“Randonnèe 8000” – Cuneo, 10-11 luglio 2004

Considero questo durissimo brevetto “per grimpeurs” un mio piccolo capolavoro. Primo, perchè è arrivato a sole due settimane dal “mille” di Sicilia, con evidenti problemi di recupero visto il poco tempo trascorso. Secondo, perchè con trenta misere ore a disposizione per concluderlo lo consideravo veramente fuori dalla mia portata. E terzo, perchè l’ho condotto praticamente quasi tutto da sola, notte compresa. In ogni caso è stata un’esperienza fondamentale e, sicuramente, una svolta nella mia “maturazione” di ultracyclist.

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E dire che lo sapevo dallo scorso inverno. Lo staff organizzativo della GranFondo “La Fausto Coppi” ha ideato per il 2004, nello stesso weekend della manifestazione agonistica, una terrificante randonnèe con partenza e arrivo a Cuneo, il cui percorso avrebbe scalato uno dietro l’altro cinque colli mitici: Lombarda, Bonette, Vars, Izoard e Agnello, per un totale di 358 km e 8000 metri di dislivello. Ottomila. Pur conoscendo personalmente l’ideatore di questa follia, per sei mesi buoni ho fatto pesce in barile: «Mah… È solo due settimane dopo la “Sicilia No-Stop”… Non so se ce la faccio a recuperare… No, non vengo… In fondo, quei colli lì li ho già fatti tutti… »

Ma quando una ha nel cranio il baco delle sfide impossibili c’è poco da fare. Tornata dalla Sicilia ho preso in mano il grafico del percorso e ho iniziato guardarlo bene. Il tempo limite per farsi omologare il brevetto è stato fissato arbitrariamente dall’organizzatore stesso in trenta ore. Poche, per le mie possibilità. Un brevetto con queste caratteristiche sembrerebbe fuori dalla mia portata, dato che sono piuttosto lenta in salita e fifona in discesa. Ma prima di gettare la spugna ho preso la calcolatrice: tot chilometri in salita alla tale media, queste discese tocca farle di notte, quindi dovrò andare necessariamente piano, qui ci sarà un controllo, qui il ristoro… Risultato… salvo contrattempi… rientro previsto a Cuneo per le ore 19… della domenica… allo scadere esatto delle trenta ore?!? Il responso è impietoso: è fin troppo evidente che se decido di raccogliere la sfida non sarà una randonnèe come tutte le altre, ma una disperata cronometro individuale, senza alcun margine di errore. L’occasione per mettere in campo la mia capacità organizzativa, la mia tenacia e la mia regolarità, nel tentativo di compensare i miei limiti fisici. Il tarlo mi ha roso il cervello per i dieci giorni precedenti: vado, non vado?… Alla fine, fatalmente, vado. Miscion impòssibol, ma se so di avere anche solo una possibilità di farcela… perché non provarci?!?

Foto di gruppo al viaSabato 10 luglio, piazza Galimberti in Cuneo. Sono nervosa e impaziente. Aspettiamo tutti le 13, l’ora del via. Siamo tanti, stranamente tanti, e mi chiedo se tutti questi coraggiosi sappiano esattamente a cosa vanno incontro. Le randonnèe cicloturistiche sono una realtà ancora poco conosciuta nel nostro paese: sono dure, devi viaggiare anche di notte, e soprattutto… qui è rigorosamente obbligatorio cavarsela in autosufficienza, senza alcun aiuto “esterno”. Alcuni hanno bagaglietti francamente esigui: come potranno resistere al gelo dell’alta quota questa notte con quel poco vestiario? Ecco gli amici di sempre. Roberto da Airasca non sta più nella pelle, questa randonnèe è il suo obiettivo di stagione, da giorni ci ha perso il sonno. Salta come un grillo e, come d’abitudine, non sta zitto un momento. C’è Giovanni da Cuneo, vecchia volpe delle randonnèe, uno di quelli che le fa per “fare il tempo”. Ci sono Luigi e Loredano, compagni di viaggio di una parte di “Sicilia No-Stop”. C’è Gualtiero il “Barcolliano”, che sembra un guerriero armato di tutto punto con quello zainetto e il muscolo guizzante in bella mostra. C’è Danilo, pizzetto e occhiali da intellettuale, aria vagamente svogliata. Ci sono altri reduci della “Paris-Brest-Paris” del 2003. E c’è Ivano, il “socio” delle grandi occasioni, che di questa follia lucidamente calcolata è l’ideatore. Tra di noi, un patto: questa volta, ognuno per se. «No, domani sera non ti attarderai… perché arriverai entro il tempo massimo, te lo dico io!». Lo guardo negli occhi un istante, mi strappa un sorriso. Il cuore mi si gonfia un pochino. Era ora.

