Brevetto di Bandito di Bra (CN), 400 km, 10-11 maggio 2003

Partenza all'albaTerza tappa di qualificazione sulla strada della “Parigi-Brest-Parigi”, stavolta tocca cimentarsi con una distanza per me impensabile per l’epoca: quattrocento chilometri filati, che lasciarono ricordi indelebili punteggiati dalle frasi dei testi delle canzoni di Paolo Conte, uno dei miei artisti preferiti.

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“Un temporale fa dei grandi gesti grigi 

È il clima mio…”

(Paolo Conte, “Nessuno mi ama”)

Per tutti arriva, prima o poi, l’ora della verità. Se fin qui era stato tutto relativamente semplice, il brevetto Audax sulla distanza dei 400 km ha segnato il confine tra il “nessun intoppo” e il “ce l’ho fatta per un pelo”. Oltre venticinque ore consecutive in sella, un concentrato di emozioni forti, sofferenza, contrattempi, sorrisi, paura, scoramento, gioia, incognite. Nella mia testa, ad accompagnare tutto questo, le canzoni di Paolo Conte. Ce n’è una per descrivere ogni momento. 

Sabato all’ora di pranzo a Torino aveva iniziato a piovere, ma mentre mi dirigevo al ritrovo di Bandito di Bra vedevo il cielo migliorare. Io mi ero rassegnata fin dall’inizio della settimana, dalle prime proiezioni meteo fornite su Internet, e dunque mi ero equipaggiata di conseguenza. Ma partire asciutti, beh, sarebbe stato già qualcosa, almeno per il morale. Alla solita piazzetta, ecco i tre amici delle prove precedenti: sù, sbrigati, alle due si parte! Direzione: nord, provincia di Torino, proprio “in bocca” al temporale. Dopo trenta km eravamo già costretti a invilupparci nei Gore-Tex…

“Ma come piove bene sugli impermeabili

Ta-tadam, e non sull’anima…”

(“Gli impermeabili”)

Per fortuna faceva caldo: alla pioggia dopo un po’ ti abitui, non la senti neanche più. Unico neo, mi si stava bagnando il roadbook sul manubrio dagli angoli della custodia trasparente… Abbiamo dovuto aspettare di essere fra le risaie del Vercellese, intorno alle 18, per vedere la pioggia smettere e la tensione calare. Chiacchieravamo distesi, qualcuno azzardava progetti sulla Parigi-Brest-Parigi. Intorno a noi solo paesaggi agricoli, ma in lontananza emergevano dalla foschia le sinistre sagome delle ciminiere della centrale nucleare. Il primo controllo nella sperduta località di Desana – la punta più settentrionale toccata dal nostro percorso, nel frattempo era andato. Fermarsi in quella zona equivaleva ad essere assaliti da milioni di zanzare affamate come e più di noi.

“(…) La morte contadina, che risale le risaie e fa il verso delle rane, e puntuale
Arriva sulle aie bianche, come le falciatrici a cottimo…”

(“Diavolo Rosso”) 

Si punta a sud, direzione Casale Monferrato, e proprio in questa cittadina, quando stavano calando le tenebre e ormai si parlava fra di noi di farci una bella pizza, abbiamo erroneamente preso la direzione per Milano, e tutto per seguire un altro randonneur anziché consultare personalmente le carte… Maledizione! Quasi un’ora buttata via. Tornati a Casale la priorità era ormai la cena… Ok, ma per arrivare al successivo controllo c’è da salire, non è meglio tener duro fin là? Ma il tam-tam via cellulare con altri amici un po’ più avanti di noi ci informava che il controllo era presso un circolo in uno sperduto paesino di campagna senza pizzerie… Va bene, ecco un ristorante. Proprio alla base della salita… Sembrava anche un localino elegante, noi puzzavamo come caproni, ma il titolare è stato comprensivo e ci ha fatti accomodare. Ad un tavolo appartato mille miglia dagli altri commensali.

 “«Può darsi, un ristorante ci sarà!»

Con gli occhi intorno cerchi, si sa…”

(“Nord”)

