“AD OVEST DI PAPERINO”: I CARTELLI PIU’ PAZZI

FILONE RELIGIOSO

Frazione di Chivasso (TO)

frazione di Chivasso (TO)

Sopra Lanzo (TO)

sopra Lanzo (TO)

FILONE “TUTTO IL MONDO È PAESE”

Canavese (TO)

Canavese (TO)

FILONE SCATOLOGICO

Isolabella (TO)

Isolabella (TO)

FILONE MACABRO

Nuorese

Nuorese

Senza parole...

Senza parole...

idem!

FILONE “ANIMALESCO”

nel Piacentino

nel Piacentino

Liguria

Liguria

Pinerolese (TO)

Pinerolese (TO)

FILONE “V.M. 18!!!”

Monferrato

Monferrato

Liguria (col trucco... whew!)

Liguria (col trucco... whew!)

Langhe (Piemonte)

Langhe (Piemonte)

Provincia di Rovigo

Provincia di Rovigo

FILONE “BOH?????????!”

... da che parte per BARGE????????????

... da che parte per BARGE????????????

Saint Fèlicien (Francia) - Possono i cicloturisti essere così numerosi da costituire un pericolo?...

Saint Fèlicien (Francia) - Possono i cicloturisti essere così numerosi da costituire un pericolo?...

Liguria

Liguria

Monferrato: come mai si chiameranno gli abitanti di questo paese?...

Monferrato: come mai si chiameranno gli abitanti di questo paese?...

per questa ringrazio Gianmarco Vignati ;-)

per questa ringrazio Gianmarco Vignati ;-)

FILONE ANATOMICO

Alessandrino

Alessandrino

Langhe (Piemonte)

Langhe (Piemonte)

Alessandrino

Alessandrino

Albese (questa la mandiamo a "Striscia la notizia"!!!)

Albese (questa la mandiamo a "Striscia la notizia"!!!)

FILONE TRASH

Pinerolese (TO)

Pinerolese (TO)

Val di Viù (TO)

Val di Viù (TO)

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Link amici

http://americancyclo.wordpress.com/ Giancarlo pedala, pedala, e le salite sono la sua droga, mentre il nonno (già ciclista a sua volta) lo incoraggia da lassu…

http://bikerfab.altervista.org/ Un altro viaggiatore D.O.C., con il “pallino” dei grandi laghi e dell’Est Europa

http://www.cicloturista.eu/ Mauro, dal lago di Garda, segnala il suo neonato sito, che visto così promette molto bene… Amanti del cicloturismo e delle salite, tenetelo d’occhio! ;-)

http://jenga.wordpress.com Bici, musica, computer e dintorni!

http://blog.libero.it/desolation/ Il blog di Danilo, viaggiatore da Cuneo all’Estremo Oriente, tra misticismo e impegno sociale, i cui racconti di viaggio vi affascineranno

http://napobike.interfree.it/ Il sito del Napo

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La Look s’è rifatta il trucco

"Forza tranquilla"

Via il “vecchio” gruppo Campagnolo Chorus del 2002 con guarnitura compact, ecco la mia amata Look in versione rinnovata. Per il restyling, che è una “summa” dell’esperienza fatta nelle randonnèe Audax in tutti questi anni, ho scelto il nuovo Ultegra Grey 10V ed una guarnitura compact-tripla della Stronglight, il cui

Guarnitura Stronglight con rapporti squisitamente cicloturistici

Guarnitura Stronglight con rapporti squisitamente cicloturistici

girobulloni 110-74 mi ha permesso di adottare una stravagante (ma assolutamente versatile e cicloturistica) combinazione di corone 46-34-24.

Il nuovo gruppo della Casa nipponica ha un impatto estetico decisamente accattivante. La finitura grigio scuro è elegantemente aggressiva, ed enfatizza ancora di più lo stile sobrio ma sportiveggiante che da sempre caratterizza la mia bicicletta. Non solo il colore dei componenti ma, naturalmente, anche la forma dei comandi e la disposizione dei cavi distinguono questa nuova configurazione dalla precedente di stampo tipicamente Campy.

Altre novità sono:

- il movimento centrale che accompagna la guarnitura, anch’esso Stronglight e munito di perno conico standard JIS (obsoleto fin che si vuole, ma innegabilmente robusto!),

Cambio posteriore Ultegra Grey

Cambio posteriore Ultegra Grey

- le ruote, che sostanzialmente sono delle artigianali uguali alle precedenti (cerchi Ambrosio Excellight e raggi ACI inox), con l’unica differenza dei mozzi Shimano,

- i portaborraccia, due robusti Procraft che spero trattengano meglio dei precedenti Ciussi Inox le pesanti borracce da litro indispensabili nei lunghissimi giri estivi,

- i pedali, in quanto i precedenti VP SPD stradali sono stati sostituiti da veri e propri pedali da mountain bike, gli infaticabili Ritchey V4 Pro con aggancio a doppia faccia.

La nota dolente di questa operazione-restyling è costituita dal peso complessivo della bicicletta, salito di

Dall'alto...

Dall'alto...

oltre mezzo chilo. Se nella precedente configurazione aveva fatto fermare l’ago della bilancia intorno agli 8.250 grammi, ora siamo praticamente a quota 8.800. E’ il prezzo da pagare per avere degli accessori spiccatamente da cicloturismo e, soprattutto, per il gruppo tripla, una soluzione che permette di togliersi d’impiccio su qualsiasi salita e in qualunque condizione fisica e/o ambientale, ma che dall’altra parte (inutile girarci intorno) è pesante. Tuttavia non me ne cruccio eccessivamente: lo stesso kit telaio-forcella, che peraltro in tutti questi anni ha dimostrato ottima qualità di pedalata, resa e comfort nelle lunghe e lunghissime distanze, non è certo una piuma con i suoi 1.850 grammi complessivi di carbonio HR e obsolete giunzioni in alluminio. E’ destinato ad essere sostituito, l’anno prossimo, con qualcosa di più attuale e leggero, e allora non sarà difficile far scendere nuovamente l’ago della bilancia. Ammesso e non concesso che questo sia un requisito così essenziale per la sottoscritta…

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Album fotografico d’estate: il Delta del Po

Lo scorso giugno i copertoncini della bicicletta hanno solcato un territorio per me inedito. Un soggiorno al Lido delle Nazioni è stato l’occasione per brevi ma interessanti escursioni cicloturistiche a cavallo fra le provincie di Ferrara e Rovigo, alla scoperta delle zone delle piane bonificate e del mitico Delta del Po. L’impressione che ne ho ricavata è stata quella di un territorio affascinante, curato e preservato, ricco di storia e cultura del nostro Paese, ma ancora, forse, poco conosciuto a viaggiatori e cicloturisti. Ad uso di chi vorrà avventurarsi (lo consiglio caldamente) pubblico le fotografie dei luoghi visitati. Buona visione!

)

Ponte di chiatte sul Po di Goro (Gorino, FE): accesso consentito solo a pedoni e bici :-)

Sacca degli Scardovari, in piena Riserva Naturale Bocche di Po

Sacca degli Scardovari (RO), in piena Riserva Naturale Bocche di Po

fra uccelli trampolieri e allevamenti di vongole

Sacca degli Scardovari: fra uccelli trampolieri e allevamenti di vongole

Pista ciclabile nei pressi di Porto Tolle

Pista ciclabile nei pressi di Porto Tolle (RO)

i rospi pascolano indisturbati persino nel bungalow...

Fauna locale: i rospi pascolano indisturbati persino nel bungalow...

  • Comacchio by day
  • Comacchio (FE)
  • "Casa Garibaldina" lungo l'argine Agosta
  • “Casa Garibaldina” lungo l’argine Agosta
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    Valli di Comacchio dall'argine Agosta

    Valli di Comacchio dall'argine Agosta

    l'impagabile sensazione di perdersi

    Argine Agosta: l'impagabile sensazione di perdersi

    Comacchio by night (1)

    Comacchio by night (1)

    Comacchio by night (2)

    Comacchio by night (2)

    Installazioni per la pesca a Volano

    Installazioni per la pesca a Volano (FE)

    Abbazia di Pomposa - Campanile

    Abbazia di Pomposa - Campanile

    Abbazia di Pomposa - Bassorilievo sulla facciata

    Abbazia di Pomposa - Bassorilievo sulla facciata

    Canale ricoperto di ninfee nei pressi di Codigoro

    Canale ricoperto di ninfee nei pressi di Codigoro (FE)

    Lido delle Nazioni

    Lido delle Nazioni (FE)

    riconoscibili nel piatto, fra gli altri, l'anguilla fritta e la tradizionale polenta bianca

    Sagra del pesce a Goro (FE): riconoscibili nel piatto, fra gli altri, l'anguilla fritta e la tradizionale polenta bianca; sullo sfondo, il pane biscotto ferrarese

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    Dietro una curva, improvvisamente, il mare

    Si parte (forse!)

    Si parte (forse!)

    «Per cortesia, metti la busta del tabacco nel taschino esterno dello zaino… Uhm, forse sono rimasto senza cartine…». Non è da atleta, ma non faccio obiezioni: due giorni senza fumare possono essere davvero pesanti, e questa sera gli farà senz’altro piacere rollarsi una sigaretta davanti al mare. Sono le dieci di mattina di un torrido trenta luglio, quando portiamo sul marciapiede le nostre biciclette affardellate e chiudiamo dietro di noi il portone della casa di Montegrosso d’Asti. Marco sta partendo senza le borracce: lo avviso, salta di nuovo in casa, le recupera mentre io assicuro ancora una volta al bagaglio i tanto trash quanto affascinanti sandali Birkenstock, possiamo andare (forse).

    Muoviamo i primi colpi di pedale in direzione Nizza Monferrato. La strada è parecchio trafficata, ma fortunatamente il cielo velato ci grazia mitigando in parte la ferocia del solleone. L’obiettivo è raggiungere Celle Ligure, dove avremmo pernottato, per poi intraprendere il viaggio di ritorno l’indomani. Una facile formalità per la sottoscritta, un impegno tutt’altro che scontato per il mio “socio”, che si è comprato la bicicletta giusto a marzo – un usato in acciaio con tripla guarnitura che, vista con attuali occhi foderati di fibra di carbonio, forse fa sorridere, ma per un vero randonneur non può che essere “semplicemente splendida”.

    Così Marco è alla sua prima esperienza di cicloturismo vero e proprio. Sembra galvanizzato dall’idea, l’abbiamo progettato insieme questo viaggio, con largo anticipo. Lui non ha esattamente la corporatura di un ciclista, e lo sa. Stramaledice il suo quasi quintale di stazza ogni volta che la strada sale impietosa. Tuttavia le possenti gambe forgiate in anni di rugby ad alto livello spingono le pedivelle con inaspettata grazia e leggerezza, ed i rapporti agili fanno il resto. E il miracolo si compie, ad ogni uscita. Sì, è vero, il calabrone non potrebbe volare… ma vola lo stesso.

    Da Nizza puntiamo Acqui Terme, imboccando però poco dopo la deviazione per Terzo, un ameno borgo

    Zona Barbera DOC

    Zona Barbera DOC

    abbarbicato in cima ad una rocca. Il paesaggio è immerso fra colline ricoperte da filari di vite a perdita d’occhio: siamo in zona di produzione Barbera DOC, io scatto fotografie mentre pedalo, e intanto la temperatura sempre più elevata ci costringe ad iniziare a bagnarci testa e collo con l’acqua della borraccia.

    Dopo Terzo finiamo sulla Statale 30 del Cadibona, finisce la poesia e cominciamo a fare i conti con il traffico. Ci sorpassano incessantemente decine di camion e mostruosi TIR, al punto da farmi seriamente pentire riguardo le mie scelte sul percorso da seguire per raggiungere il sospirato mare. Ma d’altro canto me l’aspettavo: questa volta la priorità è scollinare dal Piemonte alla Liguria limitando il più possibile chilometraggio e dislivelli, e più che mai nel cicloturismo “facile” non equivale a “bello”. Mentre impreco contro il caldo e i camion, Marco si limita a farmi notare di avere fame. A lui, la “crisi” viene già dopo venti chilometri, l’ho imparato dopo molte pedalate insieme. Vista la scarsa amenità dei luoghi attraversati gli propongo di resistere fino a Spigno Monferrato: lì, prima di tirare fuori i panini, avremmo cercato una sacrosanta fontana ed una comoda panchina all’ombra.

    Spigno Monferrato

    Spigno Monferrato

    E in effetti, dentro il grazioso borgo sperduto in mezzo ai monti troviamo tutto quel che stiamo cercando. L’ora di pranzo, proprio quando abbiamo appena preso posto nel nostro desco ombreggiato, ci viene per così dire “allietata” da quello che potrebbe essere lo scemo del paese, che attacca bottone senza pietà incuriosito dalle nostre biciclette. Lo lasciamo parlare a ruota libera, intanto noi ruminiamo i nostri panini lanciandoci ogni tanto sguardi divertiti.

    Lasciamo Spigno e il suo suggestivo ponte sull’omonimo torrente per ributtarci in quell’inferno di traffico. Rari tratti immersi nel verde e nei boschi mitigano per brevi attimi il caldo soffocante. Le nostre latitudini quest’anno erano state risparmiate dalla canicola, offrendo un’estate con molta pioggia e temperature notturne straordinariamente fresche. Ora invece sembra che il solleone sia venuto a riscuotere anche qui, almeno in parte, quel che gli spetta. La bandana di Marco è inzuppata di sudore che gli gocciola continuamente sugli occhi, tormentandolo. Ogni tanto si entra in galleria – molta paura per via del traffico ma, dall’altra parte, l’occasione per un’oncia di refrigerio. Salite blande ma regolari ci portano a Piana Crixia e a Dego. A Càrcare ormai cominciamo a scalpitare impazienti, sentiamo che il mare è vicino. E ad Altare lasciamo i terrificanti svincoli Statale-autostrada per entrare dentro il paese, dove una provvidenziale fontanella ci salva letteralmente la vita e il morale da tutto quell’asfalto arroventato. Ci facciamo praticamente la doccia, inebriati come siamo dall’acqua deliziosamente fresca. Sono le tre del pomeriggio, ormai ci siamo: ancora un piccolo sforzo, la piccola incognita del Cadibona e avremmo scollinato a Savona. Praticamente tutta discesa fino all’albergo.

    La Bocchetta di Altare (o di Cadibona) si annuncia con la classica casa cantoniera e un semaforo che regola un senso unico alternato. Quando tocca a noi passiamo sotto un’antica costruzione (residuato bellico?), raggiungiamo l’abitato di Cadibona e finalmente iniziamo la discesa, divertente perchè mai troppo ripida, larga e con asfalto in ottime condizioni. Gli alberi circostanti rilasciano una piacevole frescura al nostro passaggio. Il tutto contribuisce a farci ritrovare il sorriso, mentre Marco sfodera le sue doti di buon discesista pennellando le curve a tutta velocità. Manca ancora una cosa: dov’è il mare?

    La periferia di Savona non è affatto attraente: a quell’ora del pomeriggio troviamo un implacabile viavai di

    Savona

    Savona

    ciclomotori ed autobus. Zigzaghiamo fra gli scappamenti e i semafori cercando di guadagnare l’Aurelia, finchè finalmente non ci arriviamo: ed ai nostri occhi si para l’azzurra immensità del Golfo Ligure. Si svolta a sinistra. E poichè non abbiamo nessuna fretta di raggiungere l’albergo, nel breve tragitto lungomare che ci separa da Celle ne approfittiamo per scattare fotografie e mandare simpatici MMS ad effetto agli amici randonneur. Marco appare sorridente e in ottima forma: la prima parte dell’”impresa” è stata portata a termine in buone condizioni. Io sono molto felice per lui, anche se so bene che il vero banco di prova sarà l’indomani: avere la presenza di spirito di alzarsi dal letto e percorrere di nuovo tutti quei chilometri a ritroso, senza cedere alla tentazione di imbarcarsi sul primo treno regionale…

    Sono le 16 quando arriviamo davanti all’ingresso dell’hotel “Gioiello”, e gli strumenti segnano 104 km e una migliaiata di metri di dislivello complessivi. Ci viene assegnata una graziosa “dependance” pochi metri più a monte, mentre per le biciclette il cordiale gestore ci mette a disposizione un garage chiuso a chiave.

    Celle Ligure è vicina!

    Celle Ligure è vicina!

