Brevetto del Parco del Ticino, Nerviano (MI), 200 km, 7 marzo 2004

Ormai il nuovo, grande obiettivo estivo del 2004 che avrebbe dovuto parzialmente riscattare la sconfitta di Parigi è deciso: la "Sicilia No Stop" di 1.000 km. Ripartono i brevetti Audax, che stavolta non sono indispensabili per la qualificazione, ma rappresentano un allenamento "obbligatorio" dal quale non potevo prescindere. Alla caccia della giusta forma, allora, ma anche di conferme: l'asfalto avrebbe deciso quanto veramente valevo come randonneuse…

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Una settimana passata a consultare febbrilmente i siti di meteorologia su Internet, in vista di un brevetto cicloturistico deciso quasi all’ultimo momento. Pioverà, non pioverà, la perturbazione si sposta… Boh, fatto sta che alla fine, facendo un enorme atto di fede, domenica mattina la mia sveglia ha regolarmente suonato alle 4,45, giusto il tempo di un caffè e via, che si caricano in macchina la bici e un borsone pieno di abbigliamento antipioggia… Già è stata un’avventura affrontare la A4 devastata dai cantieri per l’alta velocità, figuriamoci il resto, mi sono detta, senza contare che dopo Novara aveva ripreso a piovere. Giunta a Nerviano (MI), luogo del ritrovo, ho salutato un po’ di vecchie conoscenze, ho fatto l’accredito e mi sono preparata: giacchino in Breathe, calosce in neoprene impermeabilizzate con lo spray, cappuccio sotto il casco, guanti tecnicissimi, parafango anteriore da MTB. Si stimavano almeno duecentocinquanta temerari al via, niente male, considerando la giornata. 

Non mi sembrava vero di incominciare così presto una nuova stagione di brevetti. Volutamente mi sono presentata al via alle otto in punto, anche se la partenza “alla francese” dava facoltà di procrastinare fino alle nove. Cercavo con gli occhi qualche cicloturista “tranquillo” con cui condividere il percorso, in mezzo a tanti aggressivi para-agonisti con biciclette messe giù da gara e/o accessori mutuati dal triathlon. Fatalmente mi sono ritrovata subito dietro al gruppone dei primi, quelli “veloci”. Dopo poco, sotto un cielo plumbeo e fra gli schizzi d’acqua, eravamo già sulla Provinciale ai 39 kmh. COOSAAA?!? Aiuto, ma questa è una randonnèe! Voglio dire, non è il caso di correre così!… E va bene, oggi la gamba “gira”, approfitterò finché ce la farò, poi… ognun per se! In mezzo a quella moltitudine ho visto sfilare tutte le anime del randonneurismo: quelli che fanno “a gara” con gli amici, i cicloturisti con borse e portapacchi (utile, ieri, per non bagnarsi il sedere…), alcuni reduci della Paris-Brest-Paris. Con alcuni ho scambiato qualche parola, quando l’andatura me lo permetteva. Ma che fanno là davanti?… Accelerano?!?… 

Lo “scollamento” da quella “lepre impazzita” (e fuori dalla mia portata) è avvenuto dopo una ventina di chilometri. Da lì ho iniziato a viaggiare in solitudine, certa però che altri mi avrebbero man mano raggiunta. Al ponte di Oleggio il mio contachilometri segnava la (per me) folle media dei trenta all’ora. Si entrava nel Parco del Ticino: il percorso del brevetto si sarebbe snodato tra Parco e campagna facendo un ampio anello intorno alla provincia di Novara. Per fortuna non pioveva più, ma il cielo grigio non conferiva certo fascino al paesaggio, già di per se piatto e non particolarmente attraente.

Ma un viaggiatore riesce sempre a trovare del “buono” e del “bello” ovunque vada. Ed ecco, come non notare il gran numero di volatili, specie trampolieri, presenti in quella zona, o i buffi nomi dei tanti paesi attraversati (uno su tutti il mitico PROH, fra l’altro sormontato da un bellissimo castello, è valsa la breve sosta per una fotografia). La Provincia è la vera, grande protagonista dei brevetti cicloturistici: strade tranquille e lontane dal traffico dove puoi non incontrare anima viva per chilometri e chilometri, e tutto intorno l’immobile campagna ancora nascosta sotto il sudario di morte del Generale Inverno, ma ormai pronta ad esplodere col suo carico di vita alle prime avvisaglie di primavera, eh già, il calendario parla chiaro… La solitudine invita al pensiero e alla contemplazione, ma ti mette anche davanti alle difficoltà e ai dubbi sulla strada da seguire senza alcun aiuto. E può capitare di commettere qualche errore, ma fa parte del gioco. Intanto, il primo controllo in località Suno, dopo poco meno di cinquanta chilometri, era andato.

Prima del giro di boa di metà percorso sono stata raggiunta da quelli che poi sono stati i miei compagni di viaggio fino alla fine: randonneurs esperti che, pur avendo un passo che mi si confaceva abbastanza, mi spronavano a “darmi una mossa” e a tenere una media sempre dignitosa. Male non mi farà, ho pensato! A Cozzo secondo controllo e un gradito ristoro, foto, caffè e, senza perdere troppo tempo, via di nuovo.

«Nei brevetti tutti in pianura… non puoi mai smettere di pedalare!», ha affermato uno dei miei compagni di viaggio, e in effetti è proprio così: qualsiasi percorso così lungo, per quanto apparentemente banale, merita rispetto e va affrontato con la necessaria umiltà. Un timido raggio di sole ci salutava, la strada ingoiava il nostro passaggio, i nostri pensieri, le nostre improvvisate chiacchiere. Ogni frazione, ogni vicolo, ogni rotonda mi portava a strani dejà-vu, e i ricordi dei brevetti dello scorso anno si intrecciavano in libertà. La Lomellina, i brevetti di Bandito, il “Morelli Day”… Massì, di qua ci sono passata sicuramente… oppure no? Intanto, terzo controllo e fantastica fetta di crostata a Parasacco, proprio mentre ricominciava a gocciolare. Ma ormai stavamo ritornando a casa, ancora una cinquantina di chilometri. Gli ultimi, si sa, sono sempre i più duri ovviamente: intorno al centosettantesimo chilometro per me è arrivata di colpo la crisi, gli altri hanno gentilmente rallentato un poco, tuttavia si rimaneva sempre ben al di sopra dei venticinque orari “canonici” del cicloturista! Vento contrario, accenni di crampi… massì, cosa vuoi che sia, in compagnia si ride e si scherza, ci si sgranchisce davanti al passaggio a livello chiuso…  Ormai è fatta, gli ultimi dieci chilometri…

Chiudere un brevetto è sempre una gran soddisfazione, anche se per me non c’era più il gusto della novità assoluta come l’anno scorso. Ma c’erano in più l’esperienza e una maggior consapevolezza e, sicuramente, più tranquillità, leggerezza d’animo, fiducia nelle mie possibilità. Lo “sprone” e l’aiuto della compagnia mi avevano portata ad una performance clamorosa e per me inusuale: alla fine sul mio diplomino hanno segnato il tempo di otto ore e cinque minuti. Il mio ciclocomputer mi restituiva una media complessiva di quasi 28 kmh, e sette ore e trenta di pedalata effettiva, soste escluse. Sono dati che, da buona cicloturista, non dovrei nemmeno riportare, tuttavia mi ha confortata parecchio constatare che la forma è buona e, soprattutto, l’attitudine al fondo non si perde. Non male come prima “ultradistanza” di stagione. Il viaggio continua… 

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