Archivio per RANDONNEE VARIE

Tutti Aironi (“Fausto Coppi Epica”, 29-30 agosto 2009)

«Questo pezzo di carta cos’è? Il “depliant” con il percorso?». Di fronte al banchetto delle iscrizioni quasi sobbalzo a sentire queste parole. Ma che vuoi farci, “zio” Saverio non ha mai affrontato un vera randonnèe, quindi con materna comprensione gli spiego che trattasi della preziosissima carta di viaggio, il documento al quale ogni randonneur deve legarsi in maniera morbosa e viscerale. Siamo in Piazza Galimberti a Cuneo, sabato 29 agosto, ora di cena, ma c’è ancora tempo per iscriversi. La piazza è animata come una sagra di paese, gli stand de “La Fausto Coppi” si mischiano a quelli gastronomici, alla pizza da asporto e all’orchestra che suona, il tutto sotto lo sguardo severo e immobile (sic!) del monumento che giganteggia al centro.

Siamo tutti parcheggiati al Foro Boario. Fa piuttosto caldo e dobbiamo far passare  il tempo in attesa del via, e allora tiriamo fuori biciclette, fanali, zainetti, panini, pezzi di focaccia, Coca Cola, olive. Cena al sacco bivaccati fra gli sportelli delle automobili, mentre si chiacchiera e ci si scambia consigli su questo e su quello per stemperare la tensione. C’è un’atmosfera da allegro campo nomadi, da ragazzini in gita. Il cielo di Cuneo è percorso da nuvole nere che si spostano rapide, e di tanto in tanto lasciano intravedere la luna. Ci sforziamo di essere fiduciosi riguardo il meteo: le previsioni, comunque, parrebbero essere dalla nostra parte.

L’appuntamento in piazza è alle 22,30, quindi richiamo all’ordine Walter e Saverio, completiamo gli ultimi particolari di bici ed equipaggiamento, indossiamo le bretelle riflettenti e ci avviamo. Piazza Galimberti è gremita, c’è musica, l’atmosfera è elettrica. Abbiamo addosso gli sguardi curiosi e ammirati della gente che ci vede arrivare così agghindati. Evidentemente ai loro occhi siamo dei temerari, degli eroi. Quelli della “Epica”, quelli che stanno per sfidare il terrificante Colle dell’Agnello nel cuore della notte. E’ meglio che non sappiano, anche, che dietro lo sguardo fiero in quel momento ho una fifa blu… Bene, raggiungiamo il gonfiabile del via e ascoltiamo con relativa attenzione le raccomandazioni impartite al megafono dagli organizzatori. Non mancano gli Alpini della Taurinense, che avranno il compito di presidiare i posti di controllo e ci conforteranno con la loro marziale ma genuinamente italiana presenza. Intorno a me randonneur di ogni genere, dall’ultracyclist tiratissimo con completino estivo, un solo minuscolo fanale e praticamente senza bagaglio (ma come farà a resistere al freddo dei 2700 metri di quota, questa notte?), passando per le vecchie volpi della specialità, che preferiscono portarsi un paio di guanti lunghi e un fanalino in più piuttosto che rischiare, finendo agli Eroici con bici d’epoca e maglia di lana. Uno di questi, completamente griffato Bianchi, pare la copia esatta di quel Fausto Coppi che sessant’anni prima, su queste strade, aveva compiuto la più grande impresa della storia del ciclismo vincendo la tappa del Giro Cuneo-Pinerolo. Ed è proprio nel ricordo del “Campionissimo” e di quell’impresa che stasera siamo qui.

Dopo aver ricevuto benedizione e raccomandazioni di rito da Nadia, la moglie di Walter, alle 23 partiamo tra due ali di folla acclamante che manco alla “Parigi-Brest-Parigi”. Una macchina farà l’andatura fino alla Colletta di Rossana, e fin da subito capisco che si tratta di un’andatura decisamente da… Granfondo. Dobbiamo resistere: approfittare della scia del gruppo in quei primi chilometri pianeggianti ci avrebbe permesso di “portarci avanti col lavoro”. Nei rari momenti in cui riusciamo a respirare ci scambiamo qualche impressione: Saverio è entusiasta della partenza in notturna, di quel frullare di ruote libere nell’oscurità illuminata dalle stelle e dai nostri fanalini rossi. Per lui, buon corridore sulle gare in linea – non più giovanissimo ma sempre con un’ottima gamba, il nostro mondo è tutto nuovo ma sembra non dispiacergli affatto.

Nelle campagne del Cuneese stasera c’è un’afa micidiale. Intorno al 20° chilometro c’è già un assaggio di salita. La Colletta di Rossana ha un dislivello modesto, ma è sufficiente per fare la selezione: io e Walter non possiamo tenere il ritmo forsennato degli altri, per cui ci lasciamo man mano sfilare e prendiamo il nostro passo. In tutto quel viavai perdiamo Saverio che, com’è giusto che sia, è rimasto saldamente aggrappato al gruppo dei più veloci. In compenso mi sento chiamare da dietro… è Sergio, un randonneur di Bergamo conosciuto su Facebook e con il quale ci eravamo dati appuntamento a questa manifestazione. Da un mese mi aveva promesso che avrebbe fatto tutto il percorso con me, ed eccolo qui, pronto a mantener fede alla sua parola. Scendiamo dalla Colletta e restiamo in tre nell’oscurità della val Varaita. Il cielo ora è sgombro di nuvole e completamente stellato, tanto che ad un certo punto scorgo una bellissima meteora. Intorno all’1,30 siamo a Casteldelfino (m 1610), dove riempiamo le nostre borracce. Comincia qui la madre di tutte le sfide: i 22 chilometri (gli ultimi 10 con pendenze da rizzare i capelli) di salita che ci condurranno al Colle dell’Agnello, e la discesa in notturna sul versante francese.

Il buio fa perdere i riferimenti, e se da una parte può essere suggestivo ed emozionante, dall’altra porta smarrimento e sgomento. Intorno a me, vagamente illuminati forse dalla luce delle stelle, scorgo i profili dei monti. Poco dopo Chianale (m 1797), ultimo avamposto di civiltà, attacchiamo il tratto terminale, quello più duro. Curiosamente udiamo musica araba sparata a tutto volume proveniente non si capisce da dove… ma basta salire di qualche tornante per ripiombare nell’oscurità e nel sacro silenzio della montagna, rotto solamente dal gorgogliare dei ruscelli. Non fa per niente caldo, tanto che ad un certo punto siamo costretti a fermarci per indossare gambali e maniche lunghe. Intanto facciamo empirici calcoli sull’orario di scollinamento, ma l’unica cosa certa è che bisogna essere al posto di controllo presidiato dagli Alpini entro le 5, e il tempo stringe. Difficile poi ripartire senza ribaltarsi…

Dieci chilometri alla pendenza media del 10%, con lunghi tratti all’11% e un traverso al 14%. Sono cifre da autentico mostro alpino, e questo è solo il primo dei quattro colli mitici che ci attendono. L’Agnello, in questa moderna rievocazione della Cuneo-Pinerolo del 1949, sostituisce il Colle della Maddalena (perennemente chiuso al traffico) e il Vars. Dopodichè ci attendono l’Izoard dal versante della Casse Deserte (altro pessimo cliente), il Monginevro e il Sestriere. 291 chilometri per 5100 metri di dislivello per 20 ore, salvo errori e omissioni.

Giungiamo ad un alpeggio dove il gigantesco faro della margaria illumina tutto intorno in maniera surreale. Intuisco che devono iniziare i micidiali tornanti finali, spioventi e aggrappati alla ripida parete rocciosa. Arranco da bestia. Walter sta salendo benone, così anche Sergio, che ha tutta l’aria di essere un randonneur di quelli forti. Io invece sono già in crisi nera, mentre osservo la luce bianca del led proiettata sull’asfalto e giro ai 4 kmh il mio “vergognoso” 24×27. Eppure questa è la mia notte, sono qui perchè l’ho voluto. Fortemente. Solo un paio di mesi prima l’organizzazione aveva deciso di modificare la formula della manifestazione, e appena ne sono venuta a conoscenza ho raccolto il guanto di sfida. Avevo passato l’estate a preparare con cura questa prova, mantenendo l’allenamento in salita che mi ero fatta per “L’Ardèchoise”, e implementando alcuni dettagli tecnici tipo l’impianto luci della bicicletta. Tutto per una maglia bianca con l’effigie di Coppi.

I dati del mio contachilometri non coincidono con gli ossessionanti cartelli che, di quando in quando, rammentano la pendenza e i chilometri rimanenti al colle. Scende la nebbia. Ormai non deve mancare molto, ma per quanto mi riguarda lo sconforto è totale, anche perchè pare proprio che non riusciremo a scollinare prima delle 5. Qualcosa non va, sento salire dallo stomaco qualcosa di simile a conati di vomito. Per un attimo DEVO mettere piede a terra, ma proprio in quella sento nell’aria il ronzio di un gruppo elettrogeno. Gli Alpini… è il controllo, non può essere lontano! Pur distrutta riprendo a pedalare, ad un certo punto vedo un faro sopra di me, ma con la nebbia non si capisce quanto sia lontano. Faccio il tornante con Sergio, che nel frattempo mi ha aspettata, ed ecco, è il traverso finale, là in fondo c’è la luce… il colle… una tenda… GLI ALPINI! SIAMO SALVI! VIVA L’ITALIA!

