sisma. Ed ecco comparire finalmente la storica Sciacca, adagiata sui colli, illuminata dall’ultimo sole del tramonto. E di nuovo il mare. Tiriamo dritto, mancano meno di settanta chilometri. Ecco il momento tanto temuto. Perché le crisi di sonno con la luce del giorno le governo abbastanza bene, ma come cala la sera…

Meno quaranta ad Agrigento. Sono le 22,30, bicicletta appoggiata ad una pompa di benzina. Sono in preda a conati di vomito, e non esce niente. «Cazzostomale, cazzostomale!!!», sono le uniche parole che riesco a pronunciare. Ivano mi guarda allibito e impotente. Ho un sonno da morire, e questa è una specie di crisi isterica dovuta alla stanchezza. Sto proprio male, mi si para davanti lo spettro del ritiro. Passa un randonneur straniero: «Are you okay?». Gesto eloquente mio con la mano. «Good luck…». Va via, vorrei inseguirlo, ma i conati di vomito riprendono. Panico. Decido allora di coricarmi e chiudere gli occhi, anche se non era nei programmi. Tiro fuori il materassino autogonfiante e mi nascondo dietro il benzinaio, Ivano si avvolge nella “stagnola” di sopravvivenza e si butta nell’aiuola vicina. Dopo mezz’ora esatta di sonno apro gli occhi e comincio a pensare. Al dolore di un’altra sconfitta. A Ivano, che non può certo perdere il Brevetto per causa mia. Mi tiro su, mi sembra di stare meglio. Prendo una bustina di medicinale per lo stomaco e scuoto il mio compare: «Sto meglio, proviamo a ripartire, poi ad Agrigento deciderò cosa fare…». Brontolio di disappunto (si era appena addormentato), ma anche lui intuisce che è la cosa migliore da fare. Pedalo decisa, sono determinata, la mezz’oretta di riposo mi ha fatto bene. La strada è dura, piena di salite e discese, ma Porto Empedocle e la favolosa Valle dei Templi con i monumenti illuminati sono alfine raggiunti e, con essi, la Terra Promessa del mitico controllo di Agrigento. È l’una e venticinque, neanche poi così tardi. Vicino al banchetto del controllo riconosciamo tra le altre le biciclette dei nostri amici, ci sentiamo rincuorati. Non mangiamo, ma ci corichiamo subito per dormire, stavolta per un paio d’ore, fuori dall’hotel che sta ospitando la quasi totalità dei randonneurs partecipanti al giro. Siamo ancora in gioco.

Tutti mi prendono in giro perché ho un bagaglio sproporzionato e non ho voluto approfittare della fin troppo accomodante organizzazione che, dietro pagamento, mi avrebbe portato le mie cose da un controllo all’altro. Tutti hanno fatto così. Noi, no. Io, poi, sono così contenta del mio nuovissimo materassino autogonfiante, trecentosettanta grammi di comodità che mi permettono di coricarmi ovunque. E di risparmiare anche i soldi della branda ai posti di controllo. Ma non è per una questione di portafoglio: c’è tutta una filosofia dietro alle mie scelte, la filosofia di chi venera il culto dell’autosufficienza e dell’avventura a 360 gradi. Di chi dorme sotto le tettoie dei benzinai al punto da affezionarvisi. Di chi si fa bidè con la borraccia. Di chi, lenta ma costante, giungerà inesorabile al suo obiettivo finale con le proprie sole forze.

GIORNO DUE – GIOVEDÌ 24 GIUGNO

Sono le quattro, bisogna alzarsi e ripartire. Mi sento di nuovo “in palla” e grintosa, buon segno. Nell’intimità del mio sacco da bivacco ho dormito senza pantaloncini, dando così un po’ di respiro alla pelle del soprassella, e dopo una pulizia sommaria alla parte ne ho indossati un paio puliti. Gli altri sfilano via qualche minuto prima, non si sono accorti che siamo solo lì dietro. Non li rivedremo più per tutto il viaggio, ma poco male. Tra centoventi chilometri, altro controllo a Marina di Ragusa. Passiamo Licata e Gela, francamente orribili, tra abusivismo edilizio e spazzatura gettata ovunque. Intanto sorge il sole. Alle otto e mezza il caldo è già insopportabile. L’alta temperatura accentua la mia lentezza, Ivano mi sta vicino e chiacchiera con me paziente e bonario, intuendo una delle mie solite “cotte” ricorrenti. Tra i faticosi saliscendi e qualche sosta per rifornimento di acqua e gelati, arriviamo finalmente a Marina di Ragusa verso la mezza. Nella palestra della scuola che ospita il controllo ritroviamo dei randonneur che conosciamo, da lì fino alla fine ci si rivedrà spesso, ormai l’andatura si è stabilizzata per tutti. Non siamo certo i primi, ma nemmeno gli ultimi. Mezz’ora di relax sulla pancia per riposare il fondoschiena, che ormai non ne può più. E Patti è ancora così lontana…