PROLOGO: CUNEO – VINADIO

Pronti, via. Schizzo come una molla e mi metto subito a ruota di Giovanni, sono nel gruppetto dei primi, è tutta gente che interpreta le randonnèe con piglio “agonistico”. Io sono distante anni luce dalla loro mentalità, ma ora il mio obiettivo è stare opportunisticamente a ruota fino a Vinadio per risparmiare minuti preziosi. Cerco di resistere, ma sono davvero troppo veloci, dopo una quindicina di chilometri devo staccarmi. Tuttavia il gruppo è vasto, trovo altre ruote, arrivo all’attacco della prima salita in netto anticipo rispetto alle mie previsioni, è quello che volevo. Nella confusione ritrovo Ivano, giusto il tempo di un ultimo incoraggiamento prima di prendere ognuno il proprio ritmo e salutarci definitivamente: «Hai la testa abbastanza dura per riuscire in questo ed altro!». Ha ragione, e io lo so bene. Sennò, non sarei lì.

PRIMO COLLE: LOMBARDA

È confortante partire bene e sapere di essere già in vantaggio. La salita è bella, l’aria è fresca. La mia bici è stata alleggerita al massimo, non ho più il portapacchi ma uno zainetto sulla schiena, che inizia a darmi fastidio. Sono un po’ preoccupata per questo, spero di non aver sbagliato tutto. Controllo la velocità sul mio ciclocomputer, sto salendo bene per le mie possibilità. Raggiungo altri randonneur, qualcuno è già fermo a bordo strada e “scoppiato”, questi in cima al colle gireranno fatalmente i copertoncini in direzione Italia e torneranno indietro… Si scambiano brevi battute, l’aria è sempre più frizzante. Scollino poco prima delle 17, e come un automa eseguo senza perdite di tempo le operazioni necessarie: vestizione, luce sul casco, pipì, e intanto mangio il primo panino. Me ne sono portata quattro, uno per ogni colle escluso l’ultimo. Comincio la discesa verso la Francia, è il salto verso l’ignoto, il “punto di non-ritorno”. Mollo i freni più che posso e giungo a Isola alle 17,35. Avevo calcolato di arrivarci tra le 18,30 e le 19. Sono in clamoroso anticipo. Incredibile.

SECONDO COLLE: BONETTE

Da Isola a Saint Etienne de Tinèe ci sono quattordici chilometri di falsopiano-salita con forte vento contrario. Dietro di me ci sono dei randonneur, ma sono attardati e non posso certo aspettarli. Un altro mi sorpassa, ma va troppo forte per me. Rimango senza collaborazione, e mentre procedo comincio a sentire il peso della solitudine, e quella paura strisciante che ti assale quando sai che stai per affrontare qualcosa di terrificante senza nessun aiuto. Il sole pian piano volge al tramonto. Dopo Saint Etienne de Tinèe inizia la salita vera e propria alla Bonette. Da un cortile una signora sorride e mi apostrofa: «Vous êtes le dernier? Ou l’avant-dernier?…» Le mie reminiscenze scolastiche di francese sono annebbiate, solo dopo un minuto buono realizzo che mi stava prendendo per i fondelli: sei l’ultima… o la penultima?…

