E poi?

Il 2011 è stato un anno ciclisticamente complicato, ma anche ricco di soddisfazioni. Il risultato pieno alla “Parigi-Brest-Parigi” alla fine è arrivato, coronando così otto anni di fatica, chilometri, momenti di sconforto e di grande esaltazione. Non sono mancate, oltre alla partecipazione ai vari brevetti, le uscite randagie autogestite di grande respiro, come la fantastica sfacchinata casa-Iseran e ritorno.

E allora, cos’è mancata quest’anno? La voglia di scrivere e di continuare a gestire questo blog, finito praticamente alle ortiche fra il disappunto dei fedeli lettori che continuano a chiedermi “che fine hanno fatto i racconti di viaggio” sulla mia pagina Facebook, oppure tra i post del Forum BDC.

In realtà Micronauta NON ha mai smesso di raccontare il ciclismo randagio: ha solo cambiato il modo di comunicare.

Andate qui: http://www.youtube.com/user/MissMicronauta?feature=mhee

E’ la mia pagina YouTube (user MissMicronauta), dove potete trovare le mie composizioni create con le foto e i video delle mie avventure. Praticamente dei videoracconti. Tutti con sottofondo musicale mai scelto a caso.

Spero vi piacciano. E che mi perdoniate se non scrivo più… ;-)

Un saluto affettuoso a tutti quelli che mi hanno seguito e continueranno a farlo. Le avventure in bicicletta continuano. Buona strada, e… chissà! ;-)

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SICILIA NO STOP 6, 1000 km Audax

Come essere catapultati di nuovo in estate. Questa è la mia impressione, sabato mattina, appena sbarco in Sicilia: siamo a tre giorni dall’inizio dell’autunno, ma qui è tutto fiorito, il sole è caldo, e la spiaggia e il mare sono ancora decisamente invitanti. Sarebbe dunque tutto perfetto, non fosse che le giornate si sono accorciate di molto.

Gli amici randonneur arrivano sull’isola alla spicciolata, qualcuno viene a soggiornare nel mio stesso villaggio a San Giorgio – una manciata di km da Patti: cito ovviamente il buon Walter, arrivato con il camper insieme all’inseparabile Nadia, poi c’è Paolo e la sua recumbent, e Silvano, neo-randagio della provincia di Vicenza conosciuto su Internet. Il tempo passa in fretta tra una granita con brioche, una capatina in spiaggia e una buona pizza. Domenica pomeriggio ci rechiamo in bicicletta a Patti per il briefing: è l’occasione per incontrare di persona un sacco di bella gente conosciuta in Rete, e ovviamente per salutare le vecchie conoscenze. I volti sorridenti dei veterani della manifestazione, e quelli velati da un pizzico di timore di chi ci si accosta per la prima volta. L’allegra bolgia viene interrotta da Salvatore Giordano, storico “patron” della manifestazione ormai giunta alla sesta edizione, che ci riunisce per darci alcune “dritte” sul percorso e per svelarci finalmente la novità che era nell’aria da alcuni giorni, ovvero la partenza spostata a Gioiosa Marea causa frana sulla Statale e relativa interruzione.

GIORNO UNO – LUNEDI’ 20 SETTEMBRE

La serata e la notte scorrono tranquille, finchè alle 4,45 suona la sveglia. Mi vesto, prendo la bicicletta affardellata già pronta dalla sera prima, e chiudo il bungalow. Paolo, Walter e Silvano stanno già aspettando fuori dal cancello del villaggio. Gioiosa Marea è vicina, ma arrivarci in bicicletta significa affrontare la famigerata deviazione “montana” con rampe da autentico ribaltamento… Alla fine l’impresa si rivela meno ostica del previsto: chi in sella e chi a piedi il tutto si supera, e siamo presto nella ridente località balneare, dove nelle prime luci dell’alba il Bar Canapè ci attende con il suo lungomare con le palme per il primo cappuccino di giornata. In breve il lungomare si anima di ciclisti variopinti giunti con tutti i mezzi. Alle 7,20 in punto Salvatore ci dà il via, e 110 temerari si avviano in buon ordine in direzione Palermo. Adesso sì che non c’è più tempo per pensare…

C’è vento contrario, mentre il cielo è solcato da minacciosi nuvoloni neri intervallati da squarci di azzurro. Piove a sprazzi, ma l’impressione è che la pioggia non sia destinata a durare a lungo. In compenso c’è una luce molto suggestiva, che sulla Statale 113 “Settentrionale Sicula” regala scorci di misto mare-monti simili a quadri a olio. Ma l’andatura della partenza è sostenuta, la strada è difficile a causa dei continui saliscendi, e come se non bastasse siamo nel pieno del traffico dell’ora di punta… impossibile distrarsi! Il meraviglioso arcobaleno che ci saluta all’altezza di Capo d’Orlando merita tuttavia più di qualche foto.

Tanto per gradire sto già arrancando, ma sono assolutamente determinata a non mollare per guadagnare più tempo possibile in questa prima frazione di circa 140 km che ci porterà al controllo di Termini Imerese. Ormai io, Silvano e Walter abbiamo stabilizzato la nostra andatura. Silvano, in particolare, avrebbe i “numeri” per completare il giro realizzando un tempo notevole: ma l’inesperienza e il timore reverenziale verso questi famigerati mille chilometri gli suggeriscono prudentemente di rimanere con noi adeguandosi al nostro passo lento ma costante. Lungo la strada agganciamo Luigi, e inevitabilmente mi tornano alla mente i ricordi dell’edizione 2004 percorsa in parte con lui e con il suo gruppo. Gli anni passano, ma noi siamo sempre qua…

Arriviamo a Termini Imerese ben prima di mezzogiorno e sotto il solleone. Il bar sede del controllo, già assai animato, è ben fornito di arancini, bibite, bottiglie di acqua gelata e altre leccornie. Ci si rifocilla nel dehor, pacche sulle spalle con gli amici e poi via, verso la frazione più dura: altri 150 km con destinazione San Vito Lo Capo.

Saliamo nel centro di Termini Imerese (non senza fatica, vista la pancia piena e il caldo…) e proseguiamo in direzione Palermo. Attraversare la città a quell’ora è certamente un’impresa mistica, non fosse altro per lo stile di guida piuttosto “naif” degli automobilisti indigeni, che obbliga a tenere continuamente gli occhi aperti. Al porto Walter si fa carico di chiedere delle indicazioni: Palermo è grande ed è circondata dalle montagne, per cui non è propriamente raccomandabile sbagliare strada proprio in questo punto… e in effetti qualche errore lo facciamo! Dopo vari tentativi riusciamo finalmente a giungere a Capaci, dove al duomo ci aspettano una fresca fontana e un invitante bar che torna giusto comodo per sgranocchiare qualcosa o per l’ennesima granita. Proprio qui si aggiunge al nostro terzetto un certo Gianni, randonneur di Verona di poche parole che sceglie di accodarsi a noi e alla nostra andatura. Poco dopo la ripartenza ci aggancia anche Fabio detto “FabioZen”, randonneur della provincia di Trento autore tra l’altro di un blog molto ben scritto: è sempre piacevole vedere la sua candida Mercier in acciaio e il suo equipaggiamento classico in un mondo – quello delle randonnée – che nel nostro Paese sta putroppo prendendo sempre più i connotati di un campionato Granfondo parallelo.

Il tramonto è in arrivo, il primo tramonto del giro: e in contemporanea la strada inizia a salire. Qualcuno (Silvano?) ha calcolato qualcosa tipo 40 km di salite e discese continue… insomma, una tappa che ha tutta l’aria di uno stillicidio. Mentre arranco cerco nella memoria le sensazioni del 2004, mi ricordo che era stata dura, certo, ma il tempo confonde i contorni delle cose.

Intorno alle 19 il nostro quintetto giunge su una terrazza panoramica da dove si vede Castellammare del Golfo in tutto il suo splendore. C’è un baracchino che vende brioches ripiene di gelato ed è l’occasione per una congrua ricarica di zuccheri, ma le notizie sono amare: Walter ci comunica improvvisamente di avere un forte dolore al ginocchio, che oltretutto sta iniziando a gonfiarsi. E’ un problema che lui conosce bene in quanto da anni tende a ripresentarsi. Nessuna speranza di salvarsi con antidolorifici e antinfiammatori, dice. Per me è una mazzata terribile: ci eravamo allenati insieme tutto l’anno per questo obiettivo, non riesco a farmene una ragione. Decide di proseguire con noi per raggiungere il controllo di San Vito Lo Capo, dove poi avrebbe scelto cosa fare. Ma la sensazione, purtroppo, è che da quel malanno non si sarebbe più ripreso.

Luci, giubbini, bretelle rifllettenti: è ormai notte fatta mentre percorriamo i suggestivi saliscendi fra i monti illuminati dalla luna. Walter procede a tratti in scioltezza, a tratti con sofferenza. Dal mio contachilometri non riesco più a calcolare quanti chilometri manchino esattamente. Vorrei fare una stima… arrivare al controllo almeno per le 21, speriamo. Dopo il bivio di Custonaci cominciamo ad incrociare i primi randonneur che scendono, e questo ci dà nuova carica: ormai la meta non può essere lontana. Un discesone infinito, poi ancora salita e discesa, ed eccoci finalmente a San Vito Lo Capo (km 293), località turistica dove già impazza la tipica sagra del cous-cous. Non senza fatica troviamo finalmente la rosticceria sul mare sede del controllo. Il locale con ampio dehor offre ogni tipo di leccornia dolce o salata: il trancio di pizza finisce subito nella pancia, ma non manco di acquistare anche un cornetto e un arancino da mettere nel borsello per la lunga notte che ci attende.

Dobbiamo purtroppo salutare Walter. Nadia verrà presto a recuperarlo, mentre noi ci inabissiamo nell’oscurità: i chilometri che ci aspettano sono ancora tanti. Il prossimo controllo è poco dopo Marsala, al chilometro 375, dove per qualcuno c’è ad attenderlo un comodo letto di albergo… Non per me e Silvano. Il tratto da San Vito Lo Capo a Trapani è tutt’altro che facile: ancora duri saliscendi al chiaro di luna, e lungo una discesa evito per un soffio un gattino randagio grosso come un pugno… Tanto spavento, nessun ferito. Ai bivi ci si ricompatta con altri ciclisti, tra cui un folto gruppo di randonneur siciliani comprendenti anche una ragazza. La compagnia di notte non può fare che piacere! Sorprendentemente proprio il gruppo dei ciclisti indigeni ci sembra a disagio nel momento di scegliere le strade da prendere, cosicchè a Trapani l’aiuto di una coppia di scooteristi è determinante per uscire dalla città. Il resto del trasferimento verso Marsala è piuttosto noioso: i siciliani guadagnano metri e se ne vanno (e noi li lasciamo andare), Fabio “Zen” sbadiglia, Gianni non parla, e io e Silvano cerchiamo di tenere desta l’attenzione conversando di questo e di quello.

Contrada Strasatti, hotel “Concorde”. E’ già passata da un pezzo l’una di notte, e l’ingresso è pieno di biciclette. Non era nei miei programmi di fermarmi a dormire qui, però l’albergo oltre al punto di controllo potrebbe offrire una doccia, e non sarebbe male. Appena entro percepisco del malumore: solo i primi arrivati hanno trovato da dormire, mentre gli altri, tipo Gianni, pur avendo fatto a suo tempo richiesta all’organizzatore restano con un pugno di mosche causa esaurimento delle stanze. Fabio invece è più fortunato: il posto per lui c’è, ci augura la buonanotte e va verso il suo meritato sonno. Tutto questo trambusto però non mi riguarda: d’accordo con Silvano vado dal gestore e contratto una doccia calda. Per dormire a noi sarebbe bastata un’oretta buttati là fuori sul marciapiede. In realtà, dopo aver pattuito una somma simbolica, oltre alla doccia salta fuori anche la possibilità di riposare nel salottino interno: fantastico! La doccia e un pantaloncino pulito mi rimettono al mondo, srotolo il materassino ultraleggero fra i tappeti e mi calo sugli occhi un gambale, pregustando almeno un’ora e mezza di buon sonno. Silvano dopo la doccia si accomoda su una poltroncina, cercando a sua volta di addormentarsi. Ma la sala non è esattamente silenziosa, e di dormire non c’è verso. Dopo un’ora di riposo, certo, ma non di vero sonno, chiamo Silvano e gli propongo di ripartire. Ringraziamo il gestore, prendiamo le bici, scendiamo in strada e… la mia gomma anteriore è a terra: colpa di una spina di fico d’india presa lungo la salita a San Vito Lo Capo. Mentre cambio la camera d’aria scendono alla spicciolata dalle camere gli altri randonneur, sembra che ci siamo dati appuntamento per ripartire tutti quanti alle quattro di mattina…

GIORNO DUE – MARTEDI’ 21 SETTEMBRE

Io, Silvano e Gianni ripartiamo in compagnia di altri, tra cui il veterano Rolando che ho grande piacere di reincontrare. Si va ad Agrigento, e subito si pone la questione su quale sia la strada migliore da prendere: la vecchia e tortuosa ex Statale 115, che si arrampica a Menfi, o la nuova Statale dagli altissimi viadotti e costante rischio di vento forte? Salvatore alla vigilia del via ci aveva lasciato piena facoltà di scelta. Io e il mio gruppo votiamo per la strada nuova, e alla fine anche Rolando decide di passare di là, pur non completamente convinto. In effetti il vento si fa subito sentire, così come la voglia di una buona prima colazione. A quell’ora (è ancora buio) troviamo solo il bar di un distributore di benzina, peraltro abbondantemente fornito di succhi di frutta e favolosi vassoi di paste. Rolando ci anticipa e riparte senza di noi: d’altronde il suo passo è superiore al nostro, è giusto che sia così.

