Granfondo “La NoveColli”, Cesenatico (FC) – 18 maggio 2003

Il 2003 fu anche l’anno delle mie ultime esperienze nelle Granfondo agonistiche su strada. La “NoveColli” è una bella manifestazione bene organizzata, ed a quel tempo non mi lasciai sfuggire l’occasione per sperimentare il mitico percorso lungo da oltre 200 km.

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Amarcord...Volevo divertirmi, questo sì. Quasi cinquecento chilometri da Torino per partecipare ad una delle Granfondo più famose del pianeta, la mitica “Nove Colli”. Perché sabato pomeriggio sfrecciavo sulla A1 assolata, con gli occhiali specchiati, la bici nel bagagliaio, la bottiglietta di Cola Light gelata e la musica appalla? Perché un amico un bel giorno mi ha detto: dai, vieni a fare la Novecolli! Il weekend dopo il brevetto Audax da 400 chilometri? Naaa, è una follia…!

Non ricordo di aver mai vissuto una Granfondo agonistica in maniera così rilassata, consapevole, divertita. Io sapevo esattamente quello che dovevo fare: concludere il percorso lungo nel tempo limite possibilmente in buone condizioni. L’allenamento ottenuto sulle lunghe distanze coi brevetti mi avrebbe certamente aiutata nell’impresa. Nessun avversario da battere se non la fatica, che puntualmente avrebbe fatto sgradita visita. Della solita, odiata tensione pre-gara, neanche l’ombra. Sabato sera a zonzo per Cesenatico con gli amici, shopping agli stand, hotel pieni, tante facce, tanti ciclisti, tanti sorrisi. Oltre ottomila iscritti, diceva il sito Internet. La sveglia, domattina? Alle cinque va bene… A colazione non mangeremo molto, meglio partire leggeri, poi si vedrà strada facendo… Ma sta piovendo? Tranquilli, vedrete che domani… L’alba del grande giorno, una riga rossa sul mare fra le nubi che andavano diradandosi. Ingrigliamento – niente di più facile, organizzazione impeccabile, eppoi che figata ‘sto sistema di cronometraggio col microchip a perdere incollato nel pettorale, ma non si potrebbe fare sempre così? Seconda griglia amatori, ovvero La Massa Anonima, vero cuore della Novecolli. Dietro di noi solo i cicloturisti iscritti come tali, ma in fondo che differenza c’era? Alle 6,30 scoppiava in aria il mortaretto del “via”, io stavo ancora chiacchierando col mio vicino: tanto, prima che ci muoviamo qui nelle retrovie… Per inciso era un brevettando pure lui, e così tutti i suoi compagni di squadra. Lungo il percorso ne avrei incontrati tanti altri di randonneurs, venuti lì per allenarsi con la Novecolli ma con la testa già alla Paris-Brest-Paris. Mi sono sentita un po’ come a casa. Stavo partecipando alla cicloturistica più numerosa e più dura del mondo.

Tutto il resto è viaggio. I primi trenta chilometri, come in un tacito accordo tra gentiluomini, è stato affrontato dal gruppo a velocità abbastanza umana (sapevamo ben tutti cosa ci aspettava, inutile fare i fenomeni già al via…). Ho visto tanti partecipanti provenienti dall’estero, Germania, Francia, Olanda. Avevo un sorriso a trentadue denti, mi sentivo bene e MI STAVO DIVERTENDO. Poi sono arrivati i colli. Eh, signori, dopo averli sognati di notte, nove faticacce, nove incognite… Avevo letto sulle riviste specializzate di rampe micidiali, scene apocalittiche di gente col piede a terra che non riparte più… Bene, immersi in quei paesaggi meravigliosi fra gli Appennini a cavallo tra la Romagna e le Marche iniziava la sfida. Saranno così duri come dicono? Polenta: una rampa da garage, tutti col piede a terra (coda infinita, come da copione). Pieve di Rivoschio: in mezzo ai prati, abbastanza lungo. Ciola, e lì ho visto le prime vere scene di disperazione: ciclisti già in preda ai crampi, qualcuno appiedato, altri fermi con la testa riversa sul manubrio in grave affanno… Barbotto, finalmente, ovvero il mito: tifo da stadio a bordo strada, tutti che incoraggiavano, e quell’ultimo chilometro al 18%… Chi non aveva avuto l’umiltà di montare un pacco pignoni adeguato se la stava facendo a piedi… Io, grazie al mio “29”, ho potuto salire bene e in agilità, conquistando tante e tante posizioni.

