Torino-Casatico (MN), 24-25 aprile 2004

La mia prima, grande avventura cicloturistica in solitaria, alla ricerca delle mie origini.

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Come nasce un viaggio in bicicletta? Si apre lo stradario verde del TCI, vera “Bibbia” di riferimento per noi randonneurs, e s’incomincia a sognare. Finchè l’occhio non cade su un luogo, un paese il cui nome ai più non dice proprio nulla, ma che il viaggiatore inizia a rivestire pian piano di significati personali. Scatta la motivazione, e i bagagli sono già pronti per partire.

Mio papà è originario di Casatico, un minuscolo borgo agricolo in provincia di Mantova. È emigrato in Piemonte nel Dopoguerra per lavorare, era ragazzino, e da allora non c’è più tornato. Io non ci sono mai stata, ed il mio viaggio sarebbe dovuto servire non solo a soddisfare la mia curiosità e la mia eterna fame di chilometri e di avventura, ma anche per raccontare, al mio rientro, quello che avrei visto.

Sono partita alle 5 di mattina di sabato 24 aprile, fanalini, bici affardellata e un pizzico di emozione. La città andava risvegliandosi, le strade erano già animate. È incredibile quanta vita ci sia in circolazione alle cinque di mattina: sugli alberi dei controviali gli uccellini cinguettavano rumorosamente da un bel pezzo, in Piazza Statuto i vigili urbani prendevano le misure al solito incidente “del venerdì notte”, i mezzi pubblici erano già operativi, tanta gente che andava a lavorare. Ho attraversato tutto il centro storico di Torino  per imboccare la strada per Casale Monferrato, e il pavè tra via Garibaldi, Piazza Castello e Via Po stava mettendo a dura prova la solidità del mio equipaggiamento da cicloturismo… Vabbè, cominciamo bene, comunque tutto ok, finalmente uscivo dalla città e intanto cominciava ad albeggiare.

Nel Monferrato rossi lampi di luce all’orizzonte annunciavano l’alba, meravigliosa. Si prospettava una giornata limpida e calda, clima ideale per mettersi in viaggio dopo tanti weekend di pioggia. Ho affrontato, munita di santa pazienza per la bicicletta inevitabilmente appesantita, le uniche salite previste nel percorso che avevo pianificato, complessivamente abbastanza facile. Provavo piacere e benessere nel viaggiare e la solitudine non mi pesava, diventando anzi una discreta compagna. Avevo la mente stranamente serena e libera, forse era quello il segreto. Partire un sabato mattina prima dell’alba, con la bicicletta e le borse piene, se mai me l’avessero proposto da bambina! Stavo dunque facendo quello che avevo sempre sognato, e vi pare poco? Ricordo che desideravo tanto entrare nei boy scout per poter fare una vita avventurosa e randagia. I miei non me lo permisero, e forse è stato meglio così. Lì ti fanno indossare una divisa, devi fare le marce. Io invece sono LIBERA.

Dopo Casale si apriva la Pianura Padana, il “Far West” d’Italia. Poco prima di Mede ho attraversato il grande Po per la seconda volta, varcando così il confine tra Piemonte e Lombardia, dopodiché ho percorso la campagna di Lomellina sotto il sole di metà mattina. Fatalmente i ricordi sono andati al brevetto Audax dell’anno scorso, quando quella stessa zona fu attraversata a ritroso in pieno giugno con quel caldo micidiale che tutti ricordiamo. Un inferno. Comunque, con una velocità di crociera a tratti più che discreta e canticchiando qualcosa per non annoiarmi (senza vedere l’ombra di un ciclista!), prima di mezzogiorno ero alle porte di Pavia. San Martino Siccomario, 155 km, quindi ero già oltre metà strada. Mi sono fermata all’ombra di un giardinetto e ho divorato con metodo biscotti farciti e crostatine, intanto telefonavo a casa per non perdere tempo. Mio padre: «Pavia? Ma sei in bici o in macchina? IN BICI?!? Non hai paura di niente?…» Cioè, ancora non ci credeva che ero partita veramente. Com’è incoraggiante! Certo che sono coraggiosa, papà. Ma se c’era una cosa che in quel momento poteva farmi paura, questo era attraversare il trafficatissimo centro di Pavia a borraccia vuota, senza trovare il becco di una fontana, per andare poi verso Cremona…