Ripartiamo anche noi, e le prime luci dell’alba ci sorprendono assonnati e frastornati dal vento e dal traffico lungo gli incredibili e vertiginosi viadotti della Statale 115. Dopo la confusione di Sciacca la strada diventa ancora più noiosa: intorno a noi il paesaggio è brullo e a tratti desolato, e noi dobbiamo affrontare una lunga serie di antipatici saliscendi. A me e Silvano non resta che far passare i chilometri chiacchierando e intervallando con qualche sosta per fare pipì e mangiare gli arancini tenuti in serbo la sera prima. Gianni, ad un certo punto, si stacca e si allontana: io e Silvano rimaniamo soli.

Più Agrigento si avvicina, più i saliscendi diventano impegnativi, il traffico di camion e auto opprimente, e il paesaggio squallido. Per fortuna delle provvidenziali nuvolette stanno tenendo a bada il sole, proprio oggi che dovrebbe essere la giornata più calda qui nella costa sud della Sicilia. Finalmente giungiamo a Porto Empedocle e alla Valle dei Templi: qui, gruppi numerosi di randonneur che avevano dormito a Marsala ci “sverniciano” senza pietà sorpassandoci a velocità doppia… Ma Silvano ha un asso nella manica: il controllo è posto non nel capoluogo, bensì all’interno del cosiddetto Villaggio Mosè. E il GPS che tiene sul manubrio, perfettamente programmato, ci porta dritti dritti all’obiettivo, mentre guardiamo in lontananza gli altri gruppi sbagliare strada… E’ la piccola rivincita della tartaruga.

Sono da poco passate le undici quando arriviamo all’animato Grand Hotel Mosè. E’ il controllo di metà strada, e come tempo siamo messi bene. Seguendo il suggerimento degli altri randonneur decidiamo di non approfittare del poco soddisfacente buffet interno, ma di cercare nei dintorni una spaghetteria per un sacrosanto piatto di pasta. Lo troviamo poco fuori dall’albergo, ma non ci darà da mangiare prima delle 12,30… A nostro rischio e pericolo scegliamo di aspettare, coniugando la “pausa pranzo” ad una vera e propria sosta rigenerante che torna utile per telefonare a casa, fare il punto della situazione, sgranchirsi eccetera. Dormire no, di giorno è proprio impossibile…

Il prossimo controllo è a Donnalucata (km 639), amena località sul mare non distante da Marina di Ragusa. La tappa è lunga e si preannuncia noiosetta, pur senza difficoltà altimetriche. Siccome ci arriveremo di sera, il mio sogno è di potermi laggiù gustare finalmente qualche ora filata di sonno vero. Intanto sulla strada per Gela tocca a Silvano forare, anche lui a causa di una minuscola spina. Mentre esegue la riparazione ci raggiungono Paolo a bordo della sua recumbent, e Daniele, novello randonneur di Trapani molto ben agghindato di bici Surly in acciaio, sella Brooks, borsello Carradice in canapa e cuoio e abbigliamento vintage, tutto in perfetto stile “british”. Ripartiamo tutti e quattro insieme, “sopravviviamo” al traffico di Gela e Scoglitti, e giungiamo a Marina di Ragusa che ormai è buio. Il difficile è trovare Donnalucata… La segnaletica stradale è carente, e quel che è peggio è che il GPS di Silvano qui va misteriosamente in tilt. Dobbiamo scomodare diversi passanti per avere la “dritta” giusta. Approdiamo al bar “Le Coccole” che sono già passate le 20, e sono piuttosto di cattivo umore: il gestore, infatti, purtroppo non ha nessun locale disponibile per farci passare la notte al coperto. Però ci suggerisce di dormire in spiaggia… Mangio in fretta un grosso cannolo ripieno di ricotta, compro un sacchetto di biscottini al burro per la notte, richiamo all’ordine Silvano e salutiamo Paolo e Daniele: noi andiamo a dormire, ne abbiamo assoluto bisogno.

Usciti dal bar, appena girato l’angolo ci troviamo su un suggestivo lungomare dove, a bordo strada, vi sono delle casette basse a schiera. Una di queste sembra disabitata, ha un accogliente terrazzino con un muricciolo basso che sembra fatto apposta per ripararci dalla brezza marina. E’ il giaciglio che cercavo. Ma mentre iniziamo a sistemarci noto che dalla casetta vicina una donna scruta i nostri movimenti insospettita. Gioco la carta della “trasparenza”: vado da lei, mi presento, racconto quello che stiamo facendo, e tanto basta per guadagnarci la loro fiducia. La donna chiama un’altra donna, la quale dalla finestra ci rassicura sulla benevolenza dei proprietari del terrazzino. Grazie! Allora posso srotolare il materassino a lume di luna piena e puntare la sveglia a… mezzanotte. Tre ore di sonno dalle quali dipenderà l’esito della mia “Sicilia No Stop”. Silvano curiosamente non si distende sul selciato, ma rimane in bilico sul muretto… beh, ciascuno si rilassa a modo suo… Crollo quasi subito cullata dal rumore del mare, anche se a tratti mi disturbano le chiacchiere fragorose dei passanti ignari della nostra presenza, cani e bambini, certi commenti divertiti, perfino un vicino che, urlando, ci offre una branda nel suo giardino. Ma il sonno, in definitiva, c’è. Perfetto.

GIORNO TRE – MERCOLEDI’ 22 SETTEMBRE

Mezzanotte, la sveglia suona ed è ora di ripartire alla volta di Capo Passero. Avrei dormito un’eternità… Però sto abbastanza bene, e questo è importante. Anche Silvano è in palla, anche se mi dà l’impressione di non avere chiuso occhio per niente. Ma lui è un vero duro, uno che il sonno non ce l’ha mai. Mentre ricomponiamo i nostri bagagli e cambiamo le batterie a cellulari e fanaleria, un uomo assieme a suo figlio ci raggiunge dalle vicine casette affascinato dalla nostra avventura. Rispondiamo alle sue continue domande, e lui in cambio ci riempie le borracce con fresca acqua minerale, offrendoci anche da mangiare. L’accoglienza e l’ospitalità dei siciliani ci sorprendono in ogni angolo dell’isola. “Adesso il mare è bello, ma da oggi purtroppo il tempo cambia… L’ha detto anche Meteo Tunisia…”. Questo solo per ricordarci che siamo davvero vicini all’Africa. Una faccia, una razza.

Portopalo di Capo Passero è al km 700, dunque tappa non lunga e forse un po’ ondulata. Il chiaro di luna ci illumina sulla strada deserta, il tutto è molto suggestivo. Tra una chiacchiera e l’altra ci chiediamo dove saranno adesso Paolo e Daniele, lasciati la sera prima sulle sedie del bar di Donnalucata. Attraversiamo campagne silenziose, inquietanti svincoli di superstrade, località come Pozzallo, Scicli e Pachino, e remote aree rurali dove la notte fa il paio con la paura dei cani randagi. Di salita tutto sommato ce n’è poca, e raggiungiamo Portopalo di Capo Passero da un lungo viale illuminato dove pipistrelli e civette ci scrutano svolazzando da un filo della luce all’altro. Il fornaio del paese, già all’opera, ci indica dove trovare il bar “Popeye” sede del controllo. Quando ci arriviamo abbiamo due sorprese: Paolo e Daniele sono già distesi sul pavimento del dehor che sonnecchiano… e il bar è chiuso. Per forza, sono le tre di notte! Ci tocca “autodichiarare” l’orario di arrivo sulle nostre carte di viaggio utilizzando la biro che Paolo, previdente, porta sempre con sè. Certo però che un buon caffè avrebbe fatto comodo… Silvano inizialmente vuole stringere i tempi e ripartire subito perchè gira voce di una perturbazione che nel pomeriggio potrebbe colpire la provincia di Catania e dunque le zone da noi interessate. Poi va a finire che mi (si) concede un’oretta di sonno sul pavimento insieme agli altri. Ok, sonno. Finchè non arriva il rumoroso e allegro gruppo dei siciliani che la notte precedente avevamo perduto sulla strada per Marsala. Curiosamente erano dietro di noi.

Finisce che ripartiamo tutti insieme alla volta di Siracusa (km 763). Sulla strada per Noto ho un sonno da morire, ma mi tiro sù cantando: tecnica già collaudata, sempre con buona pace dei vicini di pedalata che mi debbono sopportare. Ma Silvano sembra abbastanza divertito… Bisogna far arrivare l’alba, e soprattutto non vediamo l’ora di trovare un bar aperto. Il miraggio si concretizza tra Noto e Avola dove, fra suggestive e verdeggianti montagne baciate dalla luce del giorno ormai in arrivo, lungo la strada troviamo un fantastico bar per camionisti dotato di un mini-banco di affettati e pane fresco che confeziona dei favolosi panini. Una dose di R2 sciolta in borraccia e un panino con la mortadella costituiscono la mia colazione, mentre l’allegra brigata si svacca nel dehor esterno dando più l’impressione di una scolaresca in gita che di un gruppo di rudi randonneur.

Siracusa è ormai in vista. Alle porte della città c’è un traffico terrificante, il traffico della mattina, e qui è di nuovo il GPS di Silvano a toglierci le castagne dal fuoco con una precisione disarmante, mentre vediamo altri ciclisti girovagare disperati nella bolgia infernale. Raggiungiamo così l’Hotel “Scala Greca”, dove oltre a farci timbrare la carta di viaggio chiediamo se possiamo fare l’ennesima doccia. A prezzo di usura ci viene assegnata un’intera camera doppia (!), ma una doccia in quel momento costituisce il miglior investimento, per cui a mio modesto parere son soldi spesi bene “per la causa”. Saliamo e ci laviamo con soddisfazione con saponette vere e grandi asciugamani di cotone, nella speranza di lenire il terrificante bruciore al soprassella che ormai incombe puntuale come una cambiale. I pantaloncini lavati a Marsala, una telefonata ai cari, un boccone veloce con quello che è avanzato nelle borse della bici, e poi via.

Il prossimo obiettivo è Catania, al km 825. Anche stavolta la doccia mi ha fatto bene. Si vociferava di un cantiere e di una deviazione che avrebbe allungato il nostro percorso di almeno 20 chilometri. Noi andiamo avanti sotto il sole cercando la direzione per Augusta, dopodichè iniziano i guai: c’è una superstrada, delle interruzioni, bisogna fare molta attenzione a non infognarsi in luoghi vietati alle biciclette. Dopo alcune esitazioni finiamo in Statale, la quale fino lì non sembra off-limit per i velocipedi. Il caldo adesso è soffocante, alla faccia della perturbazione…! Ad un autogrill dove ci fermiamo intorno a mezzogiorno per acquistare dell’acqua fresca facciamo la conoscenza di Archimede, un simpatico ciclista locale che conosce la famosa deviazione e si offre di accompagnarci a Catania, la sua città. A dispetto dell’età avanzata Archimede “tira” come un treno, e devo lottare (e cristonare) non poco contro la stanchezza e il sonno per stargli dietro. Proprio in quella il cielo si annuvola improvvisamente, e un veloce acquazzone accompagna la nostra rocambolesca corsa sulle scassatissime strade della periferia catanese. Tutti insieme “saltiamo” letteralmente bici alla mano il cantiere, e giungiamo finalmente alle porte della città. Archimede ci saluta, ma il nostro calvario non è ancora finito: per arrivare all’ennesimo bar sede del controllo dobbiamo ancora una volta affidarci al GPS di Silvano, che essendo ormai a corto di batteria possiamo permetterci di accendere solo per trovare i controlli. Aggiriamo l’aeroporto, facciamo i conti con i soliti e onnipresenti cani randagi, dobbiamo addirittura saltare i guardrail della tangenziale (!) per passare dall’altra parte e non perdere la direzione giusta. Alla fine, stremati, arriviamo all'”Etoile d’Or”. Nel dehor ci sono Paolo, Daniele, Fabio, e anche Gianni. Il bar è più simile ad una grande gastro-rosti-pasticceria fornita di ogni bendidio, dalla pasta agli arancini, passando per i fruttini di Martorana e le brioche col gelato (enormi). Un piatto di pasta riscaldato al microonde e una lattina di cola sono la ricarica ideale. Siamo tutti stanchi e cotti dal sonno, ma il morale è alto: mancano meno di duecento chilometri alla fine di questa avventura.

