Colle del Nivolet (TO) – 24 giugno 2003

Il Colle del Nivolet è una delle mete più spettacolari e più ambite dai cicloturisti Torinesi. Ancora non lo sapevo, ma era appena iniziata una delle estati più calde del secolo: ecco perchè potevo stare agli oltre 2.600 metri di quota del colle in magliettina…

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Al ColleBrutta abitudine acquisita da randonneuse, fatto sta che uscire in bici alle prime luci dell’alba ha un gran fascino. Tanto con questo caldo non si riesce a dormire, alle cinque e mezza ero già in strada. In aggiunta la meta del giorno – il colle del Nivolet, distante oltre cento chilometri, imponeva comunque la levataccia allo scopo di guadagnare tempo sulla giornata. Mi piace sentire l’aria frizzante del mattino, il profumo del pane appena sfornato, la città che pian piano si risveglia. A dispetto della giornata festiva per Torino, c’erano già parecchie automobili in giro. Per uscire in direzione nord dovevo attraversare l’intera città e puntare verso l’aeroporto. 

Mentalmente ero predisposta alla solita randonnèe in solitaria, in realtà avevo contattato Fabrizio via email il giorno prima, si sarebbe fatto trovare con il Merlino e un altro amico alla stazione di Pont Canavese, località dove inizia la valle di Locana. Inoltre avevo sentito al telefono Saverio, il quale era rimasto perplesso dall’orario di partenza… ma lo sapevo già, quando dice così vuol dire che viene, che mi avrebbe comunque raggiunta strada facendo. La periferia nord di Torino è particolarmente brutta e incolore, fatta di case popolari e campi di grano. L’attraversavo con un senso di schifo. Il sole era velato da una umidiccia cappa di afa, l’estate al culmine vestiva il paesaggio di un sudario che sapeva di statico e “marcio”. Un sussulto solo nel vedere all’orizzonte le variopinte code dei jumbo “parcheggiati” a Caselle e, poco dopo, la mitica divisa aziendale di capitan Saverio che, come volevasi dimostrare, da quel generoso passista che è mi aveva raggiunta proprio nel momento in cui, in prossimità di una discarica abusiva, la Natura mi aveva imposto una fermata fisiologica di quelle “importanti”. Imbarazzante.

In due raggiungere Pont Canavese è stato un gioco da ragazzi. Alla stazione abbiamo raccolto gli altri tre compari e ci siamo addentrati ordinatamente nella valle. Il paesaggio, ora alpino, diventava finalmente gratificante per gli occhi. Chiacchieravamo, nel gruppo ero l’unica a non avere ancora conquistato il colle del Nivolet. Duro? Di più…! Avevo imparato a memoria la relazione del mio solito libro, sapevo cosa ci aspettava. Con l’inizio degli strappi più importanti la nostra piccola comitiva ha iniziato a “sfilacciarsi” in base alla personale attitudine da scalatore di ognuno di noi. I duri tornanti di Noasca, la “variante” esterna (ripidissima e dal fondo indecente) per aggirare la puzzolente e pericolosa galleria per Ceresole, e man mano che ci si addentrava i discorsi fra noi lasciavano spazio ad ammutoliti e reverenziali sguardi verso l’alto, come il presagio di star per entrare in uno dei più bei posti che il cicloturista può raggiungere in sella al proprio velocipede…

Dopo Ceresole e fino ai laghi Serrù la strada è ancora ripida, sale Verso il Colleossessivamente senza lasciare scampo, finchè non si raggiunge l’imponente diga dell’AEM e da lì ci si trova di fronte i grandiosi spettacoli dei ghiacci perenni e del parco del Gran Paradiso. Commovente. Lago Agnel, poi l’ultima sequenza di tornanti, il cioccolato mangiato al bar di Ceresole mi stava dando “carburante”, resistenza e continuità nella pedalata fino alla fine, benché avessi già superato i cento chilometri di strada percorsa da casa mia… Ero contenta di me, ero felice di stare per aggiungere alla mia personalissima bacheca dei colli-trofeo anche questa salita che è un vero culto per i cicloturisti torinesi e non solo, ai primi posti per coefficiente di difficoltà nelle speciali classifiche dei colli ciclabili reperibili su Internet. Ecco la balconata panoramica, Fabrizio scattava foto con l’immancabile digitale, ho proseguito ancora qualche metro fino al cartello che sanciva definitivamente la conquista, raggiunta poco dopo da tutti gli altri. Lo zero termico era talmente alto che si poteva stare in maglietta. Oltre 2600 metri di quota. Spaziale. Di colli ne ho conquistati tanti, ma questa, vi garantisco, è stata una delle escursioni cicloturistiche più incredibili che avessi mai fatto.

 

Dopo la veloce discesa tra i fiori del parco, gratificarsi a Ceresole con un bel panino prosciutto e toma e vari boccali di Coca-Cola era il minimo! Ai ragazzi non rimaneva che un comodo ritorno all’automobile parcheggiata a Pont, «… Perché noi non dobbiamo mica preparare la Parigi-Brest-Parigi!…», mi schernivano. Per me, infatti, ancora tanti chilometri in solitudine (Saverio sarebbe rientrato in treno) nell’afa e nel traffico del Canavese per ritornare a Torino, bevendo la schifosa acqua calda della borraccia. Non sono masochista, naturalmente: i chilometri, le difficoltà e i disagi sono tutto allenamento per un ultramaratoneta, lo sapevo e lo volevo. Sono rientrata verso le 18, felice e soddisfatta, persino in buona forma, con un caratteristico sorrisino ebete stampato in volto. Duecentodiciotto chilometri, tanto sole, dodici ore di gita, libertà infinita. Parigi si conquista anche così, passando per i più bei colli d’Europa.

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