Quota 2748. Sul colle c’è un fortissimo vento gelido e terrificante. Appoggiamo le bici ad una grossa roccia e entriamo velocemente nella veranda della tenda militare per consegnare le carte di viaggio. Walter è rannicchiato in un angolo, trema di freddo. Chi si aspettava di trovare i “veci” muniti di fumante pentolone di vin brulè a intonare lieti canti di montagna è rimasto deluso. Ad accoglierci ci sono due giovani penne nere coperti con qualsiasi cosa per difendersi dal freddo. Uno dei due, passamontagna e guanti di lana, mi chiede con piglio marziale nome e numero. Sulle nostre carte di viaggio l’orario registrato è cinque e nove minuti. Ci sono dei dispenser di tè caldo e delle barrette energetiche, ma per me non sono attraenti in quel momento, ho lo stomaco sottosopra. Però bisogna mangiare qualcosa. Smozzico malvolentieri una mezza barretta mentre mi vesto velocemente, fa un freddo impressionante. Guardo ancora il soldato in passamontagna e la bandiera dell’Italia sferzata dal vento. C’è un’atmosfera strana, sembra di essere a Kabul anzichè sul confine francese. Ringraziamo, salutiamo, accendiamo tutti i nostri fanali e cominciamo ad affrontare la discesa verso Ville Vieille.

La tanto temuta discesa dall’Agnello si rivela meno tignosa del previsto: la carreggiata è abbastanza larga, l’asfalto è in eccellenti condizioni e segnata da provvidenziali strisce bianche. L’illuminazione che avevo predisposto tra bici e casco funziona benone, incluso il vecchio fanale alogeno riesumato dalla cantina e le cui batterie fin qui avevo accuratamente risparmiato proprio per affrontare questa discesa. Le discese in bici non sono esattamente il mio forte, figuriamoci col buio, comunque tutto fila liscio. Da Ville Vieille raggiungiamo Château Queyras e da lì il bivio per l’Izoard. Inizia ad albeggiare, e iniziano le prime crisi di sonno: ma ormai il sole è in arrivo, dunque mi fermo per togliermi qualche vestito e, ammirando il cielo azzurro e le splendide montagne intorno a me, riprendo la mia salita un poco più rincuorata.

L’Izoard da questo versante è tutt’altro che banale: è lungo “solo” quindici chilometri, ma la pendenza media è di tutto rispetto. Anche qui vedo Walter e Sergio abbondantemente avanti a me, non mi resta che abbassare la testa e resistere. Ma la velocità è drammaticamente bassa, e guardando il roadbook sul manubrio e l’orologio del ciclocomputer il morale crolla sotto le tacchette: di questo passo accumuleremo altri ritardi… non ce la faremo mai a stare nel tempo limite! Trovo i miei due compari fermi ad un tornante, mi fermo anch’io e li scongiuro di proseguire senza di me: loro hanno più possibilità, non trovo giusto vincolarli alla mia lentezza. Ma Walter e Sergio non sono per nulla preoccupati dell’orologio, e non hanno nessuna intenzione di abbandonarmi. Quelle parole mi suonano come un patto di ferro: avremmo finito la randonnèe in ogni caso, con qualsiasi tempo, ma rigorosamente INSIEME.

Con molta fatica arriviamo alla Casse Deserte, un suggestivo paesaggio montano caratterizzato da rocce probabilmente calcaree che danno al tutto un aspetto brullo e severo ancorchè candido, mentre le prime luci del sole rendono l’ambiente ancora più suggestivo. Purtroppo sto soffrendo troppo, esageratamente, per godere di tutta quella meraviglia. Devo combattere contro la pendenza e la stanchezza accumulata sull’Agnello, con l’aggravante che non riesco a mangiare niente. Arriviamo anche al monumento a Coppi e Bobet, affrontiamo gli ultimi tornanti ed eccoci finalmente all’obelisco di vetta: anche l’Izoard, seppure a fatica, è stato conquistato. Dobbiamo rivestirci per la discesa ma, soprattutto, dobbiamo MANGIARE. Walter mi ordina di vincere la nausea e buttare giù qualcosa, quindi estraggo dallo zaino uno dei panini che mi ero preparata e inizio a ruminarlo con metodo. Non riesco a finirlo, però adesso qualcosa nello stomaco c’è, meglio di niente. Poi iniziamo la divertente discesa su Briançon: il sole ci bacia e l’umore inizia a salire, mentre salutiamo allegre schiere di ciclisti che salgono dall’altro versante.

A Briançon siamo accolti da un fortissimo vento contrario. Il sole splendente ci permette però di rimetterci in maniche corte, e durante questa breve sosta, parlando con Sergio, realizzo che i miei calcoli erano troppo pessimistici: raggiungere in tempo il controllo del Monginevro, o comunque limitare il ritardo ad una manciata di minuti, non è affatto un obiettivo impossibile. Vento contrario permettendo, ovviamente…

La prima parte della salita al Monginevro è esposta ai venti e ci fa imprecare non poco: ma quando iniziano i tornanti la montagna ci protegge, e possiamo procedere più in scioltezza. In questa salita, non difficile e di “appena” cinquecento metri di dislivello, a farmi vedere le stelle è la mia spalla destra, un vecchio “regalo” della vita d’ufficio che ritorna durante le randonnèe più dure a farmi sgradita visita. Il dolore è insopportabile, ahimè, ma debbo resistere fino al controllo… che non è in località Montgenèvre, bensì a Clavière, primo avamposto italiano, dove ad attenderci c’è la jeep della Taurinense. Tre Alpini, tra cui una donna, ci accolgono sorridenti. Purtroppo sono già le 11,15, siamo in ritardo di un quarto d’ora, ma non c’è nulla di irrecuperabile, ora l’umore è buono e confidiamo di raggiungere in tempo utile il decisivo controllo di Pinerolo. I soldati ci rifocillano con bottiglie d’acqua, così io posso sciogliere in borraccia una bustina di antinfiammatorio per arginare il dolore, e per la gioia di Walter la ragazza in divisa materializza dalla jeep persino una birra fresca! Finalmente torna il sorriso, ridiamo e scherziamo, ma non c’è tempo per scialare. Quindi ringraziamo e salutiamo anche questa volta, e scendiamo veloci a Cesana facendo pieghe motociclistiche…

Verso il Sestriere. Confrontata con Agnello e Izoard questa salita adesso ci sembra una passeggiata, ed è l’ultimo colle impegnativo della giornata. Il sole splende almeno finchè non arriviamo in cima, dove ad attenderci troviamo ancora vento gelido e nuvoloni minacciosi specialmente giù in Val Chisone. Passo davanti alle torri di Sestriere alle 13,15. Alla fontana ci laviamo, mangiamo, scherziamo, ma il comico arriva quando una coppia di ignari ciclisti ci chiede: «Che giro avete fatto?». Scoppiamo tutti a ridere. Sergio, glielo racconti tu che siamo in sella dalle undici di ieri sera?… Ore 13,30, sù la zip delle mantelline, dobbiamo ripartire: abbiamo due ore per raggiungere il controllo di Pinerolo.

Anche stavolta mandano avanti me a fare strada. I primi tornanti sono divertenti e veloci, non c’è traffico e si può sfruttare tutta la carreggiata per impostare curve da manuale. I problemi arrivano nei punti dove è necessario spingere sui pedali… perchè in quel caso il vento contrario si fa proprio sentire. Come se non bastasse intorno a Fenestrelle finiamo nelle nuvole, e il freddo e una fastidiosa pioggerellina ci costringono a indossare i gambali. Ma non è finita: io e Walter iniziamo ad accusare delle crisi di sonno, che in discesa sono pericolosissime! Malgrado tutto, organizzando cambi regolari riusciamo ad arrivare in tempo utile alla caserma di Pinerolo, e nel piazzale le due penne nere scrivono ore 15,15 sulle nostre carte di viaggio: stanchi e stremati, ma con un quarto d’ora d’anticipo! Il miracolo è stato fatto. Inoltre chiedo ai soldati di Saverio, mi confermano che un’ora prima è passato regolarmente al controllo, e questo non può che rendermi ulteriormente felice.

I conti sono presto fatti: stando al roadbook ora abbiamo tre ore e tre quarti per fare gli ultimi 63 chilometri, comprendenti la facile salita alla Colletta di Rossana (ancora lei…). Un gioco da ragazzi, sulla carta. Ma in randonnèe può succedere di tutto, e non è finita finchè non è finita. La ripartenza da Pinerolo è magnifica, abbiamo il vento a favore e si viaggia a 28 kmh senza pedalare. Ma dopo pochi chilometri ci rendiamo conto che seguire le indicazioni, tra roadbook e fettucce segnaletiche, non è affatto facile. Il fatto è che per dichiararsi vincitori non basta rientrare a Cuneo tirando dritto sulla Statale: col cavolo! La tanto agognata maglia di finisher ci verrà consegnata ad un CONTROLLO SEGRETO posto in questo ultimo tratto, che si snoda fra amene stradine e ciclopiste immerse nella campagna. Siamo quasi certi che il fantomatico avamposto sarà in cima alla Colletta di Rossana, ma chi si fida? Quindi non ci resta che tenere gli occhi aperti. Walter intanto va in crisi più di una volta, anch’io sono piena di dolori. L’unico immune da qualsiasi cosa sembra Sergio, un’autentica roccia insensibile alla fame, al freddo, al sonno e al dolore… Tra una sosta obbligata e l’altra il tempo passa, Walter è sempre più insofferente, non vediamo l’ora di aver passato l’ultima asperità di giornata, un minuscolo colle che adesso, in queste condizioni, psicologicamente ci sembra lo Stelvio.