Fabio, Paolo e Daniele ripartono poco prima di noi, direzione Messina. Gianni invece decide di “ritornare all’ovile” riunendosi a me e Silvano. Svicolando fra i banchi e la confusione del mercato ripartiamo anche noi, saranno 100 chilometri non facili nei quali dovremo affrontare la salita di Capo Taormina. Già i saliscendi verso Acicastello e Acireale sono un buon antipasto, ma l’entusiasmo ci sospinge e ci dà forza. Questa frazione è caratterizzata da numerose soste lungo la strada: Paolo e Daniele approfittano presto di un bar aperto, per cui li raggiungiamo. Il cielo è sempre più nero, sta tuonando. A Giarre inizia a piovere e siamo di nuovo fermi non solo per vestirci, ma anche per approfittare di una fresca fontana. Paolo e Daniele ripartono prima di noi, non li rivedremo più. Il lastricato in pietra bagnato del centro è insidioso almeno quanto il traffico impazzito di quell’ora, dobbiamo sopportare e… andare avanti a testa bassa.

Paesi e frazioni si susseguono sotto la pioggerellina intermittente, finchè a Giardini Naxos non finiamo sotto un autentico nubifragio. Perdiamo temporaneamente Gianni quando io e Silvano decidiamo di ripararci sotto un balcone, aspettando che spiova mangiando marzapane. Ma l’acquazzone non ha nessuna intenzione di cessare, così siamo costretti a vestirci con il Gore-Tex e una busta di plastica in testa e affrontare il nostro destino. Riacciuffiamo Gianni e tutti e tre saliamo a Taormina, quando ormai è buio e dall’alto della panoramica si vede lo spettacolo suggestivo e irripetibile dei fulmini che scendono sul mare solcato dalle navi illuminate.

Da qui fino a Messina la strada NON è affatto facile. Intanto la salita di Taormina è truffaldina, perchè… sembra breve e invece non finisce mai. Poi si inanella una serie infinita di località balneari, mentre i cartelli stradali danno informazioni false e tendenziose circa i chilometri mancanti per il capoluogo siciliano. La pioggia ormai è cessata, ma io comincio ad avere grossi problemi di saldezza mentale. Quando arriveremo? Per le 21? Le 22? Ormai il mio fondoschiena non ne può più, non parliamo poi dei piedi dolorosamente compressi nei calzini bagnati e negli scarpini: i soliti, vecchi problemi che ritornano. Alle porte di Messina, come se non bastasse, ci accolgono poderose raffiche di vento contrario. Il morale crolla ai minimi storici, sono talmente silenziosa che Silvano si preoccupa seriamente per me… E’ un massacro, e l’agognato arrivo al Caffè dello Stretto, posto proprio in fondo alla città, non riesce neppure a strapparmi un sorriso.

Mi ci vuole più di qualche minuto per ritrovare la parola e un minimo di dignità. So che la sosta non potrà essere troppo lunga, occorre mangiare, sistemarsi alla bell’e meglio e ripartire per l’ultima tappa. Allora, innanzitutto una bella sfoglia calda ripiena prosciutto e formaggio, seduta al tavolino con i piedi fuori dalle scarpe. Poi, capatina alla toilette. E infine, una bustina di ibuprofene sciolta in un bicchiere d’acqua. Fuori ci sono portuali e operai che osservano incuriositi le nostre biciclette affardellate e le nostre manovre. Fanno qualche domanda, alle quali rispondiamo cordialmente. La nostra impresa ovviamente li riempie di stupore… così incassiamo anche il loro “buona fortuna”. Con molto dolore rimontiamo in sella e ripartiamo. Siamo intorno alla mezzanotte, ed è la stretta finale.

GIORNO QUATTRO – GIOVEDI’ 23 SETTEMBRE

Non siamo ancora usciti da Messina che mi accorgo di essere in preda alle allucinazioni. Purtroppo devo reclamare una breve sosta per chiudere gli occhi. Ci sistemiamo su alcune panchine di ferro fredde e scomode. Perdo conoscenza immediatamente, ma la pacchia dura poco: l’aria gelida entra come una lama nel telo di sopravvivenza, e le zanzare si accaniscono su ogni centimetro quadrato di pelle scoperta… meglio ripartire. Quando rimonto in sella mi accorgo di stare meglio: l’ibuprofene sta facendo egregiamente il suo dovere di antinfiammatorio e antidolorifico, ed io attacco con Silvano una interminabile chiacchierata-fiume che serve a tenerci ben svegli e a non pensare ai chilometri. La luna torna a farci visita con i suoi romantici raggi, e la salita a Capo Peloro diventa persino piacevole. Ma i conti con il sonno non sono ancora chiusi: gli ultimi chilometri, percorsi nel silenzio della notte e dei paesi deserti, ci costringono ad almeno altre due soste per relativi microsonni. Tuttavia la situazione è ampiamente sotto controllo: ormai abbiamo la certezza che saremmo approdati a Patti alle prime luci dell’alba.

Ci sono ancora due asperità da affrontare: la salita al santuario di Tyndaris e quella per Patti. Il sonno incombe, ma ora nemmeno le cannonate potrebbero distogliermi dal mio obiettivo: impugno il manubrio e inizio a pedalare energicamente insieme a Silvano, il grande amico di questa avventura. Uno, due, tre tornanti, quella di Capo Tindari è una gran bella salita, mentre là sotto i paesi in riva al mare sono illuminati come presepi. Allo scollinamento del santuario c’è Gianni che ci aspetta e ci fa delle foto. Poi un lungo tratto di discesa, dove dobbiamo ancora una volta fare i conti con i cani randagi. Infine, ecco l’ultima salita salutata dalle prime luci dell’alba. All’ingresso in Piazza Marconi a Patti ho persino la presenza di spirito di riprendere con il telefonino il nostro arrivo. Sei anni fa ero così distrutta che non sapevo più neppure come mi chiamavo. Sono le 6,30, sono passate circa 71 ore da quando siamo partiti. E’ Salvatore ad accoglierci sorridente, mentre sotto la tenda allestita per l’occasione Paolo e Daniele stanno riposando sulle brande: sono arrivati un’oretta prima di noi. E’ festa. Anche stavolta, come sei anni fa, mi chiedono se voglio la medaglia. Il prezzo, però, è aumentato.

Nulla è gratis per un randonneur!

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VERONA-RESIA-VERONA 600 km, 24-25 luglio 2010

In Pianura Padana i temporali fanno così: arrivano all’improvviso con una velocità impressionante e spazzano via tutto con trombe d’aria, pioggia e grandine a volontà. Ne ho un assaggio venerdì pomeriggio, in autostrada, mentre mi sto recando a Verona. Roba da dover accostare con le quattro frecce. Però le previsioni per il weekend sono buone, per cui nell’abitacolo scosso dal terrificante rumore della grandine sulla lamiera penso: lasciamo pure che si sfoghi oggi…

Pur con qualche tribolazione (e molta acqua scesa dal cielo…) trovo il Palasport, e nel parcheggio c’è il camper degli amici Nadia e Walter. Nel frattempo è uscito nuovamente il sole, alzando un’afa micidiale. Grondanti di sudore andiamo dentro la costruzione per l’accredito e il ritiro del pacco gara. Con quelli dell’organizzazione è tutto un conoscersi, salutarsi, larghi sorrisi, strette di mano, finchè non mi vedo venire incontro una mano in particolare, arriva prima la mano degli occhi, una mano grande, rassicurante: è quella di Giorgio, appassionato “patron” della manifestazione, che dopo mesi di chat e persino una compravendita per corrispondenza ho finalmente il piacere di conoscere dal vivo. Ci tiene moltissimo alla riuscita della sua creatura, glielo leggo in faccia lontano un chilometro. Personaggi così, penso, fanno bene al nostro mondo.

L’analisi del pacco gara e del suo ricco contenuto diventano lo spunto per quattro chiacchiere fra randonneur sotto il porticato del Palasport, così, tanto per scordare il caldo. Poi, tra una granita, la cena, le zanzare che mirano alle caviglie e un ultimo controllo al percorso si fa passare il tempo in attesa di andare a dormire: sarà una notte nella mia automobile, per l’occasione adibita a mini-camper. Sul materassino ci arrivo alle 21,30 circa, di corsa e con la maglietta bagnata, complice l’ennesimo temporale con tromba d’aria che ci coglie all’improvviso mentre siamo al vicino campo sportivo a seguire una manifestazione calcistica. Neppure il tempo di lavarsi la faccia. Cerco la posizione nel mio scomodo giaciglio mentre tuoni, fulmini e vento scuotono ancora una volta la mia scatolina di latta. Bisogna assolutamente riposare, la sveglia è alle 4,30…

Incredibilmente riesco a dormire, ma apro gli occhi alle 3,45. Sono troppo “elettrica”, il solo pensiero di dover ancora montare la bicicletta con tutto l’ambaradan mi convince a lasciare la branda. Il parcheggio del Palasport illuminato dai fari è ancora silenzioso, ma s’intravedono le auto e i camper di altri randagi che stanno sopraggiungendo alla spicciolata. Mentre mi vesto guardo il mondo dai vetri dei finestrini e penso: ma che razza di vita facciamo noi “randagi”… una donna della mia età, dormire in macchina… e poi, 600 km in bici… eppure…

Anche Paolo ha passato la notte in macchina, in compagnia della sua recumbent. Nadia, sempre carina, ha già fatto il caffè, e Walter ancora non è sceso. Nella solita, allegra confusione che circonda il loro camper in queste occasioni finisce che mi si rovescia addosso la caffettiera… e mi tocca partire per la randonnée puzzando come un Pocket Coffee. Poco male. Intanto gli altri randonneur sono arrivati, e sono davvero tanti. Walter finisce di prepararsi e siamo davanti al cancello del via alle 5,30, una selva di magliette bianco/verde scuro, quella ufficiale della manifestazione. E’ Fermo Rigamonti, insieme a Giorgio, a darci le ultime paterne raccomandazioni. Poi si va: nelle prime luci dell’alba parte dalla città di Romeo e Giulietta la “randonnée delle piste ciclabili”.

Resia è un suggestivo paesino montano dell’Alto Adige, vicino al confine con l’Austria. Da quelle parti c’è la sorgente dell’Adige, quindi idealmente l’obiettivo della randonnée è quello di risalire il grande fiume lungo il suo percorso fino al punto dove esso sgorga. Le piste ciclabili delle Regioni Veneto e Trentino Alto Adige saranno le nostre alleate: esse corrono a fianco del fiume, creando un’incredibile rete ciclo-viaria davvero unica nel suo genere.

Già l’uscita da Verona in direzione lago di Garda si svolge in gran parte su una tranquilla pista ciclabile. L’arrivo sulla Statale del lago è giocoforza un po’ traumatico: è ancora presto di mattina, eppure è già parecchio trafficata. Non solo: c’è vento, un forte vento contrario. Ma intruppati nel gruppo si viaggia ugualmente veloci, per cui io e Walter stringiamo i denti e rimaniamo in scia più che possiamo: tutto “fieno in cascina” per dopo. Ogni volta che posso cerco con lo sguardo il lago, stamani più affascinante che mai.

A Torbole lasciamo il lago di Garda e affrontiamo la prima vera salitella, quella di Nago. Dopodichè ricomincia il valzer delle ciclabili, non sempre facilissime da rintracciare anche perchè non abbiamo ancora “fatto l’occhio”. Imbocchiamo la Val Lagarina, e l’Adige che scorre placido al nostro fianco è già il nostro compagno di viaggio. Il primo controllo è intorno al 100° chilometro, in località Nomi, in un cosiddetto “bicigrill”, ovvero l’equivalente ciclistico dei celebri punti sosta autostradali. Ci arriviamo che sono da poco passate le nove, e la nostra media fin lì supera il 28 kmh, una performance pazzesca per il nostro standard. E’ un’allegra bolgia di maglie colorate, smazzo di carte di viaggio, panini, caffè, cola, fila alla fontanella per riempire le borracce. Il dialetto più gettonato è quello veneto, e io capisco, eh sì, capisco quello che dicono, e mi tornano in mente l’infanzia e i parenti dalla parte di mamma…

Vento a parte c’è un bel sole e la temperatura è più che accettabile, ma lassù in fondo alla Val Lagarina s’intravvedono nere nubi minacciose. Riprendiamo la via della ciclabile per Trento, alla volta del secondo controllo/ristoro dopo altri 50 chilometri, di nuovo in bicigrill. Il vento comincia ad essere davvero fastidioso, e in alcuni punti anche uscire e rientrare dalla ciclabile non è facile: non sempre le informazioni del roadbook – fin troppo dettagliato e a rischio di confusioni – coincidono con quello che troviamo sulla strada, e la fortuna sta nel riuscire ad aggregarsi a qualche gruppo dove sono presenti dei randonneur “indigeni” che conoscono il percorso a memoria. E occorre avere fede, perché (si sa) in randonnée è sempre rischioso seguire gli altri: se disgraziatamente il primo della colonna sbaglia strada… Comunque, di riffa o di raffa fin qui tutto sembra filare liscio. Al bicigrill di Vadena (km 150 circa) ci concediamo un lauto piatto di pasta condita olio e parmigiano. Fare la coda alla cassa ci consente di riposare un momentino, prima di rituffarci nella ciclabile flagellata dal vento contrario.