Il prossimo “miraggio” è Siracusa, e dista più o meno centoquaranta chilometri. Prima bisogna passare dal suggestivo Capo Passero, ovvero la punta più meridionale della Sicilia. Fa un caldo scellerato. Lungo la strada raccogliamo Enrico, randonneur di Viterbo già notato durante la giornata poiché visto sdraiato praticamente ovunque a smaltire frequenti crisi di sonno, e un altro viaggiatore della Lombardia, entrambi reduci dall’ultima edizione della Bergamo-Roma-Bergamo. Chiacchierando con loro riusciamo a non pensare troppo alla fatica e al caldo. Giungiamo al controllo di Porto Palo piuttosto provati, la merenda è di nuovo a base di bibite ghiacciate e gelati. Ma ora Siracusa dista solo poco più di sessanta chilometri! Ripartiamo, aggiriamo Capo Passero a picco sul mare con le sue acque limpide e invitanti… Che tortura, avere tutto quel mare a disposizione e non potersi tuffare!

È tardo pomeriggio, la calura continua a tormentarci. I miei piedi non ne possono più: fino a quel momento avevo cercato di refrigerarli buttandoci sopra l’acqua della borraccia, ma ora non riesco più a spingere sui pedali. Idea geniale: mi faccio passare da Ivano l’affilatissimo coltellaccio del suo multitool e squarcio senza pietà le mie gloriose Diadora da mountain bike, aprendole sul davanti a mo’ di sandalo. Il fine giustifica i mezzi! In caso di successo, a quelle scarpe avrei fatto un monumento… Ripartiamo, l’idea sembra funzionare, il sole sta scendendo e anche questo contribuisce a farmi stare un po’ meglio. Ed ecco Siracusa, la vedo arrivare in lontananza alla luce del tramonto, è una bella città viva e moderna, piena di gioventù. Raggiungiamo il bar del controllo col morale a mille: ancora duecentocinquanta chilometri ed è fatta! Saccheggiamo la vicina panetteria di pizze e focacce, mangiamo a quattro palmenti e intanto mando uno sbilenco MMS a mia madre. Nella piccola foto digitale le nostre facce sono stravolte e cotte dal sole, ma s’intravvede il lampo negli occhi di chi sa che ormai la meta è vicina…

Il piano è il seguente: si riparte subito in direzione Catania (sono le 20 passate) e al primo distributore di benzina ci si ferma per dormire un due-tre orette, dopodiché tirata unica fino a Patti. Poco fuori Siracusa, giusto sulla rumorosa Statale troviamo il nostro pseudo-motel (un sentito grazie alle Sette Sorelle per l’accoglienza…). Ci sistemiamo nel retro, tirando fuori il necessario per riposare. Mi corico soddisfatta pregustando il riposino, ma Ivano brontola: «Ehi, ma qui è pieno di zanzare!…». Non lo ascolto nemmeno e chiudo ermeticamente la zip del sacco da bivacco. Un attimo dopo arriva una camionetta e ci punta i fari addosso. Paura. Apro mezza palpebra e noto un pantalone blu scuro con la riga rossa… Oh-oh… Con gli occhi pieni di sonno mi faccio carico dei convenevoli. «Buongiorno (sic!) … Stiamo facendo il giro di Sicilia in bicicletta in tappa unica, vede, abbiamo i numeri appiccicati… Volevamo riposare e ci siamo fermati qui… Vuole vedere i documenti?…». Il brigadiere sorride, per fortuna ha capito tutto: «Ma no, non si preoccupi… Per noi potete anche rimanere, ma ve lo sconsigliamo, è un brutto posto…». Ivano non aspettava altro: «Giusto, è pieno di zanzare: andiamo via!». Addio riposino. Grrr.

Decidiamo allora di proseguire e di cercare un posticino più accogliente oltre il complesso industriale di Augusta. Il mio umore si è guastato irreparabilmente, mentre pedalo impreco contro le zanzare, i Carabinieri, Siracusa, i benzinai e il mondo intero. Intanto compare davanti a noi uno spettacolo che suscita emozioni contraddittorie. L’infinita schiera di raffinerie, ciminiere, industrie e quant’altro nella notte è illuminata come un luna park, piena di lucine colorate, come un agghiacciante albero di Natale moderno. Ci fermiamo un attimo a guardare, attoniti. Non riusciamo a capire se sia più brutto o più affascinante. Sembra un film di fantascienza: più Metropolis o Blade Runner? Proseguiamo, ormai siamo a metà della distanza che separa Siracusa da Catania. Sono sempre più nervosa e stanca. Ora bisogna imboccare la Statale, ma la prima parte è una superstrada con tanto di divieto alle biciclette! È quasi mezzanotte, fermiamo delle macchine per chiedere se ci sono delle alternative per arrivare a Catania, figuriamoci questi che si vedono davanti nel cuore della notte due ciclisti con l’accento PIEMONTESE che si sbracciano… Delirante! La gente del posto parla solo in dialetto stretto, e chi ci capisce qualcosa… Boh, alla fine imbocchiamo ugualmente la superstrada, per fortuna non c’è traffico. Ritroviamo nel buio della notte Enrico, scambiamo qualche parola, poi, ecco il miraggio sottoforma di pensilina della Esso… finalmente! Buonanotte…

