Brevetto di Cassano Magnago (VA), 200 km, 17 aprile 2005

È iniziato un nuovo anno. Stavolta l’obiettivo che vale la stagione 2005 è la mitica “Londra-Edinburgo-Londra”, massacrante ultramaratona di oltre 1.400 km che si terrà a luglio nell’isola britannica. Già dalla fine dell’inverno fervono i contatti ed i preparativi, ed i consueti brevetti organizzati in giro per l’Italia sulle distanze omologate Audax sono il pretesto per effettuare degli ottimi allenamenti con i miei due “soci inglesi” Gianni e Giorgio.

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Se le risaie del Vercellese e del Biellese s’increspano e fanno le onde, allora vuol proprio dire che sta piovendo tanto. Troppo. Questo penso tra me e me, sabato pomeriggio, mentre raggiungo Gianni in auto con i tergicristalli a velocità 5 sulla leva che va da 1 a 4. Saremmo poi ripartiti insieme con il suo camper alla volta di Cassano Magnago, amena località lombarda vicina a Gallarate, dove il giorno dopo sarebbe partito un brevetto cicloturistico sulla distanza dei 200 chilometri. Un altro mezzo suicidio, considerate le previsioni meteo per il weekend. Nemmeno il tempo di staccarci di dosso il muschio cresciuto dopo il “200” di Bandito di Bra della domenica prima, e di riprenderci dal freddo e dalla grandine di Cuneo.

Andiamo a Gallarate, sul posto ci attende Maurizio, l’organizzatore della manifestazione. Stasera il cielo vuole illuderci con ampi squarci di sereno, ma nessuno crede troppo in un miglioramento per l’indomani. Quando ci sediamo tutti e tre al tavolo di una pizzeria, Maurizio racconta: «Mi telefonano in continuazione, avevo un sacco di prescrizioni, adesso vogliono tutti sapere se, in caso di pioggia, si farà ugualmente… ». Io e Gianni ci guardiamo sorridendo beffardi. Noi sappiamo bene che un randonneur motivato non si ferma di fronte a nulla, specialmente se si sta preparando per un’ultramaratona del calibro della “Londra-Edinburgo-Londra”. Dopo cena ci ritiriamo presto. Nel camper prepariamo le ultime cose, e Gianni mi mostra orgoglioso l’ultimo acquisto: quella meravigliosa (e costosa) giacca impermeabile e traspirante che a Bandito, otto giorni prima, gli avrebbe fatto tanto comodo… Meglio tardi che mai! Buonanotte, prendo posto nella cuccetta a me destinata e m’imbozzolo nel sacco a pelo. Gocce di pioggia fanno tip-tap sul tetto del caravan: rassegnamoci, domani è di nuovo ora…

Ore 6: sveglia! Piove, fa freddo e ho un sonno da morire, e Gianni non mi sembra molto più pimpante di me. Comunque nessuno si lamenta troppo del maltempo: avrai voglia a prender pioggia in Inghilterra! Tantovale abituarsi. Al parcheggio dell’oratorio, posto in cima ad un’amena collinetta circondata dal verde, sistemiamo il caravan, facciamo colazione e intanto ci raggiunge Giorgio da Alzano Lombardo, il “terzo uomo” del nostro trio lanciato verso Londra. Ci prepariamo di tutto punto, Giorgio mi guarda sconcertato: «Vista così… non sembri neppure una ciclista!». In effetti vesto giacca da montagna con cappuccio sotto il casco e soprapantaloni in Gore-Tex, un paio di calosce artigianali per tenere (spero) i piedi asciutti e guanti in lattice sopra i guanti invernali da bici: sembro uno speleologo! Ma pure io sono sconcertata di fronte a lui, vestito un po’ troppo leggero e senza capi tecnici. Ma lui è un vero duro, un randonneur che sa soffrire e non molla l’osso nemmeno a cannonate. Lo conoscevo già, il Giorgio.