Ormai si era quasi a metà strada per chi aveva scelto il percorso lungo, mentre ai “cortisti” rimaneva la discesa su Cesenatico. Ero riuscita miracolosamente a ingurgitare un paio di barrette proteiche in questa prima fase, ma era tempo di concedersi una sosta ben fatta ad uno dei tanti ricchi rifornimenti. Già, perché alla Novecolli il problema è trovare il momento giusto per mangiare… Subito dopo il Barbotto avevano allestito una ricca tavolata, dove solerti donne romagnole servivano frutta, crostatine, succhi e quant’altro. Mi sono fermata, ho soddisfatto tutte le esigenze fisiologiche e logistiche (leggi: pipì-cibo-borraccia-stretching), ma mancava ancora qualcosa: «E il famoso “bustrengh”?…», ho chiesto con la vocina querula. «Quello lo trova a Sogliano!». Era il ristoro posto al bivio dei due percorsi, poco sotto. Beh, mi sono detta, io son qua anche per fare la turista, quella roba lì la voglio assolutamente assaggiare, vale il viaggio: farò un’altra piccola sosta, l’ultima. Mi sarebbe costata cara. Del “bustrengh” avevo letto nel sito Internet della Novecolli: tipico dolce locale che in origine era il classico piatto povero contadino fatto con gli avanzi, poi è diventato una specialità. Al ristoro di Sogliano avevo comunque appuntamento col mio compare in caso di “scollamento” (e infatti ci eravamo persi sul Ciola). Al bivio tra i due percorsi ho visto tutti tirare dritto per il “corto”. Ho provato una sinistra sensazione nello svoltare a destra tutta sola… Solo una signora ha gridato: «Brava!…», ma il tono era lo stesso di chi saluta al porto la nave dei coraggiosi soldati che s’imbarcano per la guerra… Parti, ma non sai se arriverai… La discesa intanto mi aveva fatto parzialmente digerire tutto quello che avevo mangiato al Barbotto: una follia introdurre altra roba! Ma cosa volete, quando una è curiosa, e golosa… Il “bustrengh”? Una mappazza assurda di farina di polenta. Che delusione. E da lì a poco sarebbe iniziato il quinto colle. Un cartello giallo indicava: cento km all’arrivo. Intanto, mi ero fottuta con le mie mani. 

Monte Tiffi, in coma. Perticara, un calvario. Pugliano, eterno da stroncare. Col sole a picco sulla testa e lo stomaco ingombro! Tutta esperienza per la prossima volta, ho pensato maledicendomi per l’ingenuità che avevo commesso. Banana, crostata, cotognata, bustrengh, succo di frutta, tè freddo, tutto che andava su e giù, in un enterodelirio senza precedenti. Lungo la strada pochi ciclisti, tutti abbastanza preparati, muniti di tripla corona e tanta pazienza. Ogni tanto si scambiava qualche parola, così, per non pensare al caldo e alla fatica. Notizie volanti dalle radio delle moto dell’organizzazione lasciavano capire che la scopa era ancora sul Barbotto. Va bene, va bene così… Andremo regolari fino alla fine… Cercavo di risparmiare la gamba (che in salita in quel momento non voleva proprio saperne…) col rapporto più agile, ma ogni volta che intercettavo qualche donna mi ricordavo di avere un numero di gara attaccato alla schiena, e allora l’orgoglio tornava a ruggire… La svolta sul penultimo colle: la “mappazza” era stata digerita, e nuova energia si rendeva disponibile per i miei muscoli! Se a questo aggiungete l’entusiasmo di vedere la meta avvicinarsi, cosa che mette le ali ai piedi… Ultima fatica, il Gorolo, corto ma ripido: mangiato in un sol boccone! E poi giù, fino al mare, col morale a mille, i vigili urbani che fermavano il traffico agli incroci per farti passare… Non dimenticherò mai quello striscione: ARRIVO. Alla fine di prove così, oltre alla medaglia ricordo e ai fiori, è difficile descrivere quello che ti rimane. Comunque sia, la Novecolli oltre ad essere una durissima Granfondo (in origine era un brevetto Audax, lo sapevate? E ancora adesso sul diplomino c’è scritto: ‘Brevetto Appenninico Internazionale”) è soprattutto una grande festa del ciclismo. Soffri, ma è troppo bello. Classico paradosso del nostro sport.

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