Più salgo, più fa freddo. A metà salita c’è un rifugio, molti randonneur sono fermi a ristorarsi e a vestirsi: finalmente, due parole e il conforto di altri esseri umani! Mi devo vestire anch’io, ormai il sole è sceso e la temperatura sta crollando: gambali spessi e giubbotto. Riprendo la salita, altri mi sorpassano alla spicciolata, l’ambiente si fa sempre più severo e selvaggio. Sono sempre in vantaggio rispetto ai tempi previsti, e realizzo che potrei riuscire ad attaccare la temibile discesa sull’altro versante con un filo di luce, una cosa insperata! Tuttavia un senso di sconforto mi assale, e del resto me l’aspettavo: trovarsi sola, al tramonto, fra le Alpi è una sensazione agghiacciante. Guardo le ultime luci del crepuscolo sui monti: sta per arrivare il momento più difficile, quello immaginato mille volte, la sfida alla Grande Signora Che Fa La Selezione.

Sono le 21,45, scollino a quasi 2800 metri di quota e mi metto in un angolo per vestirmi. C’è ancora un misero filo di luce, ma è troppo poco. Il forte vento gelido mi ottenebra mente e articolazioni, ho le mani ghiacciate, non riesco a infilarmi le cose. Tento di addentare il secondo panino, ma ho la nausea. Provo a orinare, ma non ci riesco. Devo mantenere la calma. Ok, guanti, controllo luci, ancora un morso al panino e comincio a scendere, ma i brividi di freddo mi scuotono e non riesco quasi a governare la bicicletta. Il panino mi va di traverso e rischio di soffocare, miracolosamente lo sputo. Non c’è una luce artificiale, non c’è la luna, non un villaggio, una casa, un essere umano, niente di niente, sono sola, solo freddo e buio, FREDDO E BUIO, maledizione, ma questo è l’inferno! Non vedo la strada, l’illuminazione fornita dal mio impianto è discreta, ma in quelle condizioni indovinare i tornanti è un azzardo. Sono consapevole di star vivendo l’esperienza più terrificante della mia vita, un attimo di smarrimento e alla prossima curva potrei lasciarci la pelle. Ma so anche che ogni metro di quota perso equivale a qualche decimo di grado centigrado in più. D’improvviso, delle luci dabbasso: JAUSIERS?!? Il controllo! Il conforto di altri esseri umani! Con la temperatura si alza anche il morale. Eccomi al villaggio, arrivo al furgoncino dell’organizzazione, dove ricevo sorrisi e complimenti. Io sono visibilmente provata e allucinata, ma anche questa è fatta. Sono le undici: il mio vantaggio sul ruolino di marcia è di ben due ore. Posso ripartire tranquilla.

TERZO COLLE: VARS

Al controllo sono stata raggiunta da altri due randonneur, ma riparto prima di loro. È la prima volta che affronto da sola la notte in una randonnèe. Ora il mio stato d’animo è mutato, sono serena e tranquilla. Non ho paura. Dopo il villaggio di St. Paul la strada ricomincia a salire, è l’attacco del terzo colle. Il campanile illuminato del villaggio è assai suggestivo, intorno a me è tutto bosco. Alzo gli occhi, e scorgo una spianata di stelle spettacolare, con la Via Lattea perfettamente riconoscibile. È tutto bellissimo e poetico, ma la salita nell’oscurità totale fissando sull’asfalto la fioca luce alimentata dalla dinamo giocoforza rallentata mi sta rimbambendo completamente. Ad un certo punto credo di avere delle allucinazioni. Fortunatamente la pendenza è dolce. Silenzio tutto attorno, vedo sagome di piccoli animali che mi tagliano la strada. Le paline segnaletiche indicano lo scorrere dei chilometri, ancora tre, due, uno, ahimè, mi si scarica completamente la batteria della torcia sull’elmetto… e realizzo con orrore che, se mi fossi fermata e con me la dinamo nel mozzo, sarei rimasta completamente al buio… Allora scollino, e decido di tirare dritto per Les Claux, la sottostante località sciistica nel cui Ufficio del Turismo gli amici francesi hanno predisposto il controllo e un sospirato – per quanto non dovuto in questo genere di manifestazioni – ristoro caldo. Resistere al freddo per un paio di chilometri al massimo… Impossibile! Urlo per i brividi, per fortuna ci sono le luci di un rifugio, manca solo un chilometro ma DEVO fermarmi a mettere guanti lunghi e giacchino… Mi raggiunge un altro randonneur e approdiamo insieme all’illuminato villaggio di Les Claux, che giunge come un’autentica oasi in quell’inferno di gelo e di buio.