Al tavolino dell’accredito l’anziano Giudice Federale (la manifestazione è patrocinata dall’Udace) gira e rigira il mio tesserino. Sono iscritta per la squadra “Barcollo ma non mollo”, affiliata Uisp… Niente, lui esclama stizzito: «Ùstia, ma che tesserino l’è cheschì?!». Rido per non piangere, raccolgo Gianni e Giorgio e partiamo sotto la pioggia. Sono da poco passate le 8. Si aggrega subito una donna, abbigliamento da granfondista stilosa ma per nulla impermeabile: «Tu sei Silvia? Piacere, abito qua sotto ed è la prima volta che faccio un brevetto, mi hanno detto di seguire te..». Ho piacere, dunque abbiamo una local… E al primo bivio, naturalmente, rischia di farci sbagliare strada. Richiamo all’ordine i miei due soci: atteniamoci scrupolosamente al roadbook che tengo sul manubrio come d’abitudine… e lasciamola pure andare, che questa c’ha il passo da agonista, non da randonneur!

Piove sulla campagna lombarda. Schizzi dalla strada, schizzi dalla ruota di quello davanti. La mia giacca antipioggia, vecchia ed ormai esausta, “tiene” per modo di dire. Le calosce sembrano funzionare, i guanti in lattice invece sono corti, e i guanti di sotto stanno iniziando ad inzupparsi dal polsino. Chi sta meglio è Gianni, che si gongola nella sua tecnicissima giacca nuova di pacca ed ha le mani ben protette da lunghi guanti di gomma di quelli per lavare i piatti. Chi sta peggio è Giorgio, già bagnato come un pulcino sotto la mantellina lacera e destinato a battere i denti ad ogni discesa. Il percorso è nervoso, ci sono molti saliscendi. Non è un brevetto “banale”, il dislivello complessivo è di 1500 metri. Ci sorpassano a velocità doppia Maurizio e altri uomini della sua squadra, alcuni dei quali, però, vediamo fare mestamente dietrofront dopo pochi chilometri: il loro abbigliamento è approssimativo, e continua a piovere…

Al primo controllo di Lentate, al 45mo chilometro, c’è solo un’auto dell’organizzazione ad attenderci per il timbro, e il bar è chiuso. E noi che sognavamo una bevanda calda! Rassegnati ed intirizziti proseguiamo verso Arona e il Lago Maggiore. La salita al San Carlone è micidiale, Gianni sta bene e fila come un razzo, lo schernisco per via di quella marmellata di ciliegie che gli avevo portato per colazione: «Visti i risultati… a Londra ce ne portiamo una cassa!». Pure Giorgio si difende bene, a dispetto della sua stazza tarchiata e muscolosissima che non fa certo pensare ad uno scalatore. Sembra non patire né la pioggia, né il freddo, e lo ammiro sinceramente per la sua capacità di soffrire. La statua del San Carlone è maestosa e merita più di un’occhiata, ma non è finita: l’ultimo strappo verso Dagnente fa drizzare i capelli. Arranco paurosamente e, per farmi coraggio, penso al controllo successivo presso il santuario di Boca… in cima ad un’altra salita!

Siamo mestamente silenziosi sotto quel cielo cupo. Vorrei cantare per non pensare al disagio e alla fatica, ma appena apro bocca “annego” negli spruzzi della ruota di Gianni. Ok, è un segno del destino, sto zitta…

Il bel santuario di Boca immerso nel bosco è alfine raggiunto, meriterebbe una foto, ma le mani bagnate e il bagaglio sporco di fango fanno passare la voglia di aprire le cerniere per estrarre l’apparecchio digitale, un vero peccato. Timbriamo il foglio di viaggio al tavolino, mettiamo in tasca crostatine e banane offerte dall’organizzazione e scendiamo subito (non senza paura, a causa dei freni praticamente inutilizzabili…) a Grignasco, alla ricerca di un bar dove poter finalmente consumare qualcosa di caldo. Non siamo neppure al centesimo chilometro, ma la sosta è d’obbligo: smazzo di cappuccini e thè, chi strizza i guanti, chi mangia le crostatine del controllo, chi telefona alla moglie, chi “saggia” la quantità d’acqua assorbita dagli indumenti, intanto il cielo lascia intravedere mezzo raggio di sole, chissà, avremo fortuna? Prossima tappa Buronzo, il controllo del centoventesimo chilometro…