    La cameretta è semplice ma non manca nulla, c’è persino un favoloso ventilatore a soffitto che non esitiamo a mettere in funzione fin da subito. Spalle e braccia bruciano ad entrambi: il sole ha lasciato inevitabilmente il segno fra le maglie da bici smanicate. Comunque il clima tra noi è allegro, siamo chiaramente soddisfatti: laviamo i nostri abiti, ci facciamo la doccia, dopodichè io estraggo dal piccolo bagaglio un provvidenziale campioncino di crema doposole: sarà la mia salvezza. Neppure il tempo di stendersi un momentino sulle lenzuola fresche che Marco già dorme come un sasso. Se lo merita davvero, questo pisolino…

    I morsi della fame, però, iniziano a farsi sentire, e dopo un’oretta di relax siamo già in strada, sandali e bermuda. Il panino al crudo consumato a Spigno è ormai un lontanissimo ricordo, ed un aperitivo si rende ora indispensabile per giungere viva all’ora di cena… Così ci accomodiamo sullo spettacolare dehor vista

    Camera d'albergo

    Camera d'albergo

    mare di uno dei tanti chioschi, consumando birra ghiacciata e granite mentre osserviamo la costa e i bagnanti sulla spiaggia sotto di noi. E’ un attimo di infinito, un quadretto che fisso nella mia memoria quasi a volerne fare il simbolo di questo nostro viaggio. Marco, che normalmente è di poche parole, pronuncia in continuazione: «Chi l’avrebbe mai detto…!». Randonneur in progress.

    Celle Ligure è una bella località di villeggiatura, che tra l’altro si è guadagnata il riconoscimento di “Bandiera Blu” per il 2008. Dall’Aurelia non si scorge quasi nulla, per scoprirla bisogna abbandonare i mezzi motore e scendere là sotto, dove c’è il lungomare e il centro storico. Ci sono molti turisti, ma non tutta quella confusione che il periodo dell’anno lascerebbe presumere: tutto sommato c’è pace e tranquillità. Sono soprattutto pensionati e famiglie con bambini a godere di questa oasi di casette colorate, mare limpido e spiagge di ghiaia nerastra. Cerchiamo un degno ristorante per la nostra meritata cena, lo troviamo e ci concediamo pansotti al pesto, pasta condita con polipo e pinoli, fritto di pesce e la golosissima meringata con il cioccolato, il tutto annaffiato dall’immancabile vinello bianco fresco. Dopo il caffè c’è tutta la calma per osservare il tramonto lungomare, senza dover nemmeno preoccuparsi di puntare la sveglia per il giorno dopo. Il chilometraggio relativamente modesto non abbisogna di levatacce antelucane, stavolta non c’è fretta, niente carte di viaggio da timbrare, niente tempo limite da rispettare. Da quando seguo questo mio specialissimo “allievo” il mio modo di andare in bicicletta si è per forza di cose ridimensionato, ma dall’altra parte scopro nuove dimensioni. E’ bello, una volta tanto, poter abbinare la mia passione per la bicicletta con il gusto di cazzeggiare come un “normale turista”. Ed è bello, soprattutto, condividere tutto questo con qualcun altro. Una volta rientrati in camera ripetiamo il nostro solito rituale di chiacchiere a letto: solo che questa volta crollo quasi subito, lasciando Marco in compagnia delle amichevoli estive di calcio in tv.

    La notte è stata tranquilla e ritemprante, è tempo di ripartire. Decidiamo di non attardarci per sfruttare il fresco del mattino: il programma prevede un tragitto diverso rispetto al viaggio d’andata, più suggestivo, con meno chilometri, ma con da subito la salita al modesto quantunque rispettabile Colle del Giovo. Dunque ci rimettiamo gli abiti lavati il giorno prima e non perfettamente asciutti (una sensazione antipaticissima), e alle otto usciamo. Paghiamo la stanza, recuperiamo le biciclette, riempiamo le borracce alla fontana e cerchiamo un bar per la prima colazione. Dentro l’esercizio si sente la radio locale, che già preannuncia per la giornata temperature terrificanti…

    San Martino

    San Martino

    Lasciamo Celle imboccando la strada per la frazione Sanda, che inizia quasi subito a salire senza tanti convenevoli. Però è piacevole, il traffico è scarsissimo, si ha la sensazione di inoltrarsi in un ambiente montano selvaggio ed ameno, immerso fra fiori di ogni genere, alberi di frutta e boschi. Il prezzo da pagare è l’umidità, che accentua il senso di disagio del caldo estivo. Dopo Sanda, circondata dagli ulivi, raggiungiamo Brazzi e, con un lungo traverso saliscendi a mezzacosta fra montagne bruciate dagli incendi e sovrastate da pale eoliche, San Martino. Senza perdere troppa quota la strada si ricongiunge poco dopo con la ex Statale 334 del Sassello: qualche tornante impegnativo, ed il colle del Giovo è presto conquistato. Il peggio è passato. Ora il pensiero va a Sassello, distante soli sette chilometri, dove ricordo di aver approfittato di una favolosa focacceria durante un brevetto di tanti anni fa…

    Sulla strada incrociamo numerosi ciclisti. A Sassello è giorno di mercato, la piazza è completamente

    Verso il Giovo

    Verso il Giovo

    occupata e non sappiamo bene dove accomodarci per rifocillarci. Comunque, entro nella focacceria e ne esco con abbondante “mangime”, che consumiamo su una panchina seminascosta da un banco di pesce fresco, bevendo l’acqua della fontana. Ripartiamo di buona lena, ed affrontiamo lo spettacolare tratto di strada che porta fino al confine con il Piemonte (e oltre) sovrastando la profonda gola di un torrente. E’ in falsopiano-discesa, quindi tutto facile. Più di una volta ci fermiamo a contemplare lo spettacolo sottostante. Su questa strada il senso di solitudine è notevole, e fa da contraltare al traffico demenziale subito il giorno prima.

    Sul confine tra Liguria e Piemonte

    Sul confine tra Liguria e Piemonte

    Poi, in vista di Terzo, il percorso si ricongiunge con quello dell’andata, e la sgradita sorpresa è che quella stessa strada verso Nizza Monferrato, fatta al contrario e sotto il sole a picco, è tutt’altro che banale. Nessuno parla più, avremmo solo voglia di una granita gigantesca, o di un boccale di birra ghiacciata. Il sole è esattamente dietro di noi, e continua a tormentare le nostre povere spalle indifese. Sono preoccupata, temo di beccarmi una dolorosa ustione, l’unico sollievo consiste nel buttarsi addosso in continuazione l’acqua della borraccia. Già, l’acqua… prima o poi finisce! Ed ecco la salvezza: una decina di chilometri prima di Nizza troviamo lungo la strada un cimitero aperto… e dove c’è un cimitero, c’è sempre la fontanella per i fiori: parola di randonneuse, che ha fatto della sopravvivenza su due ruote quasi uno stile di vita.

    Arrivare a Nizza significa sentirsi già a casa, e in effetti l’idea di riuscire a rientrare per l’ora di pranzo è parecchio confortante: il degno epilogo della nostra avventura. Gli ultimi chilometri sono però un piccolo calvario per Marco, che fino a quel momento aveva tenuto molto bene, ma ora fa i conti con una “cotta” micidiale e quasi non riesce più a far girare le gambe. Poco male, ormai è fatta: sganciamo il pedale a Montegrosso che

    Di nuovo a casa, sullo sfondo Montegrosso d'Asti

    Di nuovo a casa, sullo sfondo Montegrosso d'Asti

    manca un quarto d’ora alle 14, dopo 84 km e altri mille metri di dislivello che vanno ad aggiungersi alle cifre di ieri. «Adesso per un po’ lasciami tranquillo e non dirmi nulla!…», Marco mi chiede una tregua sorridendo per la soddisfazione, ma anche visibilmente provato per la fatica ed il gran caldo. Ma il silenzio dura poco, ed una volta docciati e seduti davanti a generosi piatti di pasta e tanta birra ghiacciata, tornano il buonumore e la voglia di commentare “l’impresa”. Bravo Marco: benvenuto nel club dei cicloviaggiatori!

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    PARIS-BREST-PARIS 2007 (20-24 agosto 2007): l’incredibile viaggio… degli ultimi

    Segnaletica alla PBPGUYANCOURT, LUNEDI’ 20 AGOSTO, ore 21,25. Non ci posso credere, sono riuscita ad infilarmi nel primo scaglione. Tra cinque minuti spareranno il botto e si partirà. C’è una grande elettricità nell’aria. Ogni tanto cade qualche goccia di pioggia. A fianco a me ci sono Ernesto e Walter, continuiamo a chiacchierare in attesa di agganciare il pedale. Gli scongiuri di rito, poi il conto alla rovescia, i ciclisti Davanti al Gymnasefremono, la folla a bordo strada rumoreggia, parte il fuoco d’artificio e la babele Audax si mette in marcia ordinatamente verso ovest, formando una scia infinita di drappi riflettenti e lucine rosse. E’ tutto un riecheggiare di fischi, di «Bon courage!» e «Bonne route!», di facce, di mani e di braccia francesi, come quattro anni fa. Allora non pioveva, c’era molta più gente lungo la strada ad acclamarci. Sembra di rivedere una copia sbiadita di quel film.

    Mi sono imposta di partire piano per far riscaldare gradualmente la gamba, senza farmi prendere dall’adrenalina e dalla foga dei soliti che corrono come ossessi. Sono vicina a Walter, ogni tanto scambiamo una battuta, viviamo la surreale serenità di una normale sgambata domenicale. Usciti definitivamente dall’hinterland parigino l’oscurità della campagna francese ci avvolge completamente, mentre inizia a piovere a scrosci. La “Parigi-Brest-Parigi” – la pazzesca ultramaratona cicloturistica di oltre 1200 chilometri – comincia così, con un tappone iniziale di 140 chilometri che ha per meta il ristoro di Mortagne Au Perche. Non vedo l’ora di raggiungere questo primo, simbolico obiettivo, che psicologicamente equivale a rompere il ghiaccio con la terrificante fatica che ci attende per i prossimi quattro giorni. Walter ha “mezza pedalata” in più rispetto a me, talvolta si porta avanti, poi rallenta per aspettarmi, mettendomi in imbarazzo. Ad un incrocio ci accorgiamo che alcuni dei “veicoli speciali” (tandem, recumbent), partiti mezz’ora prima di noi, avevano sbagliato strada e sono tornati indietro, ricongiungendosi al nostro gruppo.

    Walter al viaAl centesimo chilometro si sente un urlo, i ciclisti si scansano: il barbuto randonneur di Alba, compagno dei brevetti di qualificazione della primavera scorsa, all’improvviso rompe la catena. Ci fermiamo sull’erba a bordo strada: «Fortuna che l’ho ritrovata subito, al buio sull’asfalto!». Intuisco che la riparazione non sarà facile, e richiederà molto tempo. A quel punto debbo prendere la decisione più difficile e più dura per un randonneur: «Walter… io vado…». «Va bene…», risponde lui con un fil di voce. D’altronde i patti tra noi erano chiari da lungo tempo: io volevo affrontare questa PBP da sola, ottimizzando ogni singolo minuto. Scappo senza voltarmi, in preda ai rimorsi, ma consapevole di non avere scelta. Davanti a me, la solitudine e l’oscurità. Inizia la vera avventura.

    Arrivo nella piazza di Mortagne Au Perche che piove grosso come un braccio. Sono le 3,30 circa, il mio piano è di fermarmi il minimo indispensabile per riempire la borraccia e mettere qualcosa sotto i denti. C’e un ristoro all’aperto, è affollatissimo, c’è una coda micidiale e per avere un po’ d’acqua bisogna pagarla. Arrabbiata ma senza possibilità di scelta (non si vedono fontane nei dintorni) mi faccio un quarto d’ora di coda sotto la pioggia, raffreddandomi pericolosamente. D’un tratto uno dei ragazzi che preparano i panini manda via tutti dicendo di aver finito le scorte. La coda sfolla, ma vedo che ci sono ancora delle bottiglie d’acqua al banco. Mi avvicino furtiva, pago il mio Euro, mi impadronisco di una di quelle e scappo sotto un cornicione a riempirmi le borracce, mentre ingurgito in fretta un paio di crostatine. Poi riparto, infreddolita e bagnata come un pulcino. Girato l’angolo, cinquecento metri più in là vedo un edificio illuminato, le biciclette parcheggiate nel cortile. E’ il ristoro ufficiale, quello al coperto, lo stesso del 2003… La memoria mi aveva ingannata, e avevo perso quasi mezz’ora (e un Euro) appresso un ristoro abusivo. Tiro dritto senza fermarmi, furibonda, brontolando ogni sorta di imprecazione.

    Ottantadue chilometri per raggiungere il controllo di Villaines La Juhel, dove ho programmato di gustarmi una principesca prima colazione. Continua a piovere, e la strada si fa ondulata. L’alba, purtroppo, non arriva mai, e questo accentua il senso di solitudine. Per fortuna ogni tanto vengo sorpassata da qualcuno di quelli che si erano fermati al ristoro. Ad un certo punto, un dubbio atroce mi assale: siamo sicuri che a Mortagne Au Perche non bisognasse timbrare la carta di viaggio?…

    MARTEDI’ 21 AGOSTO. L’alba finalmente arriva, e sorprende me e decine di randonneurs insonnoliti e infreddoliti su uno stradone dritto e infinito, ondulato come un toboga. Non piove più, e il cielo lascia intravvedere squarci d’azzurro. Gli orizzonti sono così ampii da mozzare il fiato. Ne approfitto per fare una brevissima sosta preso una cascina, per un “richiamo della natura”, per strizzare i guanti inzuppati di pioggia, ma anche per controllare la carta di viaggio e togliermi quell’atroce dubbio… No, non avevo sbagliato, tiro un sospiro di sollievo e riparto. Sulla strada trovo altri italiani, scambiamo qualche battuta, il morale è buono. Attraversiamo alcuni graziosi villaggi, dove le boulangerie sono già aperte e qualcuno ne approfitta per acquistare “pain au chocolat” ed altre delizie. Io scelgo di tirare dritto verso il controllo, e sui faticosi saliscendi nei pressi di Averton ritrovo Paolo a bordo della sua gialla reclinate con la bandierina dell’Italia. Scambiare quattro chiacchiere è di grande sollievo dopo quella nottataccia umida e solitaria. Giungiamo a Villaines La Juhel sotto un cielo nuovamente carico di pioggia. Sono affamata, timbro la carta di viaggio, incrocio e saluto vari amici, poi mi fiondo nella sala bar alla ricerca di qualcosa da mangiare. Colazione a Villaines La JuhelAl bancone danno dolcini confezionati, zollette di zucchero, baguettes ripiene, e grosse scodelle di caldo caffellatte. Ne prendo una, mi siedo al tavolo, è così gratificante che mi ci tufferei dentro! Le tortine inzuppate vanno giù che è un piacere, ed uno dei due panini burro e prosciutto finisce nelle mie borse come cibo di riserva per la giornata. Ritemprata dall’aver messo nello stomaco qualcosa di caldo, posso ripartire.

    Il mio primo, importantissimo obiettivo-chiave è raggiungere il Controllo di Fougèrescontrollo di Loudeac (posto al 450mo km circa) prima di mezzanotte. Là mi sarei concessa una doccia e una “faraonica dormita di ben due ore” (sic!), indispensabile per poter affrontare in buone condizioni la giornata successiva, dedicata al giro di boa di Brest. In mezzo ci sono il controllo di Fougeres e quello di Tinteniac, e chilometri e chilometri di “côtes”, campagna francese e pioggia. Come nella migliore tradizione il vento NON è a favore, soffia da nord-ovest ed a tratti è molto fastidioso. Purtroppo le schiarite dell’alba erano state un’illusione, ed il maltempo regna sovrano. Rimpiango amaramente i parafanghi che ho dovuto togliere dalla mia bicicletta prima di partire… Per fortuna il freddo non è eccessivo, ed io viaggio senza guanti e con calze e scarpe bagnate senza provare troppo disagio. A tratti gli scrosci di pioggia sono così forti che non si vede nulla. Mi sorpassano molti ciclisti di tutte le nazionalità. Alcuni filano via veloci ignorandomi, altri, cavallerescamente, mi salutano. Raggiungo inaspettatamente Ernesto, che come me procede solitario e tranquillo: «A Tinteniac voglio fare una bella doccia e cambiarmi… Sono stufo di questi vestiti bagnati!»

