Granfondo “La Fausto Coppi”, Cuneo – 13 luglio 2003

L’ultima Granfondo non si scorda mai, e posso dire di aver chiuso la mia esperienza agonistica in bellezza: partecipando ad una gara che è e rimane la più dura e la più affascinante di tutto il panorama italiano.

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Arrancando sull'Esischie«È maledettamente dura!», ho gridato ad un gruppo di gitanti che dal prato mi salutavano e incitavano proprio mentre affrontavo i traversi finali per il colle di Sampeyre, quelli che sembrano non finire mai. Arrancavo ai 5 (cinque!) all’ora, la gamba girava con una lentezza esasperante. Però sorridevo, e ne avevo ben donde.

La meta era vicina, la maglia color lillà con la faccia del “Campionissimo” che portavo addosso stava per essere definitivamente guadagnata. Stavo bene. Era bastato partire per questa “Fausto Coppi” con l’approccio mentale di essere in randonnèe, un brevetto come un altro da chiudere in dodici ore, affinché corpo e mente si mettessero automaticamente in sinergia. E comunque non inventavo niente di nuovo. Questa Gran Fondo è REALMENTE diversa dalle altre del panorama italiano. L’aveva detto anche il comitato organizzativo alla conferenza stampa della sera prima, affermando di ispirarsi più alle grandi randonnèe alpine dei cugini francesi che ai chiassosi raduni granfondistici nostrani, pieni di primedonne e con percorsi a volte insignificanti. Un ritorno al ciclismo eroico dove c’è posto per “l’impresa”, dicevano orgogliosi. E dicevano anche: state attenti, sarà dura. Duecentootto chilometri e un dislivello complessivo prossimo ai cinquemila metri, in effetti non sono esattamente una passeggiata. Ero emozionata ieri mattina, poco prima delle 7, in Piazza Galimberti. Dalla prima griglia mi giravo indietro e vedevo la grande parata del migliaio di casacche lillà tutte uguali. Un colpo d’occhio fantastico. La partenza – momento sempre temutissimo, si è svolta ordinatamente e senza intoppi. Del resto, chi aveva tutta ‘sta fretta? Forse solo la ristretta cerchia degli Elite “obbligati” a fare risultato per contratto. I più, il grande popolo dei cicloamatori perennemente in lotta contro il tempo, sapevano invece benissimo come comportarsi. Diciamo quasi tutti…

L’antipasto del percorso erano le due salitelle di Pradeboni e Montemale, e io non vedevo l’ora di passarle per entrare nella fase ”hardcore” della Gran Fondo. Questa sorta di prologo è stato vivacizzato (ahimè) dall’aver assistito ad una brutta caduta proprio nel “trenino” a cui mi ero aggregata, e dal classico contrattempo della vespa che ti entra nella maglietta e ti punge dappertutto… Chi l’ha provato sa cosa vuol dire. All’imbocco della Val Grana la gente ci salutava per la strada, le vecchine dai balconi delle case di pietra. Per noi donne i «Brava!» e gli applausi erano quasi dovuti. Mi hanno detto che i paesi coinvolti dalle varie edizioni della “Fausto Coppi” che si sono succedute negli anni non amerebbero questa manifestazione, con ripetuti tentativi di boicottaggi e malcelato astio nei confronti dei corridori. Sarà, ma escludendo i mugugni dei gitanti dalle loro auto fermate in coda dalle Forze dell’Ordine, io ho trovato calore e simpatia. Ogni anno, quando vedono passare quelle maglie tutte uguali, sanno a quale disumana fatica vanno incontro quegli “omini con le ruote”. Il Col d’Esischie imponeva subito umiltà e rapporti agili. Bene il mio pignone del “29”, ma ammetto di avere invidiato un poco chi era munito di tripla: la moltitudine dei cicloturisti stranieri, per esempio, un classico. Dai numeri di gara sulla schiena leggevo nomi tipicamente nordici, poi cognomi italiani dei quali era bello cercare d’indovinare la provenienza regionale, così, un gioco innocente per non pensare alla fatica. «Silvia Negri… Di dove sei? Il tuo è un cognome brianzolo…». Ecco, da cacciatrice a preda! Qualche battuta volava qua e là, ma erano più le imprecazioni per la durezza della salita. E già molto prima di Castelmagno iniziava la mesta e interminabile fila dei ritiri. Quanti ciclisti ho visto tornare indietro, mettere piede a terra… «Basta, è una follia, non finisce più!…», «In cima al colle salgo sul furgone della squadra e mi ritiro, è troppo dura…». Io passavo, ascoltavo, guardavo silenziosa quelle facce, ma non sapevo proprio cosa rispondere… Ogni commento avrebbe suonato fuori luogo. Alti monti a piramide ci sovrastavano severi e maestosi. La Grande Signora stava attuando ancora una volta la sua spietata selezione.

