Brevetto di Bandito di Bra (CN), 300 km, 4 aprile 2004

Sabato sera, Piazza Caduti e Dispersi di Bandito di Bra (CN). A parte il nome della piazza, che sembra fatalmente destinata a fare da partenza e arrivo ai brevetti cicloturistici di lunga distanza (sic!), stavo tirando fuori dalla macchina la mia attrezzatura da randonnèe nuova di pacca, fra gli «Oooh!…» di stupore degli altri randonneurs, gongolandomi di legittima soddisfazione e sciorinando dati tecnici, sigle e siti web per concedere anche a loro il privilegio di potersi procurare, un giorno, cotanta meraviglia di mozzo con dinamo incorporata, faro “da stadio” e copertoncini con banda riflettente… 

Inaugurazione “ufficiale” dell’attrezzatura: il brevetto da 300 km del giorno dopo. La partenza alle cinque del mattino suggeriva di dormire in loco, e infatti mi ero equipaggiata di sacco a pelo per dormire in auto, cosa che avevo già fatto in passato in occasione di amene granfondo lontane da casa, peccato che stavolta la luce della luna piena (tanto cara all’organizzatore, ma inopportuna in quel frangente) e le “tribù del sabato notte” (niente di meglio da fare per passare il tempo che mettere l’autoradio a palla con le portiere aperte) mi avessero impedito di dormire decentemente. Ma tant’è, la sveglia del cellulare è suonata e, pur assonnata e di pessimo umore, toccava mettersi in viaggio. Un bel gruppone di randonneurs si avviava così in direzione Castelnuovo Don Bosco, luogo del primo controllo orario. In aperta campagna il buio era pressoché totale, la luna ormai stava tramontando, e attorno a me e alla mia “fanaleria” così potente ed efficiente si era formato un crocchio di curiosi/ammiratori. Finchè, dopo una quarantina di minuti, di colpo, pluf. Luce spenta e tuffo al cuore. Tutti ammutoliti, figuriamoci la sottoscritta. Mi si sarà staccato qualche filo, ho pensato… Mica posso fermarmi a controllare, sennò rimango sola nell’oscurità! Ho acceso il led d’emergenza del casco e mi sono accodata mestamente al gruppo, salmodiando tra me e me contro “l’infallibile tecnologia giapponese”, il signor Shimano e tutti i Santi. Per la cronaca si era “solo” fulminata la lampadina. Per fortuna stava albeggiando. L’allegro plotone è così giunto a Castelnuovo Don Bosco, ma di un bar aperto per il fatidico timbro neanche l’ombra. Abbiamo avvisato telefonicamente l’organizzatore ed abbiamo avuto l’autorizzazione a… ripartire senza timbro. Stavo ancora cercando di smaltire l’arrabbiatura per la figuraccia del fanale quando sono iniziati i saliscendi tra la provincia di Torino e quella di Asti. I più cercavano un bar per un buon caffè, il gruppo andava sfilacciandosi, io stessa ad un certo punto ho optato per una breve sosta fisiologica in luogo ameno e consono. Da quel momento, fra la nebbia delle colline, ho perso contatto con gli altri… e non ho più visto nessuno.

Mentalmente ero preparata a dover affrontare una randonnèe in solitaria. Io fondamentalmente SONO un cane sciolto, quindi non mi sono preoccupata più di tanto. Tutto quello che dovevo fare era viaggiare, con la mente libera e leggera, rilassando i muscoli e lo spirito.  A Chivasso, grave errore di percorso: accidenti, devo stare più attenta! La gaffe, causa mappa “girata”, mi era costata dagli otto ai dieci chilometri in più, e una buona mezz’ora persa. Il controllo era a Strambino, ero arrabbiata e in affanno a causa dello sbaglio precedente, sembrava di non arrivare mai. Ad un certo punto un anziano cicloturista si era permesso di accodarsi a me per succhiare la mia ruota. Dopo aver approfittato per un bel pezzo: «Dove vai di bello?». L’avrei ucciso… Ma, alla fine, eccomi arrivata. Mi sono fiondata nel primo bar, timbro, brioche, bicchiere di latte, un po’ d’acqua in borraccia e via. Avrei fatto più avanti una “pausa pranzo” più decente, a metà percorso.