    Provincia franceseA Tinteniac mangio un panino, un budino e della frutta, e metto in tasca qualche choco-snack per la notte. Proprio mentre sto per ripartire dal controllo incontro Walter, che è appena arrivato. «Vedo che non mi hai tolto il saluto…», gli faccio con un sorriso imbarazzato. «La riparazione della catena mi ha portato via un’ora, per fortuna a Mortagne Au Perche ho trovato i miei amici francesi, mi sono messo dietro di loro ed ho recuperato!». Sono molto contenta per lui, ora però devo scappare. Devono essere le 18 circa. Ho freddo quando riparto, il vento gelido della sera è come una rasoiata fra gli abiti umidicci di pioggia e sudore. Accelero la pedalata, devo fare in fretta: se l’oscurità e il sonno mi avessero colta di sorpresa lungo la strada, raggiungere in tempo utile Loudeac sarebbe potuto diventare un grosso problema. Tengo il ritmo, canto qualcosa per restare sveglia, saluto la gente. Nei paesini cominciano ad intravvedersi piccoli ristori “abusivi” offerti dalla gente del posto, quelli che rendono la “Parigi-Brest-Parigi” così unica e romantica. Una signora mi vede passare e si sbraccia dal garage di casa sua, offre del caffè bollente, così decido di fermarmi brevemente ed approfittarne: mi avrebbe fatto comodo per stare sveglia fino a Loudeac. Lei e la sua famiglia sono così gentili che non smetto più di ringraziarli.

    E’ già buio, arriva il “sonno elefante”: purtroppo il caffè non ha funzionato. Vedo un ristorante illuminato lungo la strada, e decido di fermarmi nel cortile per fare un “microsonno”. Lì ci sono altri italiani fermi in debito di sonno. Uno di loro è un milanese già visto ai brevetti di qualificazione, mi riconosce e mi invita ad entrare nel ristorante con gli altri per scaldarmi e riposare un poco. «Grazie, preferisco rimanere qua fuori… Se mi appisolo là dentro al calduccio non riparto mai più!», gli faccio. «Allora vengo con te, stiamo insieme così parliamo e ci aiutiamo a stare svegli!», mi fa lui. La sua inaspettata collaborazione cade come il cacio sui maccheroni: mandiamo giù uno snack ipercalorico “tanto per farci forza”, e ci ributtiamo subito in strada, giusto in tempo per vedere il gruppo dei primi transitare in senso opposto a tutta velocità, già di ritorno da Brest. Appaiono come degli extraterrestri a noi, comuni mortali che dobbiamo arrabattarci per tenere un’andatura dignitosa e stare nelle novanta ore… Comunque in due tutto è più facile, resistiamo ad altre crisi di sonno e, finalmente, il sospirato controllo di Loudeac è raggiunto. Mancano due minuti a mezzanotte.

    Il cortile del controllo è affollatissimo di biciclette. Al dormitorio Loudeacc’è la coda per riuscire ad avere una branda libera. Io invece vado verso le docce, dove al prezzo di tre Euro mi vengono dati un pezzo di sapone e un po’ di carta (!) per asciugarmi. Per fortuna le docce sono calde. Tuttavia, il solo denudarmi in quelle condizioni di stanchezza e dopo tutta l’umidità patita in viaggio, mi provoca forti brividi di freddo che mi scuotono. Riesco a lavarmi ed a sciacquare il pantaloncino, ed una volta asciugata e indossati dei comodi bermuda di cotone il sollievo è subito percepibile. Adesso c’è un altro problema: ho programmato due ore di sonno, e bisogna trovare un posto adatto per stendere il materassino ultraleggero che mi sono portata dietro. Entro nell’affollatissimo refettorio-mensa, e la scena è raccapricciante: partendo dall’ingresso fino alla sala coi tavoli, ogni centimetro quadrato del lurido pavimento è già occupato da ciclisti che dormono in tutte le posizioni. Il caldo, il Loudeacpuzzo e il rumore sono insopportabili. Miracolosamente riesco a trovare un angolo di pavimento libero fra i piedi di altri che stanno dormendo curvi sui tavoli. Vinco il senso di schifo, srotolo il materassino, calo la mascherina sugli occhi e piombo quasi subito in un sonno profondo.

    MERCOLEDI’ 22 AGOSTO. Purtroppo la dormita dura solo un’ora: mi sono sistemata proprio davanti ad un’uscita d’emergenza, e gli organizzatori vengono ad aprire la porta per far circolare l’aria, svegliandomi. Lo spiffero è freddo, e poi c’è confusione, ho male alle gambe, insomma, è impossibile riaddormentarsi. Piuttosto seccata decido di alzarmi e di prepararmi a ripartire. Neppure il tempo di riarrotolare il materassino che un altro randonneur viene ad occupare il mio posto. Con gli occhi stanchi e poca voglia di uscire di nuovo là fuori al freddo, rumino con metodo il panino che mi ero comprata a Tinteniac, e intanto guardo allibita quei corpi buttati ovunque nel refettorio. Sembra un campo di battaglia.

    Verso le 3 rieccomi sulla strada. I primi colpi di pedale in direzione di Carhaix non sono malvagi, mi sento anche abbastanza riposata. Ma la pacchia dura poco: tempo un’ora, ed ecco che iniziano le devastanti crisi di sonno. Le buie strade di campagna sono micidiali, rischio più di una volta di addormentarmi in bicicletta. Una, due, tre volte sono costretta a fermarmi per appoggiarmi al manubrio, o buttarmi dove posso per fare dei “microsonni”. E’ uno stillicidio, non si va avanti. L’erba è soffice per coricarsi, ma è bagnata di pioggia e infestata di insetti e grossi ragni. Fa freddo. Unica consolazione, non sono sola: ci sono molti altri randonneur lungo la strada, e il sonno adesso è un problema comune. Ogni volta che mi rialzo e riparto, con la luce del casco illumino le bande riflettenti di ciclisti accucciati nei luoghi più improbabili. Sembriamo dei ratti. Corpi rannicchiati in ogni anfratto a cercare riparo dalla pioggia, gli occhi lucidi e sbarrati. Viene da piangere a guardare questo spettacolo.

    Il sollievo, per il randonneur che pedala di notte, arriva quando si raggiunge un paese: le luci artificiali aiutano a scuotersi un poco, ed è più facile trovare ripari adeguati per riposare. A Corlay, inaspettato, ecco il primo controllo segreto. Nel salone riscaldato qualcuno ne approfitta per schiacciare un pisolino sul pavimento. Io ho già perso fin troppo tempo, per cui decido stoicamente di tirare dritto, anche se non sono così sicura che sia una buona idea…

    L’alba anche oggi sembra non arrivare mai. Ormai sono completamente rimbecillita dal sonno, e so che soltanto la vista della luce diurna mi potrà salvare e mi farà ritrovare un’andatura dignitosa. Proprio quando inizia ad albeggiare e mi trovo all’incrocio di un grosso stradone in compagnia di altri ciclisti, sento il cuore decollare improvvisamente in tachicardia. Io non ho mai avuto problemi cardiaci, intuisco che deve essere dovuta alla privazione di sonno. Sono spaventata, tuttavia tento stupidamente di proseguire infischiandomene bellamente, ma è impossibile: il senso di affanno è troppo forte, devo assolutamente sedermi sull’aiuola spartitraffico per consentire al cuore di tornare a ritmi più normali. Perdo altro tempo prezioso, poi finalmente la tachicardia rientra gradualmente e posso ripartire.

    Adesso è giorno, era ora. Neanche il tempo di tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo che riconosco, fra le molte divise, quella di un italiano. La sua chiacchiera inarrestabile è inconfondibile… ma certo, è Roberto di Airasca! «Silvia! Finalmente un’italiana, ne ho le balle piene di parlare in francese, come va?!». Mi racconta di essere stato attardato da problemi gastrointestinali: «A Loudeac devono avermi dato da mangiare qualcosa di guasto, stanotte sono stato malissimo… Chissà se ce la faremo!». Già, chissà. La strada è ancora lunga, ma intanto chiacchierare serve a stare svegli e a farsi coraggio, e le distanze tra un controllo e l’altro diventano più piccine.

    Mi fermo al controllo di Carhaix giusto lo stretto indispensabile. Verso Roc TrevezelSono le 9, siamo al 525mo chilometro, e non vedo l’ora di raggiungere Brest. La buona notizia è che non piove più e, anzi, s’intravvede una sorta di miglioramento nel cielo di Bretagna. Attacco la salita verso Roc Trevezel ed esce un caldo sole: finalmente posso togliere i gambali e cambiare la maglia, mettendo quella a maniche corte. Tuttavia c’è un forte vento contrario, che rende difficile la salita. E le crisi di sonno, purtroppo, non sono finite: devo ancora una volta stendermi sull’erba per un quarto d’ora, ma sarà l’ultima. Un tornante dietro l’altro, poi l’infame rettilineo controvento dove sembra di non andare avanti… Dall’altra parte della strada ci sono ciclisti che ritornano, riconosco Luigi, urlo e lo saluto. Ecco il ripetitore di Roc Trevezel, che s’innalza nel mezzo di un suggestivo altipiano dalle sembianze lunari, perennemente sferzato dai venti e senza vegetazione alta. In cima fa freddo, devo mettere il giacchino prima di tuffarmi negli estenuanti saliscendi verso il grazioso villaggio di Sizun, Brest, e il mare.

    Il ponte di BrestDal ponte di Brest vedo il mare blu solcato da bianche vele. Faccio velocemente un paio di foto ricordo con il telefonino, e devono essere circa le 16 quando arrivo al controllo, posto nel centro della città trafficata le cui strade sono tutte in salita. Decido di non fermarmi più del tempo necessario per lavarmi la faccia e cambiare le batterie delle luci, e di cominciare la via del ritorno a Parigi subito dopo il timbro. Ma prima di lasciare la città imito altri ciclisti prendendo d’assalto una pasticceria, dove acquisto una tortina alla frutta e una favolosa bignola debordante di crema. Si “torna a casa”, e sulla strada le automobili suonano e i bambini ci salutano dai finestrini come fossimo degli eroi. Mentre pedalo scambio qualche veloce battuta in francese e in inglese con i randonneur stranieri, l’atmosfera ora è allegra e rilassata: il sole alto nel cielo e la consapevolezza di aver fatto il giro di boa hanno risollevato lo spirito un po’ a tutti quanti.

    SizunIl piano originale prevedeva di raggiungere nuovamente il controllo di Loudeac per fare un’altra doccia e altre due ore di sonno. Ma la stanchezza accumulata è troppa, realizzo che in quelle condizioni non ce l’avrei mai fatta ad andare così in là, e allora cambio i piani in corsa: avrei dormito a Carhaix, mentre a Loudeac mi sarei limitata a lavarmi. Nei tratti in discesa lascio andare la bici più che posso, per fortuna la concentrazione c’è e raggiungo il controllo in buone condizioni e prima che sia buio, sotto un cielo nuovamente cupo e carico di pioggia.

    A Carhaix mi corico insieme ad altri fra l’ingresso dei cessi e quello della mensa, e anche stavolta il sonno non è tranquillo: purtroppo i randonneur di passaggio non hanno riguardo, parlano ad alta voce, fanno rumore. Nel dormiveglia riconosco voci italiane, sono arrivate delle conoscenze. Mi alzo prima che suoni la sveglia del telefonino, tanto non si riesce a dormire: c’è troppa confusione, ed in aggiunta ho le gambe devastate dai dolori. Tolgo la mascherina dagli occhi e mi sento salutare, fatico a riconoscere il randonneur di Cuneo conosciuto lunedì prima del via: «Come va?». «Mah, per adesso tutto bene…», rispondo io senza troppa convinzione. Ripiego malvolentieri il materassino e vado in mensa a mangiare qualcosa. Qui ritrovo Walter e i suoi amici francesi. Ci sediamo insieme al tavolo dove, consumando una frugale colazione, commentiamo l’andamento della randonnèe. «Vieni con noi… non corriamo troppo, penso tu possa tranquillamente tenere la nostra andatura…». Walter è ottimista, ma io so che non è così: pertanto, il buon senso e la mia coerenza mi obbligano a declinare l’invito. Lascio nel vassoio il fondo della mia baguette smozzicata e grondante di confettura: «Devo andare, per me s’è fatto tardi… Buona fortuna Walter, vedrai che di questo passo arriverai a Parigi prima di me!».

    GIOVEDI’ 23 AGOSTO. Deve essere passata da poco la mezzanotte quando mi rimetto in sella, e là fuori è di nuovo un inferno di buio, pioggia e freddo. Anche stavolta la “dormita” fatta al controllo è servita a poco, ed i 76 chilometri che mi separano da Loudeac sono inframmezzati da alcune piccole soste per rimediare a colossali crisi di sonno che, in più di una occasione, rischiano di mettere a repentaglio la mia vita. La fermata del bus e la panchina del parco rappresentano due fra i giacigli occasionali più gettonati. Mi accuccio, chiudo gli occhi, il silenzio è totale finchè non si sente il frullare di una ruota libera, un ciclista che passa a tutta velocità e, immancabilmente, grida qualcosa in francese. Poi di nuovo silenzio. Pochi minuti e bisogna ripartire.

    Arrivo a Loudeac con una sete incredibile. In mensa c’è troppa coda, nel cortile c’è un baracchino che, a prezzo da usura, mi dà un bicchiere di aranciata. Lo scolo tutto d’un fiato, e l’uomo del bancone, forse impietosito, mi riempie ancora il bicchiere. Gliene sono grata. Sono moltissimi i randonneur presenti, e ritrovo anche alcuni italiani. Da questi sento una notizia inaspettata, e cioè che a causa del maltempo l’organizzazione avrebbe deciso di prorogare di due ore i “cancelli orari” dei controlli. Una “Parigi-Brest-Parigi” a 92 ore? Detta così suona come una bufala colossale. Certe notizie distorte fanno in fretta a fare il giro e a gonfiarsi, specie in una simile babele dove tutti parlano lingue diverse, con gli inevitabili problemi di comprensione. Vado a fare la doccia, e nello spogliatoio trovo una randonneuse romagnola che conosco di vista: «Il mio compagno s’è ritirato, ha avuto problemi alle ginocchia… Io sto proseguendo da sola, ho un bagaglio pesantissimo… No, non fidarti della storia delle due ore in più…». Mentre ci asciughiamo facciamo le rispettive contabilità di pustole e piaghe al soprasella, acciacchi e dolori vari. La “Parigi-Brest-Parigi” sta iniziando a falciare le sue vittime con spietata crudeltà.

    Dopo la doccia ritento l’assalto al catering, dove fortunatamente c’è un po’ meno confusione. Mi faccio dare una bella porzione di purèe di patate spolverata di gruyère grattuggiato, poi mi siedo al tavolo a fianco di un rozzo randonneur probabilmente tedesco, barba e capelli lunghissimi e incolti, che sta divorando la sua scodella di passato di verdura con raccapriccianti risucchi. Finita la minestra, con la bocca tutta impiastrata alza finalmente gli occhi dalla scodella, guarda me alle prese con la mia purèe e mi fa: «You’re hungry… Hm?!» IO ti sembro affamata? E tu? Intanto al tavolo di fronte vedo per la prima volta Giorgio da Alzano Lombardo. Lui era partito con il gruppo delle 84 ore: lo saluto, una battuta veloce, poi via.

    Inizia lentamente ad albeggiare quando riparto da Loudeac insieme ad un numeroso gruppo. Piove, l’atmosfera è cupa e dimessa, nessuno ha voglia di parlare. Sembriamo un esercito in ritirata. Sulla strada le automobili e i TIR sfrecciano vicinissimi a noi a velocità pazzesca senza alcun riguardo, schizzando acqua e sbilanciandomi con lo spostamento d’aria. Me ne sto chiusa in me stessa, ripiegata sui miei pensieri, ho brutte sensazioni. Ad un certo punto nel gruppo noto che un ciclista giapponese, dietro il roadbook plastificato, tiene le foto dei suoi bambini, e mentre pedala le fissa in silenzio per farsi coraggio. Mi sale un groppo in gola. Io sono preoccupata per un mio eventuale insuccesso, ma cosa racconterà lui, ai suoi figli, se dovesse fallire?

    E’ una penosa mattina, il sonno non molla l’assedio e ce n’è per tutti. Vedo gente buttata ovunque, persino nelle cabine del telefono, dove anch’io ad un certo punto sono costretta a ripiegare per ripararmi dalla pioggia durante l’ennesimo microsonno. Poi, in un paesino sperduto c’imbattiamo in un nuovo controllo segreto, all’interno del quale ritrovo Roberto: «Ciao, Silvia! Stai andando bene… mi hai raggiunto!». E’ troppo buono con me: lui è in ritardo perchè continua a stare male, io invece sono in ritardo… e basta. Il controllo segreto è comunque l’occasione per buttare giù una provvidenziale tazza di cioccolata calda e per acquistare qualche snack da consumare più tardi. Riparto ma, poco più avanti, la natura chiama e devo fermarmi dietro un albero per provvedere. Mi accuccio, provo dolore, scopro con orrore che le feci sono inondate di sangue. Dopo un’accurata pulizia cerco di lenire il bruciore con la pomata all’ossido di zinco. Sembra funzionare, ma certamente non riparto tranquilla.

