Brevetto dei Laghi Lombardi, Angera (VA), 200 km, 18 luglio 2004

Ultima manifestazione “ufficiale” del mio 2004 cicloturistico.

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Primo controllo dopo OleggioLa mia stagione “randonneuristica” volge finalmente al termine: appesi al muro della mia “Hall of Fame” ci sono gli ultimi diplomi e le medaglie conquistate, ogni tanto le guardo e gongolo di legittima soddisfazione. Già, ma l’estate è ancora lunga. E allora, che si fa? Pedalare sempre sulle solite strade vicino a casa? Che noia! Allora consulto Internet, cerco il calendario con gli ultimi eventi disponibili. Mumble, domenica 18 luglio… Ad Angera c’è un brevetto da 200 km che fa un suggestivo percorso fra i laghi lombardi. Non da levarsi la pelle, ma neppure banale, con numerosi saliscendi e la “cima Coppi” prevista al passo Sette Termini. Presa con calma è una sgambata buona per scrollarmi dalle gambe le “ruggini” delle recenti, immani fatiche ciclistiche. Che si fa? Si va!

Sveglia alle 5,10, la voglia francamente non è molta. Colazione per modo di dire, poi via, sulla “MicroMachine” (cioè l’auto della Micronauta, la mia Suzuki Wagon R+, altrimenti detta affettuosamente “il cubo” per via della forma sgraziata e tutt’altro che aerodinamica). L’autostrada fra Torino e Milano è un cantiere lungo 170 km per via della costruenda linea ferroviaria ad alta velocità, per cui non si può correre più di tanto, non fosse altro perché il mio carnet di punti sulla patente è già stato gravemente intaccato… I miei CD mi fanno compagnia, prendo l’intersezione per la Genova-Gravellona Toce ed esco a Sesto Calende, dopodiché comincio a girare come una trottola cercando Angera… Vabbè, come al solito a due passi dall’obiettivo mi perdo in un bicchiere d’acqua, arrivo nel campeggio dove è stato fissato il raduno piuttosto trafelata. Fermo, l’eclettico organizzatore dei brevetti di Nerviano, mi sfotte benevolmente con la sua parlata milanese mentre mi prepara la carta di viaggio. La partenza è “alla francese” tra le otto e le nove, ma io non voglio partire per ultima, corro a riempire le borracce, monto la bici, casco, occhiali e sono all’accredito. Fa già un caldo scellerato. Ho addosso la maglia-trofeo della “Randonnèe 8000”, molti dei randonneur presenti sanno bene di cosa si è trattato, anche se quella di quest’anno è stata solo la prima edizione. Vengo guardata con un misto di rispetto e di ammirazione, qualcuno mi apostrofa: «TU hai fatto QUELLA?!? Io non riesco neppure ad immaginarli ottomila metri di dislivello in un botto solo!». Riconosco un personaggio molto celebre nell’ambiente per le sue imprese di ultracycling: «Tu sei Enrico De Angeli? Piacere, Silvia.». Mentre mi stringe la mano mi fa: «Ti conosco, ti conosco…». Ah.

Un brevetto per divertirmi, sciogliere e defatigare, sì, peccato che il gruppetto al quale decido di aggregarmi prenda la strada in falsopiano-discesa in direzione Oleggio ad una velocità folle. E io non ho praticamente fatto colazione. AAARGH! Resisto la solita quindicina di chilometri, poi li mando al diavolo e mi stacco. La Statale è brutta e trafficata, cominciamo bene, penso tra me e me, speriamo che il paesaggio cambi un po’ man mano che ci inoltriamo fra i laghi… Ci sono moltissimi ciclisti in giro. Tipicamente gli stradaioli lombardi viaggiano in immensi gruppi, quaranta all’ora, testa bassa e non la alzano certo per salutarti. Probabilmente non comprendono quel mio viaggiare anarchico, solitario. Mi viene da credere che nella loro mentalità un ciclista che non è “nel gruppo” sia un ciclista sfigato. Tant’è. Mi mangio una barretta e tengo d’occhio il roadbook.

Dopo Ponte Oleggio dovrebbe esserci il primo controllo, ma i chilometri indicati nel roadbook non mi corrispondono: l’avrò mica saltato? Un attimo di esitazione e, proprio quando ormai sono rassegnata a farmi il brevetto da sola, vengo raggiunta da due cicloturisti con la divisa del Gruppo Sportivo Città di Varese: «È giusto per di qua, vieni con noi!». Oh, là, ecco due compagni col passo giusto per me! Poco dopo vedo per terra le frecce gialle che indicano il controllo, caccio un urlo e richiamo i due che, sennò, avrebbero tirato dritto. Mamma santa. Facciamo una salitella acciottolata e giungiamo su uno splendido belvedere con chiesetta e organo che suona, e vista panoramica. Vale una foto. Chissà se tutti quelli che si sono fermati per il timbro si sono accorti di cotanta meraviglia. Dopo le formalità saluto i giudici al tavolino e riparto con i miei nuovi e inattesi compagni di viaggio.