Il conforto di un pasto caldo, comunque sia, è essenziale per prepararsi ad affrontare tutta una notte in sella, ed i miei compagni di viaggio la sapevano lunga. Alla fine ero contenta anch’io di quella sosta, anche se è stata forse un po’ troppo lunga. Ci siamo vestiti in assetto notturno, luci accese e, sotto una fastidiosa pioggerellina, ci siamo incamminati lungo la salita, un po’ dura per chi si era cimentato con arrosto d’asino, vino e grappa. Ma non c’era molto tempo, dovevamo arrivare a Cuccaro, distante una quindicina di chilometri, entro la mezzanotte e venti… Ovviamente al buio non abbiamo imbroccato il bivio decisivo… Fortuna che qualcuno, con la coda dell’occhio, aveva intravisto un cartello nell’oscurità… Siamo tornati indietro limitando i danni a un solo chilometro, ancora salita, ecco il paese e il circolo Acli, il campanile batteva la mezzanotte, tutti in fila per il timbro… Come sarebbe: dimenticato la carta di viaggio in trattoria?… AAARGH!!! Fortuna che avevo tenuto lo scontrino con il numero di telefono del locale, un colpo di cellulare e questi, gentilmente, ci hanno portato sù il prezioso cartoncino azzurro… Nell’attesa la signora al bancone ci ha consolati offrendoci un caffè lungo e la musica della sua radio. Per un attimo abbiamo maledetto il nostro compagno di viaggio, ma era stato proprio lui ad intravedere il bivio per il paese, diversamente forse non saremmo mai arrivati per tempo al controllo, quindi… Ma intanto un’altra mezz’ora buona era persa.

“Guarda le notti più alte di questo nord-ovest bardato di stelle…
(…) Girano le lucciole, nei cerchi della notte…
questo buio sa di fieno e di lontano…”

(“Diavolo Rosso”)

La mia prima notte in sella. Avrei resistito al sonno senza impazzire? Andavamo avanti e mi sentivo relativamente bene, a parte l’umidità. Non pioveva più. L’impianto di illuminazione e la moltitudine di catarifrangenti che mi ero appiccicata dappertutto funzionavano discretamente, ma rimaneva il terrore delle buche invisibili: un attimo e sei per terra, con le immaginabili conseguenze per te e per la bicicletta… L’adrenalina mi teneva sveglia. Strade isolate, qualche rara automobile ci scansava quasi terrorizzata (pensate alla faccia di chi guidava nel vedere dei ciclisti a zonzo a quell’ora!), nebbiosa campagna intorno a noi, canti di uccelli notturni, sagome indistinguibili di piccoli animali ci tagliavano la strada qua e là. Le nuvole se ne stavano andando, lasciando il posto alle stelle e ad uno strepitoso quarto di luna. Da una macchina qualche esaltato del sabato sera gridava: «Pedalate, pedalate!!!…». Il controllo successivo sarebbe stato la stazione FFSS di Ovada, raggiunta che erano quasi le quattro. Venti minuti prima della chiusura. Qualcuno ne ha approfittato per chiudere gli occhi sulle panche della sala d’aspetto – non io, che ero ancora vigile e “carica” e non volevo correre il rischio di pericolosi abbocchi, ed ho anzi cercato di tenermi ben sveglia facendo piccoli lavoretti tipo cambiare le pile alle luci, riempire la borraccia, lavarmi la faccia, sgranocchiare qualcosa. La sosta è durata oltre mezz’ora, abbiamo recuperato un quinto amico e ci siamo avviati verso le montagne che separano il Piemonte dalla Liguria. Uscire nuovamente nel freddo e nell’umidità dell’alba è stato traumatico, ma la salita di Cremolino era subito lì, la temperatura si sarebbe alzata giocoforza.

“Chi siamo noi, e dove andiamo noi

a mezzanotte, in pieno inverno, ad Alessandria…”

(“Chi siamo noi?”)

Qui ho vissuto il momento più magico di tutta la randonnée. Salivo tranquilla in testa al gruppo, gli amici poco dietro chiacchieravano, voci e lumini sospesi nella notte. Respiravo tutti i profumi (gaggie in fiore, erba tagliata, grano, terra bagnata…), ascoltavo tutti i rumori (i galli iniziavano il botta-risposta dei chicchirichì da una fattoria all’altra). La nebbia si stava diradando fra i colli, un bagliore annunciava l’alba. Il cielo era terso. Qualche randonneur ha detto che le prime luci dell’alba portano freddo e una strana sensazione di sconforto al ciclista ramingo. Io stavo troppo bene, e il sole in arrivo non poteva che caricarmi ulteriormente. Aspettavo, tuttavia, la Grande Crisi. Prima o poi sarebbe arrivata. E infatti, dopo quella salita di momenti magici non ve ne sarebbero più stati. Eravamo tutti consapevoli di essere in grave ritardo, le salite erano appena iniziate e non avevamo neppure girato la boa dei duecento chilometri. Non rimaneva che scendere in Liguria, cercare un bar aperto per una buona colazione e sperare nello stellone…

Le sei. Dopo la sosta per cappuccini, tè caldi, focacce, cornetti e paste king-size, la Grande Crisi ha colto tutti, indifferentemente. Sonno. Sull’interminabile strada per Sassello non si riusciva a viaggiare a più di 17 kmh. Non riuscivo a capire bene se eravamo in salita – giurerei pure di avere avuto qualche allucinazione per la stanchezza. Il sole stentava ad uscire dalla nebbia dei monti, per cui non potevamo contare sul suo effetto-sveglia naturale. Uno del gruppo ha forato una gomma, e l’ennesima perdita di tempo aggravava la sensazione di frustrazione e di sconforto generale. Iniziavamo a fare sinistri pronostici sull’orario in cui saremmo riusciti a concludere il brevetto. Altro che essere alle macchine per le dieci! Mezzogiorno? No, impossibile. Ma di non farcela ad arrivare a Bandito per le 17, questo no, ancora nessuno si era permesso di dirlo. Fino a quel momento.

