Brevetto di Bandito di Bra (CN), 400 km, 1-2 maggio 2004

Il percorso è lo stesso dell'anno prima, la compagnia è cambiata. Anche la sottoscritta è cambiata: un anno di esperienza in più nel mondo delle ultramaratone ciclistiche hanno fatto la differenza, e lo si può notare confrontando i due racconti e l'andamento del brevetto…

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Stessa spiaggia, stesso mare, recitava una canzone dei favolosi Anni ’60. Bene, quest’anno la Paris-Brest-Paris non c’è, ma i brevetti cicloturistici di lunga distanza, vivaddio, qualcuno continua ad organizzarli, indipendentemente dal fatto che ci si debba o meno qualificare per qualcosa. Il randonneur cosciente sa che prima di imbarcarsi per una no-stop di 1000 chilometri in tappa unica (nel nostro caso l’attesissimo super-brevetto “Sicilia No-Stop” di fine giugno) gli conviene prima cimentarsi sulle distanze intermedie. Potremmo chiamarlo “allenamento”, anche se a me questa parola oggi come oggi dà la nausea.

 Comunque, si diceva della spiaggia (la solita Piazza Caduti & Dispersi di Bandito di Bra, Cuneo) e del mare (il percorso, lungo 400 erotti chilometri, quasi identico a quello dell’anno scorso), sabato Primo Maggio, partenza “alla francese” dalle tre del pomeriggio fino alle cinque del mattino successivo, questa volta (incredibile!) non sono sola, ma mi “imbarco” per quel mare non più sconosciuto alle 17,30 con tre compari. Anzitutto Ivano da Cuneo, vecchia conoscenza, roccioso randonneur finisher di nientepopodimenochè Bergamo-Roma-Bergamo e PBP  malgrado la sua aria perennemente distratta e arruffata, la bicicletta sporca e trascurata e la sua totale incompetenza tecnica: a vederlo resta difficile credere che abbia fatto tutto quello e altro ancora, ma tant’è, la sa più lunga di quello che sembra. Poi c’è Roberto da Airasca, vulcanico ed esuberante ex granfondista che vuole provare l’esperienza del cicloturismo estremo, e se pedala tanto quanto chiacchiera ha un futuro assicurato in questa disciplina. Infine Francesco da Cameri, il baffuto e taciturno compagno del brevetto da 200 chilometri dello scorso marzo, da me concluso con un tempo strepitoso anche grazie alla sua provvidenziale “scia”.

Di questi tempi alle nostre latitudini piove talmente tanto che nelle aiuole spartitraffico del centro sono cresciuti i funghi, e non dico balle. Tuttavia il meteo sta per farci un clamoroso regalo, una pausa fra due perturbazioni. Non chiediamo di meglio, partiamo sorridenti con il sole del tardo pomeriggio e c’inoltriamo di buon passo in direzione nord, verso la provincia di Torino. Per quanto mi riguarda sono inevitabili i dejà-vù con l’edizione dello scorso anno, cambia la compagnia, io sono meglio equipaggiata, più esperta e, forse, anche più forte.

Divertenti i saliscendi in collina, tra campi verde smeraldo e profumo di fiori, intanto è già ora di mettere qualche strato supplementare di vestiti, s’approssima l’imbrunire. Chiacchieriamo fra di noi, Roberto ci tempesta di domande, è entusiasta e vuole sapere tutto sul nostro fantastico mondo, noi lo assecondiamo con benevolenza, ma la mente di tutti è già alla notte, la Scura Signora che fa del randonneur un ciclista davvero particolare e, agli occhi dei più, matto da legare.

Nel cuore del Monferrato facciamo dunque una breve sosta per equipaggiarci per la notte, ed io mi preparo nuovamente a sfoggiare quella gran figata che porto appesa al manubrio e, soprattutto, dentro il mozzo anteriore della mia bicicletta. Avevo già provveduto a sostituire la famosa lampadina fulminata al “300” con una di wattaggio adeguato, e quindi sono SICURA di aver risolto il problema. Una volta girati i copertoncini in direzione risaie del vercellese  noto che i tre baldi omaccioni che mi porto appresso risparmiano le preziose batterie dei loro impianti di illuminazione approfittando del mio fascio di luce potente e a costo zero, pedalandomi vicini come gabbiani intorno al peschereccio… ARGH! Qualcosa mi dice che d’ora in poi nei brevetti con frazioni notturne la mia presenza sarà gettonatissima… C’è pochissimo traffico, intorno a noi è tutto un gracidar di rane. Una luna strepitosa si riflette poetica nell’acqua delle risaie allagate. Nel chiarore s’intravvede di tanto in tanto il volo di qualche airone disturbato dal nostro passaggio, e la sagoma inquietante di… un traliccio dell’alta tensione. In lontananza, le ciminiere della centrale termoelettrica. Fine poesia.

