Brevetto di Bandito di Bra (CN), 400 km, 21-22 maggio 2005

E tre! Per il terzo anno consecutivo prendo parte al brevetto da 400 km organizzato a Bandito di Bra. Insieme a me, naturalmente, gli amici con i quali sto preparando la fantastica avventura britannica.

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Strano, questa volta non me lo dice. Gianni, il “socio” con il quale sto preparando la grande avventura della “Londra-Edinburgo-Londra” che si svolgerà il prossimo luglio, solitamente esordisce con questa frase ogni volta che partiamo insieme per un brevetto o per un allenamento. «Silvia… siamo matti!!!». Forse non è il modo migliore per fare coraggio al proprio compagno, però in tutta onestà non mi sono mai sentita di rispondergli che non è vero. Purtroppo ha ragione da vendere. Quella volta che siamo partiti io e lui soli alle 5,30 di mattino, che era ancora buio. O quell’altra volta che abbiamo fatto cento chilometri sotto la pioggia… e ne dovevamo fare altri cento. Sì: siamo matti da legare.

Ma questa volta, niente. Sono quasi le 14 di un afoso sabato di maggio, e la piazzetta di Bandito di Bra (CN) è colorata dalla presenza dei soliti appassionati di ultradistanze in bicicletta. Tra poco si parte per un giro da 400 km, un “brevetto cicloturistico”. Non c’è solo il camper di Gianni, alla spicciolata arrivano i tanti amici con i quali ho condiviso centinaia di chilometri delle avventure più incredibili nel corso del 2004. Ecco il “terzo uomo” che verrà con noi a Londra, il tostissimo Giorgio da Alzano Lombardo. Poi c’è Danilo da Caraglio, che con i suoi occhialini e pizzetto sembra uscito da qualche Internazionale Comunista dei tempi andati. C’è Roberto da Airasca, che non è ancora sceso dalla macchina e già chiacchiera con tutti. C’è Loredano da Galliate, e Luigi da Locate Triulzi, che mentre si prepara inizia già a brontolare in milanese stretto per qualcosa che non gli va. E ci sono anche la coppia padre-figlia Franco e Manuela, da Arona. Bello squadrone, non c’è che dire. Senza bisogno di tanti convenevoli, come in un tacito accordo e malgrado i bonari brontolii di Bruno – l’organizzatore del brevetto che, applicando rigidamente il regolamento Audax, dovrebbe squalificarci tutti perché non sono ammessi i gruppi più numerosi di tre elementi – l’allegra brigata si mette in marcia e si dirige verso nord, in direzione colline del Torinese.

Inizialmente sono stradine di campagna, si può viaggiare accoppiati e chiacchierare. Traffico non ce n’è, solo qualche raro trattore. È bello essere di nuovo in viaggio, penso tra me e me fra le risate allegre e i discorsi di tutti. Quando la mente è sgombra e l’animo è leggero, i chilometri non pesano. Ho una bicicletta in fibra di carbonio comodissima, un portabagagli leggero e robusto, compagni di viaggio fidati e collaudati, e la mia fantastica ruota con dinamo incorporata nel mozzo mi garantirà luce a costo zero per tutta la notte. La notte?!? Arriva la prima asperità, in quel di Sciolze (TO), fra splendide e verdeggianti colline, dopodiché ci tuffiamo in direzione Crescentino. La brezza è a nostro favore su quello stradone trafficato che c’impone fila indiana e concentrazione. Nel gruppo cala il silenzio. Giorgio, uomo schivo e timido ma non per questo scorbutico o ingeneroso, “tira” tutti quanti con i suoi possenti polpacci “operai”, tanto che nelle retrovie qualcuno si lamenta, e, stranamente, quel “qualcuno” stavolta non sono io. Con un pasto pre-brevetto a base di 500 g (mezzo chilo!) di gnocchi di patate, l’energia è davvero garantita per un bel pezzo! C’è chi ha voglia di un caffè, chi semplicemente di prendere dell’acqua, e dunque decidiamo di sostare brevemente a Crescentino, anche se mancano solo una trentina di km al primo controllo, quello di Desana (VC), posto al 112mo chilometro.