Fuori dal locale ritrovo inaspettatamente Ivano con Roberto, che stanno per ripartire. Ehi, ma allora sto andando forte! Abbracci, complimenti, gimmefive, e l’augurio reciproco che la randonnèe proceda per il meglio. Entro nella stanza, c’è il riscaldamento. C’è il tanto sospirato tè caldo. C’è anche tanto da mangiare, ma io continuo a non avere appetito, arraffo giusto due merendine e una cucchiaiata di Nutella. Dietro un tendone si può dormire, ci sono molti “concorrenti” appisolati, è una tentazione ma, sentendomi ancora lucida, decido di non approfittare troppo del vantaggio accumulato e di proseguire. Trovo Danilo: «Continuiamo insieme?» Beh, un po’ di compagnia per affrontare quel che resta della notte non può che farmi piacere. Ci vestiamo con tutto quello che abbiamo e ripartiamo. Devono essere più o meno le tre. Scendiamo verso Guillestre chiacchierando, stavolta la discesa è agile, le righe bianche sulla strada fanno da riferimento ed è più facile mantenere la carreggiata. Da Guillestre a Briançon c’è la pericolosa statale con l’arcigno Belvedere du Pelvoux da superare. Ci affianca una camionetta di gendarmi: «Attention!». Parlottano dal finestrino con Danilo, lui tenta di spiegargli nel suo maccheronico francese che stiamo facendo una randonnèe. È la parolina magica: «Une Randonnèe? Bon courage!…». Saliamo al Belvedere, poi scendiamo su Briançon. Cominciano le crisi di sonno, vorremmo dormire un poco alla stazione, ma Ivano mi telefona avvisandomi che la stazione è chiusa. Questa non ci voleva! Decidiamo di buttarci sotto la tettoia di un benzinaio dentro il paese, proprio al bivio dove inizia la strada per l’Izoard. Ci avvolgiamo nei teli di sopravvivenza, ma fa freddo, troppo freddo. Non riusciamo a riposare. Intanto, attesissima, arriva la luce del nuovo giorno.

QUARTO COLLE: IZOARD

Alle sei meno un quarto, intirizziti e piuttosto esasperati, riprendiamo armi e bagagli e attacchiamo l’Izoard, il Colle Mitico per eccellenza. Fa un freddo micidiale. Mi accorgo di avere le gambe ormai irrimediabilmente scariche, e le crisi di sonno continuano. Non riesco a tenere gli occhi aperti. Invito Danilo a “mollarmi” nel caso fossi andata decisamente in crisi. Infatti, in un villaggio approfitto del primo sole che riscalda per buttarmi su un prato e chiudere gli occhi dieci minuti, perdendo contatto con lui. Rimango di nuovo sola, ma la breve sosta ha il pregio di ricaricarmi un poco. Mi sforzo di mangiare una barretta, procedo a mente più lucida ma gambe “segate”, e meno male che questo è il versante più facile!…