    Giungo a Tinteniac in lieve ritardo rispetto all’orario di chiusura del controllo. Niente di irrecuperabile, non sono certo l’unica, ma la cosa mi innervosisce. La sosta è per forza di cose breve, riparto alla volta di Fougères, dove arrivo nel tardo pomeriggio con in programma un’oretta di sonno ristoratore prima di affrontare il tratto di strada verso il decisivo controllo di Villaines La Juhel. Così faccio, nell’affollata palestra del controllo, cercando di mantenere la calma e di non lasciarmi impensierire troppo da quei minuti di ritardo sulla tabella di marcia.

    Riparto da Fougères poco dopo le 19. Come al solito non sono sola, e lungo la strada vedo con piacere che nei paesi la gente ha lasciato aperte le porte di garage e ricoveri ad uso dei randonneur stanchi. Non mancano i soliti piccoli ristori improvvisati, ed anche chi mette a disposizione gratuitamente per dormire i locali della propria casa. Da qualche parte rimedio qualcosa di dolce da mettere sotto i denti, ma non posso approfittare troppo di tutto quel bendidio: il tempo stringe, sono in ritardo e so bene che devo raggiungere Villaines La Juhel prima che arrivino le temibili crisi di sonno. E’ un’impresa disperata: ormai sono in debito di sonno da troppo tempo, e già so che al calar delle tenebre ricomincerà il solito calvario. Per la prima volta faccio i conti con me stessa e realizzo lucidamente che l’obiettivo di concludere in 90 ore, molto probabilmente, resterà un’utopia anche questa volta. Devo farmene una ragione, ma non per questo rinunciare ad arrivare a Parigi comunque sia.

    Lungo la strada il traffico è fermo, un’ambulanza sta soccorrendo qualcuno investito sull’asfalto, sfilo a fianco, ahimè, sembrerebbe proprio un ciclista… rabbrividisco. Cala l’oscurità, ricomincia a piovere forte. Villaines La Juhel si trova in mezzo alle colline, in un inferno di salite, freddo, nebbia e automobili che schizzano acqua e ti abbagliano con i fari sparati, sorpassando a tutta velocità. Come se non bastasse, nelle discese è impossibile lasciare andare la bici per tentare di recuperare qualcosina: i freni sono totalmente fuori uso, sarebbe da incoscienti prendere troppa velocità in quelle condizioni. La visibilità è difficoltosa, e questo certo non aiuta a mantenere la concentrazione e a stare svegli. Mentre lotto per rimanere lucida faccio la conoscenza di Frank, un giovane randonneur tedesco che, parlando in inglese, mi propone amichevolmente di raggiungere il controllo insieme, allo scopo di spalleggiarci l’un l’altra. Questa è un’ottima idea, penso, e accetto di buon grado la sua compagnia. Ma le brutte sorprese non sono finite. Passiamo un altro ciclista steso sull’asfalto soccorso dall’ambulanza, e subito dopo veniamo sorpassati a tutta velocità dalle sirene spiegate che si fermano poco avanti a noi, dove un altro randonneur è si è letteralmente addormentato in sella e giace svenuto al suolo ancora attaccato alla sua bicicletta. Nel vedere questo spettacolo ho una crisi isterica, mi viene da piangere, ripeto a me stessa: basta, questo è un inferno, VOGLIO TORNARE A CASA, LE RANDONNEE SONO UNA FOLLIA! Ma le lacrime si confondono con la pioggia e riesco a nascondere a Frank le mie emozioni, è un attimo, mi passa, ingoio e tiro dritto…

    La strada sale immersa nella nebbia, non manca molto al controllo, ma è il tratto più difficile. Ho un sonno disperato, ma non voglio cedere, non voglio fermarmi prima di Villaines La Juhel. Frank, a causa della mia andatura lentissima, intuisce che sono in difficoltà e mi invita a fermarmi per un breve sonno. Io declino, lui mi fa capire di essere combattuto tra la necessità di allungare il passo e il desiderio di non lasciarmi sola in quelle condizioni. Comprendo il suo imbarazzo, e provvedo ad affrancarlo invitandolo ad andare. Ci saremmo rivisti al controllo, l’ho rassicurato. Sonno permettendo…

    Quando finalmente arrivo a Villaines La Juhel è già passata la mezzanotte, e un altro ritardo si è accumulato sulla mia carta di viaggio. Ormai la sconfitta è palese: mi basta fare un rapido calcolo per capire che, di quel passo e in quelle condizioni, non ce l’avrei fatta a chiudere la mia prova entro le 90 ore. Mi conforta però vedere che il controllo è parecchio affollato di ciclisti nelle mie stesse condizioni. Il dormitorio è al completo, il catering pieno di gente che mangia. Attardati sì, ma non per questo incavolati o rassegnati. Ma io devo prendere la decisione definitiva: che fare? Farmi un lungo sonno ristoratore e ritirarmi? In quel momento – mi basta una frazione di secondo – rivedo con raccapriccio il film di quattro anni prima: stessa ora, stesso controllo, stessa situazione. Quel ritiro aveva pesato così tanto sul mio orgoglio che avevo promesso a me stessa che mai più avrei gettato la spugna in vita mia, anche a costo di arrivare sui gomiti. E allora, ecco la svolta: mi scuoto, reagisco e organizzo la mia riscossa.

    Prima cosa, un salto in infermeria, dove consulto il simpatico medico del controllo. Farmi capire col mio francese maccheronico è un’impresa, ma in qualche modo ci riesco: «Aujourd’hui… j’ai trouvè du sangle dans la defecation… ». «Rouge vif? N’est pas grave, demain vous serez à Paris avec les autres!». Il sorriso del medico vale più di mille parole: sorrido anch’io, questa rassicurazione è la spinta decisiva per andare avanti. Seconda cosa, una bella doccia. Devo lavare il pantaloncino sul momento, sapendo che poco dopo avrei dovuto indossarlo bagnato, ma poco male. Terza cosa, poichè lo spogliatoio delle docce è riscaldato e pulito chiedo il permesso di dormire lì, mi lasciano fare. Riesco a chiudere gli occhi un’oretta sul mio materassino, poi la voglia di continuare è più forte, così decido di raccogliere le mie cose e ripartire.

    VENERDI’ 24 AGOSTO. Le tre del mattino, ci sono ancora molte biciclette appoggiate alle transenne. Fa freddo, piove a tratti, il pantaloncino col fondello bagnato “pizzica” in modo fastidioso la pelle ormai gravemente irritata del soprassella. Insieme a me partono altri ciclisti. Piccole, tremolanti luci bianche e rosse punteggiano il tratto di strada verso il controllo di Mortagne Au Perche, che ad un certo punto si materializza come un desolante stradone dritto a quattro corsie. L’oscurità è totale, percorro molti chilometri nel silenzio e nella solitudine. Mi chiedo come diavolo stia facendo a non impazzire… Ogni tanto mi volto a guardare se arriva qualcuno, vedo un faro bianco in lontananza, mi rincuoro un poco finchè non realizzo che si tratta invece dell’ennesimo TIR che sorpassa a tutta velocità senza alcun riguardo, rischiando anche di farmi perdere l’equilibrio. Il sonno, naturalmente, non molla l’assedio: più di una volta devo buttarmi sul prato, perdo conoscenza qualche minuto, poi un frullar di ruota libera, qualcuno sorpassa e grida qualcosa, mi scuoto, riparto. Lungo la strada c’è gente addormentata ovunque. Poi, finalmente, arriva l’alba e tiro un sospiro di sollievo. E’ l’ultima alba di questa incredibile avventura.

    Il cielo pare rasserenarsi, ci si può levare il giacchino La mattina dell'ultimo giorno...impermeabile. A Mamers, un grosso borgo, c’è una pasticceria aperta dove alcuni ciclisti hanno già provveduto a procurarsi una congrua ricarica di zuccheri e di buonumore. Li imito, entro e ne esco con un’invitante bignola denominata “Paris-Brest”, ripiena di panna al caffè con scaglie di mandorle, che finisce immediatamente nel mio stomaco, e un “pain au raisins” che metto nelle sacche per dopo. Poi affronto l’ultimo pezzo di strada verso Mortagne, caratterizzato da insidiosi saliscendi immersi nei boschi. Noto con tristezza che, a bordo strada, quelli che sono passati prima di noi hanno abbandonato qualsiasi tipo di rifiuto per alleggerirsi: batterie usate, teli di sopravvivenza, addirittura i parafanghi della bicicletta. Qualcuno dorme sui prati, altri ciclisti sono sulla strada con me, sorridenti e per nulla preoccupati di finire la prova fuori tempo massimo. Ci si saluta e ci si incoraggia a vicenda: la loro tenacia e la loro serenità sono per me un potente sprone a non mollare il colpo.

    A metà mattinata sono a Mortagne-Au-Perche. L’addetto ai timbri non ci chiede più il badge per la tracciatura elettronica. Un ciclista francese chiede preoccupato: siamo squalificati? Il controller ci rassicura e ci invita a proseguire senza indugio il nostro viaggio verso Parigi, informandoci che l’Audax avrebbe comunque riconosciuto gli “hors delai” tra i finishers. Il rilievo manuale dei passaggi ai controlli sulle nostre carte di viaggio, infatti, sta continuando. Mangio qualcosa alla veloce, poi riparto verso l’ultimo controllo prima di Parigi, quello di Dreux. Riparte con me un piccola ma variopinta carovana: ci sono due greci, due brasiliani, un venezuelano, due amiche francesi o forse inglesi, un tedesco, svariati spagnoli… Cullo il sogno di percorrere gli ultimi centoquaranta chilometri del mio viaggio in compagnia, ma il gruppo si sfilaccia quasi subito: qualcuno si perde alle mie spalle (ritirati?), altri crollano addormentati sui prati, altri ancora hanno un passo troppo spedito per me, e dopo aver scambiato qualche battuta in inglese mi lasciano lì. Le strade verso Dreux sono quasi tutte immerse nei boschi, sono suggestive, ma il senso di solitudine è molto forte. Per molti chilometri non incrocio più anima viva, finchè ad un certo punto, inaspettato, mi sorpassa un veicolo speciale, un giallo velocipede carenato simile ad un siluro già incrociato varie volte.

    Cerco di tenere un’andatura regolare e dignitosa, ma le mie energie psicofisiche ora stanno esaurendosi in maniera drammatica. Il dolore al fondoschiena è ormai diventato insopportabile, i piedi – compressi per giorni negli scarpini e nei calzini perennemente bagnati di pioggia, sono letteralmente addormentati. Cominciano assurdi ruminamenti mentali, inclusa la voglia di ritirarmi. E’ come un diavolo tentatore che continua a sussurrarmi: chi te lo fa fare? Tanto non vinci niente, perchè continuare questa atroce sofferenza? Prendi la cartina dalle sacche, guarda dove puoi acchiappare il primo treno per Parigi e interrompi questa assurda tortura! Ma questa volta le tentazioni non vincono. Ho comprato la maglia ricordo, e sono assolutamente determinata ad esibirla con orgoglio, una volta rientrata in Italia…

    Quando siamo quasi in vista di Dreux vengo raggiunta da un bizzarro personaggio, una randonneuse tedesca già vista quattro anni prima, inconfondibile per via del cane di pelouche legato al bagaglio. Ha voglia di chiacchierare – io un po’ meno, si esprime in un bislacco inglese, tuttavia si fa capire. E’ una specie di “clochard del pedale”, una di quelle che viaggia da sola ma ha amici in tutta Europa, ha già partecipato ad innumerevoli edizioni della “Paris-Brest-Paris”. Un’affezionata della Grande Festa, insomma, che torna puntuale ogni quattro anni con la sua sgangherata Bianchi in acciaio, e poco importa se arriva nelle 90 ore o meno. L’importante è esserci. Personaggi così mi fanno riflettere una volta di più sul vero spirito delle randonnèe internazionali…

    Arrivo a Dreux dopo le 14, e siamo ormai uno sparuto gruppo di irriducibili. Al controllo c’è aria di sfollamento, tuttavia i volontari ci indicano amorevolmente ciò che è rimasto da mangiare. Me la cavo con latte e croissant, più alcune deliziose bignole. Quando è ora di ripartire un volontario dell’AUK ci dice in inglese di non preoccuparci più di nulla, e di pensare solo a tagliare lo striscione di Parigi. Uscendo dal paese trovo con grande sorpresa Claudio da Avenza: «Ciao, Silvia! Scusa se non mi volto a salutarti… ho il collo completamente bloccato!». E’ vero, viaggia duro come un baccalà.

    Gli ultimi 74 chilometri sono puro stillicidio, solitudine, dolore, gamba che non gira. Il percorso passa nel bosco di Rambouillet, un parco regionale sicuramente suggestivo in condizioni normali, ma che in quel momento, con le sue rampe improvvise, rappresenta un’autentica tortura. Quando sono ormai alle porte di Parigi noto che la gente per strada ricomincia a salutare e ad incoraggiare. Io non ho più nemmeno la forza per sorridere e ricambiare i saluti, ma una cosa è certa: sono orgogliosa e contenta di non aver mollato il colpo nel momento peggiore. A Trappes mi ricongiungo a sorpresa con un italiano: è di Milano, ci siamo già visti da qualche parte, ma la mente è in stato confusionale e non sono in grado di rammentare con precisione chi sia. Chiacchieriamo, commentiamo l’andamento della randonnèè, insomma, ci districhiamo insieme nel traffico della periferia parigina e insieme arriviamo (non senza un po’ di disorientamento e qualche passante fermato per chiedere indicazioni) alla fatidica rotonda davanti al Gymnase Droits de l’Homme di Guyancourt. Poche persone sono rimaste ad applaudire il nostro arrivo dalle aiuole circostanti, ma non fa nulla: finalmente posso sfoderare un sorriso a trentadue denti. Sono già passate le 20, e il cielo – divenuto beffardamente sereno dopo quattro giorni di pioggia, si colora di un bellissimo tramonto.

    Entro nel Gymnase claudicante e visibilmente esausta, vedo subito Nadia e Walter, mi salutano, sono felice, ma non trovo il banchetto dell’ultimo timbro. Devo andare fino in fondo alla sala, intorno a me intanto c’è gente che mi saluta, mi fa le feste, mi parla in tutte le lingue, io non capisco più niente, sono comprensibilmente disorientata. C’è Ivo, il randonneur olandese conosciuto due anni prima alla “Londra-Edinburgo-Londra”, che mi abbraccia con calore e mi confessa senza vergogna di essersi ritirato perchè si è addormentato come un sasso nel dormitorio di Villaines La Juhel… Poi mi presenta a dei suoi amici russi completamente ubriachi, questi mi vogliono assolutamente coinvolgere nella loro bisboccia: «ITALIANA?! Bella Italia, vieni fare fuoto con nuoi!!». Mi abbracciano festanti, puzzano d’alcol, non riesco a mollarli, una delle loro donne si avvicina con un apparecchio fotografico ma è ubriaca persa pure lei. Finisce che facciamo un coretto improvvisato e cantiamo insieme, tra l’ilarità generale, “L’Italiano” di Toto Cutugno, classico esempio di italica hit-trash ben nota nei Paesi dell’ex blocco comunista. Poi per fortuna mi smarco, acchiappo a mia volta un bicchiere di vino (peraltro graditissimo) e qualcosa dal ricco buffet del pasta-party, e mi siedo al tavolo con Nadia e Walter, quest’ultimo giunto al traguardo, come da pronostico, molto prima di me.

    Sarebbe bello fermarsi e fare festa a lungo, ma sono troppo stanca. Saluto tutti e a piedi, portando la bici a capezza e zoppicando vistosamente, raggiungo lentamente il campeggio di Montigny-le-Bretonneux, dove ad attendermi ci saranno la doccia fredda, la tenda infestata di insetti e il sacco a pelo zuppo di umidità. Ma nulla può più spaventarmi, dopo quello che ho passato. Guardo la luna alta in cielo, quella stessa beffarda luna che per tutta la randonnèe era rimasta ben nascosta dietro le nuvole. E mentre rassicuro con gli sms gli amici preoccupati per la mia sorte, uno strano senso di pace cala sul mio spirito. La “Parigi-Brest-Parigi” è bellissima, e così anche la vita.