Arriviamo al primo controllo a Desana che abbiamo già passato i primi cento chilometri. Alla locale trattoria si fa il timbro, chi ordina un caffè, chi una cioccolata, io tiro fuori dai borsoni argomentazioni ben più consistenti (panino col taleggio), Francesco non parla, Roberto parla troppo, i due scalpitano già per ripartire, ma Ivano è sprofondato su una seggiola e mi scruta da dietro i vetri degli occhiali da vista con l’occhio assente, andiamo bene, già ha ritrovato per miracolo la carta di viaggio che pensava di aver dimenticato sul camper, poi si decide a sostituire le batterie del suo fanale, tirando fuori due robi biancastri corrosi dall’acido: «Non le cambio dalla Paris-Brest-Paris… ». Minchia.

Il controllo successivo è a Cuccaro, amena località del Monferrato dove ci apprestiamo a ritornare scendendo su Casale e proseguendo in direzione sud. Cominciano a girare le prime pasticche di guaranà, l’integratore naturale che dicono faccia miracoli per mantenere desta l’attenzione. Il morale è buono, si ride e si scherza, personalmente provvedo a farmi odiare dalla truppa cantando a squarciagola per non pensare al sonno. Il compianto Giorgio Gaber, cui rubo i versi, certamente si starà rigirando inquieto nella tomba. Prima passiamo da Lu, che sembra un presepe abbarbicato sulla collina, la notte diventa magica e rivela la sua parte più bella, la luna continua a farci compagnia e si può salire a fari spenti, è meraviglioso. Ma la sfiga è sempre in agguato, è l’una di notte, il luogo del controllo è vicino e a me si fulmina la lampadina. Parte una jam session di imprecazioni, scomodo l’Olimpo intero con i miei strepiti, per fortuna, visti i precedenti, ho con me dei bulbi di scorta. A Cuccaro non c’è l’ombra di un pub aperto per il fatidico timbro, avvisiamo via telefonino l’organizzatore (a quell’ora ben sveglio perché sta già registrando i primi arrivi, roba da supermen) mentre io con una mano svito il fanale e sostituisco la lampadina, e con l’altra addento qualcosa da mangiare, così almeno anche la bocca è impegnata e la finisco di smadonnare. Ripartiamo ed affrontiamo l’umida e noiosa pianura in direzione Ovada, il sonno comincia a farsi sentire, la strada è più trafficata, i soliti fenomeni del sabato sera ci insultano dalle automobili, sono evidentemente un po’ alticci. Ovada sembra non arrivare mai, proprio come l’anno scorso. Alla stazione acquisiamo il “controllo” dal timbro dell’obliteratrice e mangiamo qualcosa seduti fuori sugli scalini: c’è umidità, abbiamo freddo, ma rimanere là dentro al calduccio potrebbe significare abbioccarsi pericolosamente e non ripartire più. Le parole fra noi sono sempre più rare, perfino Roberto si è come “scaricato” e (vivaddio) ci regala un po’ di silenzio. Ho sonno malgrado il guaranà, Ivano mi passa una stagnola sospetta: «Vuoi?» Cos’è? «Una roba per stare sveglia…». Inquietante, l’anno scorso alla vigilia della PBP per poco non mi ammazzava con un sonnifero, decido di fidarmi ancora una volta, ingurgito e ripartiamo, dietro l’angolo c’è subito la salita di Cremolino, sono quasi le quattro.

Com’è, come non è, non saprò mai cosa c’era in quella stagnola, fatto sta che non mi fa NIENTE, e lungo la salita ho una “cotta” micidiale. Francesco e Roberto sono poco più avanti, Ivano mi sostiene con la sua discreta e silenziosa presenza, io cerco di dare segnali di vita (stra)parlando di qualunque cosa (COSA ho detto non lo saprò mai). Cerco di farmi coraggio cogliendo i segni dell’alba in arrivo, il primo gallo che canta, il cielo che va via via rischiarandosi. Questa salita finisce, ora non rimane che scendere su Acqui Terme e cercare il primo bar aperto per una meritata prima colazione calda. Ci dobbiamo accontentare di un albergo che non ha nemmeno una brioche, però c’è il caffè, e una toilette per lavarsi la faccia. Pazienza, ci rifocilleremo più degnamente al prossimo avamposto di civiltà, cioè a Sassello.