Quando ripartiamo siamo soli e il vento parrebbe essersi calmato un poco, ma è una pia illusione. I locali dicono che intorno a mezzogiorno/l’una esso gira e soffia da nord verso sud, puntuale come una cambiale e senza possibilità di errore. Oggi però a me pare proprio che di girarsi non ne voglia sapere. Le nuvole corrono nel cielo fra sprazzi di sereno. Intorno a Bolzano altri ciclisti ci raggiungono, e noi approfittiamo ben volentieri di uno “strappo” per battere il vento e non sbagliare strada. Però è dura: la loro andatura è superiore alle nostre possibilità, e rimanere in scia ci costa molta fatica. Con grande dispendio di energie passiamo Bolzano e puntiamo Merano.

Le piste ciclabili. In questa parte dell’Italia sono una gran bella realtà, oltretutto consolidata da anni. Per chi come me arriva dalla metropoli ed è abituata al concetto “urbano” di pista ciclabile – una sorta di “ghetto” forse anche più pericoloso delle strade di città, pieno di insidie quali auto parcheggiate, bottiglie rotte, radici sporgenti eccetera – , trovarsi qui è come accedere al Paradiso del Ciclista. Chi ha organizzato questa randonnèe aveva certamente in animo di condividere con noi questa meraviglia, ma vivendo la manifestazione da “utente” alcune perplessità mi sorgono spontanee. Oggi qui siamo veramente in tanti, i “peloton” sono numerosi, veloci, invadenti. Il più delle volte occupano tutta la (stretta) carreggiata anziché tenere disciplinatamente la destra. Mi prende male vedendo quali acrobazie debbono fare i poveri e pacifici cicloturisti che transitano in senso contrario per schivare le mandrie di randonneur che, giocoforza, passano di prepotenza. E spesso si è evitato di un soffio il “botto” (io stessa in mattinata avevo evitato per un pelo un frontale con un biker che scendeva a tutta velocità nella zona di Mori…). L’iniziativa è senz’altro lodevole, ma forse i randonneur non sono ancora pronti per questo Paradiso. Dobbiamo maturare: non si possono affrontare le piste ciclabili in branco, con piglio da sbruffoni e medie da Granfondo. E’ troppo pericoloso.

Dunque, a Merano ci arriviamo in gruppo e siamo al duecentesimo chilometro. La breve sosta alla fontana sgrana l’allegra compagnia, così io e Walter ci ritroviamo ancora una volta soli ad interpretare il terrificante ed enigmatico roadbook. L’intuito di Walter e una freccia posta dall’organizzazione ci salvano, e diligentemente percorriamo tutta la “variante” di Marlengo prima di tuffarci verso Foresta, località-cardine che segna l’inizio della Val Venosta.

Da qui la ciclabile si arrampica su sette spettacolari tornanti, prima di spianare nuovamente distendendosi fra interminabili filari di meli. A quest’ora del sabato essa è parecchio frequentata: ci sono i gitanti del weekend, ma anche coppie di viaggiatori con bici cariche come somari, diretti chissà dove. E vedendoli la mia fantasia viaggia con loro. Ma devo stare concentrata sul nostro obiettivo, che è quello di raggiungere il giro di boa di Resia ad un orario decente…

La ciclabile è bella, ma quando si interrompe in prossimità di un paese non è sempre agevole ritrovarla a quello successivo. Passiamo infiniti campi di frutta e paesini minuscoli dai nomi per noi esotici come Ciardes, Castelbello, Laces, Morter. Qui la gente parla in tedesco. Non mancano i tratti sterrati, e anche questi sono una curiosa caratteristica di questo brevetto. Il controllo successivo (al km 245) è segnato sul roadbook con un nome impronunciabile, al punto che non si capisce se sia quello della località o del bar… Lo sentiamo come un miraggio, sembra di non arrivare mai, e sempre col terrore di sbagliare strada. Finchè a Covelano, presi dal dubbio e dallo sconforto sulla direzione da prendere, un uomo non ci conferma che “su di là”, esattamente dove erano già transitati tanti altri randonneur in maglia biancoverde, avremmo trovato il controllo. Fiduciosi ci inerpichiamo, finiamo in un bellissimo bosco, i cartelli lignei confermano la bontà dell’indicazione, ci facciamo lo sterrato finchè… ecco la casetta, posta in riva ad un minuscolo e romanticissimo laghetto alpino baciato dal sole del tramonto. Finalmente.

Sono già passate le 18. Dobbiamo mangiare e vorrei farlo in fretta, ma Walter ha bisogno di riposare qualche minuto in più, per cui non “spingo” sull’acceleratore più di tanto. Dentro la graziosa baita le donne hanno preparato piattini pronti con fette di strudel appena sfornato: un invito a nozze! Tanto per non farmi mancare nulla ne prendo due porzioni. Al tavolo con noi si ferma a mangiare anche Niccolò, il ragazzo di Bergamo con il quale avevamo condiviso il 400 di Cairo Montenotte. Mi confida di voler completare il percorso integrale da 600 km, quindi vuole arrivare a Resia e farsi una bella dormita prima di ripartire. Ma io mi permetto di ricordargli che in quella baita sul lago ci saremmo dovuti tornare entro le 6 dell’indomani mattina, per cui tempo per dormire non ce ne sarebbe stato molto… Le mie parole lo fanno cascare dal pero, forse l’inesperienza gli aveva fatto sbagliare i calcoli. Quando torno alla bici per prendere gli abiti pesanti (il sole sta calando e inizia a fare freddo) anche lui si sta vestendo con tutto quello che ha. Sembra voler venire con noi ma è perplesso, non si sente bene. Così al momento di ripartire ci saluta, e decide di rimanere ancora un po’ al caldo del controllo. Io e Walter rimontiamo in sella cercando di “caricarci” a vicenda: Resia non è lontana.

Sulla strada con noi ci sono altri randonneur, mentre l’oscurità cala a poco a poco sulla ciclabile. Il primo tratto sembra facile, il vento è un po’ calato, addirittura incrociamo i primi, velocissimi gruppi già sulla via del ritorno. Ad un certo punto, però, le pendenze s’impennano e diventano quasi demenziali: c’è chi riferisce un buon 21%! E’ un momento di sconforto: è quasi buio, fa freddo, e la bici sembra ribaltarsi da un momento all’altro. Walter sembra arrampicarsi un po’ più agilmente di me in quell’inferno di curve e curvette dove mi sento a disagio. I chilometri non passano mai. Ma in randonnèe, metafora di vita, i momenti brutti si alternano a quelli esaltanti, e anche questo momentaccio passa: la strada riprende su pendenze più umane, addirittura qualche falsopiano-discesa ci permette di distendere la gamba. Nella fievole luce del crepuscolo vedo a destra che quella sorta di altopiano che s’intravvedeva in lontananza è ormai sotto di noi. La pala eolica… ormai è superata. Nel vento gelido superiamo anche gli incredibili zig-zag che si arrampicano sulla gigantesca diga artificiale illuminata dalla luna piena… ed ecco, siamo finalmente al lago di Resia. Il paese è dall’altra parte, illuminato come un presepe.

Non è finita. Prima di approdare al sospiratissimo controllo-dormitorio di Resia dobbiamo conquistare il colle vero e proprio e scendere in Austria, a Nauders. I chilometri da fare non sono molti, tra andare e tornare non arrivano a venti, ma c’è l’incognita del dislivello. Beh, la sorpresa è che il Passo Resia è raggiunto in quasi falsopiano-discesa. Quindi alla frontiera ci vestiamo davvero con tutto quello che abbiamo, inclusi i guanti lunghi invernali, e scendiamo a Nauders, una amena località sciistica dove c’è il… controllo segreto, sottoforma di auto con organizzatore ad attenderci. Me l’aspettavo: sono le 23, tutto sommato non mi lamento. Il tipo dell’auto ci suggerisce di rientrare a Resia e successivamente al controllo della casetta sul lago (località Corzes) utilizzando la Statale, a quell’ora deserta e praticamente priva di pericoli. Con una accortezza: imboccarla solo DOPO il confine, in quanto in Austria le biciclette sono off-limits sulle Statali. Inoltre ci facciamo indicare con precisione il luogo del controllo. Seguiamo le indicazioni, risaliamo al Passo (pochissimo dislivello, fortunatamente) e filiamo veloci verso il nostro obiettivo, l’hotel “Del Lago”.

Raggiungere l’hotel del controllo è una mezza impresa su quella stradina ripida, buia e disagevole. Prima di varcare la sospirata soglia ci sottoponiamo all’ennesimo controllo (ore 23,45) porgendo il cartoncino giallo a un uomo intabarrato peggio che a dicembre, che aspetta i ciclisti all’addiaccio con un tavolino e un piccolo falò per riscaldarsi. Poi, bici alla mano, facciamo gli ultimi metri e entriamo. Il locale dove si mangia è piccolo ma accogliente, i tavoli sono pieni di randonneur intenti a ristorarsi. Il personale, tutto altoatesino, è pronto a servirci carne, insalata di patate (fredda) e una meritata birra che fa la felicità di Walter, anche se con quelle temperature forse sarebbe stato più saggio ordinare un tè bollente… La carne è buona ma troppo piccante, le mie labbra screpolate e riarse dal vento la reggono solo fino a un certo punto. L’insalata di patate perde presto la sua attrattiva, quindi non mi resta che divorare con metodo la pagnottella di pane. E ingurgitare due yogurt, che male non fanno. Mentre rumino mi guardo ancora attorno. Vedo gente serena, gli occhi assonnati ma con ancora dentro quel guizzo inconfondibile. E per un attimo penso che sì, è vero, io vivo per momenti come questo. A mezzanotte, sperduta in un alberghetto del Sud Tirolo, a mangiare carne piccante mentre il vicino di bicicletta ti dorme accanto. Decidiamo di schiacciare anche noi un breve pisolino di mezz’ora con la testa sul tavolo. Malgrado i brividi di freddo dovuti allo sbalzo termico e alla digestione riesco ad addormentarmi. Certo non sarebbe stato male scendere al dormitorio con gli altri e dormire di più, ma sia io che Walter siamo consapevoli che, alla nostra andatura, non abbiamo troppo tempo per scialare.

E’ da poco passata l’una di notte. Davanti al dormitorio sto aspettando che Walter finisca di prepararsi per ripartire. Fa un freddo porco, devo saltellare per riscaldarmi. Oltretutto dal cielo scende qualcosa di molto simile a pioggia, e la luna quasi non si vede più. Nel frattempo vedo arrivare Paolo a bordo della sua recumbent, mi pare in ottima forma. Il pensiero va a quanti, per scelta o per causa di forza maggiore, non proseguiranno sulla via del ritorno, e ora stanno dormendo come angioletti all’interno del locale in attesa di prendere il treno per Verona… Con cautela scendiamo a piedi sulla strada, con la scusa di riscaldarci un po’. Poi, insieme ad un gruppetto, imbocchiamo la Statale e iniziamo la discesa. La “variante” ci permette di attraversare tutto il paese ed ammirare il celebre campanile che spunta dalle acque del lago artificiale. Ma è meglio non distrarsi troppo, occhi aperti sulla strada e via.

Traffico zero, strada scorrevole. Sembra un sogno, dopo una giornataccia di vento contrario in cui sembrava di non andare avanti. Secondo i miei calcoli dobbiamo entrare in paese in località Lasa, e da lì andare in cerca della pista ciclabile sterrata che, percorsa a ritroso, ci avrebbe in breve tempo condotti di nuovo al controllo di Corzes. Sembra tutto molto facile: appena lasciata la Statale, alle tre meno un quarto, troviamo subito le indicazioni della ciclabile, risaliamo tutto il paese ma… la ciclabile non c’è?!? Incredibile. Scendiamo. Saliamo di nuovo. Ri-scendiamo. Prova di qua. Prova di là. Apriamo la cartina. Sembriamo due anime in pena, bloccati come scemi a un passo dall’obiettivo! In paese non c’è un’anima viva a cui chiedere (a quell’ora…!), finchè miracolosamente non blocchiamo un automobilista. Parla un italiano stentatissimo, ci dà una dritta che ci sembra improbabile. Andiamo a vedere e non ci crediamo: no, all’andata mica siamo sbucati di qua! La frustrazione è al massimo. Mi pento amaramente di non aver seguito la ciclabile anche al ritorno, e per me ormai la partita è chiusa. Proprio quando mi sto rassegnando a proseguire senza il timbro di Corzes, notiamo una ragazza che cammina sola sul marciapiede. Walter vuole ancora fare un tentativo, io non ci credo manco un po’. Incredibilmente la ragazza (che non è una “pocodibuono” come potrebbe pensare una cittadina come me, ma una che semplicemente sta portando a passeggio il cane) si fida di noi, legge la cartina, conosce la strada, ci dà la stessa indicazione del tipo in auto ma in un italiano decisamente migliore. Alleluia! Non finiamo più di ringraziarla, seguiamo la dritta e in un attimo ci ritroviamo sulla retta via. Alle 4 in punto il timbro di Corzes è apposto sulle nostre carte di viaggio, e per riprenderci dallo “spavento”, che nel frattempo ci aveva fatto dimenticare il sonno, ci strafoghiamo di brioche e cappuccino. Al controllo, illuminato e reso allegro dalla musica della radio, c’è anche Ausilia, già incrociata più volte lungo il percorso. E’ sola ma, com’è nel suo stile, non ha il benchè minimo timore di affrontare la notte. Ha un po’ sonno, ma la grinta di sempre non l’abbandona mai. Riparte poco prima di noi.