Passiamo Saluzzo, Manta, Piasco, e finalmente attacchiamo la Colletta di Rossana. Da questo versante fortunatamente è facile, arranchiamo tutti abbastanza in scioltezza. Una curva, un rettilineo, poi un’altra curva, Walter sprinta fino allo scollinamento, vediamo che mette piede a terra, sicuramente ha incontrato gli Alpini… Sì, c’è la camionetta, ancora una volta dichiariamo nome e numero e in cambio ci viene consegnata la maglia, unico premio per la nostra immane fatica. E’ bellissima, i nostri occhi brillano di gioia. Dobbiamo indossarla obbligatoriamente fino a Cuneo, ma è così morbida e comoda che non me la leverei più! Ci complimentiamo a vicenda, ma dobbiamo ancora finire il nostro lavoro: quindi giù a tutta birra dalla Colletta, con le ali ai piedi e l’entusiasmo a mille.

Ora, basandoci sui numeri del roadbook teoricamente non dovrebbe essere difficile arrivare in Piazza Galimberti entro le 19,15: ma il destino non ha ancora finito di prendersi burla di noi. Anzitutto, subito dopo la discesa non vediamo la minuscola stradina a sinistra indicata sul foglio e tiriamo dritto per Dronero… lo stesso errore di cinque anni fa! Sono i cartelli stradali a mettermi in allarme, fermo Walter e Sergio con un urlo, estraggo dallo zaino la cartina della zona e descrivo la situazione con un frasario non propriamente da signora. Dobbiamo tornare sui nostri passi. L’unica cosa buona è che tornando indietro il vento a favore ci fa viaggiare veloci, ma avremo fatto almeno dieci chilometri in più… La seconda sgradita sorpresa è che il roadbook in questa parte è completamente sbagliato nei chilometraggi, la strada effettiva dimostra una ventina di chilometri in più. L’obiettivo di raggiungere Cuneo entro il tempo indicato dall’organizzazione sfuma definitivamente – il problema a questo punto è relativo dato che la maglia è ormai saldamente sulle nostre spalle, ma trenta chilometri supplementari rispetto alle aspettative e in quelle condizioni sono un macigno difficile da digerire. Comunque alla fine arriviamo anche noi. In piazza stanno sbaraccando, Nadia e gli amici sono lì ad aspettarci, grandi festeggiamenti e complimenti per noi. Ultimo timbro sulla carta di viaggio e ci viene consegnato un diploma ricordo, mentre qualcuno giura che ci sono ancora dei randonneur in giro. Arriveranno col buio… onore a tutti i coraggiosi che hanno avuto la presenza di spirito di finire comunque il giro. Sono molto stanca, rinuncio al buono-pizza pur di non fare la coda, saluto e ringrazio tutti (in particolare gli splendidi Walter e Sergio, non finirò mai di ringraziarli per essere rimasti con me), e mi avvio verso il Foro Boario. Alla fontanella di Piazza Galimberti devo ancora “subire” la curiosità di alcuni turisti inglesi che, attirati dai fanali della mia bicicletta e dalla mia maglia, capiscono tutto e mi chiedono (mica in italiano!) com’è andata. E’ il prezzo della “celebrità”, dell’essere “Epica”, anche soltanto per una notte.

Walter, concentratissimo prima della partenza, ha già "l'occhio della tigre"...

Walter, concentratissimo prima della partenza, ha già "l'occhio della tigre"...

"Zio" Saverio

"Zio" Saverio

Piazza Galimberti gremita

Piazza Galimberti gremita

Salendo sull'Izoard, la Casse Deserte alle prime luci del mattino

Salendo sull'Izoard, la Casse Deserte alle prime luci del mattino. Sullo sfondo Sergio

L'obelisco del Col de l'Izoard

L'obelisco del Col de l'Izoard

La durezza del percorso si legge anche nel volto

La durezza del percorso si legge anche nel volto

Sestriere in vista!

Sestriere in vista!

Viadotto Soleri, con indosso la mitica maglia: è fatta

Viadotto Soleri, con indosso la mitica maglia: è fatta

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CASTANO PRIMO 600 (MI) – 26-27 maggio 2007: La mia maglia non porta scritte

«Tèla chi la Silvia!», e sono due. Il cortile del Centro Giovanile “Paolo VI” di Castano Primo é un fermento di divise variopinte, biciclette, fanali, borsine e borsette, e intanto tutti scrutiamo il cielo (che stamani non promette niente di buono, così come le previsioni per l’intero weekend), cercando di indovinare come vestirci, almeno per partire. Non fa freddo, però piove a sprazzi, e l’ingegno del cicloturista che non vuole bagnarsi troppo spazia dai capi supertecnologici in Gore-Tex alla cuffia da doccia sul casco, passando per gli scarpini incellofanati nel Domopak, i guanti di gomma per lavare i piatti e il sacchetto della spesa sul bagaglio.

Seicento chilometri sono sempre una distanza di tutto rispetto, anche per una randonneuse relativamente “navigata” come me. Ma oggi mi sento abbastanza bene, la mente è leggera e la voglia di pedalare non manca. Come al solito non posso muovermi di un passo che c’è qualcuno da salutare o che vuole dirmi qualcosa. Oltre ai convenevoli di rito, oggi le frasi più gettonate sono: «Tu ci vai a Parigi?», e: «A che ora parti?». Siamo ormai giunti al gran finale delle prove omologate ACP per la qualificazione alla “Parigi-Brest-Parigi”, e questo brevetto da 600 km ha un numero di iscritti tale da aver indotto gli organizzatori a coordinare la partenza per scaglioni e fasce orarie. Fortunata combinazione o scelta ragionata di chi ha deciso tutto quanto, fatto sta che io, Walter e Giorgio partiamo nello stesso gruppo. Indosso il giacchino antipioggia sopra la maglietta gialla – una maglia volutamente anonima e senza sponsor, con cuciti sul petto gli stemmi dell’Italia e di Torino, una concessione al campanilismo – e, una volta sentito l’annuncio al megafono del nostro scaglione, mi avvio verso l’uscita con il barbuto randonneur di Alba e il bergamasco compagno di tante avventure. La moglie di Walter, come sempre, ci saluta sbracciandosi con un sorriso.

Castano Primo è un minuscolo borgo in provincia di Milano, e il giro prevede che da qui si vada fino alle spiagge di Varazze passando dal mitico passo del Turchino, poi una capatina in Piemonte scavalcando gli insidiosi saliscendi delle Langhe, spettacolare salita alla basilica di Superga, e ritorno in Lombardia via colline del Vercellese e risaie. Sulla carta il percorso sembra, a prima vista, non eccessivamente ostico, ma si sa, a volte le linee tracciate sullo stradario ingannano. La strada scorre veloce verso sud e il Monferrato, dove ci aspetta il primo controllo e le prime – per ora modeste – asperità altimetriche. Com’era prevedibile, in questi primi 88 km gli scaglioni si sono ricompattati in grossi gruppi di ciclisti, e il bar del tranquillo borgo di San Salvatore Monferrato diventa d’improvviso un’allegra bolgia: biciclette appoggiate ovunque, smazzo di borracce, caffè, cartoncini gialli e panini. E’ ora di pranzo, ciascuno si rifocilla come meglio crede, poi si riparte alla spicciolata verso la provincia di Alessandria e il mare, sotto un cielo sempre più cupo.

Trascinati dal “gruppo” abbiamo fatto quasi 30 kmh di media fino al primo controllo, e ora che siamo rimasti soli decidiamo di regolarci su un’andatura decisamente più consona a quello che stiamo facendo. Due giorni in sella non sono uno scherzo, e ogni oncia di energia risparmiata può rivelarsi determinante nei momenti di difficoltà che – ogni buon randonneur lo sa – prima o poi arriveranno. Io e Walter troviamo spesso lo spunto per conversare amabilmente quando la strada e le condizioni lo consentono. Ora però stiamo entrando dritti dritti dentro un temporale: «Mannooo… Vedrai che non prendiamo pioggia!», cerca di confortarmi col suo solito, incrollabile ottimismo. Nemmeno il tempo di finire la frase che sulla linea d’orizzonte in fondo alla campagna si scarica un fulmine terrificante, e a Felizzano ci becchiamo una bella lavata. Breve, per fortuna, ma solo la prima di una lunga serie…

Per il momento il sole torna a farci gradita visita con i suoi caldi raggi. Ci fermiamo a Ovada a riempire le borracce preso una fresca fontana, dove ci raggiungono altri partecipanti al brevetto. Due parole con gli anziani del posto, seduti sulle vicine panchine e incuriositi dalle nostre biciclette affardellate, e inizia la lunga salita al Passo del Turchino. Le pendenze non sono certo proibitive, e la strada Statale n. 35 di per se è suggestiva, incastrata fra gli inaccessibili monti dell’Appennino Ligure, continuamente “intrecciata” con i viadotti dell’autostrada per Genova e la vecchia ferrovia come in un ossessivo ingarbuglio di asfalto, acciaio, piloni in cemento e gallerie, che stride con la selvaggia natura circostante e l’amena bellezza di “borgate-presepe” come Masone. Facciamo i saliscendi iniziali con il sole, ma man mano che ci si avvicina al passo il cielo si copre di nuovo. Allo scollinamento siamo praticamente dentro una nuvola, c’è nebbia, piove e fa freddo. Troviamo Maurizio, uno degli organizzatori, che ci raccomanda prudenza nella discesa fino a Varazze: «Piove fino al mare, troverete l’asfalto bagnato…». Peccato: una discesa così, fatta in condizioni ottimali, sarebbe stata un’autentica goduria, e invece ci ritroviamo a farla tutti tesi e infreddoliti, a leve tirate e freni che… non frenano.