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    FAUNIERA: il colle delle donne

    Il monumento dedicato a Marco Pantanidscf1254.jpgOrmai è quasi estate, il calendario nazionale dei brevetti Audax si è esaurito, e il problema principale di coloro i quali si sono qualificati alla “Parigi-Brest-Parigi” è di mantenere la forma da qui fino a fine agosto, al grande giorno della maximaratona francese. “Problema” per certi versi relativo, in quanto ogni buon viaggiatore sa bene che aprendo uno stradario si parano davanti ai suoi occhi infinite possibilità di fare lunghe uscite. Basta avere voglia, trovare un obiettivo, un punto da raggiungere, tracciare l’itinerario, ed ecco che l’allenamento è servito. E l’avventura, pure.

    Il Colle dei Morti – universalmente conosciuto come “Fauniera”, dal nome della cima che lo sovrasta – curiosamente ancora mancava al mio palmarès di cicloscalatrice, per cui ho deciso che era giunto il momento di colmare questa lacuna. Il colle, come noto, si trova in provincia di Cuneo, nel punto in cui si incontrano il Vallone dell’Arma e la Val Grana, ed è stato reso celebre dalle imprese al Giro d’Italia di Marco Pantani alla fine degli anni Novanta: infatti, le strade che lo raggiungono sono state bitumate non molti anni fa. Da qualunque lato s’intraprenda l’ascesa (esiste una terza possibilità salendo dal Vallone di Marmora, che parte dalla Val Maira) si tratta di un autentico “gigante”: dislivello considerevole; salite lunghe e sfiancanti con tratti impegnativi, che mettono a dura prova la saldezza psicologica di qualsiasi ciclista; ambiente alpino severo e selvaggio, dove il meteo può cambiare all’improvviso e potrebbe non bastare la sola classica mantellina per coprirsi, neppure in piena estate. Insomma, un obiettivo “Hors Categorie”.

    Abbazia di Staffarda (sulla strada per Saluzzo)Sono partita alle 5,30 di sabato 16 giugno con l’idea, naturalmente, di raggiungere il colle direttamente in bicicletta, ben consapevole che sarebbe stata una gita lunga e impegnativa, vicina ai 300 chilometri. Per arrivare da Torino a Caraglio (località “centro” del classico percorso ad anello per il Colle) ho tracciato sulle mappe una linea il più possibile dritta, passando da Villafranca Piemonte e Saluzzo, non disdegnando amene stradine di campagna. Ho scelto di salire dal versante di Demonte e del Vallone dell’Arma perchè avevo già effettuato l’ascensione della Val Grana nel 2003 quando, in occasione della Granfondo “La Fausto Coppi”, si scollinò sul vicino Colle d’Esischie.

    La salita da questo versante, calcolata da Demonte (790 m slm), dscf1254.jpgdscf1254.jpgè lunga quasi 25 chilometri con circa 1.700 metri di dislivello, ma il dislivello realmente affrontato dal ciclista è superiore poichè nella prima parte della salita, quella che precede San Giacomo, si attraversano numerose borgate inframmezzate da improvvise rampe assassine e da (ahimè) tratti in discesa, che fanno perdere quota. Dopo il Il paesaggio diventa sempre più selvaggio...paese di San Giacomo, a poco più di 9 km da Demonte, si affrontano gli ultimi 15 chilometri: il paesaggio si apre e mostra tutta la sua alpina imponenza, quella dove ogni ciclista sogna di trovarsi almeno una volta nella vita. La strada, tracciata nel 1700 a scopo militare, si restringe e, come tutte le strade militari, segue con estrema regolarità la pendenza, che però, per forza di cose, rimane per un lungo tratto costantemente su valori prossimi al 10%, senza possibilità di scampo.

    La strada gira e cambia versante: siamo sull’intermedio Colle Come si vede che si avvicina a Dio...Valcavera, e a sinistra si stacca la strada sterrata per il Colle del Mulo e altri colli. Procedendo a destra, dopo un breve tratto pressochè pianeggiante ci s’inerpica per l’ultimo, suggestivo chilometro fra le rocce a strapiombo, preludio allo scollinamento nella Val Grana, che conduce nella stretta gola Finalmente il colle!rocciosa che fa da “porta” al tanto sospirato obiettivo. Il Colle dei Morti (m 2481) è sempre affollato di cicloturisti, è d’obbligo la foto di rito davanti alla palina segnaletica e, anche, davanti alla recentissima e imponente statua di pietra grigia dedicata a Pantani.

    dscf1264-croppata.jpg

    La discesa in Val Grana presenta qualche difficoltà fino al santuario di Castelmagno a causa del fondo dissestato e della Santuario di Castelmagnocarreggiata stretta, ma la spettacolare bellezza del posto val bene una velocità inferiore e, magari, qualche sosta di meditazione. Dopo il santuario la strada migliora, e si possono toccare velocità superiori con maggior sicurezza.

    Sono rincasata alle 21,30, dopo 270 km complessivi. Tracciando un bilancio è stata una gita sicuramente “azzardata” poichè la salita al colle mi ha impegnata a lungo (ho scollinato dopo le 15) e, visti i nuvoloni incombenti a valle, la paura di incappare in qualche nubifragio, e nel timore di non riuscire a rientrare a Torino con la luce naturale, ho fatto tutto in fretta e non ho avuto il tempo per dedicare all’incredibile bellezza di quei posti uno sguardo e qualche foto in più. A parte le soste tecniche strettamente necessarie (riempire le borracce alle fontane, “richiami della natura” vari, vestizione e svestizione…), mi sono alimentata quasi sempre “in corsa”, e non ho avuto neppure la possibilità di “recuperare” almeno per una mezzoretta su un prato o su una panchina. A causa di ciò, il rientro finale a casa è stato un mezzo calvario. L’ideale turistico/culturale sarebbe distribuire il viaggio in tutta tranquillità su un intero weekend, dormendo in Val Grana o a Marmora, dedicandosi a visite più approfondite alle bellezze locali (innumerevoli in zona i santuari e le testimonianze storico/religiose del passato), o alla conquista di qualche altro colle vicino. Tuttavia, se visto in ottica-PBP, è stato un duro ed utile allenamento.

    Un’ultima annotazione. Sono rimasta colpita dalla numerosa Sul Colle dei Mortipresenza di  cicloturiste, anche loro spesso singole, o a coppie di amiche. La Provincia Granda è da sempre culla di appassionati delle due ruote: le donne non fanno certo eccezione e, alla moda delle “colleghe” della vicina Francia, non hanno paura di affrontare la strada da sole e di avventurarsi lungo salite durissime e severe come questa, preparate e ben equipaggiate, con la “tigna” e la caparbietà che sempre ci contraddistinguono quando ci mettiamo in testa qualcosa.

    I ciclisti uomini, molto prosaicamente, potranno commentare con il classico, greve e poco oxfordiano incoraggiamento: «Dài, che in cima è pieno di f…! », ma in questo caso come dar loro torto? Qui è stato veramente così!

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    CASTANO PRIMO 600 (MI) – 26-27 maggio 2007: La mia maglia non porta scritte

    «Tèla chi la Silvia!», e sono due. Il cortile del Centro Giovanile “Paolo VI” di Castano Primo é un fermento di divise variopinte, biciclette, fanali, borsine e borsette, e intanto tutti scrutiamo il cielo (che stamani non promette niente di buono, così come le previsioni per l’intero weekend), cercando di indovinare come vestirci, almeno per partire. Non fa freddo, però piove a sprazzi, e l’ingegno del cicloturista che non vuole bagnarsi troppo spazia dai capi supertecnologici in Gore-Tex alla cuffia da doccia sul casco, passando per gli scarpini incellofanati nel Domopak, i guanti di gomma per lavare i piatti e il sacchetto della spesa sul bagaglio.

    Seicento chilometri sono sempre una distanza di tutto rispetto, anche per una randonneuse relativamente “navigata” come me. Ma oggi mi sento abbastanza bene, la mente è leggera e la voglia di pedalare non manca. Come al solito non posso muovermi di un passo che c’è qualcuno da salutare o che vuole dirmi qualcosa. Oltre ai convenevoli di rito, oggi le frasi più gettonate sono: «Tu ci vai a Parigi?», e: «A che ora parti?». Siamo ormai giunti al gran finale delle prove omologate ACP per la qualificazione alla “Parigi-Brest-Parigi”, e questo brevetto da 600 km ha un numero di iscritti tale da aver indotto gli organizzatori a coordinare la partenza per scaglioni e fasce orarie. Fortunata combinazione o scelta ragionata di chi ha deciso tutto quanto, fatto sta che io, Walter e Giorgio partiamo nello stesso gruppo. Indosso il giacchino antipioggia sopra la maglietta gialla – una maglia volutamente anonima e senza sponsor, con cuciti sul petto gli stemmi dell’Italia e di Torino, una concessione al campanilismo – e, una volta sentito l’annuncio al megafono del nostro scaglione, mi avvio verso l’uscita con il barbuto randonneur di Alba e il bergamasco compagno di tante avventure. La moglie di Walter, come sempre, ci saluta sbracciandosi con un sorriso.

    Castano Primo è un minuscolo borgo in provincia di Milano, e il giro prevede che da qui si vada fino alle spiagge di Varazze passando dal mitico passo del Turchino, poi una capatina in Piemonte scavalcando gli insidiosi saliscendi delle Langhe, spettacolare salita alla basilica di Superga, e ritorno in Lombardia via colline del Vercellese e risaie. Sulla carta il percorso sembra, a prima vista, non eccessivamente ostico, ma si sa, a volte le linee tracciate sullo stradario ingannano. La strada scorre veloce verso sud e il Monferrato, dove ci aspetta il primo controllo e le prime – per ora modeste – asperità altimetriche. Com’era prevedibile, in questi primi 88 km gli scaglioni si sono ricompattati in grossi gruppi di ciclisti, e il bar del tranquillo borgo di San Salvatore Monferrato diventa d’improvviso un’allegra bolgia: biciclette appoggiate ovunque, smazzo di borracce, caffè, cartoncini gialli e panini. E’ ora di pranzo, ciascuno si rifocilla come meglio crede, poi si riparte alla spicciolata verso la provincia di Alessandria e il mare, sotto un cielo sempre più cupo.

    Trascinati dal “gruppo” abbiamo fatto quasi 30 kmh di media fino al primo controllo, e ora che siamo rimasti soli decidiamo di regolarci su un’andatura decisamente più consona a quello che stiamo facendo. Due giorni in sella non sono uno scherzo, e ogni oncia di energia risparmiata può rivelarsi determinante nei momenti di difficoltà che – ogni buon randonneur lo sa – prima o poi arriveranno. Io e Walter troviamo spesso lo spunto per conversare amabilmente quando la strada e le condizioni lo consentono. Ora però stiamo entrando dritti dritti dentro un temporale: «Mannooo… Vedrai che non prendiamo pioggia!», cerca di confortarmi col suo solito, incrollabile ottimismo. Nemmeno il tempo di finire la frase che sulla linea d’orizzonte in fondo alla campagna si scarica un fulmine terrificante, e a Felizzano ci becchiamo una bella lavata. Breve, per fortuna, ma solo la prima di una lunga serie…

    Per il momento il sole torna a farci gradita visita con i suoi caldi raggi. Ci fermiamo a Ovada a riempire le borracce preso una fresca fontana, dove ci raggiungono altri partecipanti al brevetto. Due parole con gli anziani del posto, seduti sulle vicine panchine e incuriositi dalle nostre biciclette affardellate, e inizia la lunga salita al Passo del Turchino. Le pendenze non sono certo proibitive, e la strada Statale n. 35 di per se è suggestiva, incastrata fra gli inaccessibili monti dell’Appennino Ligure, continuamente “intrecciata” con i viadotti dell’autostrada per Genova e la vecchia ferrovia come in un ossessivo ingarbuglio di asfalto, acciaio, piloni in cemento e gallerie, che stride con la selvaggia natura circostante e l’amena bellezza di “borgate-presepe” come Masone. Facciamo i saliscendi iniziali con il sole, ma man mano che ci si avvicina al passo il cielo si copre di nuovo. Allo scollinamento siamo praticamente dentro una nuvola, c’è nebbia, piove e fa freddo. Troviamo Maurizio, uno degli organizzatori, che ci raccomanda prudenza nella discesa fino a Varazze: «Piove fino al mare, troverete l’asfalto bagnato…». Peccato: una discesa così, fatta in condizioni ottimali, sarebbe stata un’autentica goduria, e invece ci ritroviamo a farla tutti tesi e infreddoliti, a leve tirate e freni che… non frenano.

    Ecco il mare, lo vedo per la prima volta quest’anno. Sulla Riviera non piove più e il cielo si sta rasserenando. L’”Aurelia” è parecchio trafficata a quest’ora, ci tocca fare quasi venti chilometri di slalom tra le auto fra Voltri e il controllo di Varazze. L’odore degli scappamenti, purtroppo, copre quello di iodio. Ci sono alcune salitelle davvero antipatiche e, come se non bastasse, mi viene pure una crisi di fame micidiale, tanto che non posso aspettare di giungere al controllo e devo divorare un paio di barrette al volo. Fortunatamente la gelateria fronte-mare di Varazze incaricata di metterci il timbro sulle carte di viaggio fa anche delle robuste piadine. Adesso è fondamentale “ricaricare i serbatoi”: abbiamo percorso duecento chilometri, e una volta ripartiti, appena girato l’angolo, sarebbe iniziata la frazione più dura di tutto il brevetto. Walter, conoscitore delle strade langarole, ci illustra le difficoltà mentre ruminiamo panini e piadine e sta calando la sera sul dehor della gelateria. Poi indossiamo le bretelle rifrangenti, accendiamo le luci delle biciclette e ripartiamo.

    L’”antipasto” della sequenza notturna di salite è la strada che sfiorerà il colle del Giovo scavalcando gli Appennini e, passando da Dego e Piana Crixia, ci riporterà in Piemonte scendendo verso il controllo successivo, previsto a Bistagno. Dobbiamo tutti evidentemente finire di digerire quello che abbiamo mangiato, per cui arranchiamo prudenti e con rapporti agili. E’ una serata suggestiva: respiro la quiete e l’aria pulita di quelle montagne di Liguria che mi sembrano sempre così belle, selvagge e inaccessibili, e intanto in cielo cominciano ad intravvedersi le stelle e uno spicchio di luna. Giorgio scatta e va avanti a raggiungere due ragazze che si stanno qualificando insieme per la PBP. Io e Walter non ci offendiamo di certo per questo, e proseguiamo il nostro solito chiacchiericcio per far passare i chilometri e non pensare alla fatica della salita. Ed è ormai buio pesto quando raggiungiamo il punto più alto e svoltiamo a sinistra per tuffarci in picchiata verso Dego, rallegrati dalla presenza delle lucciole.

    A Dego c’è una fontana dove riempiamo le borracce, ma non manchiamo di approfittare della locale pizzeria per un caffè. Lì, troviamo seduti a tavola altri randonneur che stanno consumando una veloce cena. Ci si saluta e ci si complimenta a vicenda. C’è ancora così tanta strada da fare, e la notte è appena cominciata…

    Il cielo riserva sempre delle sorprese. Di fronte a noi abbiamo lo spettacolo delle stelle e della luna, ma dietro, come se ci inseguissero, ci sono minacciosi nuvoloni che generano incessantemente fulmini “di caldo”. Il risultato è un inquietante, ma anche suggestivo, spettacolo notturno di flash che, a tratti, illuminano a giorno la strada e i monti circostanti. Il timore, ovviamente, è di finire dentro qualche nubifragio, eventualità fortunatamente scongiurata. Però c’è la nebbia, c’è un’umidità pazzesca nell’aria. Al bar del controllo di Bistagno ritroviamo un buon caffè e, alla spicciolata, altri ciclisti. C’è poca voglia di parlare, è già passata la mezzanotte e da qui in poi tutti dovremo fare i conti col “sonno elefante”, oltre che con il rischio di pioggia e le insidiose salite delle Langhe: Castino e Benevello.

    Mi bastano pochi chilometri dopo il controllo per realizzare che non sarei riuscita a rimanere sveglia tutta la notte. Ed è un problema nel problema scegliere il posto e il momento giusto per avvolgersi nel telo di sopravvivenza e schiacciare un breve pisolino ristoratore. Ai piedi della salita per Castino decido di proseguire ancora. Mentre saliamo avvolti nella nebbia Walter e Giorgio si prodigano per parlarmi e tenermi sveglia, ma è dura. In cima, nel paese, qualcuno sta già cercando di dormire appoggiato alla fontana della piazza. Troviamo un cortile riparato con alcune panchine: è troppo pericoloso buttarmi in discesa in quelle condizioni, per cui chiedo ai ragazzi di sostare lì. Mi vesto con tutto quello che ho e, nello spettrale silenzio di quel minuscolo e apparentemente disabitato borgo in mezzo ai monti, mi avvolgo nel foglio dorato e cerco di rilassarmi sdraiata sulla panca, mentre Walter e Giorgio riposano seduti contro il muro.