Sull’asfalto, le scritte di vernice bianca ancora fresche di Giro d’Italia ci ricordavano quelli che avevano arrancato prima di noi. Ristoro del Col d’Esischie, ovvero il “giro di boa” ideale della “Fausto Coppi” di quest’anno. Ti saresti mangiato l’impossibile, ma non potevi perché il pensiero era già alla seconda, grande salita che ci attendeva non appena terminata la discesa verso il vallone d’Elva (e se poi mi restava tutto sullo stomaco come alla “Novecolli?”). Ciononostante qualche panino è andato giù, insieme a litri di integratore e svariate zollette di zucchero. L’uomo dietro al bancone mi ha detto sottovoce e un po’ complice: «Vuoi del vino? Hai la faccia da vino, tu…!». Aveva indovinato, ma come avrei potuto lasciarmi andare ai piaceri di Bacco in quella situazione?… A malincuore ho dovuto dire di no, malgrado le sue insistenze… Brutta la discesa dall’altro versante, e subito dopo ecco l’attacco alla salita del Sampeyre: partenza con lunghi strappi al 15%, a gamba ormai raffreddata e pane e nutella ancora latitanti nell’apparato gastrico. Micidiale. Era passata da poco l’una, per cui ci si metteva anche il sole a picco sul cranio a rendere tutto più spaventoso. Per non parlare del vento contro. Pochissimi ciclisti (ma dov’erano finiti tutti?!?), ancora gente col piede a terra, facce sconvolte, rassegnate. Passavo tirando il mio “29” con una smorfia sofferta, a qualche disperato fermo con la faccia sul manubrio ho fatto una carezza e un incitamento a non mollare, non potevo fare di più. Per un attimo mi sono resa conto di come mi stessi prodigando a far coraggio agli altri… Voleva dire che io “ne avevo”, non tanto di birra in corpo – stanca ero stanca anch’io, quanto di risorse mentali e morali. Una volta finivo le granfondo con la forza della rabbia e dell’orgoglio, oggi con la testa di una viaggiatrice di lunga distanza. Quanto sono cambiata. Ho raggiunto il Col di Sampeyre avvolto nella nebbia alle 15,35, col sorriso a trentadue denti d’ordinanza stampato sulla faccia. La nausea mi impediva di approfittare del bendidio del banchetto del ristoro, ma ho gradito la bibita al pompelmo e le fettine di limone. Due parole con le donne che servivano e poi giù, si torna a casa! Mancavano ancora 60 km circa al traguardo di Piazza Galimberti.

A Sampeyre, dove mi sono fermata a sfilare il gilè, sono stata raggiunta da un ciclista anziano: «Sta per arrivare un altro ragazzo che ha sofferto i crampi… Se lo aspettiamo “facciamo trenino” insieme, ci diamo cambi regolari e arriviamo bene…». Caspita, ci sto, e non appena ci siamo tuffati nel lungo discesone della vallata ho scoperto di avere ancora un’ottima gamba! Si vede che nelle lunghe ed estenuanti salite ero stata brava ad amministrare le energie economizzando al massimo. Vista la situazione ho “tirato” quasi sempre io, d’altronde ognuno dà quello che ha e fa quello che può. Il ragazzo con i crampi soffriva parecchio, in certi tratti di pianura faticava a stare sopra i venti chilometri all’ora. Gli stavo vicino e gli parlavo, tanto eravamo ampiamente nel tempo limite, ormai non m’importava più di limar via minuti dal mio risultato personale… La Colletta di Rossana, poco più di un cavalcavia in condizioni “normali”, è stata un vero calvario per lui. Ma ormai era fatta. Nell’ultimo tratto abbiamo raggiunto altre due casacche lillà e siamo approdati tutti insieme in Cuneo. Non dimenticherò mai il momento dell’attraversamento del ponte. Avevo appena portato a termine una VERA Gran Fondo. 

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