I ragazzi hanno optato per una seconda sosta-colazione in quel di Sassello, patria dei famosi amaretti. Tanto, anche se non sei d’accordo cosa puoi dire? Niente, ti adegui ai ritmi della compagnia e amen. Intanto il sole era dalla nostra parte, caldo e gagliardo. Almeno quello! Ci aspettavano le due tanto attese salite del Colle del Giovo e di Montezemolo. Erano ormai le otto, la crisi di sonno pareva superata, e quindi abbiamo ritrovato morale e sorriso. Il Giovo non è stato difficile. A Millesimo, punto di partenza per l’attacco a Montezemolo – cima Coppi del nostro brevetto, ci siamo consultati: fermarsi per un panino o no? Qualcuno ha brontolato perché eravamo in ritardo, qualcun altro era sicuro del fatto suo: «Il controllo di Mondovì è alle 13,40, dopo Montezemolo e  Ceva È TUTTA DISCESA, ce la facciamo sicuramente!…». Boh, sarà così, io mi sono fidata: ormai la colazione era lontana, bisognava mettere nello stomaco qualcosa di robusto. Fermiamoci pure. Ma, si sa, non c’è limite ai contrattempi. Lungo la successiva salita abbiamo continuato a perdere minuti preziosi per dubbi sul percorso con relative discussioni fra di noi, per caricare acqua nelle borracce (sole a picco e un caldo scellerato), per la stanchezza di tutti… E qualche “gufo” era già in azione…

“Diavolo rosso, dimentica la strada
Vieni qui con noi a bere un’aranciata
Contro luce tutto il tempo se ne va…”

(“Diavolo Rosso”) 

Io dico che in momenti come questo certe cose non andrebbero mai dette. Le pensi, ma non devi dirle al gruppo. Non ce la faremo mai. Lo pensi, ma stai zitta. Sali in silenzio. Ripensi ai tanti piccoli errori commessi lungo la strada, che sommati hanno determinato il patatrac. Cerchi di fartene una ragione, dai la colpa ai compagni di viaggio, alla sfortuna, all’ingenuità, all’inesperienza. Guardi i minuti scorrere sull’impietoso orologio del ciclocomputer e arranchi, con davanti a te lo spettro della sconfitta e quell’altro del brevetto da rifare, con le stesse modalità, il weekend successivo, il che significa un’altra notte insonne e di nuovo ore e ore col pantaloncino lurido incollato (letteralmente) al sedere. Pensi a cosa racconterai agli amici che si aspettavano da te bottino pieno. No, meglio staccare il telefono, prendere un giorno di malattia e chiudersi in casa a recuperare il sonno perduto e leccare le ferite. Ma davanti agli altri del gruppo che hanno condiviso con te la pioggia, il sonno e il dolore fisico no, devi crederci fino alla fine. È un dovere morale.

Montezemolo, discesa a tutta. Ceva… e poi ancora colline, a quasi trenta chilometri da Mondovì… Ma come?!? Mezzogiorno e un quarto, la mezza, l’una meno un quarto… Si sale, si sale, tutti depressi e stanchi morti… Ma all’improvviso, passata la galleria del santuario di Vicoforte, ecco in vista il nostro obiettivo: otto chilometri di discesa che ci avrebbero portati dritti dritti alla stazione FFSS di Mondovì senza quasi sferrare un colpo di pedale. Ce la potevamo fare!!! Presa bassa, gomiti raccolti in posizione aerodinamica, ali ai piedi, entusiasmo a mille, e giù! Il rantolo della macchina obliteratrice sulla carta di viaggio è stato il più bel suono udito in tutta la randonnée. Era l’una e venti. Ci sarebbe voluto un bel gelato per dissetarci e prepararci ad affrontare gli ultimi cinquanta chilometri di campagna e arsura verso Bandito… ma vigliacco a trovare una cremeria aperta! Alla fine ci siamo accontentati di un mediocre ristorante che ci ha servito un giro di Coca-Cola, e ci siamo divisi fra noi le residue cibarie portate da casa. Ormai era fatta, l’incubo era allontanato, rimaneva da fare i conti con il dolore e le allucinazioni della seconda crisi di sonno (quella del pomeriggio…), la voglia di parlare era davvero poca. L’ultimo timbro sulla mia carta di viaggio, quello del sig. Cane, è arrivato ben oltre le 15. Ce l’avevo fatta, malgrado tutto. Avevo un male ai piedi da morire.

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