Infelice idea, quella della Statale 234. A Belgioioso, nei pressi del castello, ho trovato la tanto sospirata fontana ed ho potuto finalmente bere. Non c’era poi tutto quel traffico, ma la strada era stretta, e la pista ciclabile praticamente inesistente. Sfiga vuole che, in questi casi, arrivino TUTTI INSIEME NELLO STESSO ISTANTE. Poco dopo S. Cristina, all’improvviso, un mostruoso autotreno proveniente in senso contrario invadeva completamente la mia carreggiata durante un sorpasso azzardato. È un attimo, istintivamente mi sono buttata a destra nell’erba guadagnando quel metro che mi permette ora di raccontarvela. Naturalmente mi sono girata per ricoprire il guidatore del TIR di irripetibili e coloriti vocaboli ed espressioni non propriamente da signora… E ripartendo pensavo non solo allo scampato pericolo, ma anche che… questa cosa ai miei genitori non l’avrei raccontata…

Un viaggiatore deve rimuovere subito queste spaventose esperienze: se non ci sono danni gravi, si rimonta in sella e non ci si pensa più. Altrimenti se ti fai paralizzare dalla paura hai finito. Cremona è raggiunta intorno alle 16, sosta in città, ancora meritati biscotti e rifornimento idrico. Il sole aveva cotto completamente la mia pelle, esposta per la prima volta in un completino “estivo” dopo tanto freddo e pioggia. Ma ormai mancavano solo una quarantina di chilometri al mio obiettivo! Ho così imboccato la SS10 Padana Inferiore in direzione Mantova. Anche qui, brutta strada noiosa e trafficata, punteggiata di orrendi centri commerciali. Ormai ero stanca, e tutta quella confusione intorno mi stava provocando una sensazione di schifo. La soluzione? Cambiare strada.

Torre de' Picenardi

Torre de' Picenardi

La Provincia è meravigliosa, soprattutto se vista dal sellino di una bicicletta. Basta avere la curiosità di lasciare le strade principali per inoltrarsi in un mondo di campanili, fossati gracidanti di rane, castelli e monumenti che non ti aspetti. Io, nata in città con tutte le comodità a portata di mano, compivo a ritroso il viaggio fatto quarant’anni fa dai miei genitori, quando lasciarono la campagna per la metropoli, attirati dal boom economico e dalle grandi fabbriche che davano lavoro e, quindi, dalla speranza di un futuro migliore. Tornando a bomba, chi poteva immaginare che in mezzo alla campagna avrei potuto trovare qualcosa di grazioso e interessante in una località denominata TORRE DE’ PICENARDI? Era pieno di turisti, c’era un bellissimo palazzo, mi sono persino fatta fare una foto. Un piacevole e inaspettato fuori programma, insomma.

Rientrata in Statale ho visto i primi cartelli stradali che indicavano i tre paesi meta del mio viaggio: era ora! Piuttosto emozionata, pedalando piano con la mente rivolta a nonno (che non c’è più) e a nonna (ora ridotta a un vegetale in una clinica specializzata a causa di una malattia inguaribile), ho imboccato l’amena stradina di campagna. Qualche cascina, due, tre curve, ed ecco, un cartello: CASATICO, COMUNE DI MARCARIA, classicamente storto e “decorato” con adesivi della Padania che ne rivendicavano l’appartenenza. Vi ho appoggiato la bici ed ho scattato la fotografia di rito, non solo con la mia usa-e-getta, ma anche facendomi l’autoscatto con il cellulare munito di fotocamera: «Pronto, mamma? Sono arrivata, dì a papà di accendere il telefonino, che vi mando un MMS…».