La ciclabile, già percorsa all’andata, ci ripropone i suoi interminabili filari di meli. Ci tagliano la strada nell’oscurità qualche raro topolino e una lepre. Poi arrivano le primissime luci dell’alba, e con esse… il sonno elefante. Già, avremmo dovuto schiacciare un altro pisolino a Corzes, ma visto come sono andate le cose… Reclamo una breve sosta in mezzo ai meli. Mi avvolgo nella “stagnola” e mi corico sull’erba, lo stesso fa Walter. Perdo la cognizione del tempo, ma quando decido di rialzarmi il cielo è più chiaro. Avrò “dormito” un quarto d’ora al massimo. Ripartiamo che stiamo meglio. Poco più tardi gli intimi meleti si renderanno utilissimi per un’altra funzione fisiologica – forse un tantinello meno romantica, ma che in questo caso perde i suoi connotati terra-terra per diventare persino… poetica.

Ripercorriamo i tornanti di Foresta. In quella vorrei fare una foto aerea della suggestiva strada, ma mi accorgo con dolore che il freddo della notte ha mandato KO la batteria del mio cellulare che fa anche le foto… Cheppalle. Lungo la strada, intanto, scorgiamo qua e là randonneur intenti a riposare sulle panchine o sui tavolini da picnic. E’ un’immagine che mi mette allegria e mi scalda il cuore, facendomi ripensare alle grandi avventure tipo PBP o “Sicilia No Stop”.

A Merano perdiamo la bussola. Siamo ancora una volta costretti a chiedere lumi ad un passante – un personaggio singolare dalla chiacchiera fluente, che rischia di farci perdere del tempo prezioso… – per riuscire a ritrovare la pista ciclabile per Bolzano. Intanto il sole arriva a scaldare la valle, convincendoci finalmente a spogliarci degli abiti che ci hanno protetti durante la notte. Sono le otto del mattino, la ciclabile è già affollata di ciclisti in entrambe le direzioni. Ogni tanto incrociamo qualcuno “dei nostri”, riconoscibile dalla maglia, probabilmente reduce dal dormitorio di Resia. In qualche caso si tratta di ciclisti “indigeni” che sanno la strada, e in più di un’occasione ci tolgono dall’imbarazzo.

Il controllo di Vadena (km 450) si fa sospirare. Bisogna raggiungerlo entro le 12, tempo ce n’è, ma la stanchezza e il caldo – quella canicola estiva che ci aveva risparmiati il giorno prima, iniziano davvero a farsi sentire. Approdiamo al bicigrill alle 10 insieme ad un gruppetto, il locale è un po’ affollato, la cucina è lenta, avere un panino significa perdere molto tempo e la cosa mi innervosisce. Comunque alla fine il panino arriva, e Walter nel frattempo ha avuto modo di rilassarsi un momento di più. Via, altri 50 km verso il controllo di Nomi.

La ciclabile per Trento ha dei tratti demenziali: ricama dei frustranti zig-zag da una sponda all’altra dell’Adige, dando l’impressione di far fare milioni di chilometri in più rispetto alla vicina Statale. Sembra di essere fermi, di non progredire nella discesa, oltretutto con il sole a picco sul cranio che certo non aiuta a sentirsi meglio… Ma ecco finalmente il bicigrill di Nomi (km 500), che raggiungiamo alle 12 ed è l’occasione per una fantastica e dissetante granita, mentre sotto il dehor chiacchieriamo con altri ciclisti locali che non fanno parte della manifestazione, ma ne hanno sentito parlare e sono molto ammirati dalla nostra “impresa”. Non sembra, ma la maglia che indossiamo era celebre qui in zona ancora prima che prendessimo il via, e questo mi inorgoglisce.

E’ la stretta finale: sotto la canicola asfissiante ci prepariamo ad affrontare gli ultimi cento chilometri, comprensivi della temuta salita a Brentonico. Dobbiamo fare scorta di acqua in borraccia e sali minerali, e tenere scrupolosamente d’occhio il roadbook per non perdere la ciclabile e riuscire a centrare l’attacco della salita in località Mori. Partiamo, e non è facile. Più di una volta perdiamo tempo a chiedere indicazioni (resterà negli annali “via Zigherane” indicata dal roadbook in località Borgo Sacco e mai trovata, addirittura sconosciuta agli abitanti…), ma un po’ con l’intuito, un po’ orientandoci con l’Adige, un po’ con l’aiuto esterno, e un po’ con il provvidenziale arrivo di altri randonneur che sanno la strada riusciamo a districarci.

Mori, via Monte Baldo, inizia la salita. Fa un caldo scellerato. La strada non è eccessivamente ripida, ma le condizioni mi impongono di centellinare le energie. Walter anche in questo caso sembra più a suo agio di me, inizialmente allunga, poi sceglie di aspettarmi e di seguirmi come un’ombra. Già, l’ombra… in qualche tornante le piante regalano alcuni secondi di frescura, ma durano poco, troppo poco. Nella mia testa la salita è lunga cinque chilometri e in cima ci sarà sicuramente un controllo segreto. Sbaglio tutto: la salita è di ben otto chilometri, e in cima il controllo segreto… non c’è. Insieme ad un folto gruppetto ci raduniamo alla fontanella del parco pubblico di Brentonico e ci rinfreschiamo. «Quanto mancherà all’arrivo?», chiede qualcuno. Dovrebbero mancare un’ottantina di chilometri.

La discesa verzo Chizzola è fastidiosamente ripida. Già i muscoli delle braccia fanno TUTTI male, figuriamoci dover stringere i freni in quel modo. Inoltre i miei avambracci sono pericolosamente arrossati dal sole, quindi chiedo a Walter di prestarmi i bracciali per proteggermi: fa caldo, ma non ho scelta se non voglio rischiare una pericolosa ustione. Al fondo della discesa approdiamo sulla Strada Provinciale 22, un micidiale toboga a sali-scendi molto trafficato che si tuffa verso valle, verso Verona ed il sospirato arrivo. A Belluno Veronese il roadbook indica di entrare in paese per riprendere il filo delle piste ciclabili, e infatti noi entriamo. Cerchiamo i nomi delle vie e non li troviamo. Panico. Forse ci farebbe meglio trovare una gelateria per rinfrescarci le idee… infatti siamo talmente “cotti” che rinunciamo definitivamente a rientrare via ciclabile. Il prezzo da pagare, oltre a quello di una sacrosanta birra a -50 km dall’arrivo, è quello di percorrere strade a quell’ora assai trafficate, pericolose, oltretutto non facili in quanto costellate di sfiancanti saliscendi. I chilometri sembrano non passare mai… Alla periferia di Verona cerchiamo le indicazioni per il Palasport, con l’aiuto dei locali ci riusciamo, attraversiamo la città ed entriamo nel parcheggio. Sono le 20. Oltre a Nadia ci sono altri ad attenderci, qualcuno arrivato poco prima di noi e già docciato (Ausilia). C’è anche Niccolò, appena arrivato col treno, che nella notte è riuscito a completare il percorso da 300 km raggiungendo Resia: bravissimo! Al banco dell’organizzazione confesso candidamente di avere avuto qualche problema di interpretazione del roadbook, e di non essere stati sempre rigidamente fedeli al percorso. Ma i 619 km segnati sui nostri ciclo computer e la completezza dei timbri sulle nostre carte di viaggio sono credenziali inattaccabili, quindi… viva la VRV, e tutti sotto la doccia.

La randonnée però, come dico sempre io, non è finita finchè non ho varcato sana e salva la soglia di casa insieme a bici e bagagli. Mentre gli amici si complimentano, chiedono, vogliono sapere com’è andata, nella testa c’è il pensiero rivolto al ritorno. Lasciare il Palasport ed affrontare la cavalcata in autostrada da Verona a Torino, con ben quattro soste obbligate in autogrill causa sonno. Arriverò a casa alle cinque di mattina, con pensieri buoni nella testa e tanta voglia di entrare nel mio letto mentre, beffarda, un’alba favolosa si staglia dal ballatoio e mi ricorda che l’estate è ancora lunga e la Sicilia è vicina.

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Finestre (eroico) – 24 giugno 2010

E’ la festa del santo patrono qui a Torino. Una splendida alba di un giovedì di inizio estate. I panini sono già pronti, le bici idem, alle 5,45 io e Marco chiudiamo il portone di casa e partiamo.

La meta è tosta: avete presente il Colle delle Finestre? Dove è passato (prima e unica volta) il Giro d’Italia nel 2005? Con quel lungo tratto sterrato – roba d’altri tempi, che in occasione della corsa rosa fu trasformato in un rassicurante “macadam” ben battuto, ma che ormai gli anni e le intemperie hanno riportato al selvaggio stato originale? E tutti si chiedono come diavolo si possa arrivare fin lassù con la bici da corsa? Ecco, quello. Il “mostro” di quota 2176.

Alba estiva sulla periferia Ovest di Torino

Le cifre sono note: oltre 1650 metri di dislivello, 19 km di salita continua con pendenze sempre comprese tra l’8 e il 10%, di cui 9 km di strada bianca. Qualcuno si è anche preso la briga di contare i tornanti, e riferisce che sono ben 33. Un’impeccabile strada militare che si avvita ossessivamente sulla montagna portando in alto le biciclette e lo spirito in un ambiente montano, quello del Parco Orsiera-Rocciavrè, che non può lasciare indifferenti.

Dopo il noioso trasferimento a Susa via Statale, la nostra avventura entra nel vivo all’altezza del bivio per Meana – Frais – Colle delle Finestre. E senza tanti convenevoli la strada inizia subito ad impennarsi: in prossimità del ponte delle FFSS parte subito una rasoiata che supera il 14%. Obbligatorio mettere il rapporto più agile a disposizione per non “fulminarsi” le gambe. Per fortuna il tratto da suicidio è breve, e c’è la certezza che non ne incontreremo altri così ripidi. Appena in tempo, perchè Marco stava già meditando il ritiro…

A Meana di Susa l'ascensione entra nel vivo

Lasciata Meana la pendenza si stabilizza. E’ vero, questa è una salita molto lunga e impegnativa, ma il segreto sta nell’affrontarla con umiltà. Rapporto agile, trovare il proprio ritmo, e tutto scorre con relativa facilità. Ad aiutare lo spirito c’è il paesaggio circostante: si sale immersi in uno splendido e fresco bosco di castani. Oggi non c’è il traffico dei “merenderos” domenicali, e i soli suoni udibili sono il gorgogliare dei ruscelli e il ritmico “rat-tat-tat” dei picchi sugli alberi.

Si sale all'ombra di splendidi castani

Contiamo i chilometri percorsi da quando abbiamo iniziato a salire. Quando siamo quasi a dieci ci aspettiamo di veder spuntare da un momento all’altro il rifugio con la fontana che dovrebbe corrispondere al Colletto di Meana, e all’inizio della parte sterrata. Superiamo un impressionante bastione roccioso, cambiamo versante e paesaggio, facciamo un traverso sovrastati da alte cime e dalla vista di una piccola costruzione di sospette origini militari, lassù, seminascosta fra le nuvole basse. Alla fine, ecco il rifugio. Ma la fontana è tragicamente asciutta, quasi come le nostre borracce. Questa non ci voleva…

Dove inizia lo sterrato ci sono una panca e un tavolino. Facciamo una breve pausa ristoratrice, ruminando qualcosa da mangiare e centellinando la poca acqua rimasta. Dei guardiaparco ci assicurano che più avanti avremmo trovato un’altra area attrezzata con fontana. Non ci resta, dunque, che rimontare in sella per affrontare il “grigio mostro” che ci porterà, salvo contrattempi, all’ambita meta.

Subito ci si trova a disagio. La strada non è troppo malconcia, oltretutto è stranamente asciutta e compatta – niente male, considerato che solo fino a quattro giorni prima abbiamo avuto piogge torrenziali che sembravano non finire mai. Ma a vedere i copertoncini da strada lì sopra prende male. Eppure si sale. Si va. Si può fare! Certo, a patto di non distrarsi a guardare il panorama: basta un sassolino per perdere l’equilibrio… Insomma, bisogna fare attenzione. Però si può fare.

