Brevetto di Bandito di Bra (CN), 600 km, 5-6 giugno 2004

Seicento chilometri: come andare da qui a Roma in bicicletta! Questa distanza l’anno scorso mi lasciò l’amaro in bocca. Il brevetto era obbligatorio per poter essere ammessi alla Paris-Brest-Paris, bene, mi toccò rifarlo due volte in otto giorni, risicai la qualificazione ricevendone in cambio ferite dolorosissime al fisico, al morale e all’orgoglio. Ma quello è il passato. Ora ho la possibilità di riscattarmi con più esperienza alle spalle e, perché no?, con la calma interiore di chi stavolta non deve inseguire nessuna qualificazione.

 Partenza alle cinque del sabato mattina, è quasi d’obbligo passare la notte in loco, dunque il venerdì sera sono già nel camper di Ivano. Alle 18 (!) cena con la solita cofanata di riso in bianco, e alle 20 (!!!) bisogna andare a dormire. Fa caldo, il camper è un girarrosto, fuori c’è rumore, il treno, cani che abbaiano. Risultato: dormiamo poco e male, non è un buon inizio visto quello che ci aspetta. Alle 3,30 la sveglia del telefonino è salutata da imprecazioni miste in tutti gli idiomi conosciuti. Mi vesto, mangiamo qualcosa, scendo e prendo la bici dalla mia auto: gomma posteriore a terra. Ho visto solo i meccanici della Ferrari al pit-stop fare più in fretta di me… Alle cinque in punto il manipolo di temerari (o scellerati?) è composto da cinque uomini e una donna. La donna, a quanto pare, sono io. Gli uomini, oltre a Ivano (che naturalmente sta ancora cercando la carta di viaggio nel camper, mentre Bruno, l’organizzatore, lo attende paziente per l’accredito) sono: Roberto di Airasca, il chiacchierone del “400”; Gianni da Biella; il velocissimo Giovanni da Cuneo, con il quale due settimane prima avevo condiviso un bellissimo brevetto da 200 km; e un quinto randonneur conosciuto sul momento, uno di quelli non giovanissimi ma con l’aria di saperla lunga. Finalmente partiamo, per il momento stiamo tutti insieme, ma già intuisco che non sarà così per tutto il viaggio. Roddi, Alba, Cortemilia, cominciano le salite per raggiungere il primo controllo a Piana Crixia. Il drappello, com’è naturale, si sgrana, lasciamo andare avanti Giovanni, Roberto e l’altro compare, rimaniamo io, Ivano e Gianni. È una mattina molto bella, il lussureggiante paesaggio delle Langhe invita ad una pedalata meditativa e serena, punteggiata ogni tanto dai commenti e dalle parole tra di noi. Quando arriviamo al controllo scopriamo che i primi tre sono già ripartiti e non ci hanno aspettati. Poco male.

Questo percorso è strano: ti ammazza di salite nella prima metà, e ti sfonda di pianura nella seconda. Io me lo ricordo bene, mentre procedo vivo dei flash dell’anno scorso. Certo, allora faceva molto più caldo, l’esperienza era quella che era, ora dovrei essere avvantaggiata. Beh, per adesso mi sento bene, le ore passano e passano anche le salite, che io affronto agile grazie alla mia guarnitura compact, e non potrebbe essere diversamente, visto il peso dei bagagli che mi porto appresso. Non vorrei dire, ma di tutti sono quella che viaggia più “appesantita”. Raggiungiamo Acqui Terme, e Ovada passando da Cremolino. L’ora di pranzo s’approssima, dopo il secondo timbro sulla carta di viaggio, seduti sui gradini della stazione, mangiamo i nostri panini. Ripartiamo, fa sempre più caldo, le colline della zona di Gavi, quantunque belle da vedere, sono piuttosto antipatiche se fatte a quest’ora, c’è qualche strappetto assassino, arranchiamo chi più chi meno, comunque sopravviviamo. In realtà, anche se chiacchieriamo e ridacchiamo di tutt’altro, la testa di noi tre è già alla salita del Penice, “cima Coppi” del brevetto assolutamente inedita rispetto alla scorsa edizione, per la gioia dei cacciatori di colli (io). Primo assalto al bar per gelati e ghiaccioli, ora ogni fresca fontana è una tentazione al desco, ma non possiamo perdere troppo tempo, anche se siamo consapevoli di essere perfettamente “a regime”. Tuttavia, si sa, su un percorso così lungo può succedere veramente di tutto… 