Superato Mazzè e il Canavese, in provincia di Vercelli si viaggiava una meraviglia. Nella piana delle risaie asciutte il vento era diventato un poco favorevole, ed il morale era in risalita. A Crescentino mi sono concessa un ristoro autogestito in un giardinetto con fontana. Era l’una del pomeriggio, mi attendevano le insidie del Monferrato, con i suoi sfiancanti saliscendi e… il costante, incombente rischio di sbagliare strada, per cui occhi aperti…  Infatti, proprio mentre, in direzione Casale Monferrato, ero ferma ad un bivio a scrutare dubbiosa le mappe, chi mi raggiunge dopo ore e ore in solitudine? Il mitico Giorgio da Bergamo, “finisher” della PBP 2003 in 84 ore, da me soprannominato “la volpe del Monferrato” per la sua capacità di mandare a memoria strade e stradine da una volta all’altra. Cascava come il cacio sui maccheroni! E così abbiamo pedalato insieme e chiacchierato per un po’, finchè la necessità di riempire le borracce non ci ha fatti perdere di vista: «Mi fermo un attimo ad Alfiano Natta a “girare la cartina”… Ci vediamo alla prossima fontana, ti raggiungo.» Non l’ho più ribeccato. Si vede che era proprio destino che questa randonnèe la dovessi fare da sola.

Avrei voluto chiudere il brevetto entro le 20, ma in quell’assolato pomeriggio di colline arati ed alberi in fiore mi stavo accorgendo che il tempo non era più dalla mia parte. Senza più il supporto di un buon conoscitore della zona, ogni minima incertezza sulla strada da prendere mi imponeva lo stop per gli accertamenti del caso. Non sbagliavo più, per fortuna, ma un po’ di tempo per guardare la cartina si perdeva, eccome… Raggiungere il controllo di Nizza Monferrato è stato un calvario, quelle salite non finivano mai… Ma almeno ero sulla buona strada. Sono arrivata a Nizza alle 17,30, altro timbro velocissimo, ingurgitate nell’ordine una Fiesta, una crostatina e un Mars, il pieno di calorie necessarie ad affrontare gli ultimi 61 (virtuali…) chilometri della mia “impresa”, comprensivi, però, della temibile e inedita salita a San Donato, nelle Langhe… Direzione Canelli, forte e gelido vento contrario. Io ero tranquilla, come chi ha la consapevolezza di essere ormai a buon punto. Non facevo più dei 16 kmh in certi punti disgraziati particolarmente esposti, ma sapevo che, pian piano, ce l’avrei fatta. Come sempre. La salita di San Donato, però, ha segnato l’arrivo dell’ombra lunga dello sconforto e della depressione. Il pignone del 29 non bastava più, la mia bici era pesante e io avevo già 270 km nelle gambe. Rampe micidiali. Solitudine totale. Bello il paesaggio delle Langhe, ma ormai il sole al tramonto mi rammentava che era dannatamente tardi. Faceva pure freddo, e certo non giovava al morale pensare ad un rientro al buio con l’impianto di illuminazione assolutamente inservibile… Con caparbia determinazione (e come, sennò?) il minuscolo paesino in cima alla collina è stato raggiunto: ora non rimaneva che mettere mantellina, guanti lunghi e raggiungere Alba prima che l’oscurità diventasse totale… Alba l’ho vista spuntare all’improvviso mentre scendevo gli ultimi tornanti. Da lassù, illuminata e adagiata sulle dolci colline, mi sembrava il paese più bello del mondo, e c’era il suo perché. Venti chilometri ancora. Ormai la mia lampada da casco era scarica e ridotta a un lumicino, non c’era il tempo di cambiare la batteria. Posteriormente potevo contare su un grande fanale rosso, giubbino di sicurezza e copertoncini con bordo rifrangente. La luna piena faceva quello che poteva mentre, come in trance, cercavo di “indovinare” le irregolarità della strada e raggiungere Bra il più velocemente possibile. E intanto mi chiedevo come avevo potuto fare tutti quei chilometri da sola senza impazzire, con un finale del genere, oltretutto. Ho rischiato di sbagliare strada ancora una volta, a soli due chilometri dalla fine… di questo incubo lucidamente calcolato (325 chilometri effettivi), finito comunque bene intorno alle 21,30 e con grandissima soddisfazione. Sola.

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