Galvanizzati da un'impresa d'altri tempi

Dobbiamo cercare l’acqua… l’area attrezzata… Più che alzare gli occhi dalla strada (poco igienico!) uso l’udito: sento gorgogliare, ecco, c’è un limpido ruscello a lato, allora la fontana è vicina. Già. Dov’è? Siamo nei pressi di un alpeggio, ma questa famosa area attrezzata non la vediamo. La paura di non trovare altra acqua è troppo forte, allora smontiamo di sella e riempiamo la borraccia direttamente al ruscello, dove lo stesso fa un piccolo salto sulle rocce. Dopo ho la PESSIMA idea di guardare dentro la borraccia piena: vedo “nuotare” nell’acqua qualsiasi tipo di detrito, evidentemente portato dalla corrente. Si odono chiaramente i campanacci delle vacche, e le “buse” presenti qua e là tutto intorno ci ricordano che quell’acqua potrebbe essere pericolosamente contaminata di batteri coliformi. Sia io che Marco inizialmente siamo piuttosto schifati, ma non abbiamo scelta: soccombere alla sete, oppure rischiare. Ostentiamo sicurezza, io ci metto dentro persino i sali. Magari quelli disinfettano…

Ripartiamo tra le nuvole basse che a tratti coprono il sole. Sorprendentemente Marco ha la stessa sensazione che avevo avuto io anni fa, quando affrontai questa salita con una mountain bike munita di copertoncini slick: il tratto sterrato sembra meno ripido di quello asfaltato. Eppure le pendenze non cambiano, tutt’altro. C’è da dire, a onor del vero, che le nostre biciclette da cicloturismo hanno “l’arma segreta”: entrambe montano guarniture da mountain bike o comunque con corone molto simili, e il “rampichino” ci permette qui di salire in scioltezza. Inoltre abbiamo pedali e scarpe da fuoristrada, un dettaglio che contribuisce a farci sentire più a nostro agio su questo terreno sfavorevole ma esaltante.

Non siamo soli in questo magnifico posto: ci sorpassano a tratti alcuni biker muniti di robuste ruote tassellate, e qualcuno, vedendo le nostre esili e “eroiche” specialissime, ci fa i complimenti non fosse altro per la presenza di spirito. Restare in equilibrio qui è la vera scommessa. In un tratto particolarmente accidentato resto in sella per miracolo e penso: prima del colle sicuramente un “volo” me lo faccio. Neanche il tempo di pensarlo che sento un urlo dietro di me: a cadere è Marco, tradito dallo slittamento della ruota posteriore. Per fortuna niente di rotto, ripartiamo con più attenzione.

Qui è il paradiso, la fatica te la scordi. Man mano che si sale posso vedere sotto di noi l’incredibile zig-zag disegnato dai tornanti appena fatti. Spesso mi fermo a scattare fotografie, ne vale davvero la pena. Il sole non c’è più, però non fa freddo. L’aria sembra immobile. Lassù la costruzione militare è sempre più vicina, e a fianco c’è il colle. Per raggiungerlo la strada disegna sul versante della montagna un’ultima serie di incredibili tornanti. Le pietre miliari, che da chissà quanti anni sono lì a scandire le distanze ai viandanti con militare precisione, ci dicono che manca poco, davvero poco alla meta. Circondati da residue sacche di neve arranchiamo tra sassi e polvere. Un tornante, due tornanti, tre e… il colle?!

Nuvole basse e sacche di neve: il colle è vicino

L'incredibile spettacolo dei tornanti sotto di noi

Ho un sorriso a 32 denti quando raggiungo il minuscolo piazzale disseminato di mountain bike e ciclisti. Arriva anche Marco, stanco ma soddisfatto. I pneumatici delle nostre biciclette sono completamente imbiancati. Oggi non ci sono le auto dei gitanti a coprire il cartello di vetta e la lapide commemorativa della vittoria di Di Luca alla tappa del Giro di cinque anni fa, per cui è d’obbligo scattare delle foto ricordo. Dall’altra parte la vista sulla Val Chisone è splendida: ci aspettano una lunga e divertente discesa su asfalto perfetto fino a Usseaux, ancora discesa (disturbata dal vento contrario) fino a Pinerolo, e l’ultimo trasferimento fino a Torino, per un totale di 167 chilometri. E una volta tornata a casa ho il privilegio di portare con me un piccolo souvenir, normalmente non destinato ai ciclisti bitumari: un sassolino nella scarpa.

E' fatta

La discesa verso la Val Chisone

Palina segnaletica a Usseaux

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400 CAIRO MONTENOTTE – 5-6 giugno 2010

Al bar “Del corso” intravedo qualche faccia nota. In questo rovente sabato pomeriggio di giugno il posto più fresco è forse il dehor, dove completo la mia iscrizione mentre qualcuno (non saprò mai chi) mi offre una bibita ghiacciata. E’ tutto un salutarsi, uno shakerare di strette di mano. Devo trovare un luogo migliore del centro di Cairo Montenotte per lasciare la mia automobile, così chiamo Walter e Nadia e mi faccio dire dove si sono sistemati con il camper. Domanda inutile in quanto, come d’abitudine, hanno parcheggiato davanti al cimitero – luogo molto tranquillo per dormire, dicono, e come non dar loro ragione?

Comunque dal colpo d’occhio sul piazzale del via direi che non siamo in molti. Ci sono diverse facce note, questo l’ho già detto, anche qualcuna che non vedevo dai tempi di Parigi. Dopo l’accredito gli organizzatori ci trattengono ancora qualche minuto per fare delle foto ricordo, poi alle 18 salutiamo Nadia e partiamo in direzione Savona. Io e Walter siamo in testa al gruppo, ma c’è qualcosa che non quadra: la partenza è stranamente sonnolenta. Ci pensa però la prima impennata della Statale, ancor prima delle Bocche di Cadibona, a rimettere le cose a posto: infatti da dietro accelerano tutti improvvisamente e ci sverniciano impietosamente a ritmo di Granfondo, mentre io sto ancora digerendo il pranzo…

Al via

Così al semaforo rosso del senso unico alternato delle Bocche di Cadibona io e Walter ci guardiamo: come al solito siamo rimasti soli… e ultimi. No, mi volto e guardo meglio: dietro di noi c’è Carlo, esperto randonneur lombardo oggi vestito con il completo della “1001 Miglia”, che ci confessa di non amare le partenze troppo sparate. Beh!

Alle Bocche di Cadibona

Scollinate le Bocche di Cadibona affrontiamo la divertente discesa verso Savona, in un paesaggio dominato da monti verdeggianti e piccole frazioni. Nel capoluogo ligure c’è ad attenderci un traffico micidiale: fatichiamo non poco a destreggiarci tra auto, scooter e pullman di linea. Ma appena fuori dalla confusione, ecco lo spettacolo che rincuora lo spirito: il porto, le imbarcazioni, il mare, le spiagge già attrezzate di ombrelloni colorati e popolate di gitanti.

Il litorale tra Savona e Varazze

A Varazze la “gita al mare” è già terminata: giriamo a sinistra, verso l’entroterra, e imbocchiamo la strada per il colle del Giovo e Sassello. Lungo questa salita – primo degli impegni altimetrici del brevetto – troviamo ad attenderci gli organizzatori per un controllo segreto. E’ l’occasione per scambiare qualche battuta veloce, ma non voglio attardarmi troppo: infatti sento che è il weekend giusto per fare una buona prestazione.

Salendo al Giovo alle ultime luci del tramonto

La salita profuma di fiori e erbe aromatiche, mentre il sole al tramonto bacia con gli ultimi raggi le cime rigogliose di vegetazione. Ci raggiunge e sorpassa Carlo, che avevamo perduto di vista nel traffico di Savona. Lo ritroveremo giusto al controllo di Sassello insieme a Niccolò, giovane randonneur di Bergamo al debutto sulla distanza dei 400 km e in cerca di compagnia per la sua prima notte in sella. Li lasciamo ripartire mentre io e Walter, tra una cola e un panino, finiamo di vestirci per affrontare la notte ormai imminente.

Lasciamo anche noi il “paese degli amaretti” e percorriamo la strada in veloce falsopiano-discesa che va verso Acqui Terme. Si tratta di una valle stretta e selvaggia, dove scorre il torrente Erro: bella di giorno, ancora più suggestiva all’imbrunire, quasi senza automobili e senza la confusione dei merenderos. E’ tutto così silenzioso che si può distinguere il placido scorrere dell’acqua sotto di noi. A tratti posso vedere le sagome degli aironi fermi sul greto del torrente, mentre rare lucciole si scorgono qua e la. Il lato fastidioso della situazione sono i nugoli di moscerini che ci flagellano il viso, ma si sa, ogni rosa ha le sue spine…

E’ ormai notte fatta quando, fra strade e stradine più o meno rurali, raggiungiamo Bistagno. L’aria è tiepida e il cielo è trapuntato di stelle. Attraversiamo il paese proprio nell’istante in cui Carlo e Niccolò stanno ripartendo da un bar, dove hanno sostato per dissetarsi. Affrontare la notte in compagnia è certamente un buon affare per tutti, dunque da quel momento la “doppia coppia” diventa un vero e proprio poker di randonneur, con tutti i vantaggi del caso. La direzione ora è quella per Alba: la strada sarà piuttosto ondulata fino a Ponte Perletto, dove inizierà la salita per Càstino, seconda importante asperità del brevetto quantunque non lunga e non difficile.

Non è certo la prima volta che si percorrono queste strade in randonnèe, anzi, ricordo di avere fatto questa salita e anche le successive più di una volta in notturna. E’ ancora presto, non è neppure mezzanotte, eppure stranamente in questo momento soffro. Non so bene cos’è… sembra un inizio di sonno misto alla solito spalla destra che mi fa vedere le stelle, più qualcosa che non va nel mio stomaco. La vicinanza di Walter mi è di conforto, comunque tengo duro a suon di zuccheri semplici e arriviamo tutti nella piazzetta del silenzioso e ameno borgo montano giusto allo scoccar della mezzanotte.

Mezzanotte a Càstino

Ora ci sono tre chilometri di discesa prima di attaccare la terza salita, quella di Benevello, dove troveremo il secondo controllo. Viste le temperature miti siamo tutti un po’ indecisi se mettere o meno la mantellina, va a finire che mi fido della sola “maglietta della salute” e mi butto alla sperindio – idea che si rivelerà poco gagliarda, ma me ne renderò conto solo molte ore dopo. Qualche minuto di gelo e (finalmente) si riprende a salire puntando le luci del castello di Borgomale. Qui va un pochino meglio. Passiamo Borgomale, arranchiamo ancora per tre chilometri e mezzo e siamo nella spaghetteria della località Manera, con il solito smazzo di carte di viaggio, cola, caffè e panini. E’ ormai l’una quando ripartiamo, e questa volta ci vestiamo con tutto quello che abbiamo: la discesa verso Alba è piuttosto lunga. L’umore del nostro quartetto è comunque alto: essersi tolti il dente di queste salite in notturna e sapere che non ce ne saranno più fino al ristoro di Cumiana è sicuramente un bel conforto.

In realtà subito dopo Alba ci tocca ancora l’antipaticissima risalita di Sommariva Perno, che ci obbliga peraltro a spogliarci nuovamente. Sembra non finire mai, così come sembrano ancora così tanti i chilometri che ci separano da Cumiana… Ma dopo Sommariva Perno la strada diventa sorprendentemente scorrevole, tanto da farmi sospettare la “manina santa” di una bava di vento a favore. E il nostro “trenino” scivola veloce nell’oscurità, mantenendo un’eccellente andatura. Il “macchinista” è sempre Carlo, diventato ormai all’unanimità maestro di cerimonia ufficiale del gruppo.

Qualche bivio tra Carmagnola e dintorni ci costringe a brevi fermate per fare il punto della situazione, anche per tirare fuori la mia cartina quando “l’infallibile” GPS di Carlo mostra qualche incertezza. Tuttavia ci rendiamo conto di stare procedendo molto bene: i chilometri scorrono veloci e l’agognato ristoro è sempre più vicino, al punto che contiamo di raggiungerlo in anticipo rispetto alle previsioni iniziali. Ogni sosta da al silenzioso Niccolò l’occasione per addentare qualcosa: è incredibile la quantità di spuntini che riesce a divorare, ma la notevole stazza ne giustifica senz’altro il dispendio energetico. Pedala su una Trek in alluminio dal telaio enorme, con pedali a puntapiedi e cinghietti e un portapacchi a sbalzo sul quale ha legato uno zainetto pieno di vestiti. E’ il suo primo brevetto “serio”, ma ha già l’atteggiamento del veterano: non parla, non si lamenta mai, sembra che la fatica e il sonno non lo scalfiscano minimamente. Chi invece adesso sta facendo a cazzotti con Morfeo è Walter, che silenziosamente e a fatica pedala in fondo al gruppo. Ogni tanto caccio un urlo e lo chiamo per accertarmi che sia lucido.

Ora gioco in casa: siamo nel Pinerolese, sulle strade da me spesso battute in allenamento. Arriveremo al controllo alle cinque. Poco prima di Cumiana vedo passare attraverso la luce del fanale qualcosa di simile a gocce di pioggia… Alzo gli occhi verso il cielo che sta man mano rischiarando, e realizzo che è denso di nuvole minacciose. Purtroppo le previsioni non sono buone, questo lo sapevo: ma se comincia a piovere già così presto… come arriveremo a Cairo?