Ecco il mare, lo vedo per la prima volta quest’anno. Sulla Riviera non piove più e il cielo si sta rasserenando. L’”Aurelia” è parecchio trafficata a quest’ora, ci tocca fare quasi venti chilometri di slalom tra le auto fra Voltri e il controllo di Varazze. L’odore degli scappamenti, purtroppo, copre quello di iodio. Ci sono alcune salitelle davvero antipatiche e, come se non bastasse, mi viene pure una crisi di fame micidiale, tanto che non posso aspettare di giungere al controllo e devo divorare un paio di barrette al volo. Fortunatamente la gelateria fronte-mare di Varazze incaricata di metterci il timbro sulle carte di viaggio fa anche delle robuste piadine. Adesso è fondamentale “ricaricare i serbatoi”: abbiamo percorso duecento chilometri, e una volta ripartiti, appena girato l’angolo, sarebbe iniziata la frazione più dura di tutto il brevetto. Walter, conoscitore delle strade langarole, ci illustra le difficoltà mentre ruminiamo panini e piadine e sta calando la sera sul dehor della gelateria. Poi indossiamo le bretelle rifrangenti, accendiamo le luci delle biciclette e ripartiamo.

L’”antipasto” della sequenza notturna di salite è la strada che sfiorerà il colle del Giovo scavalcando gli Appennini e, passando da Dego e Piana Crixia, ci riporterà in Piemonte scendendo verso il controllo successivo, previsto a Bistagno. Dobbiamo tutti evidentemente finire di digerire quello che abbiamo mangiato, per cui arranchiamo prudenti e con rapporti agili. E’ una serata suggestiva: respiro la quiete e l’aria pulita di quelle montagne di Liguria che mi sembrano sempre così belle, selvagge e inaccessibili, e intanto in cielo cominciano ad intravvedersi le stelle e uno spicchio di luna. Giorgio scatta e va avanti a raggiungere due ragazze che si stanno qualificando insieme per la PBP. Io e Walter non ci offendiamo di certo per questo, e proseguiamo il nostro solito chiacchiericcio per far passare i chilometri e non pensare alla fatica della salita. Ed è ormai buio pesto quando raggiungiamo il punto più alto e svoltiamo a sinistra per tuffarci in picchiata verso Dego, rallegrati dalla presenza delle lucciole.

A Dego c’è una fontana dove riempiamo le borracce, ma non manchiamo di approfittare della locale pizzeria per un caffè. Lì, troviamo seduti a tavola altri randonneur che stanno consumando una veloce cena. Ci si saluta e ci si complimenta a vicenda. C’è ancora così tanta strada da fare, e la notte è appena cominciata…

Il cielo riserva sempre delle sorprese. Di fronte a noi abbiamo lo spettacolo delle stelle e della luna, ma dietro, come se ci inseguissero, ci sono minacciosi nuvoloni che generano incessantemente fulmini “di caldo”. Il risultato è un inquietante, ma anche suggestivo, spettacolo notturno di flash che, a tratti, illuminano a giorno la strada e i monti circostanti. Il timore, ovviamente, è di finire dentro qualche nubifragio, eventualità fortunatamente scongiurata. Però c’è la nebbia, c’è un’umidità pazzesca nell’aria. Al bar del controllo di Bistagno ritroviamo un buon caffè e, alla spicciolata, altri ciclisti. C’è poca voglia di parlare, è già passata la mezzanotte e da qui in poi tutti dovremo fare i conti col “sonno elefante”, oltre che con il rischio di pioggia e le insidiose salite delle Langhe: Castino e Benevello.

Mi bastano pochi chilometri dopo il controllo per realizzare che non sarei riuscita a rimanere sveglia tutta la notte. Ed è un problema nel problema scegliere il posto e il momento giusto per avvolgersi nel telo di sopravvivenza e schiacciare un breve pisolino ristoratore. Ai piedi della salita per Castino decido di proseguire ancora. Mentre saliamo avvolti nella nebbia Walter e Giorgio si prodigano per parlarmi e tenermi sveglia, ma è dura. In cima, nel paese, qualcuno sta già cercando di dormire appoggiato alla fontana della piazza. Troviamo un cortile riparato con alcune panchine: è troppo pericoloso buttarmi in discesa in quelle condizioni, per cui chiedo ai ragazzi di sostare lì. Mi vesto con tutto quello che ho e, nello spettrale silenzio di quel minuscolo e apparentemente disabitato borgo in mezzo ai monti, mi avvolgo nel foglio dorato e cerco di rilassarmi sdraiata sulla panca, mentre Walter e Giorgio riposano seduti contro il muro.

Fa troppo freddo, e il campanile della chiesa mi disturba con i suoi rintocchi (anche nel cuore della notte? Ma come faranno gli abitanti di Castino a dormire? Ma allora è vero che non c’è anima viva!…?). Sono scossa dai brividi, realizzo che è inutile insistere, conviene muoversi e ripartire. Mi sembra di non aver dormito, in realtà è passata un’ora, e mi sento un poco più lucida quando rimonto in sella. Affrontare subito la discesa è decisamente un’esperienza… agghiacciante, ma lo spettacolo del cielo stellato più bello del mondo contribuisce a tirarmi un po’ su di morale. La suggestiva salita di Benevello ci separa ancora da Alba, e mentre arranchiamo sui tornanti e cerchiamo di scacciare il sonno, il cielo finalmente annuncia che il nuovo giorno non è lontano. Infatti, scendiamo in picchiata su Alba proprio… all’alba. E’ ancora presto per trovare un bar aperto in città, ma a salvarci ci pensa il rumoroso chiosco dei panini, dove una prosperosa e allegra signora intrattiene i reduci delle discoteche con hot dog fumanti e musica latinoamericana a tutta manetta. I ragazzi sono giovani, sbruffoni e un po’ indiscreti, evidentemente non siamo i primi ciclisti capitati lì quella notte. Sanno già tutto a memoria: «Ma allora è vero che venite da Milano, e che state facendo un giro da… seicento chilometri?? Naa…! Signora, si faccia un bel panino con noi!», e mi sventola sotto il naso qualcosa tipo crauti e salsiccia. Quasi vomito: ho una nausea micidiale, non mangio nulla da molte ore e non mi va giù altro che un succo d’ananas, e spero, ovviamente, che lo stomaco si rimetta a posto al più presto. Mentre i discotecari ridacchiano divertiti noi tre ci guardiamo senza parlare, piuttosto sconfortati. Siamo tutti malconci e rimbambiti dal sonno, e il controllo di Villafranca Piemonte dista ancora una marea di chilometri, sembra di non arrivare mai. Come fare per raggiungerlo? Semplice: si tirano fuori tutte le risorse fisiche e morali del randonneur… e ci si butta sui pedali con determinazione.

A testa bassa superiamo anche quella tranche di percorso, inclusa la salita di Sommariva Perno, e alle otto in punto siamo al controllo di Villafranca. Il cielo è di nuovo grigio e piove a sprazzi, mentre noi, al riparo del dehor del bar, facciamo una colazione decente e ci sistemiamo. Intanto pianifichiamo il tratto successivo: adesso sono io che “gioco in casa”, siamo appena entrati in provincia di Torino e il controllo seguente è quello del colle di Superga. Ce la prendiamo abbastanza comoda ai controlli: siamo tutti piuttosto provati dalla notte appena passata, e abbiamo bisogno di recuperare energie e morale. Purtroppo c’è il sonno sempre in agguato: quando ripartiamo, in piena campagna Pinerolese, dobbiamo accostare presso una cascina per concedere a Walter qualche minuto di sosta. Sono momenti difficili, nei quali sembra di non riuscire ad andare avanti, e quel traguardo è sempre più lontano. Ma il randonneur esperto sa bene che le crisi vengono ma, anche, se ne vanno. La differenza la fanno il carattere e la capacità di non demoralizzarsi.

Il sole fa capolino a tratti dalla spessa coltre di nubi, fa persino caldo. Arriviamo a Chieri, poi attacchiamo la salita a Pino Torinese su strade che conosco bene ma, a quest’ora della domenica, sono terribilmente trafficate. A Pino deviamo in direzione basilica di Superga: come sempre Giorgio si porta avanti, mentre io e Walter arranchiamo in religioso silenzio e studiata lentezza, come a voler risparmiare ogni oncia residua di energia. Tratti di discesa si alternano, aggravando la frustrazione di quella cima che non arriva mai. Più si sale, più il cielo si rannuvola, inizia anche a piovere. Arriviamo al controllo sotto un autentico diluvio, c’è nebbia e vento gelido. I ragazzi della vicina tabaccheria si sono offerti all’organizzazione per metterci i timbri, sono anche loro esasperati e bagnati come pulcini, ed annotano i nostri numeri di cartellino su un foglio completamente scolorito dall’acqua. Lì accanto c’è il tavolino imbandito per il tanto sospirato “Nutella-party”, è ormai ora di pranzo, ho appetito e mi ci avvicino con golosa curiosità, ma la triste sorpresa è che il pane è stato lasciato sotto il temporale e si è inzuppato, e il barattolo del prezioso nettare, dimenticato aperto, contiene anche… acqua piovana. Rimedio il poco pane che riesco a trovare ancora mangiabile, e mi faccio ugualmente un paio di fette spalmate con quel misto di acqua e cioccolata: al freddo e sotto il rombo dei tuoni, con la fame che ho va bene tutto…

Ci rivestiamo come possiamo e iniziamo la discesa verso Baldissero. Naturalmente, due tornanti sotto il controllo la strada è asciutta e non piove… Dobbiamo sciropparci la salita di Gassino prima di approdare sul brutto e noioso stradone che porta a Casale Monferrato. Inizialmente il vento è a sfavore e, come se non bastasse, faccio i conti con l’ennesima crisi di sonno. Combatto contro Morfeo e contro Eolo, è una lotta durissima, ma non voglio costringere i miei compari ad un’altra sosta. La mia tenacia ha successo: la crisi se ne va, e dopo Chivasso il vento “gira” dalla nostra parte. Possiamo spingere sui pedali e recuperare alla grande! Il nostro trenino ora fila che è un piacere, tutti diamo un contributo con cambi più o meno regolari. La pacchia dura praticamente fino al controllo di frazione Piagera, alle porte delle colline sul confine con la provincia di Vercelli. Giungiamo sotto il dehor del locale bar proprio quando inizia a scatenarsi un altro diluvio. Sono passate le tre del pomeriggio, e questo è l’ultimo timbro sulle nostre carte di viaggio prima dell’arrivo a Castano Primo, dal quale ci separano poco più di cento chilometri, qualche panino, i ruvidi commenti degli anziani del paese che ci guardano curiosi, tanto male alle gambe, un’insidiosa salita e… un nubifragio che non accenna a smettere.