    Fa troppo freddo, e il campanile della chiesa mi disturba con i suoi rintocchi (anche nel cuore della notte? Ma come faranno gli abitanti di Castino a dormire? Ma allora è vero che non c’è anima viva!…?). Sono scossa dai brividi, realizzo che è inutile insistere, conviene muoversi e ripartire. Mi sembra di non aver dormito, in realtà è passata un’ora, e mi sento un poco più lucida quando rimonto in sella. Affrontare subito la discesa è decisamente un’esperienza… agghiacciante, ma lo spettacolo del cielo stellato più bello del mondo contribuisce a tirarmi un po’ su di morale. La suggestiva salita di Benevello ci separa ancora da Alba, e mentre arranchiamo sui tornanti e cerchiamo di scacciare il sonno, il cielo finalmente annuncia che il nuovo giorno non è lontano. Infatti, scendiamo in picchiata su Alba proprio… all’alba. E’ ancora presto per trovare un bar aperto in città, ma a salvarci ci pensa il rumoroso chiosco dei panini, dove una prosperosa e allegra signora intrattiene i reduci delle discoteche con hot dog fumanti e musica latinoamericana a tutta manetta. I ragazzi sono giovani, sbruffoni e un po’ indiscreti, evidentemente non siamo i primi ciclisti capitati lì quella notte. Sanno già tutto a memoria: «Ma allora è vero che venite da Milano, e che state facendo un giro da… seicento chilometri?? Naa…! Signora, si faccia un bel panino con noi!», e mi sventola sotto il naso qualcosa tipo crauti e salsiccia. Quasi vomito: ho una nausea micidiale, non mangio nulla da molte ore e non mi va giù altro che un succo d’ananas, e spero, ovviamente, che lo stomaco si rimetta a posto al più presto. Mentre i discotecari ridacchiano divertiti noi tre ci guardiamo senza parlare, piuttosto sconfortati. Siamo tutti malconci e rimbambiti dal sonno, e il controllo di Villafranca Piemonte dista ancora una marea di chilometri, sembra di non arrivare mai. Come fare per raggiungerlo? Semplice: si tirano fuori tutte le risorse fisiche e morali del randonneur… e ci si butta sui pedali con determinazione.

    A testa bassa superiamo anche quella tranche di percorso, inclusa la salita di Sommariva Perno, e alle otto in punto siamo al controllo di Villafranca. Il cielo è di nuovo grigio e piove a sprazzi, mentre noi, al riparo del dehor del bar, facciamo una colazione decente e ci sistemiamo. Intanto pianifichiamo il tratto successivo: adesso sono io che “gioco in casa”, siamo appena entrati in provincia di Torino e il controllo seguente è quello del colle di Superga. Ce la prendiamo abbastanza comoda ai controlli: siamo tutti piuttosto provati dalla notte appena passata, e abbiamo bisogno di recuperare energie e morale. Purtroppo c’è il sonno sempre in agguato: quando ripartiamo, in piena campagna Pinerolese, dobbiamo accostare presso una cascina per concedere a Walter qualche minuto di sosta. Sono momenti difficili, nei quali sembra di non riuscire ad andare avanti, e quel traguardo è sempre più lontano. Ma il randonneur esperto sa bene che le crisi vengono ma, anche, se ne vanno. La differenza la fanno il carattere e la capacità di non demoralizzarsi.

    Il sole fa capolino a tratti dalla spessa coltre di nubi, fa persino caldo. Arriviamo a Chieri, poi attacchiamo la salita a Pino Torinese su strade che conosco bene ma, a quest’ora della domenica, sono terribilmente trafficate. A Pino deviamo in direzione basilica di Superga: come sempre Giorgio si porta avanti, mentre io e Walter arranchiamo in religioso silenzio e studiata lentezza, come a voler risparmiare ogni oncia residua di energia. Tratti di discesa si alternano, aggravando la frustrazione di quella cima che non arriva mai. Più si sale, più il cielo si rannuvola, inizia anche a piovere. Arriviamo al controllo sotto un autentico diluvio, c’è nebbia e vento gelido. I ragazzi della vicina tabaccheria si sono offerti all’organizzazione per metterci i timbri, sono anche loro esasperati e bagnati come pulcini, ed annotano i nostri numeri di cartellino su un foglio completamente scolorito dall’acqua. Lì accanto c’è il tavolino imbandito per il tanto sospirato “Nutella-party”, è ormai ora di pranzo, ho appetito e mi ci avvicino con golosa curiosità, ma la triste sorpresa è che il pane è stato lasciato sotto il temporale e si è inzuppato, e il barattolo del prezioso nettare, dimenticato aperto, contiene anche… acqua piovana. Rimedio il poco pane che riesco a trovare ancora mangiabile, e mi faccio ugualmente un paio di fette spalmate con quel misto di acqua e cioccolata: al freddo e sotto il rombo dei tuoni, con la fame che ho va bene tutto…

    Ci rivestiamo come possiamo e iniziamo la discesa verso Baldissero. Naturalmente, due tornanti sotto il controllo la strada è asciutta e non piove… Dobbiamo sciropparci la salita di Gassino prima di approdare sul brutto e noioso stradone che porta a Casale Monferrato. Inizialmente il vento è a sfavore e, come se non bastasse, faccio i conti con l’ennesima crisi di sonno. Combatto contro Morfeo e contro Eolo, è una lotta durissima, ma non voglio costringere i miei compari ad un’altra sosta. La mia tenacia ha successo: la crisi se ne va, e dopo Chivasso il vento “gira” dalla nostra parte. Possiamo spingere sui pedali e recuperare alla grande! Il nostro trenino ora fila che è un piacere, tutti diamo un contributo con cambi più o meno regolari. La pacchia dura praticamente fino al controllo di frazione Piagera, alle porte delle colline sul confine con la provincia di Vercelli. Giungiamo sotto il dehor del locale bar proprio quando inizia a scatenarsi un altro diluvio. Sono passate le tre del pomeriggio, e questo è l’ultimo timbro sulle nostre carte di viaggio prima dell’arrivo a Castano Primo, dal quale ci separano poco più di cento chilometri, qualche panino, i ruvidi commenti degli anziani del paese che ci guardano curiosi, tanto male alle gambe, un’insidiosa salita e… un nubifragio che non accenna a smettere.

    Ripartiamo, infatti, che piove grosso come un braccio. La salita verso Gabiano è suggestiva, ma con pendenze brutali. La strada è ormai ridotta ad un ruscello di acqua, pietre e fango. Tuona forte, nessuno parla, io benedico dentro di me la scelta di aver equipaggiato la mia bici da cicloturismo con rapporti da mountain bike. Si arriva in cima, ma girata la curva c’è un’altra salita, poi un’altra ancora. Sembrano non finire mai, inframmezzate da insidiosissimi e brevi tratti di discesa a freni bagnati. Com’è frustrante impiegarci così tanto tempo a salire una collina, sapendo che poi in discesa non sarà possibile recuperare andando a tutta manetta! Poi, finalmente, la pianura: si attraversa il Po, gonfio come non mai, e si punta verso Trino, le risaie, la Lombardia e il sospirato traguardo. La pioggia sta mollando gradualmente il suo assedio. Mancheranno sì e no un’ottantina di chilometri, quando improvvisamente sento nuova energia nelle gambe: è il momento di scuotere la truppa e tirare la volata finale fra le risaie.

    Mi metto al comando e “tiro” ben volentieri i miei compagni di viaggio. Sono assolutamente determinata a concludere il brevetto prima del calar delle tenebre, ma non è uno sfizio, è una necessità: so benissimo, infatti, che il sonno, che con la luce del giorno bene o male ero riuscita a controllare, diventerà un nemico invincibile se mi farò sorprendere dal buio della nuova notte incombente. Senza soste, dritti come siluri, filiamo veloci con l’aiuto del vento a favore. In lontananza, verso la Lombardia, c’è una striscia di cielo azzurro che si riflette nell’acqua delle risaie e sull’asfalto bagnato. Mi sento incredibilmente serena, con il risultato in pugno.

    Prima regola della risaia: la strada gira, e con essa anche il vento, Se ce l’hai a favore viaggi come una spina, ma se ce l’hai contro… non ti passa più. Seconda regola della risaia: non fermarti a fare pipì, o sarai aggredito da milioni di zanzare affamate che non risparmieranno un solo centimetro quadrato della tua pelle. Terza regola della risaia: se ti piacciono gli animali, non perderti lo spettacolo degli uccelli acquatici che popolano questo caratteristico ambiente della provincia del Nord Italia. Intanto ci raggiunge una coppia di randonneur, anche loro han dovuto fare i conti con il sonno, due battute veloci e poi li lasciamo andare. La nostra velocità di crociera ormai si è drasticamente abbassata, siamo tutti stanchi e dobbiamo accontentarci di procedere lenti, ma pur sempre costanti. Seppur spossata sono contenta. Il mio morale è alto, sono ancora lucida e incoraggio continuamente Walter e Giorgio. Dobbiamo riaccendere le luci delle biciclette a poco più di dieci chilometri dall’arrivo, quando i micidiali cavalcavia che girano intorno a Novara ci annunciano che il traguardo è lì, a portata di mano. Sembra un sogno.

    All’oratorio di Castano Primo la moglie di Walter, Nadia, ci accoglie con un sacco di feste: è fatta, si va a Parigi! Sono le 21.30 circa. Veniamo invitati dall’organizzatore a fare la doccia e a mangiare un piatto di pasta, e mi sembra una buona idea dato che, vista l’ora, mi toccherà schiacciare un pisolino in auto prima di buttarmi sull’autostrada in direzione Torino. Vado verso il parcheggio, e nel bagaglio della bici zuppo di pioggia trovo il cellulare letteralmente annegato. Non funziona più: è il secondo cellulare in un anno che distruggo in randonnèè per colpa dei temporali. Piuttosto seccata carico la bici in auto, prendo il necessario per lavarmi, l’acqua delle docce è tragicamente fredda, per fortuna la pastasciutta è ottima e abbondante, e c’è pure il vino. Poi saluto tutti, abbasso il sedile dell’auto e crollo subito in un sonno profondo. Riapro gli occhi a mezzanotte, mi sento sufficientemente lucida per mettermi alla guida. Ha ripreso a piovere a dirotto. Ripercorro a ritroso quell’ultimo tratto per raggiungere l’imbocco dell’autostrada, e tra i cavalcavia, la pioggia, il buio e il traffico, con mia sorpresa vedo dall’altra parte della strada le luci tremolanti delle biciclette di altri randonneur in arrivo. Ci sono ancora un paio d’ore prima dello scadere del tempo massimo, e mi si gonfia il cuore nel vedere questi ultimi coraggiosi concludere “vittoriosi” la loro avventura.

    Siamo proprio una manica di pazzi, ma solo un randonneur può capire un altro randonneur.

    Ci si rivede a Parigi!

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    RANDONNEUR A CHI?! Ovvero: tutto quello che avreste voluto sapere su questo strano modo di pedalare

    In tanti mi avete chiesto: come si prepara un brevetto o una randonnèe in stile Audax, o una prova di ultracycling? Cosa significa, dal punto di vista organizzativo, fisico e psicologico, rimanere in sella così tante ore? Che differenze ci sono tra questo tipo di manifestazioni e le Granfondo agonistiche? Bene, ora vi racconto come la vedo io.

    L’APPROCCIO MENTALE

    Non è ancora l’alba, è buio, bicicletta affardellata, le luci in funzione, si fa la coda al tavolino dell’organizzatore per il timbro di partenza sulla carta di viaggio, poi si va. Le prime pedalate sono quasi sempre lente, incerte, come se si avesse timore a tagliare il cordone ombelicale con l’automobile lasciata al parcheggio. Quando parto per una lunga distanza in bicicletta, la mia mente è sgombra. Sono IN VIAGGIO, e il viaggio in sé è piacere. Quella linea tracciata sulla cartina con l’evidenziatore è il senso stesso di ciò che sto facendo. Però…

    Com’è possibile credere di poter pedalare, ad esempio, per mille chilometri di fila? Il solo pensiero potrebbe condurre alla pazzia. Ma nell’ambiente dell’ultraciclismo gira una metafora: come si fa a mangiare un elefante? La risposta sbagliata è: «È impossibile!», quella corretta è: «Facendo tanti piccoli bocconi». Io non penso mai ai chilometri che devo ancora fare. Punto piuttosto a raggiungere simbolici traguardi intermedi – tipicamente i posti di controllo previsti sulla carta di viaggio, dove l’idea stessa di fermarmi un momento per rifocillarmi con un panino o un caffè mi aiuterà a rinnovare le energie fisiche e mentali per andare ancora avanti.

    Poi è chiaro, stiamo parlando di una maniera estrema di intendere il ciclismo. Qui è tutto “estremo”: i chilometraggi, il sonno, la stanchezza, il dolore, la fame. E – demenziale! – tutto questo si sopporta senza che vi sia in palio nessun premio, se non la personale soddisfazione di aver chiuso il brevetto nel tempo massimo concesso. Fra i ciclisti “normali” c’è chi ci ammira, chi proprio non capisce, chi ci prende decisamente per matti. Personalmente ancora non ho capito come mai, alla fine di ogni randonnèe, dopo aver sopportato sofferenze indicibili e per certi versi assurde, tempo due giorni ed ho già voglia di ripartire. «Randonneuring is addictive, isn’t it?», mi scriveva un amico olandese conosciuto all’ultima “Londra-Edinburgo-Londra”. Impossibile dargli torto.

    Voglia di avventura e di viaggiare, curiosità, ma, anche, il gusto sottile di stare realizzando un’impresa, di sfidare se stessi andando a sondare i propri limiti fisici e, soprattutto, psichici: sono tutte motivazioni valide che possono far diventare randonneur un qualsiasi ciclosportivo, ma non sono le uniche, beninteso. Ognuno troverà le proprie, personalissime.

    LE QUALITÀ PERSONALI E L’ALLENAMENTO

    Ci sono un po’ troppi falsi miti e luoghi comuni al riguardo. La gente pensa che per fare le ultramaratone ciclistiche sia necessario avere “un fisico bestiale” e sobbarcarsi allenamenti inimmaginabili, e ancora adesso, quando racconto le mie avventure, c’è chi crede (anche tra gli sportivi!) che io sia una sorta di “donna bionica”.

    La realtà è un pochino diversa. Pratico sport fin da quand’ero bambina perché giocare e muovermi all’aria aperta è sempre stata per me una necessità a dir poco vitale. Tuttavia, nelle mie poche esperienze agonistiche non ho mai primeggiato in nulla: ricordo, in particolare, la mia partecipazione ad alcune Granfondo ciclistiche anche abbastanza prestigiose, dove annaspavo regolarmente fra le ultime tre-quattro posizioni di categoria. Fisicamente non sono certo un mostro anche se, fortunatamente, godo di buona salute. E allora? Com’è possibile che mi sobbarchi chilometraggi a quattro cifre in tappa unica?

    Nelle randonnèe non è indispensabile andare veloci come i professionisti o fare il record. Non c’è nessuna classifica. Ciò che conta maggiormente è la capacità di organizzare ed amministrare le proprie risorse psicofisiche in modo da concludere il percorso entro il tempo massimo, affrontando con coraggio le difficoltà e le eventuali avversità che Madre Natura (bontà sua) metterà di fronte. Un vero randonneur non si ritira se piove, questo è bene ricordarlo. Organizzazione, saldezza psicologica, una buona dose di testardaggine. Profonda conoscenza di se stessi, dei propri punti di forza e dei propri limiti. E una fortissima, incrollabile motivazione che, ovviamente, sta alla base di tutto: diversamente è troppo facile mollare il colpo alle prime difficoltà che, puntualmente, faranno sgradita visita.