GIORNO TRE – VENERDÌ 25 GIUGNO

Che ore sono? Le tre, forse. Tocca lasciare lo scomodo giaciglio e ripartire: Catania è vicina. Ci rimettiamo in sella, ma io continuo ad avere sonno. Mentre pedalo mi si chiudono gli occhi, mi butto in faccia l’acqua della borraccia, ma serve a poco. A Catania il bar adibito al timbro è già fornitissimo di ogni ben di dio, facciamo una breve colazione e poi ripartiamo. Un centinaio di chilometri per arrivare a Messina e un’altra novantina per approdare a Patti. Poco fuori Catania imploro un breve sonno sotto la pensilina dell’autobus, sono proprio in crisi. Alle 5,30 riprendiamo il cammino. Albeggia, la strada è un continuo saliscendi, tanto per cambiare. Alla nostra sinistra compare l’Etna, con tanto di pennacchio di fumo rosa. È uno spettacolo mozzafiato, vale la breve sosta per fare delle foto. Però non basta a svegliarmi. In discesa mi accorgo che mi si chiudono gli occhi, più di una volta rischio seriamente la pelle. Eppure non voglio fermarmi più a dormire, so che la crisi di sonno prima o poi se ne andrà da sola. Ci superano altri randonneurs, ci si incoraggia a vicenda. Poco prima di Giardini Verso TaorminaNaxos troviamo un bar per fare una colazione come si deve. Caffè doppio, due brioches deliziose, acqua fresca in borraccia, integratori vari. Com’e, come non è, ripartiamo come rimessi a nuovo. Incredibile! Affrontiamo le salite di Capo Taormina a mille, una roba mai vista, l’umore è altissimo, è una mattinata splendida, il paesaggio è fantastico, facciamo ancora delle foto. Finchè non scendiamo al mare per l’ultimo tratto di strada che ci separa dal controllo di Messina, e lì facciamo la tragica scoperta: un forte vento contrario. Fine del momento magico, inizio della sofferenza vera…

Trentacinque chilometri di vento contrario, non si riesce ad andare avanti. Ivano spinge sui pedali, io non riesco a stargli a ruota. La strada lungomare è brutta e trafficata, impossibile organizzarsi “a trenino”! È un autentico calvario, in certi punti è così forte che rischio di ribaltarmi. Arriviamo stremati nella trafficatissima Messina a mezzogiorno, il controllo è dall’altra parte della città, ci tocca rischiare la pelle facendo lo slalom nel caos cittadino. Nel bar di fronte alla stazione ritroviamo altri randonneurs, ognuno si rassetta come può. Ancora novanta chilometri sotto il sole cocente ed è fatta. Non ci posso credere… Mi fanno male i piedi. I calzini bagnati con l’acqua prima che tagliassi le scarpe mi hanno piagato irrimediabilmente le piante. Metto della pomata protettiva e una garza sterile, ma non riesco a spingere sui pedali. Beh, ormai ci siamo, sarei arrivata a destinazione anche sui gomiti… Pedalo piano e ho dolori da tutte le parti, ma in fin dei conti non ha più importanza perché, finalmente, sto iniziando a realizzare di avercela fatta. Qua e là, lungo la strada, fermi alle rare fontane o all’ombra delle piante, ci sono altri randonneurs. Andiamo tutti piano, tanto non c’è fretta: il tempo massimo scade a mezzanotte.

Statale 113, meno cinquantacinque chilometri. Vado sempre più piano, a Villafranca mi consulto con Ivano e decido di lasciarlo andare. Mi avrebbe aspettata in piazza a Patti. Gli ultimi chilometri li consumo dunque in solitudine, ad una media ridicola, a ripensare tra me e me a quello che ho fatto, alla fantastica avventura, a quella meravigliosa terra di Sicilia che è stata una scoperta. Il traffico, il caldo, le buche sulla strada… uno stillicidio, ma la testa è là, all’arrivo. Le 17, le 18, c’è l’ultima salita, la montagna della chiesetta di Tyndaris, Ivano mi telefona e mi informa di essere in piazza, bene, arrivo. Un cicloamatore locale mi accompagna, vede i borsoni: «Stai finendo il giro di Sicilia? Io ho fatto le precedenti edizioni… Uhm, sei in ritardo… Sei fuori tempo massimo, vero?…» COOOSAAA?!? Sono troppo stanca per insultarlo. Risparmio le forze per salire al santuario e affrontare la discesa, e poi gli ultimi due chilometri di salita a Patti. Non so se ridere o piangere. Passo sotto lo striscione blu e sgancio i piedi dai pedali. La sconfitta di Parigi è stata vendicata. Oddio, forse Patti non è la stessa cosa… Ivano? Eccolo spuntare dal bar. Ci complimentiamo, lo abbraccio con sincera gratitudine, è stato un eccezionale compagno di viaggio. Mi confessa di aver temuto il peggio per me dopo avermi lasciata sola in quelle condizioni. Ma ora tutto questo non conta più, ci sono cose più importanti.

«Vuole la medaglia? Allora fa dieci Euro.»

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: