“Paris-Brest-Paris” – 18-22 agosto 2003

E siamo all’appuntamento clou di quel 2003, la “Madre di tutte le randonnèe”, il mitico maxibrevetto da oltre 1.200 km in terra di Francia ambito dai cicloturisti di tutto il pianeta. La mia partecipazione fu segnata dal ritiro intorno al 1.000mo chilometro. Questa sconfitta, rivista col senno di poi, fu giusta perchè ero ancora troppo inesperta. Ma, soprattutto, fu il trampolino di lancio di una passione – quella per l’ultraciclismo – che anzichè smorzarsi per l’insuccesso acquisì nuova linfa dal mio orgoglioso (e mai domo) desiderio di rivincita. Doveva essere la fine, invece era solo l’inizio…

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La Paris-Brest-Paris, l’Olimpiade dei cicloturisti, la grande sfida. Comunque la giri, quando sei lì perché vi devi partecipare alla fine provi una profonda soggezione. Eppure, una volta giunta a Guyancourt – periferia ovest di Parigi, ad una ventina di chilometri dalla capitale, in quella soleggiata domenica d’agosto, non è che abbia trovato tutto ‘sto clamore intorno all’avvenimento. Solo pochi e discreti manifesti pubblicitari lungo le strade del quartiere. Niente strombazzate, niente megafoni, nessuna fanfara ad accoglierci. Tutto lo “spettacolo” era radunato al Gymnasium des Droits des Hommes, il complesso sportivo sede della logistica e teatro della partenza e dell’arrivo della randonnèe cicloturistica più famosa del mondo. Un variopinto arcobaleno di maglie, ruote, telai, portapacchi, zainetti, lingue da tutto il mondo. Americani, giapponesi, sudafricani, danesi, olandesi. Francesi. Italiani, ben duecentoventi in tutto. Alla PBP, in particolare nella giornata dedicata al controllo dei veicoli e al ritiro dei “pacchi gara”, è consuetudine dei randonneurs provenuti da ogni angolo del pianeta di scrutare attentamente le bici altrui. Molto ammirati e fotografati recumbent bike e tandem, mezzi piuttosto amati all’estero e semisconosciuti in Italia. Ho visto le soluzioni tecniche più incredibili per quanto concerne l’installazione dei bagagli e dell’impianto luci – praticamente non c’era una bici uguale all’altra! -, ma anche delle “chicche” rubate ai campioni del passato. Indimenticabile quel mitico novantaduenne, il superveterano della manifestazione, che aveva sulla sua vetusta bicicletta un accrocchio micidiale sotto la punta della sella – una sorta di vite senza fine che faceva leva sul tubo orizzontale e permetteva di variare al volo l’inclinazione della sella stessa a seconda della morfologia del percorso. «Coppì, Bartalì!», diceva orgoglioso mostrandoci le ingegnose trovate. Non mi stupirei se li avesse conosciuti personalmente, a suo tempo.

Chi aveva scelto di tentare di completare l’impresa “comodamente” in 90 ore è partito alle 22 di lunedì 18 agosto. Dopo l’accredito la tremarella ha lasciato il posto ad una incontenibile voglia di partire, anche se l’oscurità era già lì, davanti a me, da sfidare con i miei tremolanti fanalini a batteria, e mi faceva un po’ paura. I miei amici e compagni di viaggio erano lì intorno a me. Finalmente toccava al mio scaglione, l’aria risuonava di «Bon courage!», la gente radunata ai bordi delle strade e sui ponti dei cavalcavia applaudiva e mi dava una carica incredibile. Mi veniva da piangere. Bon courage, che significa un misto tra “buona fortuna” e “fatti coraggio”. Quell’augurio l’avrei sentito centinaia di volte nei successivi quattro giorni. Merci! Tutto il resto è viaggio. Quattro notti e tre giorni passati fra carte di viaggio da timbrare, inconvenienti fisici, caldo, freddo, sonno. Orizzonti infiniti. Profumi indescrivibili. Facce – quelle attonite dei tuoi compagni di viaggio, quelle degli altri partecipanti, di quei vecchi che, seduti agli angoli delle strade, non aspettavano altro che di vederci passare per indicarci la via.

La Paris-Brest-Paris non è una linea pianeggiante: tra andata e ritorno si accumulano oltre diecimila metri di dislivello. Lo spauracchio si chiama côte, praticamente un susseguirsi di colline una dietro l’altra. Un toboga che non lascia scampo. Quest’anno siamo stati molto fortunati: sole splendente e praticamente niente vento. Quanti villaggi abbiamo attraversato. Ogni villaggio aveva la sua piazza con la chiesa col grigio campanile a punta, sullo stile architettonico tipico dell’Europa settentrionale. E quasi ogni villaggio aveva la sua boulangerie. Le mitiche panetterie francesi sono una sorta di istituzione lungo la strada della Paris-Brest-Paris. Ho visto scene tipo assalto alla diligenza, e razzie dei banconi stile migrazione biblica di locuste. «Bulangerì!», si gridava e, se l’orologio lo permetteva, il rito si compieva. La baguette, il fragrante sfilatino così tipicamente transalpino che di più non si può, ha una forma decisamente indovinata per il ciclista. Si infila bene nelle tasche della maglia, ma io le ho viste sistemate un po’ dovunque, legate al tubo orizzontale della bici o disposte di traverso a mo’ di improbabili ali di aeroplano sul portapacchi posteriore. Micidiale.

Cieli stellati così belli non ricordo di averne mai visti prima. La rossa palla di Marte, mai così vicino alla Terra come in questi giorni, mi seguiva silenziosa quasi vegliasse su di me. Quante albe, quanti tramonti visti da quel sellino. La notte in Bretagna aveva gli stessi profumi di quella della provincia italiana, annusati durante i brevetti di qualificazione. Non me lo sarei mai aspettata, bel mistero. Poi c’erano quelli che io ho ribattezzato “gli angeli custodi della notte”, donne e ragazzini dei villaggi da noi attraversati che, malgrado gli orari antelucani, aprivano i loro tavolini da campeggio lungo la strada offrendoci caffè, zuppa calda, biscotti, zuccherini, a volte la musica della radiolina. La notte solitamente è un duro affare per i randonneur, e il calore e il conforto di quegli inaspettati incontri nel cuore delle colline francesi a lume di lampadina non li dimenticherò mai. Di tutte le brutte bestie del randonneur, il sonno è la peggiore. Il sonno puoi scacciarlo o ignorarlo per una, due notti al massimo, poi è follia pura. Il buio della campagna attorno ti intorpidisce i sensi, la lucina rossa di quello davanti a te ti ipnotizza e ti rimbecillisce. A nulla serve prendersi a schiaffi, urlare, cantare. Il caffè non sortisce più alcun effetto. Inizi a straparlare, a delirare, i pensieri si scollegano dal cervello. Vedi fantasmi e ombre ovunque. Rischi di svenire e cadere dalla bici, niente di più facile. Allora ti devi fermare, non hai scelta. A volte basta mezz’ora buttato su un prato. Se non fa troppo freddo. Io ho avuto tanto freddo, tanto da arrivare a maledire l’esile coperta di sopravvivenza in alluminio che avevo portato con me, purtroppo ingannata dalle roventi notti precedenti passate alle nostre latitudini, e dalle notizie meteo che assicuravano che quelle temperature erano generalizzate all’Europa intera. Balle. Quanto avrei desiderato avere con me il sacco a pelo in Thinsulate lasciato al campeggio di Saint Quentin-en-Yvelines… Per arrivare a Brest si supera una sorta di “serra” montagnosa con un vistoso ripetitore in cima. Quando scollini sembra di approdare in un altro pianeta, io in quel momento ho provato un’emozione fortissima. Poi Brest arriva e intravvedi l’Atlantico, laggiù, immenso e misterioso. Era il giro di boa, la nuova, fortissima carica per andare avanti.

E poi è arrivato il momento più difficile. Stanca, sporca (da quattro giorni non riuscivo a farmi una doccia perché ai posti di controllo gli asciugamani erano regolarmente terminati…), le piaghe al soprassella non davano tregua, così come le mani e i piedi intorpiditi e doloranti. Il freddo e l’umidità delle notti bretoni mi avevano lasciato un fastidiosissimo mal di gola. Il tendine d’Achille sinistro, tirato al limite a suon di Aulin praticamente dall’inizio del viaggio, aveva ceduto di schianto il giorno prima costringendomi ad un grave rallentamento, ed era gonfio come una zampogna. L’intestino, devastato dai medicinali, dava palesi segni d’insofferenza. Era l’alba del venerdì, l’ultimo giorno. I miei amici, tutti acciaccati e già rassegnati al ritiro, erano ancora al calduccio nel dormitorio del checkpoint di Villaines La Juhel, ma io non mi volevo rassegnare alla sconfitta, arrivata la sera prima sottoforma della consapevolezza che, in quelle condizioni e con solo due ore di sonno complessive accumulate in tre giorni, non ce l’avremmo mai fatta a raggiungere in tempo il successivo checkpoint di Mortagne Au Perche. Quindi, pur sapendo di essere fuori dai giochi, l’orgoglio (brutta bestia) mi aveva strappata dalle coperte e buttata, dolorante e con un senso di schifo addosso, di nuovo sulla fredda e umida strada. Perché dalla PBP non ci si può ritirare, non esiste proprio. Perché in un angolino del cuore conservavo ancora la speranza di avere la forza morale per arrivare a Parigi sulla mia bicicletta, pur tardissimo e con un timbro in meno sulla carta di viaggio. La strada era deserta, il sole stava per sorgere all’orizzonte. Persa nell’immensità di quel paesaggio di colline, timorosa, sola sulla mia bicicletta affardellata, ho vissuto un momento davvero mistico con me stessa. Interrotto brutalmente, dopo soli quindici chilometri, da una volgare, stupida, inopportuna, stronzissima foratura. Ma cosa ci faceva una puntina da disegno in un posto come quello?!?… 

La riparazione del danno, con perdita di tempo e ulteriore “bastonata” al morale, il proseguimento del viaggio fino al più vicino avamposto di civiltà, l’accordo con un randonneur inglese a sua volta costretto al ritiro, ed ecco il mesto ritorno a Parigi in automobile, con due umiliazioni finali: passare davanti al traguardo e vedere gli arrivi degli altri, e la riconsegna della carta di viaggio agli addetti dell’organizzazione, i quali, solerti, non hanno potuto fare altro che appuntare sull’ultima casellina “Abandon”, ritiro. A duecento chilometri dalla fine, dopo averne percorsi millecinquantotto. Questo era il prezzo da pagare. Se mi avessero dato un calcio nello stomaco mi avrebbero fatto meno male. Farsene una ragione è stata dura, ma in fondo il VIAGGIO era comunque compiuto: emozioni, ricordi ed esperienza che nessun timbro e nessuna omologazione potranno mai portarmi via. Ora sono già pronta a ripartire, ci credete?

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