    Quanto all’allenamento, quando mi domandano come ci si prepara ad un’ultramaratona cicloturistica io rispondo semplicemente: «Pedala!». Non è una battuta, è che per poter stare in sella molte ore occorre allenare principalmente l’attitudine al fondo. Il mio allenamento-tipo consiste nel pianificare un percorso in anticipo, con l’ausilio di uno stradario, dopodichè parto all’alba e rientro al tramonto, dopo aver fatto anche 250 km comprensivi di qualunque cosa possano offrire le strade Italiane: montagne, campagna, provincia, luoghi di interesse storico e culturale, le noiose Statali (se proprio non se ne può fare a meno…) eccetera. L’alta velocità non è un requisito indispensabile, anche perché non tutti hanno la capacità di fare molti chilometri ad una media agonistica: solo pochissimi specialisti ci riescono. Io, che non sono un fenomeno, mi accontenterò di un’andatura regolare, senza perdere troppo tempo in soste, tenendo come riferimento i 25 kmh “cicloturistici” in pianura. Se il fine settimana viene dedicato principalmente all’uscita “lunga”, i ritagli di tempo che la normale vita di tutti i giorni concede possono essere utilizzati per i cosiddetti “lavori di qualità”, tipicamente la salitella di riferimento vicino casa fatta a ritmo sostenuto per stimolare il cuore.

    Le uscite, poi, serviranno anche per testare i materiali e le soluzioni che utilizzeremo sulla nostra bicicletta negli appuntamenti che contano: per esempio, verificare la stabilità del portabagagli con le borse a pieno carico. Non fare queste prove preliminarmente potrebbe significare pentirsene amaramente quando ci si troverà in difficoltà nel pieno della battaglia!

    Naturalmente gli stessi brevetti cicloturistici, organizzati un po’ su tutto il territorio nazionale, possono costituire un eccellente

    allenamento per poter poi affrontare prove di chilometraggi più importanti. La “Parigi-Brest-Parigi”, la più importante manifestazione del genere che si svolge ogni quattro anni, prevede obbligatoriamente che gli aspiranti partecipanti si qualifichino superando i quattro brevetti sulle distanze classiche Audax: 200, 300, 400 e 600 km. Altre manifestazioni, come la “Londra-Edinburgo-Londra” e la “Sicilia No Stop” (tanto per citare le prime che mi vengono in mente), non prevedono l’obbligo di qualificazione ma, visti i chilometraggi in gioco – 1400 km per la prova britannica, 1000 per quella sicula – sarebbe da incoscienti partire senza essersi preparati adeguatamente. I brevetti da 400 e 600 km rappresentano un ottimo banco di prova, e danno a tutti la possibilità di testare le proprie risposte fisiologiche all’ultradistanza e alla notte.

    I MATERIALI

    Lezione prima, la perfetta bicicletta del randonneur deve essere comoda e robusta, ma leggera, dotata di un valido impianto di illuminazione per le tratte notturne, e di rapporti agili. Vietate le geometrie e gli assetti troppo “spinti” e corsaioli, la componentistica in carbonio o in ergal di dubbia affidabilità, le guarniture con dentature agonistiche, le ruote preassemblate ultraleggere ma troppo rigide, e impossibili da riparare al volo in caso di incidenti di percorso. “Benvenuto” ai telai in acciaio o titanio, alla guarnitura tripla (specie quella da mountain bike), alle ruote con raggiatura inox classica e copertoncini da 25”, ai “gel-pads” antivibrazioni sotto il nastro manubrio.

    La bici deve prevedere un piccolo portabagagli per avere la possibilità di trasportare abiti di ricambio, piccole scorte di cibo e quant’altro. Personalmente sconsiglio lo zaino, in special modo in estate, perché sottrae preziosa areazione alla schiena, cosa che alla lunga può risultare fatale. Il campionario delle cose che un randonneur può portare con sé è decisamente vario, ed estremamente soggettivo. Io, ad esempio, per le randonnèe superiori ai 600 km non rinuncio alla saponetta e allo spazzolino da denti, e neppure al materassino autogonfiante da 370 grammi, per garantirmi un riposo confortevole anche sul rude cemento (quel poco che si riesce a dormire, s’intende…).

    Una menzione speciale la merita l’impianto luci. Se posteriormente può bastare il classico LED rosso, l’anteriore deve essere abbastanza potente da illuminare REALMENTE la strada. Io utilizzo il mozzo anteriore con dinamo incorporata, il cui faro alogeno da 3 watt illumina in maniera più che convincente, anche se “pago” in termini di attrito magnetico (a luce accesa) e di maggior peso del mozzo stesso rispetto ad uno tradizionale. Questo era senz’altro il miglior metodo di illuminazione fino a pochi anni fa, quando l’alternativa erano quei fanalini alogeni a batteria la cui autonomia era assai limitata nel tempo – non più di quattro ore, con conseguente, scomoda sosta al buio a metà nottata per la sostituzione degli accumulatori. Oggi vengono prodotti dei validi fanali da bicicletta che utilizzano la tecnologia LED – un solo bulbo luminosissimo ma a basso consumo, cosicchè un set di batterie può durare per più notti.

    Altro dettaglio non trascurabile è rappresentato dall’abbigliamento. Sembra impossibile ma, quel che è sopportabile senza problemi in un giro da 200 km, non è affatto detto che lo sia altrettanto in un giro da 600 km. Il randonneur, non potendo portare con se il peso di un intero guardaroba, è condannato ad indossare lo stesso abbigliamento per giorni interi. Va da se che occorre mettere al bando tessuti ruvidi, tagli troppo aderenti o scomodi, elastici e cuciture che “segnano”. Ci vogliono articoli di taglio confortevole e fatti con tessuti morbidi e traspiranti, e, se la randonnèe si svolge in piena estate, di colore chiaro, compresi gli scarpini e la sella. Può sembrare un dettaglio da poco, ma in pieno luglio, quando sei stanco da non poterne più e la pelle del soprassella urla per le piaghe scoperte, non è affatto piacevole riaccomodarsi sul sellino nero arroventato dal sole dopo l’ennesima sosta alla fontana…

    Se di giorno fa caldo, di notte può fare MOLTO freddo. Quando si affrontano le randonnèe è indispensabile portarsi sempre

    appresso il necessario per coprirsisi: guanti invernali, una calda maglia con le maniche lunghe, gambali, un sottocasco termico per la testa. Si può partire con il bel tempo, ma i chilometri sono tanti, e “durante” può succedere di tutto! E infatti, prima o poi capita: che sia un breve temporale o un’intera giornata di acqua a catinelle, prendere la pioggia è un’altra esperienza-cardine del randonneur. Se fa caldo il disagio di pedalare bagnati viene minimizzato: dopo un po’ ti abitui e la pioggia non la senti neanche più. Ma all’inizio della primavera, di notte, o scendendo da una montagna, essere bagnati come pulcini può trasformarsi in un’esperienza terrificante. Perciò, l’abbigliamento antipioggia deve essere senza compromessi, impermeabile e traspirante, ma non ingombrante: si archiviano definitivamente le vecchie mantelline da ciclista che fanno sudare e non tengono l’acqua, si mette mano al portafogli e ci si procura una bella giacca in Gore-Tex, di quelle leggere che una volta ripiegate occupano pochissimo spazio. Utilissimi anche i sopra-pantalone dello stesso materiale, e non sarebbe male avere pure i guanti e i copriscarpe: ma in questo caso ci si può accontentare dei classici sacchetti di plastica per i piedi, e di guanti di gomma da cucina per le mani – da indossare sopra guanti in pile o di lana.

    Il pantaloncino è una faccenda molto personale, ma penso di poter affermare senza timore di smentita che, come regola generale, non è il caso di risparmiare sulla qualità. Le donne preferiranno il tipo senza bretelle per evidenti motivi pratici: è davvero antipatico dover abbassare una salopette per fare pipì nel cuore della notte, quando sopra le bretelle hai indossato tre o quattro capi sovrapposti (più le bandelle rifrangenti)!

    A proposito delle scarpe, molti randonneurs (tra cui la sottoscritta) utilizzano quelle da mountain bike, con sistema d’aggancio di tipo SPD e relativi pedali. La suola in gomma scolpita permette di camminare agevolmente nelle molte occasioni in cui si deve scendere di sella, per esempio ai controlli, senza il ridicolo (oltre che pericoloso) “effetto Paperissima” degli scarpini road con le tacchette Look. Qualcuno storcerà il naso, ma una buona scarpa da cross country (lasciate perdere quelle “freeride” o da cicloturismo puro, che sono troppo morbide) ha la suola rigida quanto uno scarpino road, per cui non si perderà in efficienza di pedalata, e non si rischieranno tendiniti o altre infiammazioni, neppure dopo molti chilometri.

    L’IGIENE E L’AMOR PROPRIO

    Personalmente ho constatato, alla faccia di chi crede che i randonneur siano dei vagabondi puzzolenti e inselvatichiti, che l’igiene e la cura del proprio corpo, durante queste manifestazioni estreme, possono fare la differenza tra il fallimento e il successo.

    Imperativo primo, occorre tenere ben pulita la zona del soprassella: ogni volta che “si va al bagno”, che sia la turca di un bar o un cespuglio, si va di salviettine detergenti. Per prevenire le temibili piaghe al soprassella ogni ciclista ha il suo “segreto” e le sue incontestabili abitudini. La mia esperienza è che, più che applicare pomate e cremine varie, che possono favorire la macerazione della cute e lo sviluppo di batteri, aiuta molto di più lavarsi e cambiare i calzoncini. Nelle randonnèe di più giorni porto con me un secondo pantaloncino, che cambio più o meno ogni ventiquattro ore (previa doccia) lavando al contempo quello usato, che verrà legato alla bicicletta in modo che si asciughi per il cambio successivo, e via così. Non dimentichiamo, infatti, che il sale del nostro sudore è molto irritante, pertanto deve essere rimosso regolarmente.

    Nelle randonnèe più lunghe è quasi sempre possibile farsi una doccia nei luoghi di controllo, spesso allestiti dell’organizzazione presso scuole, oratori o centri sportivi. E poi? Durante la giornata, se si ha occasione di imbattersi in una fontana, ci si lava la faccia e le mani, nulla più. Qui non c’è molto spazio per la civetteria…

    IL RAPPORTO CON LA SOLITUDINE

    Molti mi chiedono come mai pedalo quasi sempre da sola. Secondo il mio punto di vista il randonneur è, per definizione, un

    solitario, un autosufficiente, un anarchico che se la cava sempre da solo e segue il proprio ritmo, le proprie esigenze e basta. Qui i “succhiaruote” sono fuori posto, e questa è una delle grandi differenze tra il randonneur e l’agonista. Fondamentalmente, il nocciolo della questione è che non c’è un viaggiatore uguale all’altro: c’è chi ha il passo più spedito, chi non dorme mai, chi ha bisogno di soste più frequenti, chi mangia pedalando, chi vuole fermarsi in trattoria per cena, chi non va avanti se prima non si è fermato al bar per un caffè… Insomma, per quanto affiatamento vi sia, è davvero complicato credere di poter fare una “Parigi-Brest-Parigi” da 1250 km con un gruppo di amici rimanendo compatti e in armonia dall’inizio alla fine: la mia esperienza mi ha insegnato che si rischiano conflitti terribili e, anche, il non raggiungimento dell’obbiettivo. Non è cattiveria, è sano egoismo.

    Tuttavia nell’ambiente ci sono varie scuole di pensiero al riguardo. Conosco dei randonneur che formano coppia fissa da anni, e sono più fedeli, leali ed affiatati che marito e moglie: sono quelle che io chiamo le “alleanze storiche”. Spesso, poi, succede che lungo il tragitto si formino spontaneamente dei gruppi di ciclisti che, alla lunga, hanno “livellato” le rispettive andature, fino ad arrivare al traguardo insieme dopo aver condiviso molti chilometri. Bisogna poi considerare il fattore psicologico. Per alcuni (tipo me) la solitudine è una compagna discreta e tutto sommato sopportabile. Per altri invece essa è insostenibile, e sono quelli sempre alla ricerca di qualcuno con cui pedalare, anche a costo di rallentare l’andatura. Il gruppo, inoltre, oltre a rappresentare un valido aiuto “tecnico” quando si affrontano lunghi tratti pianeggianti con vento contrario, oppure nei pericolosi tratti notturni (un gruppo di ciclisti è senz’altro più visibile sulla strada rispetto a uno singolo), può costituire un potente sostegno morale nei momenti di difficoltà e di sconforto. Io conosco molti randonneur, specie del Nord Italia, e quando ci ritroviamo alle manifestazioni è sempre un piacere. Non pretendo che facciano strada con me, ma spesso sono loro che, pur essendo più forti, rallentano il passo e mi aspettano per il mero piacere di affrontare in compagnia le lunghe ore in sella.

    IL RAPPORTO CON LA NOTTE E IL SONNO

    Pedalare di notte è il vero battesimo di fuoco del randonneur, quello che fa la differenza rispetto ad un ciclista “normale”. La notte riassume in sé tutte le emozioni e le sensazioni più forti: paura, sconforto, stanchezza, poesia, magia. Ma è (anche) pericoloso, inutile girarci intorno. La cosa migliore è affrontare i tratti notturni insieme ad altri ciclisti, che siano i compagni di viaggio di sempre o randonneur conosciuti occasionalmente sul momento. Quando sei alle prime esperienze, le automobili che senti arrivare da dietro ti tolgono il respiro. Ogni auto una preghiera. Poi ci sono le buche sull’asfalto, quelle che forse non puoi vedere malgrado tutti i fanalini di questo mondo. E il percorso da rispettare – al buio non si vedono i cartelli stradali, e in un brevetto Audax mancare un bivio può significare andare fuori strada di parecchi chilometri e compromettere l’omologazione della prova. Comunque, con l’esperienza ci si abitua a tutto. E può capitare di finire in certe stradine di provincia, fuori dal traffico delle Statali, tutto intorno un gracidar di rane e frinire di grilli. Milioni di lucciole, i profumi dell’estate nell’aria, così differenti da quelli che si sentono di giorno. Nel cespuglio di fianco, o giù nel fossato, qualcosa si muove: cinghiali? Topi? Uccelli notturni? La sorpresa supera la paura, non avresti mai creduto che di notte vi fosse così tanta vita in libertà. La luna piena, benevola, illumina la campagna con la sua pallida luce. È tutto bellissimo, finchè un senso di umidiccio e di schifo non ti invade completamente, tanto da non farti desiderare altro che l’arrivo dell’alba: in fondo, siamo pur sempre animali diurni…

    È l’alba, hai centinaia di chilometri alle spalle. Arriva la crisi di sonno. La velocità è bassa, ti si chiudono gli occhi, non capisci più niente. Cerchi di resistere. I bar cominciano a riaprire i battenti, e questa notizia, insieme al sorgere del sole, è sempre accolta con un sollievo particolare. Un caffè espresso, una buona prima colazione, il profumo delle brioches appena sfornate, tutte piccole cose che aiutano a riprendersi e a scrollarsi di dosso l’umidità e lo sconforto della notte.

    Sfatiamo una leggenda: non è vero che nei giorni precedenti una randonnèe ci si deve allenare a stare svegli. È una stupidaggine colossale, NON è possibile allenare la privazione di sonno. La settimana precedente un appuntamento di ultraciclismo è buona norma, semmai, seguire ritmi regolari e non stressanti, fare vita da atleta, a nanna presto tutte le sere, e partire per la nostra avventura il più possibile riposati.

    ll rapporto con il sonno tuttavia è molto soggettivo. Ci sono randonneurs che possono pedalare per parecchie ore di seguito, e altri che, invece, hanno bisogno di pisolini frequenti. Io appartengo alla categoria di quelli che resistono senza problemi durante le ore diurne, ma crollano irrimediabilmente appena tramonta il sole. Per cui, se la randonnèe dura più di due giorni, la pianifico avendo cura di pedalare il più possibile durante il giorno, e di far coincidere le soste deputate al riposo con le ore di buio, possibilmente al sicuro nei posti di controllo. Ho visto gente “dormire” ovunque: assai illuminante era, in questo senso, la fotografia che divenne il simbolo dell’edizione del 1999 della “Paris-Brest-Paris”, che ritraeva un randonneur addormentato in piedi in una cabina del telefono… Durante una crisi di sonno, una breve sosta per chiudere gli occhi, anche solo dieci minuti, tante volte può bastare, ma si tratta di un ripiego temporaneo. Ricordo ancora una volta che il sonno è una funzione ESSENZIALE per la vita, come bere e respirare, pertanto, se la randonnèe dura più di due giorni, è impensabile credere di riuscire ad arrivare alla fine senza qualche ora di sonno “vero” (non semplice dormiveglia). Quante ore? Dipende dal tempo che si ha a disposizione. I più veloci potranno prendersi il lusso di fermarsi un po’ di più, mentre i più lenti dovranno stare molto attenti ad ottimizzare ogni minuto. Se ci si deve fermare di notte occorre coprirsi, poiché è molto facile andare in ipotermia. Tipicamente il “letto” del randonneur è la mitica coperta di sopravvivenza, quel foglio di plastica argentato/dorato molto leggero che però ha la capacità di trattenere il calore corporeo, consentendo un minimo di comfort per un pisolino-lampo. Tuttavia, nelle randonnèe più lunghe ho visto qualche cicloturista lungimirante portare con se un vero sacco a pelo. Ognuno deciderà come equipaggiarsi, soprattutto in base alle proprie esigenze ed alle ore di sonno che pensa di fare. Una cosa è certa: è inutile decidere di fermarsi a dormire due ore, se in quelle due ore poi non riesci a chiudere occhio perché hai freddo o sei scomodo sul duro cemento. Avrai buttato via due ore! Per cui, anche se può sembrare un assurdo peso supplementare da caricare sulla bici, portarsi un piccolo sacco a pelo o un materassino ultraleggero alla distanza potrebbe rivelarsi una mossa vincente.