Ha smesso di piovere e le nuvole si stanno effettivamente diradando, sembra un miracolo, nessuno osava sperare tanto! Il vento ci è amico e la strada è in falsopiano-discesa, quindi possiamo “organizzarci”: Giorgio, “la locomotiva di Alzano”, guida il plotoncino con la sua pedalata potente e regolarissima. Grazie a lui voliamo a velocità stratosferica! Lui sì che è un vero “operaio della pedivella”, generosissimo, instancabile. Gianni invece è un esteta, sembra pennellare con eleganza ogni colpo di pedale della sua equipaggiatissima Cannondale da cicloturismo. E poi ci sono io, che non sono né potente né elegante, e mi muovo con la grazia di un elefante in un negozio di Swarosky sviluppando gli stessi watt di una tartaruga asmatica… e talvolta “stare a ruota” mi fa comodo, anche se è una cosa che non amo! Quando arriviamo al bar di Buronzo deputato al rituale del timbro siamo baciati dal sole. È come risvegliarsi da un incubo: nel tiepido dehor è davvero una sensazione bellissima potersi spogliare degli indumenti ormai zuppi e lasciar asciugare la pelle all’aria. Tiro fuori dal bagaglio una maglia a maniche lunghe e un paio di guantini estivi miracolosamente asciutti, custoditi in una busta della spesa. Sorridiamo e chiacchieriamo allegri mentre ci sistemiamo: stiamo vivendo una perfetta anticipazione di quello che avremo alla “Londra-Edinburgo-Londra”.

Mancano un’ottantina di chilometri alla fine, ed il freddo vento è contrario quando ripartiamo fra le risaie dell’Alto Piemonte. Faccio fatica a tenere la ruota dei miei soci, più di una volta devo implorare quella “mezza pedalata” in meno di alleggerimento. Le catene delle nostre biciclette cigolano penosamente. Ci sono molti tipi di uccelli intorno a noi, specie trampolieri, aironi, e i soliti corvi. In cielo è tutto un’alternarsi e un rincorrersi di nuvoloni neri e squarci di sereno. È un pomeriggio splendido, e c’è di buono che, man mano che il traguardo si avvicina, ci stiamo asciugando le ossa. A Bellinzago (–35 km) c’è ancora spazio per una breve sosta ad una fontana per togliere gli ultimi indumenti umidi e sgranocchiare qualcosa. Ci guardiamo compiaciuti. È il nostro primo brevetto tutti e tre insieme, e l’affiatamento è già ottimo, il che ci dà molta tranquillità per la prova britannica. Ripartiamo e consumiamo tranquillamente gli ultimi chilometri, il passaggio sulla splendida ciclabile lungo il Ticino, i commenti sulla stanchezza, lo slalom fra le auto nella bolgia infernale di Gallarate, l’ultima salita per giungere finalmente all’oratorio di Cassano Magnago. È fatta: Maurizio, “finisher” con largo anticipo, ci aspetta già docciato e cambiato al banchetto dell’ultimo timbro. Si complimenta con noi con un applauso, ma anch’io mi complimento con lui per l’organizzazione e la scelta del percorso. E mi complimento con i miei soci, ovvio. È tardi, sono già passate le 18: bisogna salutare tutti e tornare a casa, passando da Crevacuore per recuperare la mia auto nel box di Gianni. Mentre guido piano verso l’imbocco della A4, con i quadricipiti indolenziti e l’animo sereno, non posso fare a meno di ammirare la splendida serata e di nuovo le risaie, stavolta con le meravigliose tinte madreperlate del cielo limpido al tramonto, ben diverse da quel grigio cupo e increspato del giorno prima. Arrivederci, piccola Inghilterra padana!

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