Consumiamo le ascese a Dernice e Castagnola, amene e non troppo “cattive”, e planiamo su Varzi con l’intenzione di mangiare qualcosa. Ormai sono le 16,30, abbiamo tutti fame. Gianni ha voglia di frutta fresca, ci sembra una buona idea, in centro paese scruto fra i vicoli in pavè e vedo le bandiere di un minimarket. Entriamo nel cortile, e un uomo sorridente ci accoglie manco fossimo ospiti d’onore. «Lasciate pure qui le biciclette, tanto nessuno ve le tocca!». Francamente non capisco il motivo di tanta gentilezza. Sotto una fresca tettoia di fronte all’ingresso dei ragazzi vestiti di rosso ci offrono un bicchiere di granita. Chiaro: eravamo capitati ad una inaugurazione, che culo! Ci sediamo per terra nel cortile e sorseggiamo le granite, intanto tiriamo fuori i nostri panini. «Se volete, dentro il supermercato stiamo offrendo un rinfresco…». Ah, sì? Scatta tra di noi l’occhiata complice. Quell’uomo si sta per rovinare con le sue mani, e noi, sogghignanti, lo sappiamo bene: è INCAUTO invitare ad un buffet tre randonneurs affamati che hanno appena fatto duecento chilometri di salite e ne devono fare ancora quattrocento! Entriamo a testa alta nel supermarket, puzziamo come caproni, tutti ci guardano, sembriamo i “Tre dell’Ave Maria”. Individuiamo il tavolino del buffet nel reparto salumeria e comincia la festa: tartine con salumi assortiti, bibite fresche, salatini, pizzette, pasticceria fresca e secca, e chi se ne va più via?!? Azz, ma lì fuori c’è subito la salita al Penice che ci aspetta… Questa cosa sembra non importare a nessuno, mentre spazzoliamo con metodo. Dopo una decina di minuti di libagioni, esattamente mentre: a) Ivano ha una tartina al salame in bocca, un’altra nella mano sinistra e la bottiglia della Coca-Cola nella destra; 2) Gianni si è appena spatolato una cofanata di dolce al cioccolato in un piattino e continua a ripetere: «Che buono, che buono…!» 3) io ho la bocca piena di pasticcini e mi sto riempiendo le tasche della maglia con le paste secche, noto che il titolare non è più tanto amichevole, ci guarda male e brontola. Intuisco che è ora di alzare i tacchi onde evitare il peggio: do’ una gomitata ai ragazzi, ringraziamo e… via! Fuga veloce. Iniziamo la salita al Penice ruttando e ghignando come scemi pensando alla faccia del titolare…

Mi sto chiedendo come diavolo faccia a pedalare in salita con tutto quello che ho mangiato. Parlo con Ivano e ridiamo ancora, Gianni è poco più indietro. Di colpo mi si spegne il sorriso: «A Varzi… dovevamo timbrare la carta di viaggio… Nella confusione ce ne siamo dimenticati…». Un secondo di silenzio. Massì, timbreremo in cima al Penice! In fondo l’omologazione del brevetto non è la cosa più importante. M’importa piuttosto (e non sono la sola a pensarla così) allenarmi per la “Sicilia No-Stop”. E quella salita. Tanto attesa, e così bella… Profumo di conifere, fresche fontane. Gli ultimi due chilometri spianano, incontriamo un altro ciclista, c’informa che in cima ci sono dei locali. Scolliniamo e ci fermiamo al bar per recuperare il timbro e aspettare Gianni, che ci raggiunge visibilmente in difficoltà. Lo invitiamo a farsi una bibita per riprendersi, intanto io mi rinfresco alla toilette e mi vesto per la sera. Devono essere ormai le 19. Ora ci aspettano dodici chilometri di discesa mozzafiato fino a Bobbio, e il lungo falsopiano/discesa fino a Rivergaro, dove affronteremo l’ultima, breve asperità per giungere a Ponte dell’Olio. Da lì in poi, solo pianura. E la notte… Ivano molla i freni e vola veloce come il vento, è un discesista convinto e si diverte. Dietro di me c’è Gianni. Ad un certo punto sento un lamento. Tutto bene? «Ho vomitato…». Ci fermiamo a bordo strada, gli reggo la bici sbrodolata mentre lui cerca di “liberarsi” come può, poi ripartiamo, ma gli sto dietro, «… così ti tengo d’occhio!». Solidarietà tra randonneur o istinto materno? Raggiungiamo Ivano a Bobbio, proseguiamo verso Rivergaro, Gianni sta male e non riesce a tenere i venti all’ora. Al bivio ci dobbiamo fermare di nuovo, poi  lui decide di lasciarci e di andare a Piacenza a prendere il treno. Ci dispiace molto perdere un compagno, tuttavia sappiamo bene che è una decisione saggia. Questo è il lato spietato delle randonnèe: capire quando è il momento di abbandonare per non essere di peso. Gli lascio una bustina di medicinale per lo stomaco e lo salutiamo. È l’imbrunire. Io e Ivano ci guardiamo complici, siamo rimasti soli per l’ennesima volta.