Esempio di utilizzo intelligente delle nuove tecnologie, immortalare un’emozione e inviarla in tempo reale. Quel MMS valeva tutto il mio viaggio. Erano quasi le 18. Non rimaneva che entrare in paese, dare un’occhiata e scattare altre fotografie da portare a casa. Poi ho rifatto, dopo quasi cinquant’anni, quella strada che mio padre faceva ogni giorno per andare alle scuole superiori: da Casatico, in bici, quei due chilometri scarsi fino alla stazione di Marcaria, dove prendeva il treno per Bozzolo, altri sei chilometri circa. Diligentemente ho fotografato tutto, compresa la rastrelliera per le biciclette della stazione, ancora esistente quantunque rinnovata. Poi… ho raggiunto Bozzolo alla velocità della luce, inseguita da uno spaventoso temporale in rapidissimo avvicinamento. Qui, dopo 295 km, si chiudeva la parte principale della mia avventura. Ho trovato rifugio per la notte presso l’hotel ristorante “Croce d’Oro”, dove il simpatico gestore, originario di Amalfi, propone nel suo menù la pizza “Maradona” accanto ai tortelli di zucca… Viva le contaminazioni culturali e gastronomiche, ma onestamente mai e poi mai avrei pensato di giungere fin lì per sentir parlare in napoletano stretto… e gustare un’ottima “quattroformaggi”! Con la fame che avevo avrei mangiato pure il posacenere, e quella cameretta col lettuccio sfondato e il bagno nel corridoio mi sembrava un castello. Mentre pasteggiavo soddisfatta con un

Marcaria stazione FFSS

Marcaria stazione FFSS

quartino di Lambrusco frizzante, là fuori si scatenava l’inferno. Appena in tempo.

La notte è stata un po’ inclemente, di solito quando mi stanco così non riesco a riposare bene, inoltre le braccia scottate dal sole mi facevano male, e non facevo altro che bere. La mattina della domenica era fresca e limpida, cosa che mi ha permesso di tenere i manicotti per proteggere la pelle. C’era di nuovo il sole, ed io ripartivo in direzione Parma, dove avrei preso il treno per ritornare a Torino, non prima però di aver fatto una doverosa visita alla bella Sabbioneta (CR), luogo natio del nonno, anche per comprare una favolosa torta Sbrisolona da portare a casa comodamente collocata nelle mie borse da cicloturismo. Nonna ce la faceva spesso ai tempi, e portando quel dolce souvenir sapevo di fare certamente cosa gradita a papà. Al mio rientro, a sera, avremmo fatto una bella cena tutti insieme, e attorno al tavolo avrei raccontato le mie avventure. Ancora poco più di venti chilometri, il tempo di attraversare il Po (costante presenza nel mio bellissimo viaggio) per la terza volta, all’altezza di Casalmaggiore, e di fare un’ultima foto alla graziosa e caratteristica Colorno. Giunta alla stazione di Parma (dove non avevo mai visto tante biciclette parcheggiate fuori se non a Copenhagen) ancora stentavo a credere che tutto fosse andato così maledettamente bene. E mentre la locomotiva s’inghiottiva la campagna assolata, un po’ assonnata guardavo la mia bicicletta appesa al gancio e pensavo: neanche il tempo di far asciugare le piaghe al soprassella… che il prossimo weekend è già ora di ripartire… per un brevetto da 400 chilometri!

Sabbioneta

Sabbioneta

Ma che bella, la vita!

Una gran bella avventura “alla Silvia”, e due rammarichi: non aver visitato, per mancanza di tempo, i Capoluoghi di Provincia attraversati, e il pensiero che… nonno e nonna non sapranno mai cosa diavolo ha combinato la loro pazza nipotina. Se lo sapessero, forse sarebbero orgogliosi di me. Anche solo un pochino, mi basterebbe. Ciao nonni, buona strada anche a voi.

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