Quel tratto di strada fra le risaie, chissà perché, mi piace sempre. È il terzo anno di fila che partecipo a questo brevetto. Le ciminiere di Trino all’orizzonte, gli aironi e gli altri volatili acquatici intorno a noi, il germano reale, e poi furetti, leprotti, rane e rospi che gracidano dai fossi. E i tralicci dell’alta tensione. E nelle retrovie, in un momento di silenzio, guardo i caschi degli altri randonneur, e per un attimo vorrei essere nel cranio di ognuno… e sapere a cosa stanno pensando mentre pedalano… Sono le 18,30 quando facciamo apporre il timbro sulla carta di viaggio al bar di Desana. Smazzo di caffè e cappuccini, l’immancabile Coca-Cola, chi si compra le patatine per mettere in bocca qualcosa di salato, io estraggo dal bagaglio della Look uno dei miei mitici panini. Con la frittata. Alla cipolla. L’olezzo terrificante invade il nostro lato di strada. Giorgio, seduto sul marciapiede, mi guarda e ride. Dov’è il prossimo controllo? Lomello, il punto più a est di tutto il percorso, un’altra cinquantina di chilometri più in là. Altro bar, altro controllo, sono da poco passate le 20. Loredano e gli altri propongono una sosta in trattoria per una pastasciutta. Io, memore di certe brutte esperienze ai tempi dei miei esordi nel mondo delle randonnèe, mi consulto con Gianni e Giorgio, e decidiamo di comune accordo di declinare l’invito. Fatalmente il gruppo si spacca: quelli dotati di andatura più rapida ci salutano e ripartono subito alla ricerca di un ristorante, mentre con noi tre rimangono Franco e Manuela. Mangiamo i nostri panini e indossiamo le bandelle rifrangenti e qualche capo pesante per la notte.

L’imbrunire ci avvolge già: bisogna ripartire alla volta di Ovada (AL), il prossimo controllo. Il percorso di questo brevetto è stato semplificato dall’organizzatore rispetto alle precedenti edizioni. È stata tolta la suggestiva salita notturna a Cuccaro, nelle colline dell’Alessandrino, e l’indomani non avremmo più dovuto affrontare il passo del Giovo in Liguria. Tuttavia, anche se ci attende della pura e semplice pianura fino al controllo di Ovada, la ripartenza da Lomello è traumatica: il vento contrario soffia forte, e l’andatura spedita e facile tenuta fin lì sta già diventando un lontano ricordo. La media sui nostri ciclocomputer fino a quel momento è ben oltre i 26 kmh. Si sarebbe abbassata inesorabilmente e drasticamente… 

È appena scesa la notte e già guardiamo impazienti gli orologi pregando che arrivi presto l’alba. Al buio sembra sempre di fare delle velocità astronomiche, poi accendi la luce sul casco, guardi il ciclocomputer… e ti accorgi che si viaggia ai 21 all’ora: una miseria! La notte è infida, ti cambia le carte in tavola. Luci accese e massima attenzione al roadbook, per non perderci nel dedalo di stradine rurali. Sono solo le 22 e qualcuno già lamenta il sonno. Facciamo una brevissima sosta in aperta campagna e comincio a distribuire pasticche di guaranà. Giorgio fa battute a voce alta per risollevare il morale della truppa, io gli do corda. Quando ripartiamo, come d’abitudine schiarisco la voce e inizio a cantare. Come tutti gli anni, il controllo di Ovada ha la sinistra caratteristica di… non arrivare mai! Gli ultimi chilometri sono eterni e noiosissimi, e solo la vista di certi ameni castelli illuminati arrampicati sulle colline (una su tutte, la graziosissima località di Rocca Grimalda) rinfranca lo spirito e mi aiuta a tirare avanti. Poi, finalmente, la città. Attraversiamo il ponte sul fiume e, nell’angolo illuminato di un’accogliente cremeria, scorgiamo altre biciclette parcheggiate nel dehor. È mezzanotte passata, ci sono altri randonneur arrivati prima di noi. Decidiamo di tornare lì per rifocillarci anche noi, dopo essere passati dalla stazione FFSS per il timbro sulla carta di viaggio. Intanto arriva in direzione stazione anche il gruppo di Loredano, Luigi, Roberto e Danilo. Un caffè lungo e uno snack ipercalorico sono d’obbligo prima di affrontare la salita di Cremolino. Gianni è riverso sul tavolino del bar, cerca di scacciare il sonno con un breve pisolino. Manuela cambia le batterie del fanale posteriore, suo papà si sta facendo un tè in religioso silenzio. Giorgio si veste, poi apre lo zaino e divora con metodo la sua confezione famiglia di crostatine. Pure io comincio ad aver sonno, e sento addosso tutto il disagio dell’umidità appiccicaticcia della notte che ti ottenebra mente e articolazioni, mentre il soprassella implorerebbe un bidè e fresche mutandine di cotone… Pazienza, pazienza… Andiamo, ragazzi: L’una di notte è già passata da un pezzo.

Cremolino non è una salita particolarmente arcigna o lunga, ma il bello deve ancora venire. Dopo lo scollinamento scendiamo veloci su Acqui Terme, tagliando la notte con le nostre esili lucine come anime in pena vaganti nell’oscurità. Ora ci aspetta il tratto fino a Dego – un brutto vallone in falsopiano-salita con il solito, immancabile vento contrario. L’andatura si riduce, siamo un po’ tutti rimbecilliti dal buio e piuttosto stanchi. Sembra di non procedere per niente. E l’alba è ancora così lontana… Sono i momenti in cui le motivazioni personali vengono messe a dura prova, in cui davvero ti chiedi chi cavolo te l’ha fatto fare. E, come se non bastasse, dobbiamo incassare continuamente gli insulti e gli sfottò dei giovani dalle automobili che, evidentemente, il sabato sera non hanno molte idee per passare il tempo. Andiamo a rompere le palle ai ciclisti. Certo, siete proprio dei fenomeni, complimenti vivissimi! Come una vecchia zia noiosa raccomando a tutti di non rispondere alle provocazioni… anche se non è facile.