Abbiamo percorso 220 km. Al controllo troviamo la calda accoglienza degli organizzatori locali, che “buttano la pasta” per noi e affettano generose fette di salame e formaggio. Ci sono altri randonneur, tra cui Luigi, già rifocillati a dovere e in procinto di ripartire. Ci sono anche un paio di scarpini da bici abbandonati sul pavimento: pare siano di un tizio che si è buttato a dormire da qualche parte nel salone. Un piatto caldo è proprio quello che ci vuole, accompagnato da un dito di vino rosso che serve a rimettere in sesto lo stomaco dopo litri di cola e acqua al gusto plastica-integratore. Malgrado la notte insonne abbiamo tutti il viso illuminato davanti a quel bendidio, tranne Walter che forse preferirebbe schiacciare un pisolino. Ma anche lui si mangia di gusto le sue mezze penne al sugo. Poi chiude gli occhi per qualche minuto, ma devo presto scuoterlo: dobbiamo ripartire. Là fuori sta facendo giorno, e ce lo ricordano anche gli uccelli che cantano con insistenza.

Carlo alle prese con il meritato ristoro di Cumiana...

La ripartenza come sempre è un tantinello difficoltosa. Poi la gamba si riscalda, riprende il suo giro, e tutto scorre. Peccato che inizi quasi subito a piovere: goccioloni grossi così. Siamo a Frossasco e ognuno deve velocemente decidere se indossare la mantellina. Io la metto e proteggo con cura anche il borsello. Certo però che è una bella seccatura… Dopo un po’ le scarpe si inzuppano, ti arrivano in faccia gli schizzi di acqua sporca alzati dalla ruota davanti a te… Tant’è, e va già bene che siamo praticamente in estate e non fa freddo. Arriviamo a Pinerolo, e proprio in quella avverto una fitta al ventre. E’ un segnale inequivocabile: ci vuole una toilette, e subito! Walter intuisce l’emergenza e fa accostare tutti al primo bar. Salto giù dalla bici, chiedo la chiave al gestore e in un amen sono sulla tazza, appena in tempo. Mentre sudo freddo realizzo che non è stato un buon affare scendere da Càstino senza proteggere la pancia…

Passato lo “spavento” ripartiamo, ancora sotto la pioggia. Mi sembra di stare meglio, anche se la paura è che il mio intestino possa fare altre bizze più avanti. La strada sembrerebbe ancora abbastanza scorrevole, ma a quell’ora la baldanza della notte appena passata è ormai un ricordo. La pioggia cessa dalle parti di Osasco, e questa è una buona notizia. Stiamo muovendo verso sud, dove il cielo appare più chiaro. A Manta ci fermiamo per fare la classica colazione, prima di affrontare la salita della Colletta di Rossana.

Prendo con molta calma la salita, diciamo che faccio quello che posso. La stanchezza ormai comincia ad affiorare dopo i ritmi sostenuti della notte, per cui tiro i remi in barca e assecondo. Scolliniamo, scendiamo a Busca e affrontiamo la frazione successiva, piuttosto noiosa, che si svolge attraverso paesi e paesini della provincia di Cuneo. Tarantasca, Centallo, Morozzo, Carrù, teniamo un’andatura dignitosa senza levarci la pelle. Intanto esce il sole, e si sente: comincia a fare caldo.

Centallo

La lunga strada verso Carrù

Quando, passata Carrù, svoltiamo per Farigliano si spalanca davanti a noi il maestoso paesaggio della Langa. Dobbiamo (ahimè) scendere fino alla strada di fondovalle: da lì comincerà la salita alla “cima Coppi” di tutto il brevetto, ovvero la Pedaggera, sita subito dopo Murazzano a quasi 800 metri sul livello del mare.

A Farigliano ci riforniamo d’acqua e iniziamo la terrificante salita sotto il sole a picco. Ho perso la cognizione del tempo: mi sembra siano almeno le quattro del pomeriggio, invece non è nemmeno mezzogiorno. E’ il primo vero solleone di stagione, e si sente: l’organismo fa fatica ad adattarsi, le gambe sono pesanti e la vista si annebbia fra le gocce di sudore. Le Langhe in estate sono una fottuta fornace. Carlo e Niccolò sembrano cavarsela più in sciotezza, e mi precedono. Walter arranca accanto a me. Mi impongo di bere piccoli sorsi di integratore salino ad intervalli regolari. La sete è tanta e le borracce adesso sembrano così piccole… ma ad un certo punto, come un miraggio, notiamo a sinistra una fontana isolata: l’acqua è freschissima e ogni sorso ci dà un grande sollievo. Io e Walter ci guardiamo e ridiamo mentre ci rinfreschiamo. Inoltre man mano che si sale percepiamo una certa brezza che contribuisce a mitigare l’arsura. Altro grosso aiuto ci arriva ora dalle nuvole, che a tratti coprono il sole risparmiandoci dalla micidiale canicola.

La strada prosegue alternando tratti duri ad altri meno impegnativi. Passiamo Belvedere Langhe e Murazzano, mentre conto ossessivamente i chilometri sul ciclo computer. Dopo Murazzano le nuvole hanno ormai completamente coperto il cielo. Si sale ancora finchè, inaspettatamente, giungiamo ad un bivio e Walter mi avvisa: «Ecco, questa è la Pedaggera…». Wow! E dire che c’ero già stata almeno un paio di altre volte, ma vatti a ricordare… Questo significa che i restanti sei chilometri fino al controllo di Gamellona sarebbero stati a mezzacosta se non addirittura in discesa. E infatti è così: arriviamo al bar del distributore di benzina giusto mentre Carlo sta già festeggiando con un meritato calice di birra. Siamo tutti euforici: carte di viaggio, bibite, panini, grandi sorrisi, è il solito rituale. Ma nessuno ha intenzione di dormire troppo sugli allori: la randonnèe non è ancora finita.

Ripartiamo in discesa ma con la testa alle ultime difficoltà, ovvero le risalite di Montezemolo e di Millesimo, che nessuno riesce a quantificare e a descrivere con precisione, ma che a questo punto non fanno più paura. Intanto scende una fastidiosa pioggerellina, che fortunatamente non riesce a bagnare la strada. Bisogna piuttosto fare attenzione all’asfalto in pessime condizioni, ai motociclisti (qui sempre numerosi) che hanno spesso la brutta abitudine di “tagliare” le curve, ed anche a qualche gelida galleria… non propriamente permessa ai ciclisti. In un modo o nell’altro giungiamo a Cairo Montenotte, dove nel vento fresco ritroviamo Carlo e Niccolò per andare insieme verso lo striscione dell’arrivo. Quando finiamo la nostra prova sono da poco passate le 15, tutto sommato siamo andati oltre le mie più rosee previsioni.

Tutto finisce nello stesso posto dove avevamo iniziato, ovvero sotto il dehor del bar “Del corso”. Si mangia insalata di riso mentre con Nadia e Luigi (arrivato prima di noi e già “docciato” e in bermuda) commentiamo il brevetto e verifichiamo i prossimi appuntamenti. Non mancano i complimenti a Niccolò, che ha superato brillantemente la prova. E’ stato un ottimo allenamento, siamo tutti d’accordo: la condizione sta arrivando, e la Sicilia adesso è più vicina.

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FOSSANO 200 (CN), 9 maggio 2010

Paolo e la sua reclinata

Brevetto non previsto: ormai la stagione è entrata talmente nel vivo che c’è posto per tutto. Colpa di Walter, come al solito: nemmeno il tempo di caricare la bici in macchina subito dopo il nostro ultimo, estenuante allenamento comune lungo ben 300 km che mi sento dire: «Il 9 vieni a Fossano? C’è un “200”… ». Subito non gli ho risposto. Ma due giorni dopo avevo l’iscrizione fatta.

Domenica mattina presto, centro sportivo di Fossano: il camper della coppia più bella dell’Audax è là dalla sera prima. Scendo dalla macchina e vado a completare la mia iscrizione, poi tutti da Nadia a fare colazione. C’è anche Paolo “1970”, conosciuto al 200 di Busca e ben felice di ripetere con noi l’esperienza-rando. Ha portato dal suo paese un vassoio di paste fresche di pasticceria, roba da leccarsi i baffi. Con un rifornimento così, sicuro che si parte di buon umore.

Poichè sono quasi le sette vado nei pressi del gonfiabile del via a riempire le borracce. Il cielo sembra abbastanza sereno, ma so a memoria le previsioni a stretto giro: dal primo pomeriggio inizierà a piovere. Ecco perchè il mio bagaglio è discretamente voluminoso per essere solo un “200”: dentro c’è tutto il necessario per “salvarsi” contro la furia degli elementi. Riconosco qualche vecchia conoscenza, ma soprattutto vedo parecchia gente sconosciuta: sono vestiti estivi (brrr…!), privi di bagaglio, con biciclette che non hanno nulla del viaggiatore e tanto del granfondista. E’ probabile che oggi il loro obiettivo sia di fare un buon allenamento in vista delle prossime gare. Walter, Paolo, ci siamo? Si parte: i tre “Cavalieri della Tripla Corona”, con le loro bici affardellate, si muovono verso la campagna cuneese. Inizia la “Randonnèe degli Acaja”.

La prima parte del percorso è pianeggiante, piacevolmente snodata lungo stradine amene e bike-friendly. Il roadbook e la frecciatura del percorso purtroppo sono un po’ lacunosi in alcuni punti, ma grazie all’esperienza di Walter, che su queste strade si allena da una vita, riusciamo sempre a ritrovare la retta via. Al chilometro 56 raggiungiamo il primo dei due controlli previsti, quello di Ceresole d’Alba. E’ l’occasione per uno spuntino veloce e per togliere qualche vestito.

Il sole intanto si fa largo fra le molte nuvole, regalandoci tepore e allegria. L’ingresso in provincia di Asti segna l’inizio delle difficoltà altimetriche, che qui non sono certo rappresentate da alte vette, ma da un susseguirsi ossessivo di colline e collinette che rendono il percorso divertente ma a tratti estenuante. A Pianetti, sperduta frazione agricola, siamo già al centesimo chilometro e all’ora di pranzo, così ci autogestiamo una sosta per mangiare i robusti panini che portiamo nei borselli. Quando risaliamo in sella ci troviamo nel tratto assai suggestivo che da Celle Enomondo segue la cresta fino a Magliano Alfieri. Resto incantata ad osservare le colline e i campi color verde smeraldo lussureggiante.

Il sole si nasconde definitivamente dietro minacciose nuvole nere quando arriviamo ad Alba. Lungo il corso cittadino incontriamo molti ciclisti che si stanno preparando per una gara in linea. Hanno le gambe perfettamente depilate, biciclette ipertecnologiche, e profumano di olio canforato e voglia di vincere. Noi passiamo con i gambali, le calze arrotolate, e i borselli che profumano di panini al salame.

Raggiungiamo il controllo/ristoro di Gallo d’Alba (km 144) e lì troviamo un altro Paolo, quello che pedala a bordo di una reclinata: ripartiremo tutti insieme. Mentre ruminiamo deliziosi pezzi di crostata offerti dall’organizzazione scrutiamo preoccupati il cielo col naso per aria… Ancora una sessantina di chilometri all’arrivo: “la prenderemo”?

Il nostro trio è diventato un “poker”. Con la crostata ancora sullo stomaco (burp!) ci tocca affrontare subito la salita per Barolo e Monchiero. Nuvole sempre più cupe, nessuno parla. Poco prima di Barolo vedo qualche minuscola gocciolina bagnare la copertina di plastica del mio roadbook posto sul manubrio. E io zitta. Finchè le goccioline, ahimè, non diventano dei goccioloni. «Ragazzi, facciamo meglio a vestirci prima di inzupparci del tutto… Abbiamo ancora molti chilometri da fare!». Sono le 15 circa. Rassegnati, buttiamo per terra le biciclette e indossiamo velocemente mantelline, copriscarpe e quant’altro. Scolliniamo a Monchiero e subito iniziamo la discesa verso Costamagna approfittando dell’asfalto ancora parzialmente asciutto. Ma da Costamagna le difficoltà sono tutt’altro che finite: c’è da salire a Piozzo, e a questo punto la pioggerellina si è definitivamente trasformata in un autentico monsone. Paolo “1970” indossa addirittura i soprapantaloni impermeabili, Walter cambia giacca, e poi bisogna proteggere i borselli. Comunque c’è allegria: prendere la pioggia in randonnèe non è piacevole, ma quando la si affronta in compagnia si può persino trovare un lato divertente. «Ci voleva questa nota “epica” alla nostra giornata!», esclamo ridacchiando per sollevare il morale della truppa, e Walter per scherzo mi agita minacciosamente il pugno.