Ripartiamo, infatti, che piove grosso come un braccio. La salita verso Gabiano è suggestiva, ma con pendenze brutali. La strada è ormai ridotta ad un ruscello di acqua, pietre e fango. Tuona forte, nessuno parla, io benedico dentro di me la scelta di aver equipaggiato la mia bici da cicloturismo con rapporti da mountain bike. Si arriva in cima, ma girata la curva c’è un’altra salita, poi un’altra ancora. Sembrano non finire mai, inframmezzate da insidiosissimi e brevi tratti di discesa a freni bagnati. Com’è frustrante impiegarci così tanto tempo a salire una collina, sapendo che poi in discesa non sarà possibile recuperare andando a tutta manetta! Poi, finalmente, la pianura: si attraversa il Po, gonfio come non mai, e si punta verso Trino, le risaie, la Lombardia e il sospirato traguardo. La pioggia sta mollando gradualmente il suo assedio. Mancheranno sì e no un’ottantina di chilometri, quando improvvisamente sento nuova energia nelle gambe: è il momento di scuotere la truppa e tirare la volata finale fra le risaie.

Mi metto al comando e “tiro” ben volentieri i miei compagni di viaggio. Sono assolutamente determinata a concludere il brevetto prima del calar delle tenebre, ma non è uno sfizio, è una necessità: so benissimo, infatti, che il sonno, che con la luce del giorno bene o male ero riuscita a controllare, diventerà un nemico invincibile se mi farò sorprendere dal buio della nuova notte incombente. Senza soste, dritti come siluri, filiamo veloci con l’aiuto del vento a favore. In lontananza, verso la Lombardia, c’è una striscia di cielo azzurro che si riflette nell’acqua delle risaie e sull’asfalto bagnato. Mi sento incredibilmente serena, con il risultato in pugno.

Prima regola della risaia: la strada gira, e con essa anche il vento, Se ce l’hai a favore viaggi come una spina, ma se ce l’hai contro… non ti passa più. Seconda regola della risaia: non fermarti a fare pipì, o sarai aggredito da milioni di zanzare affamate che non risparmieranno un solo centimetro quadrato della tua pelle. Terza regola della risaia: se ti piacciono gli animali, non perderti lo spettacolo degli uccelli acquatici che popolano questo caratteristico ambiente della provincia del Nord Italia. Intanto ci raggiunge una coppia di randonneur, anche loro han dovuto fare i conti con il sonno, due battute veloci e poi li lasciamo andare. La nostra velocità di crociera ormai si è drasticamente abbassata, siamo tutti stanchi e dobbiamo accontentarci di procedere lenti, ma pur sempre costanti. Seppur spossata sono contenta. Il mio morale è alto, sono ancora lucida e incoraggio continuamente Walter e Giorgio. Dobbiamo riaccendere le luci delle biciclette a poco più di dieci chilometri dall’arrivo, quando i micidiali cavalcavia che girano intorno a Novara ci annunciano che il traguardo è lì, a portata di mano. Sembra un sogno.

All’oratorio di Castano Primo la moglie di Walter, Nadia, ci accoglie con un sacco di feste: è fatta, si va a Parigi! Sono le 21.30 circa. Veniamo invitati dall’organizzatore a fare la doccia e a mangiare un piatto di pasta, e mi sembra una buona idea dato che, vista l’ora, mi toccherà schiacciare un pisolino in auto prima di buttarmi sull’autostrada in direzione Torino. Vado verso il parcheggio, e nel bagaglio della bici zuppo di pioggia trovo il cellulare letteralmente annegato. Non funziona più: è il secondo cellulare in un anno che distruggo in randonnèè per colpa dei temporali. Piuttosto seccata carico la bici in auto, prendo il necessario per lavarmi, l’acqua delle docce è tragicamente fredda, per fortuna la pastasciutta è ottima e abbondante, e c’è pure il vino. Poi saluto tutti, abbasso il sedile dell’auto e crollo subito in un sonno profondo. Riapro gli occhi a mezzanotte, mi sento sufficientemente lucida per mettermi alla guida. Ha ripreso a piovere a dirotto. Ripercorro a ritroso quell’ultimo tratto per raggiungere l’imbocco dell’autostrada, e tra i cavalcavia, la pioggia, il buio e il traffico, con mia sorpresa vedo dall’altra parte della strada le luci tremolanti delle biciclette di altri randonneur in arrivo. Ci sono ancora un paio d’ore prima dello scadere del tempo massimo, e mi si gonfia il cuore nel vedere questi ultimi coraggiosi concludere “vittoriosi” la loro avventura.

Siamo proprio una manica di pazzi, ma solo un randonneur può capire un altro randonneur.

Ci si rivede a Parigi!

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NERVIANO 200, 4 marzo 2007 – La truppa Piemontese alla conquista di Parigi

«Tèla chi la Silvia!», la tipica espressione locale mi strappa un largo sorriso divertito. E’ Paolo, randonneur di Rho, barba canuta e occhi chiari, alcuni chilometri condivisi qua e là in varie manifestazioni in giro per l’Italia. E’ un incrociarsi di saluti, occhi, sorrisi, mani, braccia, dialetti, mentre siamo in coda all’accredito nella luce vivida dell’alba che promette una bella giornata di primavera anticipata. Ci sono tutti i vecchi amici, è un’allegra rimpatriata, non c’è che dire.

Io ho un rapporto strano con Milano. Intendiamoci, i Milanesi non All'accreditomi hanno fatto niente e, anzi, mi sono simpatici. Ma quando mi tocca venire qui, non sono mai tranquilla. Non digerisco quella sensazione di metropoli gigantesca che ti inghiotte nella ragnatela delle sue strade e non ti molla più. Da brava torinese provo un mostruoso complesso di inferiorità nei confronti del capoluogo lombardo. Curiosamente, stavolta non mi sono persa come gli altri anni e, una volta lasciata l’autostrada all’altezza di Arluno, la stella cometa mi ha miracolosamente guidata senza errori al ritrovo di Nerviano, periferia ovest del Grande Buco Nero. Per cui la giornata è cominciata bene.

Più indietro, in coda, ci sono Gianni (Biella) e Walter (Alba). Abbiamo già deciso che faremo il brevetto insieme. C’è da staccare il primo ticket per il grande sogno della “Paris-Brest-Paris”, tantovale farlo in compagnia. Così, dopo la paziente attesa per il primo timbro sulla gialla carta di viaggio, attendo ancora appena fuori dal cancello dell’oratorio che arrivi il resto della “truppa Piemontese”, e intanto mi sfilano davanti le divise variopinte dei tanti randonneur presenti giunti da ogni località. Fossanorhonervianoaresemilanolainate. Albavicenzagarbagnategallaratepontedecimo. Ecco gli occhiali di Gianni e i lunghi capelli di Walter, con il saluto di sua moglie Nadia: «… E riportamelo intero!». In che senso??

“Quelli forti” sono già anni luce avanti quando noi agganciamo il pedale e ci avviamo con tutta calma. Il percorso del brevetto è pressapoco lo stesso da anni – duecento chilometri girando intorno alla città di Novara attraverso il Parco del Ticino, le risaie e la Lomellina. Siamo nel gruppo di “quelli che non hanno fretta”, ciononostante si viaggia ai trentaquattro all’ora, ciononostante riusciamo ancora a parlare coi vicini, salutare al volo, scherzare: «Ti ricordi quella volta, a quel brevetto, quando…», e giù a ridere. Dopo i primi cinquanta chilometri e la sosta al controllo di Suno la nostra media sul contachilometri è di ben 29 kmh. Da qui in avanti il gruppone si sgrana e, com’è naturale, si formano piccoli gruppi con andatura omogenea. Gianni sfoggia una forma invidiabile, si è allenato per tutto l’inverno sulle salite dietro casa. Io non mi sento malaccio, tuttavia sono un po’ preoccupata per quel mese e mezzo di allenamenti mancati quando ho messo su casa, e un brevetto da duecento chilometri ad inizio stagione, con soli millequattrocento chilometri nelle gambe, non è possibile prenderlo alla leggera. Ma smetto di lamentarmi quando Walter, superando un cavalcavia nascondendo a stento una smorfia sotto la folta barba, mi fa: «Sarà dura per me… Ho appena duecento chilometri nelle gambe…».