Luigi ha sessant’anni, gambe muscolosissime, mi sorprende con la sua andatura incredibilmente regolare. Andrea, stazza imponente, è per sua stessa ammissione poco amante delle salite. Chiacchieriamo mentre consumiamo gli ultimi chilometri di noiosa Statale. È sempre un piacere essere accompagnati da gente del posto che conosce le strade: per ogni fontana, ogni capitello, ogni madonnina hanno un aneddoto da raccontare. C’è molto traffico, è quello dei merenderos domenicali. E fa caldo, un caldo afoso asfissiante ed opprimente. Giungiamo a Somma Lombardo, ora ci attendono i saliscendi della provincia di Varese, ci approssimiamo alla zona di Campo dei Fiori. Finalmente il paesaggio diviene più interessante: i saliscendi s’inoltrano nel bosco, sono belle stradine in ombra, tuttavia facciamo confusione, perdiamo le frecce gialle sull’asfalto che dovrebbero indicarci la giusta via, incocciamo in una strada chiusa per lavori, insomma, dopo qualche peripezia ritroviamo finalmente il percorso originale dopo Inarco. Sosta per la pipì con relativa aggressione da parte delle zanzare, un’altra presso una fresca fontana ben nota ai miei due soci per la bontà delle sue acque, e via. Cocquio, Trevisago, Caldana, Orino, fino a giungere sulle sponde del grazioso lago di Ghirla, anch’esso preso d’assalto dai turisti in cerca di un po’ di refrigerio. Abbiamo già passato il giro di boa dei cento chilometri, e c’è da affrontare la “cima Coppi” del brevetto, ovvero la salita al passo Sette Termini.

Le pendenze non sono niente affatto banali. Io seguo come un’ombra Luigi, mentre Andrea rimane un poco indietro. La strada è ombreggiata e suggestiva, anche se l’afa la fa da padrona. In cima c’è il controllo e, mi auguro, anche qualcosa da mettere sotto i denti. Infatti stavolta mi sono portata poco da mangiare, confidando nei ristori che l’organizzatore di questi brevetti solitamente mette gentilmente a disposizione. Non che sia completamente in crisi, ma duecento chilometri sono comunque tanti… Passano i tornanti, pedalo rigorosamente seduta e agile, tutto sommato arranco dignitosamente, sento che la gamba si sta riprendendo dopo le recenti, bestiali imprese alpine. Gli ultimi metri lasciano un po’ di respiro, ed ecco laggiù il parcheggio del colle. Al banco del controllo, magra sorpresa, oltre al timbro c’è solo… acqua e fette di cocomero. Un po’ poco per nutrire i miei muscoli. Più in là c’è un bar ristorante, ma non voglio perdere troppo tempo a entrare e chiedere qualcosa da mangiare. Mangio più cocomero che posso (zuccheri e idratazione garantiti) e con le mie “polverine” mi preparo una borraccia di maltodestrine concentrate, la “bomba” che mi avrebbe salvata sulla strada del ritorno in caso di crisi. E metto in tasca, a portata di mano, l’ultima barretta rimasta. Siamo pronti a ripartire: al nostro terzetto si aggrega Walter da Cuneo, che al via era nello stesso gruppo di scalmanati dov’ero io, con la differenza che lui ha insistito nel voler correre al loro passo e ora, fatalmente, sta pagando la stanchezza. «Fate attenzione alla discesa, la strada è sporca!», ci ammonisce Fermo.    

Planiamo su Luino, mancano un’ottantina di chilometri alla fine. In pratica ora si percorre tutta la costa del Lago Maggiore fino ad Angera, salvo alcune varianti nell’entroterra. La strada è ben lungi dall’essere in discesa, si snoda nervosa obbligandoci a rilanciare continuamente. Walter è un po’ in difficoltà ma, da vero duro nonché randonneur consumato, resiste. Guardo le sponde del lago, sono belle. Di là c’è il Piemonte. In questo momento non parliamo, impegnati come siamo a controllare l’andatura in mezzo al solito traffico. Io ammiro il paesaggio e, come sempre, mi perdo nei miei mille pensieri ingarbugliati. Non sento la fatica. Tutto l’allenamento accumulato fra Brevetti, “Sicilia No-Stop” e “Randonnèe 8000” sta venendo fuori adesso. Che la stagione è finita, e la mente e lo spirito sono stanchi. Molto stanchi.

Sul finale il percorso fa un giro strano, rientrando nell’entroterra per la necessità dell’organizzatore di arrivare al fatidico chilometraggio dei duecento. Siamo in campagna, su stradine amene, e questo non può farmi che piacere. Un beffardo controllo è stato piazzato in località Lentate Verbano, a poco più di dieci chilometri dall’arrivo, proprio per scoraggiare i furbi. C’è di buono che il timbro si acquisisce presso un bar, dove inevitabilmente lattine di Coca-Cola ghiacciata e gelati vengono presi d’assalto. Un Magnum ad una randonneuse affamata e accaldata non si nega! Ripartiamo e consumiamo con calma gli ultimi chilometri, chiacchierando del più e del meno. Giungiamo al campeggio alle 17, sudati e impolverati per l’ultimo tratto di strada sterrata. Doccia, pastasciutta e birrone gelato per tutti, ce li meritiamo. A Fermo vanno i miei complimenti per la scelta del percorso, davvero suggestivo ed ameno… e un arrivederci, chissà, alla prossima stagione cicloturistica!

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