    L’uso di sostanze eccitanti come caffè e guaranà è, secondo la mia esperienza, da limitare: la caffeina altera i naturali ritmi sonno-veglia, e non bisogna abusarne. L’organismo ha le sue esigenze, va trattato bene e rispettato, sennò prima o poi si vendica. Di fronte ad una grave privazione di sonno non basteranno tutti i caffè del mondo a salvarti: bisogna fermarsi a dormire.

    MANGIARE

    Io sto ancora facendo delle scoperte su questo argomento, che comunque rimane (tanto per cambiare…)

    molto soggettivo. Quando i chilometraggi si fanno severi dimenticate le barrette che mangiavate durante le Granfondo. Questa roba “da gara” farà a malapena il solletico al gargarozzo. Per fare ultradistanze bisogna mangiare cibi veri, altroché. Consumi calorie e le rinnovi in continuazione, il recupero è un ciclo continuo, non puoi permettere al tuo organismo di finire “in riserva”, o sono guai seri. Precedenza assoluta, ovviamente, ai carboidrati complessi, sottoforma di panini poco elaborati, focacce, e, se il tempo a disposizione lo consente, anche una bella pastasciutta consumata in qualche trattoria lungo la strada. Ai più golosi (come me) la bicicletta farà sicuramente venire voglia di dolci, e le classiche crostatine confezionate o dei semplici biscotti troveranno senz’altro posto nel bagaglio della bici: a metà strada farà molto piacere sapere di averli. La frutta disidratata (fichi, albicocche, prugne…) non è male: occupa poco spazio, è energetica e digeribile, inoltre apporta un certo quantitativo di fibra, utile per non “impigrire” l’intestino.

    Poi si approfitta di ciò che si trova in giro, cercando ovviamente di restare nei limiti di cibi già collaudati, e della cui tolleranza individuale siamo sicuri. Con il gran caldo gli articoli più gettonati saranno la Coca-Cola ghiacciata e i gelati nei bar, ma in estate è buona norma non scordare di mettere nelle borse dell’integratore salino in polvere da diluire nell’acqua della borraccia. A questo proposito ho notato che molti randonneurs hanno l’abitudine di consumare, durante la classica sosta al bar, delle comunissime patatine chips: il sale in esse contenuto aiuterà a prevenire il pericoloso fenomeno dell’iponatremia (eccessiva diluizione del sodio nel plasma), che in situazioni di caldo estremo porta a bere in modo compulsivo e, se ci si limita alla semplice acqua di fonte senza rimpiazzare i sali perduti, provoca ritenzione idrica, malfunzionamento dei reni, crampi e dolori in tutto il corpo, fino al danno cerebrale e al coma nei casi più gravi. Capìta la morale? Quando le temperature e i chilometraggi si fanno estremi, non bisogna scherzare con i sali minerali!

    Un’ultima annotazione. Ho notato che durante uno sforzo fisico estremo come un’ultramaratona ciclistica sono frequenti le “fiacche” in bocca e le piaghe e screpolature alle labbra. Non ho ben chiara l’origine di questi dolorosi inconvenienti, ma sospetto che la fatica prolungata nel tempo provochi un consumo abnorme di vitamine, ed un calo drammatico delle difese immunitarie. Secondo la mia esperienza ho avuto dei miglioramenti semplicemente consumando frutta fresca ogni volta che è stato possibile (spesso viene gentilmente messa a disposizione dall’organizzazione ai controlli). Inoltre può essere una buona idea portarsi al seguito qualche pastiglietta di multivitaminico tipo Multicentrum.

    L’ARRIVO

    Quando si torna al punto di partenza e si riconsegna la carta di viaggio per l’ultimo, fatidico timbro, gli stati d’animo possono essere i più svariati: euforia, depressione, stanchezza estrema, nervosismo. La medaglia smaltata – conquistata con tanta fatica ma pagata moneta sonante al banchetto del controller, come ogni servizio nel mondo delle randonnèe Audax – brilla nella mano, ma ci vuole ancora un po’ di tempo prima di realizzare la grandezza dell’impresa fatta. La priorità va ad una bella doccia, per togliersi di dosso i vestiti luridi e tutti gli odori di cui la pelle si è impregnata durante il viaggio: il grano maturo, l’acqua marcia delle risaie, la merda dei campi e dei porcili, la strada, la notte. Non c’è un solo muscolo che non faccia male, e mentre lentamente ci si lava, si scoprono man mano e si contano con metodo i danni: le piaghe, i foruncoli, le scottature del sole. Poi forse ci vorrà un buon sonno, e un periodo variabile di tempo per recuperare. C’è tempo per mangiare, per i ricordi e per le telefonate ad amici e parenti: ora bisogna staccare decisamente la spina. La bicicletta la si pulirà poi, con calma…

    E PER FINIRE…

    - Se vi capita di forare, o di avere un guasto alla bicicletta, non demoralizzatevi e non perdetevi d’animo: sono cose che possono benissimo capitare durante qualsiasi pedalata. Poiché nelle randonnèe l’assistenza meccanica non è prevista e occorre arrangiarsi, imparate per tempo a fare piccole riparazioni d’emergenza: non solo sostituire una camera d’aria, ma anche raddrizzare col tiraraggi una ruota danneggiata, smagliare e riparare una catena rotta, cambiare la lampadina bruciata del fanale. Va da se che occorre prevedere, tra le cose da portarsi dietro, un kit minimo di attrezzi e ricambi. In ogni caso è tassativo partire con la bicicletta in ordine, e con componentistica in buono stato e non “sfinita”.

    - Piccole cose utili da non dimenticare: fotocopie delle mappe dei luoghi che si vanno ad attraversare, campioncini di sapone, crema idratante per la pelle e/o crema solare, il burrocacao, una bustina di medicinale per lo stomaco, un’altra di antidolorifico (da utilizzare solo in casi estremi), un piccolo asciugamano di quelli ultraleggeri in microfibra, sacchetti di plastica da usare in caso di pioggia, affinchè i vestiti di ricambio e il cellulare non si bagnino nelle sacche della bici.

    - Sempre a proposito di pioggia, ricordate che la carta di viaggio, le mappe e il foglio con il percorso, se si bagnano, diventano INSERVIBILI, con le drammatiche conseguenze che si possono immaginare. Imbustate tutto dentro sacchetti trasparenti, di quelli che si usano per congelare i cibi, e sigillateli accuratamente. Al primo rimbombar di tuoni ringrazierete la vostra lungimiranza…

    - L’impianto di illuminazione della bicicletta deve prevedere sempre una seconda fonte “d’emergenza”. Normalmente essa è costituita da una lampada frontale tipo quelle da alpinismo, montata sul casco. Essa sarà molto utile per leggere le mappe, i cartelli stradali, o eseguire delle riparazioni (si fora anche di notte!) nell’oscurità.

    - È buona norma, per non rischiare di sbagliare strada, tenere il foglio con il percorso (volgarmente detto

    “roadbook” o, all’inglese, “routesheet”) proprio sul manubrio, per una pronta lettura. Può sembrare un dettaglio… ma non lo è, e gli errori di percorso si pagano cari!

    - Non smettete mai di sperimentare nuove soluzioni: alimentazione, equipaggiamento, abbigliamento, piccole innovazioni tecniche… Tutto può essere migliorato con l’esperienza.

    - Come vincere la “noia” delle molte ore da passare in sella? Non fissate per tutto il tempo il vostro copertone anteriore: alzate gli occhi, e godetevi il paesaggio. Siete in viaggio, ed ogni luogo attraversato ha sicuramente qualcosa di bello da offrire, che sia un volo di uccelli, un albero secolare o un’antica cascina con la meridiana sul muro. Imparate anche qualche canzone da cantare allegramente, vi aiuterà a stare svegli! Se siete stonati, approfittate delle molte occasioni che vi saranno lungo la strada per socializzare e scambiare quattro chiacchiere con altri randonneur. Se fate delle randonnèe all’estero sarà divertente ed istruttivo rispolverare le reminiscenze scolastiche delle lingue straniere, dialogando con viaggiatori di tutto il pianeta. Saranno esperienze meravigliose che vi porterete nel cuore per sempre, più della sofferenza patita. Buona strada!

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    NERVIANO 200, 4 marzo 2007 – La truppa Piemontese alla conquista di Parigi

    «Tèla chi la Silvia!», la tipica espressione locale mi strappa un largo sorriso divertito. E’ Paolo, randonneur di Rho, barba canuta e occhi chiari, alcuni chilometri condivisi qua e là in varie manifestazioni in giro per l’Italia. E’ un incrociarsi di saluti, occhi, sorrisi, mani, braccia, dialetti, mentre siamo in coda all’accredito nella luce vivida dell’alba che promette una bella giornata di primavera anticipata. Ci sono tutti i vecchi amici, è un’allegra rimpatriata, non c’è che dire.

    Io ho un rapporto strano con Milano. Intendiamoci, i Milanesi non All'accreditomi hanno fatto niente e, anzi, mi sono simpatici. Ma quando mi tocca venire qui, non sono mai tranquilla. Non digerisco quella sensazione di metropoli gigantesca che ti inghiotte nella ragnatela delle sue strade e non ti molla più. Da brava torinese provo un mostruoso complesso di inferiorità nei confronti del capoluogo lombardo. Curiosamente, stavolta non mi sono persa come gli altri anni e, una volta lasciata l’autostrada all’altezza di Arluno, la stella cometa mi ha miracolosamente guidata senza errori al ritrovo di Nerviano, periferia ovest del Grande Buco Nero. Per cui la giornata è cominciata bene.

    Più indietro, in coda, ci sono Gianni (Biella) e Walter (Alba). Abbiamo già deciso che faremo il brevetto insieme. C’è da staccare il primo ticket per il grande sogno della “Paris-Brest-Paris”, tantovale farlo in compagnia. Così, dopo la paziente attesa per il primo timbro sulla gialla carta di viaggio, attendo ancora appena fuori dal cancello dell’oratorio che arrivi il resto della “truppa Piemontese”, e intanto mi sfilano davanti le divise variopinte dei tanti randonneur presenti giunti da ogni località. Fossanorhonervianoaresemilanolainate. Albavicenzagarbagnategallaratepontedecimo. Ecco gli occhiali di Gianni e i lunghi capelli di Walter, con il saluto di sua moglie Nadia: «… E riportamelo intero!». In che senso??

    “Quelli forti” sono già anni luce avanti quando noi agganciamo il pedale e ci avviamo con tutta calma. Il percorso del brevetto è pressapoco lo stesso da anni – duecento chilometri girando intorno alla città di Novara attraverso il Parco del Ticino, le risaie e la Lomellina. Siamo nel gruppo di “quelli che non hanno fretta”, ciononostante si viaggia ai trentaquattro all’ora, ciononostante riusciamo ancora a parlare coi vicini, salutare al volo, scherzare: «Ti ricordi quella volta, a quel brevetto, quando…», e giù a ridere. Dopo i primi cinquanta chilometri e la sosta al controllo di Suno la nostra media sul contachilometri è di ben 29 kmh. Da qui in avanti il gruppone si sgrana e, com’è naturale, si formano piccoli gruppi con andatura omogenea. Gianni sfoggia una forma invidiabile, si è allenato per tutto l’inverno sulle salite dietro casa. Io non mi sento malaccio, tuttavia sono un po’ preoccupata per quel mese e mezzo di allenamenti mancati quando ho messo su casa, e un brevetto da duecento chilometri ad inizio stagione, con soli millequattrocento chilometri nelle gambe, non è possibile prenderlo alla leggera. Ma smetto di lamentarmi quando Walter, superando un cavalcavia nascondendo a stento una smorfia sotto la folta barba, mi fa: «Sarà dura per me… Ho appena duecento chilometri nelle gambe…».

    Le amene strade di campagna si snodano sotto il caldo sole cambiando spesso esposizione, e quando il vento è contrario sono dolori, specialmente per Walter, che oltre a pedalare deve fare i conti col riacutizzarsi di vecchie ferite di passati incidenti in bicicletta. «Dài, manca poco al controllo di metà percorso… Lì l’organizzatore mi ha detto che ci sarà un ristoro, potremo mangiare e riposare un momento!». Le ultime parole famose. Arriviamo a Celpenchio e, dopo aver fatto apporre il prezioso timbro sulla carta di viaggio, gli organizzatori ci offrono delle mele. Veramente vorrei qualcosa di più sostanzioso, tipo una merendina. Almeno una banana. «Ghe n’è püSi sono mangiati tutto!». Come, scusa? E io dovrei pedalare A MELE?!? Mi aggiro sconsolata fra i cartoni pieni di spazzatura, è vero, non c’è rimasto più niente, I PRIMI SI SONO MANGIATI TUTTO. Walter non fa una piega e si stende al sole con un panino dei suoi, io addento mogia una di quelle mele e poi estraggo dal mio zainetto qualche residua barretta. Miracolosamente un organizzatore trova un’ultima banana fra i cartoni e me la sporge: «Una banana non si nega mai a una signora!». Hm, che ridere. La divido fraternamente con gli altri, riempiamo le borracce col poco integratore rimasto nel fondo delle taniche, salutiamo e ripartiamo. A Parasacco, ricordo, una volta facevano il controllo presso un ristorante che fa un’ottima crostata casalinga, per cui…

    «Guarda che non puoi volare!…». Gianni mi deride, mentre cerco di pedalare senza mani per poter aprire le braccia a mo’ di aeroplano. No, non ci riuscirò mai, però non è vero che non volo. Io sto già volando, e mentre guardo quell’infinito orizzonte di campagna e cielo azzurro penso che le randonnèe non siano adatte a chi soffre di agorafobia. L’occhio spazia e si perde, è uno spettacolo mozzafiato. Ci sorvolano volatili di ogni genere, tra cui i trampolieri, sovrani incontrastati di queste zone di risaie e canali zeppi di pesci e anfibi. E ci sono gli amici vicini. In quel preciso istante è come riconciliarsi con la bicicletta, col mondo, con la vita, dimenticando la fatica, il vento contrario e quel traguardo ancora lontano.

    A Parasacco stavolta il controllo non c’è, sostituito da un controllo segreto che avremo trovato più avanti. Però c’è sempre il ristorante, e io ho bisogno di comprare qualcosa di consistente da mettere sotto i denti. Dunque, prima di affrontare l’ultimo quarto di brevetto, decidiamo di rifocillarci come si deve. Walter ne approfitta anche per riposare, stringe i denti, conosco la sua proverbiale “tigna”, sa soffrire e non è certo tipo da gettare la spugna. Lo ammiro molto, mentre ruminiamo i nostri panini e parliamo del più e del meno. «Signori, debbo richiamarvi all’ordine… Sono quasi le 16, dobbiamo muoverci o rischiamo di fare gli ultimi chilometri al buio!». La sola idea fa rabbrividire Walter, nessuno di noi è equipaggiato con le luci sulla bicicletta, per cui ci rimettiamo sulla strada di buzzo buono. La sosta ci ha fatto bene, e Walter addirittura guida il trio tenendo un’andatura cicloturistica più che dignitosa. In provincia di Pavia passiamo il suggestivo “ponte delle chiatte” sul Ticino, ridacchiando delle barche in verità un po’ in secca vista la scarsità d’acqua di questo strano inverno. Il controllo segreto, l’affollata ciclabile lungo il Naviglio, il passaggio a livello, gli ultimi interminabili chilometri, Arluno, Parabiago, Gianni tira l’ultima volata e approdiamo al quartiere Gescal di Nerviano dopo le 18 e ormai al limite della visibilità. E tutto finisce davanti al tavolino dell’ultimo timbro, fra nuove strette di mano, baci, abbracci, complimenti e saluti. E un “bravi” ai miei compagni di viaggio, è dovuto.

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