Le amene strade di campagna si snodano sotto il caldo sole cambiando spesso esposizione, e quando il vento è contrario sono dolori, specialmente per Walter, che oltre a pedalare deve fare i conti col riacutizzarsi di vecchie ferite di passati incidenti in bicicletta. «Dài, manca poco al controllo di metà percorso… Lì l’organizzatore mi ha detto che ci sarà un ristoro, potremo mangiare e riposare un momento!». Le ultime parole famose. Arriviamo a Celpenchio e, dopo aver fatto apporre il prezioso timbro sulla carta di viaggio, gli organizzatori ci offrono delle mele. Veramente vorrei qualcosa di più sostanzioso, tipo una merendina. Almeno una banana. «Ghe n’è püSi sono mangiati tutto!». Come, scusa? E io dovrei pedalare A MELE?!? Mi aggiro sconsolata fra i cartoni pieni di spazzatura, è vero, non c’è rimasto più niente, I PRIMI SI SONO MANGIATI TUTTO. Walter non fa una piega e si stende al sole con un panino dei suoi, io addento mogia una di quelle mele e poi estraggo dal mio zainetto qualche residua barretta. Miracolosamente un organizzatore trova un’ultima banana fra i cartoni e me la sporge: «Una banana non si nega mai a una signora!». Hm, che ridere. La divido fraternamente con gli altri, riempiamo le borracce col poco integratore rimasto nel fondo delle taniche, salutiamo e ripartiamo. A Parasacco, ricordo, una volta facevano il controllo presso un ristorante che fa un’ottima crostata casalinga, per cui…

«Guarda che non puoi volare!…». Gianni mi deride, mentre cerco di pedalare senza mani per poter aprire le braccia a mo’ di aeroplano. No, non ci riuscirò mai, però non è vero che non volo. Io sto già volando, e mentre guardo quell’infinito orizzonte di campagna e cielo azzurro penso che le randonnèe non siano adatte a chi soffre di agorafobia. L’occhio spazia e si perde, è uno spettacolo mozzafiato. Ci sorvolano volatili di ogni genere, tra cui i trampolieri, sovrani incontrastati di queste zone di risaie e canali zeppi di pesci e anfibi. E ci sono gli amici vicini. In quel preciso istante è come riconciliarsi con la bicicletta, col mondo, con la vita, dimenticando la fatica, il vento contrario e quel traguardo ancora lontano.

A Parasacco stavolta il controllo non c’è, sostituito da un controllo segreto che avremo trovato più avanti. Però c’è sempre il ristorante, e io ho bisogno di comprare qualcosa di consistente da mettere sotto i denti. Dunque, prima di affrontare l’ultimo quarto di brevetto, decidiamo di rifocillarci come si deve. Walter ne approfitta anche per riposare, stringe i denti, conosco la sua proverbiale “tigna”, sa soffrire e non è certo tipo da gettare la spugna. Lo ammiro molto, mentre ruminiamo i nostri panini e parliamo del più e del meno. «Signori, debbo richiamarvi all’ordine… Sono quasi le 16, dobbiamo muoverci o rischiamo di fare gli ultimi chilometri al buio!». La sola idea fa rabbrividire Walter, nessuno di noi è equipaggiato con le luci sulla bicicletta, per cui ci rimettiamo sulla strada di buzzo buono. La sosta ci ha fatto bene, e Walter addirittura guida il trio tenendo un’andatura cicloturistica più che dignitosa. In provincia di Pavia passiamo il suggestivo “ponte delle chiatte” sul Ticino, ridacchiando delle barche in verità un po’ in secca vista la scarsità d’acqua di questo strano inverno. Il controllo segreto, l’affollata ciclabile lungo il Naviglio, il passaggio a livello, gli ultimi interminabili chilometri, Arluno, Parabiago, Gianni tira l’ultima volata e approdiamo al quartiere Gescal di Nerviano dopo le 18 e ormai al limite della visibilità. E tutto finisce davanti al tavolino dell’ultimo timbro, fra nuove strette di mano, baci, abbracci, complimenti e saluti. E un “bravi” ai miei compagni di viaggio, è dovuto.

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Brevetto di Portogruaro (VE), 400 km, 8-9 luglio 2006

«Ho dimenticato su il berretto, torno subito». Mancheranno un venti minuti alle sei, mentre sbadiglio sulla panchina in pietra del cortile di fronte all’oratorio “San Pio X” di Portogruaro. Purtroppo non ho dormito molto nella mia camerata – non certo per causa della gentilissima organizzazione, che ci ha dato questa facilitazione ben gradita ed apprezzata dai randonneurs venuti da lontano, ma tant’è. Guardo la mia bicicletta appoggiata all’albero, e il solito “sacro timore” della partenza si mischia alla grande gioia del nuovo viaggio che va ad iniziare. Aspetto Luigi, e intanto il vociare degli altri randonneurs mi tiene compagnia: sono praticamente tutti del nord-est, e i dialetti veneto e friulano la fanno da padrona. È quasi ora di partire per un brevetto da 400 km (abbondanti) che ci porterà a sconfinare in Slovenia e in Austria, ma Marco sta ancora cercando una pompa: «A che pressione devo mettere le gomme?…»

 Partenza dalla piazza di PortogruaroNella piazza del centro storico ritrovo con piacere Giorgio, compagno di tante avventure. Gli organizzatori ci danno le ultime dritte, dopodiché il plotoncino si mette disciplinatamente in fila per il timbro e lascia alla spicciolata l’ombra del campanile storto del paese per avviarsi verso est. La partenza è su ritmi piuttosto sostenuti, abbiamo il vento a favore e la strada che taglia la campagna friulana verso Gorizia è molto scorrevole a quell’ora. L’umidità dell’aria è già insopportabile. Siamo sui 32-34 kmh e va tutto bene, ma quando, dopo una ventina di chilometri, il gruppo dà una decisa (e ingiustificata) accelerata sui 37-38 kmh, debbo capitolare e chiedere ai miei compagni di viaggio di lasciare quella corsa forsennata per prendere un ritmo “nostro”, richiesta che viene accolta un po’ da tutti con un certo sollievo. Così ci ritroviamo io, Luigi da Locate Triulzi (MI), Giorgio da Alzano Lombardo (BG) e Marco da Candelo (BI). Si unisce a noi anche Claudio da Avenza (MS), un “outsider” che, come Marco, sta provando per la prima volta l’esperienza del brevetto da 400 km, cullando il sogno di partecipare alla “Paris-Brest-Paris” del prossimo anno.

Man mano che Gorizia si avvicina il cielo diventa sempre più cupo, e la sensazione è quella (sinistra) di andare dentro ad un bel temporale. In vita mia non ero mai andata così ad est, e questa città di frontiera mi fa un certo effetto. Soprattutto mi fa sentire ignorante di fronte ai tanti fatti della storia recente legati a questi luoghi che non conosco per niente, e che dovrei decidermi ad approfondire. Alla Casa Rossa la guardia slovena ci fa tirare fuori le carte d’identità, ma è un proforma, le sbircia a distanza e poi ci fa passare. Così Nova Gorica rivela un volto completamente diverso dalla parte italiana, piuttosto dimessa e trascurata: qui ci sono graziose villette e prati ben tenuti – non si può dire che ci sia un lusso sfrenato, però c’è un che di nuovo, pulito e dignitoso.

Non parliamo molto, sono intenta a guardarmi intorno, e nell’ariaCampagna slovena avverto una sorta di ostilità, mi sento “fuori posto”, come se l’eco di certi antichi rancori tra popoli confinanti non si fosse mai spento del tutto. Alcuni locali ci guardano da bordo strada, stanno zitti, oppure sembrano deriderci, però c’è anche qualcuno che ci saluta in italiano. Quando ci avviciniamo ad una casa per cercare dell’acqua per le nostre borracce il proprietario ci avvisa che il pozzo esterno è asciutto, e ci fa entrare invitandoci a servirci al rubinetto del suo garage. Marco, che ha abitato per molti anni a Trieste, conosce qualche parola in sloveno e riesce a comunicare un minimo con lui togliendoci tutti d’impiccio. Io, piuttosto suggestionata, saluto il baffuto signore ringraziandolo con profondi inchini…

Intorno al centesimo chilometro inizia la prima e più lunga salita di tutto il giro: 16 km da Ajdovscina fino a Podkraj, dove ci aspettano al primo controllo. Giorgio scatta e si porta avanti, Luigi è poco dietro con Marco, poi ci siamo io e Claudio. Alla fine anche Claudio avanza e Marco rimane con me, finché al bivio di Col non ci accorgiamo con raccapriccio che davanti a noi proprio Claudio sta tirando dritto sbagliando strada: urliamo a squarciagola, ma non ci sente. Poco dopo vedo con sollievo in lontananza la sagoma di Luigi, ma cos’avrà fatto Giorgio? Al controllo in cima alla salita ci contiamo, Claudio ci raggiunge, per fortuna si era accorto subito dell’errore, ma Giorgio non è stato visto dagli organizzatori. Mentre ci rifocilliamo con crostata e Coca-Cola rassicuro gli altri: conosco Giorgione, in qualche modo se la caverà, e sarà di nuovo con noi prima di entrare in Austria, potete scommetterci…

Dopo la discesa ci aspetta una nuova salita con controllo in cima, quella di Topol. Essa è davvero bella, immersa in un bosco spettacolare, ma anche terribilmente umido. Le pendenze sono da drizzare i capelli, e Marco, che prima di partire ha fatto montare sulla sua bicicletta una provvidenziale guarnitura tripla, arranca a fianco a me fra battute spiritose e qualche brontolio di disappunto. Sorpassiamo un randonneur veneziano dalla stazza decisamente massiccia, sta lottando disperatamente contro la pendenza impietosa. Finalmente scolliniamo al ristorante “Dobnikar”, all’esterno del quale l’organizzazione ha predisposto un tavolinetto per apporre il timbro sulle nostre carte di viaggio. È più o meno ora di pranzo, il grazioso ristorante fra i monti sta lavorando a pieno regime. Luigi e Claudio sono già lì, il veneziano ci raggiunge dopo di noi, nemmeno troppo provato. Giusto il tempo di bere una cosa e lavarci la faccia dall’umidità appiccicosa del bosco, che dobbiamo già ripartire.