I saliscendi tra Piozzo e Carrù sono un tormento, non parliamo poi in quelle condizioni. Guardo Paolo “recumbent” arrancare in salita con la sua bici reclinata, ma poi scendere agilmente grazie ai freni a disco – di certo molto più agilmente di me, che invece ho i freni in panne a causa dei cerchi bagnati… Proprio nei dintorni di Carrù, beffardamente, smette di piovere. E’ senz’altro una buona notizia che ci ridà in parte il morale, ma il traguardo sembra non arrivare mai. Come se non bastasse sembriamo tutti abbastanza provati fisicamente: io vedo le stelle come al solito per colpa della mia spalla destra, Walter ha problemi al soprassella, e Paolo “1970” accusa i postumi di una brutta sinusite e relativa cura di antibiotici. Il rettilineo per Trinità pare una morte civile. Gli ultimi chilometri sono in mezzo ai boschi, su una bella ciclostrada, poi gran finale ancora in salita… e rieccoci finalmente a Fossano, quasi asciutti e persino con un raggio di sole nel cielo. Ad accoglierci festosa naturalmente c’è Nadia, ma anche alcuni membri dell’organizzazione. Come al solito rinuncio al pasta party, saluto tutti, mi lavo la faccia e vado subito verso la macchina. Divido con cura gli abiti sporchi e bagnati, e carico la bicicletta lurida e coperta di sabbiolina. Sarà lavata molto presto: in tempo per il prossimo weekend, in previsione del “400” di Corsico… dove, con ogni probabilità, prenderà altra pioggia e si sporcherà di nuovo… Maggio è così: il mese più piovoso dell’anno e, paradossalmente, quello più ricco di brevetti in calendario. Tutto un pedalare e lavar bici.

Ultimi raggi di sole...

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Dove finiscono le mie dita inizia una bicicletta

Le situazioni più belle, si sa, sono quelle improvvisate. Sì, Walter lo sapeva da tempo che avremmo fatto un allenamento comune sulla distanza di almeno 300 chilometri per prepararci al brevetto Audax da 400 km che si terrà a metà maggio. L’idea geniale è quella di partire alla sera anzichè all’alba: suggestivo, oltre a permetterci di anticipare l’ennesimo weekend di temporali e maltempo. Walter me lo propone al telefono e io non me lo faccio ripetere due volte. Chiudo l’ufficio, vado a casa e carico la bici in macchina.

Giovedì sera il divertimento comincia a Cinzano, a casa del mio barbuto socio, dove la consorte Nadia ci prepara una semplice ma apprezzatissima cena con la cura e la perizia di chi sa di avere a che fare con degli atleti. A tavola gli aneddoti e le risate si sprecano, un po’ meno i bicchieri di Barbera. Walter è determinato, intuisco fin da subito che il nostro giro sarà anche meglio di un semplice “allenamento”. Ci alziamo da tavola senza indugiare troppo, non prima ovviamente di aver sorbito un sacrosanto caffè. I “cavalli” (Bianchi in carbonio per me, Colnago in titanio per Walter) sono quasi pronti: è un tripudio di borselli, di luci bianche e rosse, di catarifrangenti e bretelle fluo. E’ sempre così quando là fuori c’è la notte che aspetta. Sono più o meno le 22,30 quando salutiamo Nadia e perforiamo l’oscurità con le nostre biciclette affardellate puntando le colline delle Langhe.

Ci prepariamo

Pronti al via

Il percorso scelto non è altro che un brevetto che veniva organizzato dalle nostre parti qualche anno fa, riveduto e corretto ma, soprattutto, interpretato al contrario rispetto all’originale. Sul mio manubrio c’è l’immancabile cartina segnata con l’evidenziatore. Per strada il traffico è rado. Parliamo poco, ma è palpabile la soddisfazione reciproca di stare facendo esattamente quel che ci piace di più.

Passiamo Alba e attacchiamo Mango, la prima salita. La notte è profumata di fiori, d’altronde ormai siamo quasi a maggio. Il silenzio è rotto da rarissime automobili e dai richiami degli uccelli nascosti fra le sagome scure degli alberi. Saliamo e là sotto Alba sembra un presepe illuminato. La luna purtroppo non c’è, è nascosta dalle nubi che preannunciano temporali imminenti per l’indomani. Saliamo di buona lena e in discesa accendo tutto quello che ho, wow!, il nuovo fanale funziona come un faro di profondità, sembra quasi di scendere alla luce del giorno.

L’umore è alto, ma è solo l’inizio. Passiamo Santo Stefano Belbo, Canelli, NIzza, e puntiamo verso nord e il Monferrato. In provincia di Alessandria percorriamo l’ameno tratto di strada che collega Masio a Quattordio snobbando un cartello che avvisa di “lavori in corso”. Dopo un chilometro in effetti ci imbattiamo nello sbarramento di reti, che allegramente aggiriamo bici alla mano convinti che si tratti semplicemente di un pezzo di strada bianca ancora da asfaltatare. Ma il buio confonde i contorni delle cose: dopo pochi metri camminati in bilico tra i circostanti campi di colza e i cumuli di sassi puntiamo finalmente le nostre luci nel posto giusto, e con nostra grande sorpresa realizziamo che davanti a noi c’è un enorme cratere sormontato da alti mucchi di terra. A destra e a sinistra un profondo canale impedisce di aggirarlo. Non ci resta che fare dietrofront e trovare una strada alternativa per andare a Quattordio, le cui luci erano a un palmo di naso da noi esattamente al di là del cantiere. Una vera beffa, e sono già le due di notte…

Rimediato in qualche modo alla disavventura riusciamo a raggiungere Quattordio e a passare oltre. Su queste amene strade di campi e colline il senso di solitudine è pressochè totale. Nei pressi di Piepasso un’auto in senso contrario ci abbaglia insistentemente con i fanali, e solo dopo averla raggiunta capiamo che si tratta di una gazzella dei Carabinieri. Li salutiamo con un cenno della mano e andiamo oltre. Loro ci guardano attoniti dai finestrini, e non hanno nemmeno la presenza di spirito di dirci qualcosa.

Non fa granchè freddo a quest’ora, ed io ho quasi finito l’acqua della mia borraccia. Decidiamo di cercare una fontana a Viarigi, all’inizio della serie di salite del Monferrato. La sosta nel piccolo paesino è anche il pretesto per mettere qualcosa sotto i denti. Mentre Walter mangia con gusto la sua focaccia farcita, io sbocconcello malvolentieri un panino al miele. Purtroppo ho lo stomaco sottosopra. Per distrarmi scatto qualche fotografia in notturna, mentre il gallo già canta (sono solo le tre e un quarto!) e le rane gracidano. Però a stare fermi l’umidità impregna i vestiti e le ossa, dobbiamo affrettarci a ripartire. Siamo intirizziti e il sonno inizia pian piano a farci sgradita visita, togliendoci la parola e il sorriso.

Viarigi (AT), ore 3,15

Questo tratto del percorso è davvero micidiale: ogni paese significa una salita e una discesa. Casorzo, Grazzano Badoglio, Moncalvo, Alfiano Natta, è uno stillicidio. Walter pedala davanti a me e sembra quasi galleggiare nel cerchio di luce proiettato dal mio fanale. Le salite sono dure e in discesa bisogna fare attenzione ai colpi di sonno. Nessuno parla, stiamo in silenzio ognuno come a cercare qualcosa dentro se stesso tra un colpo di pedale e l’altro. A Grazzano Badoglio approfittiamo dei più che decenti bagni pubblici anche per una vigorosa rinfrescata. L’alba sembra non arrivare mai. C’è di buono che nel frattempo la luna si è fatta largo fra le nuvole, degnandoci della sua confortante luce. E salendo ad Alfiano Natta, attraversando un gruppo di case sentiamo nell’aria il profumo del pane appena sfornato. In alcuni tratti di strada sono i profumatissimi campi di colza in fiore a farla da padrona. Di notte si vede poco o niente con gli occhi, e allora proviamo a “vedere” col naso. Piccoli segnali di vita che rincuorano il randagio della notte.

I primissimi chiarori dell’alba arrivano mentre siamo alle prese con l’ultima salita di questo settore, nei pressi di Villadeati. Qui, a farci compagnia ci sono solo le lepri che attraversano la strada e il passaggio del furgone del fornaio. Sì, comincia un nuovo giorno. Scendiamo sullo stradone che collega Torino a Casale Monferrato che è ormai chiaro, ma non è un bel momento: fa freddo, la strada è un ossessivo saliscendi, noi siamo completamente rimbambiti dal sonno, mentre il traffico delirante del giorno feriale già incombe. Ci vogliono assolutamente un bar aperto, un caldo cappuccino e una fragrante brioche per riprenderci…

Troviamo finalmente la nostra “terra promessa” poco dopo le 6,30 a Cavagnolo, presso un invitante bar-pasticceria. Siamo a metà del nostro giro. Entriamo con le facce nauseate di chi non sta troppo bene e soprattutto non ha dormito, e ordiniamo le nostre colazioni con poca convinzione. Fortunatamente il cappuccino e un favoloso cornetto debordante di freschissima crema pasticcera fanno il miracolo, riuscendo ad aprire i nostri poveri stomaci e rimettendoci letteralmente al mondo. Il sonno sembra scacciato, e possiamo ripartire piuttosto ricaricati.

Da Cavagnolo proseguiamo finalmente in facile pianura verso nord, in direzione Vercellese. Crescentino, Lamporo, Livorno Ferraris e Cigliano sono piccole realtà di provincia circondate dalle risaie, che in questa stagione cominciano a riempirsi d’acqua e di uccelli acquatici di ogni genere. «Airone a ore dodici!». Il sole purtroppo non c’è: è nascosto dalla solita, antipatica velatura di nubi sottili, però la temperatura si sta scaldando progressivamente. Trovo il coraggio di togliere almeno i gambali felpati, il giacchino in Gore Tex e i guanti lunghi, mentre Walter non ha nessuna voglia di spogliarsi e rimane vestito così com’era partito da casa.

Risaie

Passiamo Mazzè (dove un’ambulanza quasi mi arrota…) e Caluso, dove cerchiamo una fontana che, invece, non troviamo. Dobbiamo però mangiare, quindi ci fermiamo brevemente fuori dal paese e provvediamo in questo senso. Sento che l’appetito sta tornando, questo è davvero un ottimo segnale. Infatti la merenda mi “carbura” al punto giusto, la gamba torna leggera e la pedalata rotonda. Walter invece sta attraversando un momento difficile. La fontana la troviamo a Foglizzo, e quando percorriamo il tratto di strada verso Chivasso abbiamo finalmente qualche raggio di sole a scaldarci. A Chivasso attraversiamo il Po e puntiamo Castiglione Torinese, da dove affronteremo l’ultima salita importante della giornata, quella di Bardassano.

Mazzè e il suo castello intravisti dal ponte sulla Dora Baltea

Questo tratto di strada a quest’ora è veramente trafficato, al punto da farci rimpiangere l’assoluta solitudine della notte appena passata. Eccoci a Castiglione, giriamo a sinistra e attacchiamo la salita, peraltro non troppo dura. Scolliniamo e scendiamo verso Chieri e Castelnuovo Don Bosco. E’ tarda mattinata, sentiamo già profumo di casa, ma di strada ce n’è ancora tanta, e come se non bastasse è parecchio trafficata… C’è di buono che, man mano che ci spostiamo verso sud, il sole splende con sempre maggior convinzione. Ancora una sosta prima di Castelnuovo Don Bosco per indossare abiti leggeri, lavarsi e mangiucchiare qualcosa, mentre Walter ne approfitta per distendersi un attimo. In fondo non è necessario levarsi la pelle: oggi siamo autogestiti, il nostro unico obiettivo è concludere il giro in 20 ore. Non abbiamo i controlli orari intermedi da rispettare, per cui possiamo prendercela comoda con qualche fermata in più. A Buttigliera d’Asti c’è una breve ma arcigna salita (sarà davvero l’ultima?), poi passiamo Villanova d’Asti e Poirino. Qui facciamo un breve briefing per decidere un passaggio alternativo per concludere il nostro giro, e da quel momento il comando delle operazioni passa a Walter, ormai giunto sulle strade dei suoi allenamenti abituali e perciò perfettamente in grado di scegliere il miglior percorso per rientrare a Cinzano senza guardare la cartina.

Un momento di relax prima dello strappo finale

La situazione si inverte: Walter mostra netti segni di ripresa, mentre la mia baldanza svanisce di colpo per lasciare posto ad altre antipaticissime e inaspettate crisi di sonno, durante le quali le gambe girano a mezzo servizio. Serve purtroppo una sosta caffè a Pralormo che in realtà diventa una sosta cappuccino+miele+brioche, idea che si rivelerà azzeccata. Walter pesta deciso sui pedali e io, ricaricata di caffeina e zuccheri semplici, stringo i denti e resisto dietro di lui: Montà, Canale, Vezza d’Alba, Corneliano, Monticello, pur facendo del suo meglio per evitare altre salite qualche rampa supplementare è inevitabile, e non può essere diversamente in un territorio che proprio sulle colline e sui suoi frutti ha costruito la propria fortuna.

Gli ultimi chilometri sono veloci ma dolorosi: la mia spalla destra brucia come l’inferno e non mi dà tregua, e come se non bastasse una vespa entra nella manica sinistra della maglietta e mi punge ripetutamente sotto l’ascella… Insomma, non ne posso più. Ma alla fine arriviamo: ore 15,30, 306 chilometri, può bastare. Nadia ci saluta dalla finestra. Una birra gelata? No, grazie, devo guidare. Mi “accontenterò” del classico beverone proteico post-workout, che stavolta più che mai ha il gusto dolcissimo delle imprese e della soddisfazione.

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