Intorno alle tre Gianni chiede una sosta per potersi sdraiare e chiudere gli occhi qualche minuto. Troviamo un paesino, ci sistemiamo sul marciapiede di cemento sotto un’abitazione. Anche io e Giorgio ne approfittiamo per rilassarci una mezz’ora a pancia in giù ma, come sempre, nessuno riesce ad addormentarsi. Franco e Manuela, che sono quelli che stanno patendo di meno il sonno, approfittano invece di un bar miracolosamente aperto poco più in là per l’ennesimo caffè. Alle 3,30 sentiamo cantare in lontananza il primo gallo: queste sì che son notizie! Passa tra di noi qualche battuta allegra per farci coraggio. Si riparte.

Finalmente arriviamo a Dego (SV) e, come d’incanto, vediamo il cielo rischiararsi. È l’alba del randonneur, che porta conforto ma anche il temutissimo “sonno elefante”. A Rocchetta Cairo, come un’oasi nel deserto, troviamo un bar-pasticceria già aperto. Sono le 5,30, e dentro la vetrina già occhieggiano strepitose bignole e paste appena sfornate dal pasticcere. Che conforto per il randonneur ramingo e infreddolito, era ora! Entro e mi butto senza indugio in quell’orgia di zuccheri. Mi sto ancora leccando le dita della crema pasticcera mentre a fianco a me sia Franco che Gianni sono riversi sul tavolo del bar. Gianni, mezzo addormentato e completamente nauseato per le lunghe ore in sella, non ha neppure la forza di addentare la sua bignola. «Coraggio, bevi almeno il cappuccino… sennò ti si fredda!». Si fa forza e, con il cucchiaino, scava svogliatamente l’involucro di pasta con la lentezza e il metodo di un serial killer, mangiando a fatica solo la crema. Lo guardo come guarderei un assassino.

Affrontiamo con calma la salita di Rocchetta Cengio e scendiamo a Millesimo. Sono probabilmente le sette, e dobbiamo ancora affrontare la “cima Coppi” del brevetto, ovvero Montezemolo. Ma arriva anche per me la mazzata decisiva del sonno. Giorgio capisce tutto, ha a sua volta bisogno di chiudere gli occhi una decina di minuti, ci sono delle panchine lungo la strada, ne approfittiamo. Giurerei di aver perso conoscenza, per pochissimo… ma dobbiamo ripartire, fa troppo freddo. Però la sosta mi ha fatto bene, a volte basta così poco. Imbocchiamo la strada vecchia per Montezemolo e arranchiamo con passo lento ma costante. Io e Gianni rimaniamo insieme nelle retrovie, chiacchieriamo per farci forza a vicenda, comunque stiamo meglio, le crisi di sonno paiono essere ormai superate. In cima a Montezemolo il cielo è grigio e fa un freddo cane, così scendiamo subito su Ceva. Da Ceva a Mondovì (CN), località deputata all’ultimo controllo, la strada non è esattamente pianeggiante. La mente di tutti è all’ultima asperità di giornata, ovvero il Santuario di Vicoforte, “bestia nera” di questo brevetto non tanto per il dislivello, ma per il fatto di giungere sul finale, quando si è veramente stanchi ed esasperati. Dal Santuario risaliamo ancora per un breve tratto sulla strada in direzione Mondovì Piazza, dopodiché scendiamo in picchiata sulla parte bassa della città, verso la stazione FFSS. Sono le 10,30, è finalmente uscito il sole dalla foschia del mattino. Adesso si comincia a ragionare, tantopiù che, dopo la sosta per il timbro e per levarci gli indumenti pesanti, ripartiamo tutti come miracolosamente rigenerati e rimessi a nuovo. Misteri dell’organismo, che quando meno te l’aspetti trova le risorse per recuperare e tirare avanti.

Gli ultimi quaranta chilometri abbondanti verso la piazza di Bandito di Bra sono tranquilli e rilassati, la brezza è di nuovo a favore. Alle 12,20 chiudiamo un lungo viaggio ad anello in bicicletta lungo oltre 400 km in giro per il Piemonte. Complimenti a noi viaggiatori, ma anche a Bruno per l’organizzazione sempre impeccabile, luna piena compresa. «La “500 km” del prossimo weekend? Naa… Non ci vengo!». Così brontolo esausta a Gianni e Giorgio, mentre carico la bici in macchina sognando una doccia e il mio letto. Ma non mi credono.  E fanno bene!

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