Pedaliamo così un’amena frazione caratterizzata da stradine provinciali senza traffico, prati fioriti, fiumiciattoli e torrenti gorgoglianti di acque limpide, piste ciclabili da sogno. Ci stiamo portando verso il confine con l’Austria, e prima di affrontare la terribile salita che divide i due Paesi ci penserà il controllo di Trzic a ristorarci a dovere dalla calura pomeridiana. Come in un sogno, al tavolino del ristoro troviamo delle favolose fette d’anguria: non chiedevamo di meglio! E in quella, come avevo previsto, ci raggiunge Giorgio: per rimediare all’errore di Col si era dovuto sorbire un bel po’ di chilometri supplementari in solitudine, ma intanto ce l’aveva fatta: bravissimo! Il nostro quintetto è di nuovo ricomposto, mentre il corpulento veneziano è sprofondato su una seggiola all’ombra, saldamente aggrappato alla sua fetta di cocomero, e non ha certamente la faccia di uno che ha voglia di proseguire. «Riparti con noi?», gli chiedo per ben due volte, e per due volte la risposta è: «Sono indeciso…».

Il “richiamo della natura” impone a Luigi di lasciare il controllo di Trzic prima di noi alla ricerca di un angolino più discreto, mentre noi ci attardiamo ancora un poco per sistemarci. Ripartiamo e la strada attacca subito a salire fra i monti, ma di Luigi nemmeno l’ombra. Arranchiamo tutti, chi più, chi meno: è una salita impegnativa, di quelle che ti tolgono il sorriso e la voglia di chiacchierare col vicino, anche se il paesaggio alpino circostante è maestoso e molto gratificante, almeno finché non entriamo dentro la lunga galleria che separa Slovenia ed Austria. Al confine la guardia ci lascia entrare in territorio austriaco quasi senza degnarci di uno sguardo. Tento di comunicare con Luigi via cellulare, ma mi è impossibile. Dopo una breve discesa c’è un’altra arcigna risalita di un chilometro, la sofferenza non è ancora finita. Poi, sulla sommità, ci raduniamo per metterci le mantelline e iniziare così la discesa in questa nuova nazione, che sta per essere discretamente solcata dai nostri copertoncini.

Non vediamo l’ora di tornare in territorio italiano, ma il tratto austriaco è difficile: i saliscendi si susseguono, rendendo l’avvicinamento al controllo di Arnoldstein assai faticoso. I ragazzi “spingono” parecchio sui pedali, ed io faccio fatica a stare al loro passo. Va a finire che pago una crisi di fame micidiale: a Trzic non avevo mangiato granché per il timore di appesantirmi in vista dell’imminente salita al confine, e le barrette che tenevo in tasca per le emergenze non sono più sufficienti a coprire il fabbisogno energetico di quella stradaccia ondulata. Quando mancano sei chilometri ricevo finalmente la telefonata di Luigi, che ci informa di essere già al camper degli organizzatori ad Arnoldstein ad attenderci. Ci arriviamo anche noi che sono quasi le 21, sono esasperata, ho fame e freddo. La sosta mi serve, oltre che per mettere l’ennesimo timbro sulla carta di viaggio, per rimettermi in condizione di proseguire, mangiando qualcosa di sostanzioso e vestendomi per la notte. Poiché mi sento già assonnata ne approfitto anche per ingerire la prima pasticca di guaranà, ma non ho idea di quanto riuscirò a resistere al sonno, quella notte… Poi salutiamo gli organizzatori e ci avviamo verso l’ormai vicina Tarvisio, dalla quale ci separa il facile valico di Coccau.

Il valico austro-italiano è praticamente deserto a quell’ora, e la luna piena brilla già alta nel cielo. Sotto di noi Tarvisio è illuminata come un presepe, e prima di lanciarci nella lunghissima discesa che ci porterà al controllo di fondovalle a Venzone, ci infiliamo in un bar per un Espresso all’italiana. Io bevo l’ennesima Coca-Cola, mentre Giorgio cambia le batterie alle sue luci. Si riparte, la discesa sembra scorrevole, ma in realtà si tratta di un falsopiano e l’impressione è di andare più veloci di quanto non indichi il tachimetro della bici. Dopo poco, purtroppo, il “sonno elefante” inizia a chiedermi il conto: non riesco a tenere gli occhi aperti, rischio di finire fuori strada. Avviso il gruppo e ci fermiamo in prossimità di una sorta di casa cantoniera, dove c’è un morbido prato sul quale mi tuffo a velocità record col mio telo di sopravvivenza. Non so che ore sono in quel momento, né guardo l’ora quando decido di alzarmi dallo scomodo giaciglio, un poco più riposata (si fa per dire) ma intirizzita dal freddo e dall’umidità: «Sto meglio, proviamo a ripartire…». «Proprio adesso che stavo per addormentarmi!…», protesta scherzoso Giorgio, che si era appisolato a sua volta contro il muro della casa. Le nostre tenui luci bianche e rosse e le bandelle rifrangenti tornano sulla deserta Statale chiusa fra le montagne, mentre io mi domando con molta paura per quanto il sonno mi avrebbe lasciata in pace prima di tornare a farmi sgradita visita…

È sempre falsopiano discesa, e il nostro quintetto scivola via veloce nell’oscurità. Mi sento abbastanza bene, intanto canticchio per mantenere lucidità e concentrazione. Ogni tanto scambiamo qualche battuta tra di noi. La notte del randonneur è sempre una dimensione molto particolare, e lo è ancora di più quando si solcano remote e buie strade deserte, lontano dai centri abitati. È il momento in cui il tempo e le distanze paiono annullarsi, e le emozioni si mischiano tutte insieme nella testa, passando dalla magia, alla poesia, alla paura, allo sconforto. È il momento in cui, mentre i tuoi occhi spauriti vagano nel buio alla ricerca di un avamposto di civiltà e di un po’ di illuminazione artificiale, tutto ciò a cui puoi aggrapparti sono la tua esperienza e il conforto degli amici vicini.

Ho fortuna, arriviamo a Venzone senza bisogno di altre soste. Il controllo è sotto un porticato nel centro storico di questo minuscolo borgo medioevale che fu raso al suolo dal terremoto del 1976, e fedelmente ricostruito pietra su pietra negli anni successivi. È l’una di notte, e mentre sgranocchiamo qualcosa seduti sulle seggiole scambiamo qualche veloce battuta con “l’uomo del timbro”. Ci comunica che non siamo gli ultimi, dietro di noi ci sarebbe un randonneur croato che durante la giornata aveva rotto la bicicletta e si era attardato alla ricerca di un meccanico. Dopo un po’ lo vediamo arrivare: un omone grande e grosso di Capodistria, il cui nome e cognome segnati sulla carta di viaggio tradiscono inequivocabili origini italiane. Parla un buffo misto di friulano, italiano e croato, sbottando ci fa l’elenco delle disavventure che gli sono successe. Beh, a questo punto Nevio arriverà al traguardo di Portogruaro con noi: il quintetto diventa un sestetto, e siamo pronti per affrontare tutti insieme gli ultimi 70 km.

Per una volta abbiamo una fortuna sfacciata: il vento è a nostro favore, e le pianeggianti strade del Friuli sono una sorta di velocissimo toboga che taglia la notte a 28-30 kmh senza dover quasi pedalare. Ma proprio in quella torna il sonno, un’altra crisi micidiale: arrabbiata con me stessa ma senza via di scampo sto quasi per far fermare di nuovo tutti per un altro pisolino, ma mentre Luigi sta cercando con lo sguardo un luogo consono alla sosta, improvvisamente la crisi se ne va. Do contrordine di proseguire, e intorno a me stavolta sono gli altri a pagare il dazio a Morfeo: Marco è stanchissimo e non parla più ormai da molti chilometri, ma so che dentro di lui sta pedalando a dieci centimetri dal suolo per la contentezza di stare per concludere il suo primo “400”. Nevio mi racconta i suoi progetti, si parla già della “Parigi-Brest-Parigi” del prossimo anno. Intanto i chilometri scorrono quasi con insospettata leggerezza. Quanto manca? Venti, quindici, no, sono diciotto, i cartelli stradali sono truffaldini, ecco Portogruaro, finalmente. Entriamo nel cortile dell’oratorio. Sono così stanca e nervosa che non do nemmeno retta a Marco che vuole fare una foto ricordo, all’organizzatore che mi regala dei fiori, alla donna delle cucine che mi chiede che cosa voglio mangiare. Sono le quattro, desidero solo fare la doccia e dormire il sonno del giusto. Ma quando esco dalla “doccia degli arbitri” dell’adiacente campetto di calcio, decisamente più rilassata ed in comodi abiti di cotone, vedo Giorgio e Claudio seduti a tavola sotto il porticato dell’oratorio davanti a fumanti salsicce, polenta taragna e bottiglie di vino. Mi passa ancora una volta il sonno, cambio idea e mi faccio portare a mia volta un vassoio, mentre arrivano anche Marco e Nevio. E finisce così, mangiando pastasciutta alla carne e discutendo con i compagni di viaggio del presente e del futuro del randonneurismo italiano, mentre il cielo si sta già poeticamente tingendo di una nuova alba.

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Brevetto di Bandito di Bra (CN), 400 km, 21-22 maggio 2005

E tre! Per il terzo anno consecutivo prendo parte al brevetto da 400 km organizzato a Bandito di Bra. Insieme a me, naturalmente, gli amici con i quali sto preparando la fantastica avventura britannica.

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Strano, questa volta non me lo dice. Gianni, il “socio” con il quale sto preparando la grande avventura della “Londra-Edinburgo-Londra” che si svolgerà il prossimo luglio, solitamente esordisce con questa frase ogni volta che partiamo insieme per un brevetto o per un allenamento. «Silvia… siamo matti!!!». Forse non è il modo migliore per fare coraggio al proprio compagno, però in tutta onestà non mi sono mai sentita di rispondergli che non è vero. Purtroppo ha ragione da vendere. Quella volta che siamo partiti io e lui soli alle 5,30 di mattino, che era ancora buio. O quell’altra volta che abbiamo fatto cento chilometri sotto la pioggia… e ne dovevamo fare altri cento. Sì: siamo matti da legare.