Affrontiamo la breve salita alla luce rossa del tramonto, dopodiché accendiamo i nostri fari e mettiamo i giubbetti riflettenti. Comincia la notte dei randonneur. Stufa di bruciare lampadine avevo acquistato su Internet un costosissimo faro tedesco da abbinare al mio mozzo-dinamo. Bene, è il momento del collaudo: non è ancora completamente buio quando scendiamo a Ponte dell’Olio, ma già noto una bella luce. Ormai le tartine del DìPerDì saccheggiato a Varzi sono un lontano ricordo, ma a Roveleto abbiamo appuntamento con degli amici di Fiorenzuola, che ci porteranno gentilmente un ristoro volante. L’appetito ci metterebbe anche le ali ai piedi, ma con il buio arriva il sonno. E, come se non bastasse, dopo un’intera giornata di sole splendente intravedo all’orizzonte nuvoloni neri e lampi minacciosi. E noi ci stiamo andando proprio dentro… Raggiungiamo gli amici che sono passate le 23, siamo bagnati come pulcini. Io ho freddo e muoio di sonno, e tutto quel ben di Dio mi pare un miraggio: sotto il balcone di una casa aprono le borse con panini, formaggio, biscotti, e un favoloso thermos di tè caldo. Mi danno un asciugamano per riscaldarmi, non so come ringraziarli. Sono randonneurs anche loro, sanno benissimo che queste piccole cose in un momento così possono dare un conforto inimmaginabile. Ritroviamo il morale, intanto smette di piovere. Bisogna ripartire: ancora un piccolo sforzo e raggiungeremo il controllo di San Nazzaro, dove potremo dormire un poco. Canto per non addormentarmi pedalando. È un rischio reale, quando si coprono simili distanze in tappa unica. La ruota di Ivano e le sue luci rosse posteriori hanno un pericoloso effetto ipnotico. Canto a squarciagola, e San Nazzaro, minuscolo paese sperduto nella campagna, è finalmente raggiunto poco prima di mezzanotte. Nella birreria gestita da sole donne ordiniamo subito due cioccolate, e chiediamo un posto per bivaccare. Nel cortile, ovviamente, come l’anno scorso: «Ci sono due sdraio, ma sono umide, ha appena piovuto…». Poco male, noi abbiamo i teli impermeabili. Sveglia del cellulare puntata, un’ora e tre quarti di (si fa per dire) sonno. Umido e freddo. L’ora e tre quarti passa in un lampo, vuol dire che bene o male abbiamo dormito. Sono infreddolita e piena di dolori. Che risveglio traumatico. Ci abbracciamo per farci coraggio, poi ci prepariamo veloci a ripartire, non prima di un caffè nella birreria ancora aperta. Sono le due, ora bisogna raggiungere il controllo di Lodi su una strada brutta e noiosa, sempre con il rischio costante dei colpi di sonno. Il mio fanale funziona a meraviglia, almeno quello. Anzi, funziona così bene che Ivano risparmia le sue batterie… e viaggia a scrocco! La sosta alla stazione è breve, giusto il tempo del timbro e di un boccone di qualcosa rimasto in fondo alle borse. Sono appena passate le quattro, sognamo un bar aperto per una prima colazione calda, ma è troppo presto. Ci rimettiamo in viaggio, troviamo miracolosamente la strada per Lodi Vecchio, poi inizia un frustrante avanti e indietro in mezzo alla campagna alla ricerca di paesini remoti e cartelli stradali inesistenti… fino a ritrovarci quasi al punto di partenza…  Naa! Da spararsi. Quand’è così, che si fa? Si taglia la testa al toro…