Conto i chilometri che mancano, ormai sono lì, e vengo inaspettatamente raggiunta da Giovanni da Fiorenzuola, partito il giorno prima in grave ritardo a causa di un contrattempo. È un incontro piacevolissimo che mi ridà morale! «Dietro c’è Luigi… È andato in crisi sulla Bonette, poi è caduto salendo al Vars per un colpo di sonno…». Mi dà l’appuntamento in cima. Ci arrivo anch’io che son quasi le nove, stremata, con tanta voglia di piangere, ma davanti al randonneur più forte del mondo non posso certo farmi vedere in lacrime…  E allora, al tepore del sole ci sediamo a chiacchierare un poco, così aspettiamo Luigi e io posso recuperare le forze mangiando uno dei miei panini ancora latitanti nel bagaglio. Giovanni mi ricopre di complimenti per come sto conducendo la mia “impresa”, e io ne sono orgogliosissima, tanto da scordare la fatica. Arriva Luigi, lo rincuoro, poi riparto: ho ancora un’ora di vantaggio, ma non posso permettermi di perdere troppo tempo, non si può mai sapere in randonnèe…! Ormai mi fanno male pure le discese, spalle e braccia non ne possono più, per non parlare del sedere e dei genitali.

QUINTO COLLE: AGNELLO

A Chateau Queyras la strada riprende a salire: è la stretta finale, l’ultimo colle, l’Agnello. È il momento di tirare fuori tutto quello che è rimasto: ben poco, a dire il vero, anche se Giovanni mi ha appena fatto coraggio dicendomi: «Per essere tranquilli col tempo bisogna scollinare entro le 15… Ma vedrai che tu ce la farai entro le 14!». Arranco paurosamente, e intanto mi svesto, mi rivesto, prendo acqua per le borracce, mangio qualcosa, insomma, ogni scusa è buona per metter piede a terra. Cerco d’impormi pause a intervalli regolari per suddividere meglio quell’agonia ma, al contempo, non perdere tempo inutilmente. Giovanni e Luigi intanto mi hanno sorpassata da un pezzo, e chi li rivede più. Mille pensieri affollano la mia testa. Tengo d’occhio l’orologio, ormai sono consapevole di avere la “vittoria” in pugno, ma sono in difficoltà. Non ho un solo muscolo del corpo che non mi faccia male. Cerco di distrarmi pensando alla soddisfazione dell’obiettivo. Altra crisi di sonno, altri dieci minuti buttata sul prato. La salita fin qui non è stata troppo arcigna, mancano sette chilometri, squilla il cellulare, è Ivano. Non capisco dov’è, deduco che deve essere in cima. Gli do le mie coordinate: «Attenzione, adesso comincia la parte dura… Molto dura…». Infatti, butto l’occhio avanti, nel maestoso paesaggio alpino, e vedo la strada impennarsi paurosamente…

Fine delle gambe. Non riesco più a spingere, mi ritrovo a percorrere dei tratti a piedi. Sono sola, maledettamente sola con i miei limiti, e devo riuscire a cavarmela, scollinare a qualsiasi costo, purchè con le mie forze, senza barare… La tentazione di farmi caricare sul fuoristrada di uno dei tanti turisti presenti è forte, ma… che senso avrebbe? Mi viene da piangere, continuo a ripensare alla follia di una simile avventura… Ma perché mai?!? L’orologio è impietoso, ma a –3 km ecco il rigurgito d’orgoglio: succhio un po’ di miele della mia provvidenziale fiaschetta, compagna di tante salite, e rimonto in sella. E spingo, con tutto quello che mi è rimasto. Tornante, meno due, tornante, meno uno. Colle. Ore 14,01. Dall’emozione faccio pipì dove capita senza nemmeno curarmi dei turisti presenti, è il delirio, fa un freddo cane ma non perdo tempo a vestirmi e inizio subito a scendere, la mia bici è un missile, e io mi sento una bestia: ormai è fatta! Ottanta chilometri di discesa fino a Cuneo!…?

SI TORNA A CASA?