La strada da Acqui a Sassello sale costante incassata in una gola naturale davvero suggestiva. L’anno scorso c’era la nebbia, ed io avevo così tanto sonno da non riuscire nemmeno a guardare davanti a me. Ora va meglio, e mentre chiacchiero col mio socio sento che la crisi se ne sta andando. Mi risveglio pian piano e mi godo il paesaggio, mentre il sole fa capolino e ci conforta con i suoi caldi raggi. A Sassello Francesco e Roberto prendono d’assalto il bar, mentre io e Ivano rapiniamo di brutto la locale focacceria, uscendone con le mani piene di clamorosi tranci più o meno farciti. Torna l’allegria, il pieno di carboidrati ci rimette in forma e ci prepara in vista delle salite che saranno il teatro degli ultimi centocinquanta chilometri della nostra immane faticaccia. Mentre noi divoriamo con metodo tutto quel ben di dio Francesco scalpita ed è già pronto per ripartire, ed io so già che non lo rivedremo più… Infatti, lungo la salita al Giovo, mentre noi chiacchieriamo lui si stacca e, senza tanti convenevoli, sparisce. Era evidente fin dalla sera prima che i nostri ritmi erano un po’ troppo “rilassati” per i suoi gusti. Rimaniamo in tre, ognuno fa il suo commento sull’accaduto, ma poi, alla fin fine… 

C’è vento freddo, e inquietanti nuvolosi neri solcano il cielo. Nessuno ha il coraggio di spogliarsi più di tanto, anche se si sale. Prima di Dego Ivano chiede di consultare la cartina e ci accorgiamo che l’organizzatore ha fatto una variante rispetto al percorso dell’anno precedente, aggiungendo la salita a Montezemolo da Cengio. «Questa è ripida!», ci ha subito stroncati dall’alto della sua esperienza sulle salite della zona. Intanto il povero Roberto si sta accorgendo che le randonnèe non si fanno a barrette, ma ci vuole il pane, quello vero… Ma tant’è, sta imparando e noi, pazienti, lo “bacchettiamo” da una parte e lo accontentiamo dall’altra, c’è ancora tempo per un’altra colazione a Dego, io approfitto della sosta per chiamare finalmente i miei, mia mamma stava già per avvisare la Protezione Civile della mia scomparsa.

Il sole va e viene, finalmente ci togliamo qualche vestito, ormai siamo all’ultima salita. Con molta pazienza arranchiamo e raggiungiamo prima Cengio, poi Montezemolo, sulla cui sommità ci aspettano, tanto per cambiare, aria fredda e nuvoloni. Il cielo non promette niente di buono, ma vorrai mica rinunciare all’ultimo panino con la pancetta? Poi via, veloci, verso Ceva e gli sfiancanti saliscendi fino a Vicoforte Mondovì. Altra crisi di sonno, conosco bene quel tratto fino al controllo di Mondovì, anche l’anno scorso non passava più, ho creduto di morire. Poi basta vedere il Santuario per avere non una crisi mistica, bensì… un’iniezione di entusiasmo! Timbriamo alla stazione di Mondovì e ripartiamo subito: ancora 42 chilometri ed è fatta. Pensavo peggio, invece scopro di essere lucida e in condizioni accettabili, ho persino voglia di parlare con i miei compari di alimentazione, delle prossime randonnèe, di scherzare come ragazzi. Buon segno. In un paesino sperduto nella campagna affrontiamo una rampa mentre a bordo strada una vecchina arranca a piedi portando “a capezza” la sua bicicletta. Ivano, che lavora in un gerontocomio ed ha una certa dimestichezza con la terza età, l’apostrofa brutalmente: «Ciao, nonna!», io rincaro la dose con un: «È dura, neh?», ma lei ci stende con un: «Forse PER VOI… Io a piedi ce la faccio benissimo…!». Risposta esatta, colpiti & affondati.     

Il cielo diventa sempre più cupo, mancano una ventina di chilometri e la pipì non può aspettare. Roberto riparte subito, va di fretta causa incombenti impegni familiari, concludiamo il brevetto in due facendo letteralmente lo slalom fra i temporali. A Cherasco e a Bra c’è appena stato un acquazzone, arriviamo alla piazza di Bandito poco dopo le 17 miracolosamente asciutti, inizia proprio in quella a gocciolare. Bruno, l’organizzatore, oltre a complimentarsi con noi si stupisce della nostra fortuna sfacciata. E sia. La fortuna aiuta… l’Audax!

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