Pavia non era nel roadbook, comunque è servita per uscire da quel dedalo infernale e per trovare un bar aperto – un brutto locale con brioches imbalsamate e latte tutt’altro che fresco. Per il momento, meglio di niente. Sta salendo il sole, ci spogliamo degli abiti e dell’umidità della notte e ripartiamo in direzione Lomellina per ricongiungerci con il percorso originale. Imbocchiamo una strada per Garlasco che ha tutta l’aria di un’amena pista ciclabile. Ma il fondo è brutto, ormai sono piena di dolori ai piedi, alle spalle, al soprassella, alle ginocchia, e ogni sobbalzo è un lamento sommesso. E ho sonno, tanto sonno. A risvegliarmi ci pensa una focacceria trovata per puro caso lungo la strada: un bel trancio di pizza è quello che ci vuole!  Lomellina vuol dire campagna sconfinata, e un cielo grande, immenso. E solitudine. E sole a picco che ti spacca il cranio. L’anno scorso qui patii le pene dell’inferno, ora sto meglio, ma non riesco a fare più dei 22-23 all’ora. È come se le gambe non rispondessero più ai comandi del cervello. Procediamo piano parlando per tenerci svegli. Non siamo in ritardo, però mi piacerebbe raggiungere il controllo di Chivasso entro le 14. Fino all’una non riesco a scuotermi, la mia velocità continua a calare, ho perfino paura di non riuscire più a riprendermi, poi Ivano mi dà lo “scrollone”… Un rigurgito d’orgoglio, le ultime energie raschiate dal fondo del barile, và a sapere, mi riprendo d’improvviso e accelero. Venticinque, ventotto, trenta all’ora su quello stradone. Incredibile, Ivano fatica a starmi dietro! Chivasso raggiunta alle 14. Sarà stata quella boccetta di sciroppo Fabbri all’amarena che tenevo in tasca? Dicono che il glucosio faccia miracoli per il recupero… 

Gelateria di Chivasso. Sono sfinita per lo “sprint”, ma soddisfatta. Psicologicamente è importante l’aver superato l’ultimo controllo, ora non rimane che l’ultima salita fino a Bardassano/Chieri, e la passerella finale verso Bandito. Una sessantina di chilometri che sarebbero durati un’eternità, ma tant’è. Facciamo due conti… ehi, se ripartiamo subito chiudiamo il brevetto entro trentotto ore: il tempo “limite” ideale stimato dagli organizzatori della Paris-Brest-Paris per poter partecipare tranquilli all’ultramaratona quadriennale, un obiettivo che l’anno scorso non riuscii a centrare. Quindi decidiamo di non perdere troppo tempo e di ripartire. Tuttavia non c’è fretta, e questo mi dà molta serenità. Pedalo piano. Ivano è al mio fianco, commentiamo con le poche energie rimaste le nostre sensazioni, facciamo calcoli e pronostici per la “Sicilia No-Stop”. Scollino a Bardassano e respiro: quella collina non mi è mai sembrata così bella. Ma non è ancora finita, bisogna arrivare a Bandito… Ivano mi sprona ad accelerare leggermente, tengo d’occhio l’orologio per non farmi sfuggire il mio piccolo obiettivo, la voglia di arrivare mi fa girare le gambe più forte solo negli ultimi dieci chilometri, sorprendo persino il mio socio, stremato anche lui (anche se si ostina a mantenere l’aplomb da randonneur esperto nonché da vero duro…), lo aspetto all’ultimo chilometro per giungere insieme alla piazza di Bandito, dove un sorridente Bruno ci accoglie con un applauso. Sono le 18,20. Siamo sfiniti, io ho un male ai piedi da morire, tuttavia sono ancora sufficientemente lucida per mettermi subito alla guida della mia automobile e raggiungere casa. Mi cambio, carico la bici, prendo un ghiacciolo al bar ed entro nel camper per salutare Ivano. Stava scrivendo un SMS, lo trovo seduto sul letto addormentato con il cellulare in mano, ancora con la divisa della squadra addosso. Più stanco di me. Buon riposo, campione. Grazie di tutto, ci vediamo in Sicilia…

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