Fabrizio e Massimo del team “Barcollo Ma Non Mollo” stanno salendo dal versante italiano, avevo detto loro che avrei scollinato intorno alle 15, invece li prendo in contropiede, non mi fermo nemmeno: «Volo a Cuneo a “timbrare la cartolina”, ce l’ho fatta, scusate ma non vedo l’ora di finire!!!…». Vedo i loro sorrisi increduli, ho il cuore gonfio di gioia. Eppure i contrattempi sono ben lungi dall’essere finiti. Le crisi di sonno continuano a tormentarmi, lungo il discesone dalla Val Varaita mi si chiudono gli occhi e rischio più di una volta di finire fuori strada. A Sampeyre devo fermarmi di nuovo su un prato, dove dei tranquilli camperisti stanno facendo picnic e mi guardano attoniti. «È della ‘Fausto Coppi’?», mi apostrofano quando, dopo dieci minuti, mi rialzo e riavvolgo il telo di sopravvivenza per ripartire. Sì, ma noi siamo “gli altri”, quelli della “Randonnèe 8000”, che in pochi conoscono…

Già, la GranFondo. Quelli “della gara” erano partiti alle sette di mattina, e anche loro devono arrivare in piazza Galimberti entro le 19. Da Sampeyre in poi comincio a incrociare le loro maglie arancioni tutte uguali. Qualcuno, vedendo il mio numero attaccato allo zaino con l’indicazione “Randonnèe 8000”, nel sorpassarmi mi fa i complimenti. Mi inorgoglisco e sorrido, anche se le gambe non girano più e ho male dappertutto. Ivano mi comunica con un SMS di essere arrivato, bene, tra un po’ ci sono anch’io. A Piasco finisce la discesa e inizia l’ultima asperità: la Colletta di Rossana, poco più di un cavalcavia se fatto in condizioni normali, ma in quel preciso istante… Porca miseria, non ricordo un’agonia più lunga. Se sopravvivo, ripenso tra me e me, posso anche buttare via la bicicletta e considerarmi soddisfatta per il resto della mia vita! Ad una velocità ridicola anche questa maledetta montagnola è superata. Ma non c’è limite al peggio. Proprio mentre pregusto l’idea di chiudere la partita prima delle 17,30, a Busca ho la pessima intuizione di seguire le indicazioni della gara anziché il roadbook che Ivano aveva preparato con tanto amore. Quando mi rendo conto dell’errore è troppo tardi. Lo chiamo a casa, disperata, cerco di fargli capire dove sono, ma a distanza non può aiutarmi più di tanto, e poi è stremato pure lui, deve andare a dormire… Vorrei morire. Incazzatissima recupero quell’oncia di energia per tirarmi fuori dai guai per l’ennesima volta, prendo la mia fotocopia di cartina e mi arrangio, vado a Caraglio e punto Cuneo, mi faccio venti chilometri in più pestando ai trenta all’ora, una roba mai vista. Arrivo al traguardo alle 18,25, il contrattempo mi ha rovinato la festa. Al gazebo le ragazze dell’organizzazione mi fanno mille complimenti, io sono esasperata, non le sento nemmeno. Peccato. Prendo la maglia di finisher – la tanto sospirata “patacca” riservata solo a “quelli che ce l’avrebbero fatta”, e vado alla macchina. È un finale un po’ triste, ma l’agonia è finita. Si torna a casa, a leccarmi le ferite.

Morale della storia. Al di là di ogni considerazione sul senso del randonneurismo, di questo modo molto particolare d’intendere il ciclismo, lo sport è fatto di sfide, è fatto di coraggio. È fatto di gente che lancia il cuore oltre l’ostacolo, dando tutto per superare i propri limiti. È fatto anche di saper accettare sportivamente le sconfitte. In questo caso io esco vittoriosa: mi sono imbarcata per un’avventura più grande di me, sapendo che, in fondo, non avrei avuto niente da perdere, e ce l’ho fatta. Contro i pronostici, contro i miei limiti fisici, contro l’orologio. Ma se avessi rinunciato a tentare, non l’avrei mai saputo. Quindi, non rinunciate mai a provarci. Se siete Teste Dure come me.

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