Ma questa volta, niente. Sono quasi le 14 di un afoso sabato di maggio, e la piazzetta di Bandito di Bra (CN) è colorata dalla presenza dei soliti appassionati di ultradistanze in bicicletta. Tra poco si parte per un giro da 400 km, un “brevetto cicloturistico”. Non c’è solo il camper di Gianni, alla spicciolata arrivano i tanti amici con i quali ho condiviso centinaia di chilometri delle avventure più incredibili nel corso del 2004. Ecco il “terzo uomo” che verrà con noi a Londra, il tostissimo Giorgio da Alzano Lombardo. Poi c’è Danilo da Caraglio, che con i suoi occhialini e pizzetto sembra uscito da qualche Internazionale Comunista dei tempi andati. C’è Roberto da Airasca, che non è ancora sceso dalla macchina e già chiacchiera con tutti. C’è Loredano da Galliate, e Luigi da Locate Triulzi, che mentre si prepara inizia già a brontolare in milanese stretto per qualcosa che non gli va. E ci sono anche la coppia padre-figlia Franco e Manuela, da Arona. Bello squadrone, non c’è che dire. Senza bisogno di tanti convenevoli, come in un tacito accordo e malgrado i bonari brontolii di Bruno – l’organizzatore del brevetto che, applicando rigidamente il regolamento Audax, dovrebbe squalificarci tutti perché non sono ammessi i gruppi più numerosi di tre elementi – l’allegra brigata si mette in marcia e si dirige verso nord, in direzione colline del Torinese.

Inizialmente sono stradine di campagna, si può viaggiare accoppiati e chiacchierare. Traffico non ce n’è, solo qualche raro trattore. È bello essere di nuovo in viaggio, penso tra me e me fra le risate allegre e i discorsi di tutti. Quando la mente è sgombra e l’animo è leggero, i chilometri non pesano. Ho una bicicletta in fibra di carbonio comodissima, un portabagagli leggero e robusto, compagni di viaggio fidati e collaudati, e la mia fantastica ruota con dinamo incorporata nel mozzo mi garantirà luce a costo zero per tutta la notte. La notte?!? Arriva la prima asperità, in quel di Sciolze (TO), fra splendide e verdeggianti colline, dopodiché ci tuffiamo in direzione Crescentino. La brezza è a nostro favore su quello stradone trafficato che c’impone fila indiana e concentrazione. Nel gruppo cala il silenzio. Giorgio, uomo schivo e timido ma non per questo scorbutico o ingeneroso, “tira” tutti quanti con i suoi possenti polpacci “operai”, tanto che nelle retrovie qualcuno si lamenta, e, stranamente, quel “qualcuno” stavolta non sono io. Con un pasto pre-brevetto a base di 500 g (mezzo chilo!) di gnocchi di patate, l’energia è davvero garantita per un bel pezzo! C’è chi ha voglia di un caffè, chi semplicemente di prendere dell’acqua, e dunque decidiamo di sostare brevemente a Crescentino, anche se mancano solo una trentina di km al primo controllo, quello di Desana (VC), posto al 112mo chilometro.

Quel tratto di strada fra le risaie, chissà perché, mi piace sempre. È il terzo anno di fila che partecipo a questo brevetto. Le ciminiere di Trino all’orizzonte, gli aironi e gli altri volatili acquatici intorno a noi, il germano reale, e poi furetti, leprotti, rane e rospi che gracidano dai fossi. E i tralicci dell’alta tensione. E nelle retrovie, in un momento di silenzio, guardo i caschi degli altri randonneur, e per un attimo vorrei essere nel cranio di ognuno… e sapere a cosa stanno pensando mentre pedalano… Sono le 18,30 quando facciamo apporre il timbro sulla carta di viaggio al bar di Desana. Smazzo di caffè e cappuccini, l’immancabile Coca-Cola, chi si compra le patatine per mettere in bocca qualcosa di salato, io estraggo dal bagaglio della Look uno dei miei mitici panini. Con la frittata. Alla cipolla. L’olezzo terrificante invade il nostro lato di strada. Giorgio, seduto sul marciapiede, mi guarda e ride. Dov’è il prossimo controllo? Lomello, il punto più a est di tutto il percorso, un’altra cinquantina di chilometri più in là. Altro bar, altro controllo, sono da poco passate le 20. Loredano e gli altri propongono una sosta in trattoria per una pastasciutta. Io, memore di certe brutte esperienze ai tempi dei miei esordi nel mondo delle randonnèe, mi consulto con Gianni e Giorgio, e decidiamo di comune accordo di declinare l’invito. Fatalmente il gruppo si spacca: quelli dotati di andatura più rapida ci salutano e ripartono subito alla ricerca di un ristorante, mentre con noi tre rimangono Franco e Manuela. Mangiamo i nostri panini e indossiamo le bandelle rifrangenti e qualche capo pesante per la notte.

L’imbrunire ci avvolge già: bisogna ripartire alla volta di Ovada (AL), il prossimo controllo. Il percorso di questo brevetto è stato semplificato dall’organizzatore rispetto alle precedenti edizioni. È stata tolta la suggestiva salita notturna a Cuccaro, nelle colline dell’Alessandrino, e l’indomani non avremmo più dovuto affrontare il passo del Giovo in Liguria. Tuttavia, anche se ci attende della pura e semplice pianura fino al controllo di Ovada, la ripartenza da Lomello è traumatica: il vento contrario soffia forte, e l’andatura spedita e facile tenuta fin lì sta già diventando un lontano ricordo. La media sui nostri ciclocomputer fino a quel momento è ben oltre i 26 kmh. Si sarebbe abbassata inesorabilmente e drasticamente… 

È appena scesa la notte e già guardiamo impazienti gli orologi pregando che arrivi presto l’alba. Al buio sembra sempre di fare delle velocità astronomiche, poi accendi la luce sul casco, guardi il ciclocomputer… e ti accorgi che si viaggia ai 21 all’ora: una miseria! La notte è infida, ti cambia le carte in tavola. Luci accese e massima attenzione al roadbook, per non perderci nel dedalo di stradine rurali. Sono solo le 22 e qualcuno già lamenta il sonno. Facciamo una brevissima sosta in aperta campagna e comincio a distribuire pasticche di guaranà. Giorgio fa battute a voce alta per risollevare il morale della truppa, io gli do corda. Quando ripartiamo, come d’abitudine schiarisco la voce e inizio a cantare. Come tutti gli anni, il controllo di Ovada ha la sinistra caratteristica di… non arrivare mai! Gli ultimi chilometri sono eterni e noiosissimi, e solo la vista di certi ameni castelli illuminati arrampicati sulle colline (una su tutte, la graziosissima località di Rocca Grimalda) rinfranca lo spirito e mi aiuta a tirare avanti. Poi, finalmente, la città. Attraversiamo il ponte sul fiume e, nell’angolo illuminato di un’accogliente cremeria, scorgiamo altre biciclette parcheggiate nel dehor. È mezzanotte passata, ci sono altri randonneur arrivati prima di noi. Decidiamo di tornare lì per rifocillarci anche noi, dopo essere passati dalla stazione FFSS per il timbro sulla carta di viaggio. Intanto arriva in direzione stazione anche il gruppo di Loredano, Luigi, Roberto e Danilo. Un caffè lungo e uno snack ipercalorico sono d’obbligo prima di affrontare la salita di Cremolino. Gianni è riverso sul tavolino del bar, cerca di scacciare il sonno con un breve pisolino. Manuela cambia le batterie del fanale posteriore, suo papà si sta facendo un tè in religioso silenzio. Giorgio si veste, poi apre lo zaino e divora con metodo la sua confezione famiglia di crostatine. Pure io comincio ad aver sonno, e sento addosso tutto il disagio dell’umidità appiccicaticcia della notte che ti ottenebra mente e articolazioni, mentre il soprassella implorerebbe un bidè e fresche mutandine di cotone… Pazienza, pazienza… Andiamo, ragazzi: L’una di notte è già passata da un pezzo.

Cremolino non è una salita particolarmente arcigna o lunga, ma il bello deve ancora venire. Dopo lo scollinamento scendiamo veloci su Acqui Terme, tagliando la notte con le nostre esili lucine come anime in pena vaganti nell’oscurità. Ora ci aspetta il tratto fino a Dego – un brutto vallone in falsopiano-salita con il solito, immancabile vento contrario. L’andatura si riduce, siamo un po’ tutti rimbecilliti dal buio e piuttosto stanchi. Sembra di non procedere per niente. E l’alba è ancora così lontana… Sono i momenti in cui le motivazioni personali vengono messe a dura prova, in cui davvero ti chiedi chi cavolo te l’ha fatto fare. E, come se non bastasse, dobbiamo incassare continuamente gli insulti e gli sfottò dei giovani dalle automobili che, evidentemente, il sabato sera non hanno molte idee per passare il tempo. Andiamo a rompere le palle ai ciclisti. Certo, siete proprio dei fenomeni, complimenti vivissimi! Come una vecchia zia noiosa raccomando a tutti di non rispondere alle provocazioni… anche se non è facile.

Intorno alle tre Gianni chiede una sosta per potersi sdraiare e chiudere gli occhi qualche minuto. Troviamo un paesino, ci sistemiamo sul marciapiede di cemento sotto un’abitazione. Anche io e Giorgio ne approfittiamo per rilassarci una mezz’ora a pancia in giù ma, come sempre, nessuno riesce ad addormentarsi. Franco e Manuela, che sono quelli che stanno patendo di meno il sonno, approfittano invece di un bar miracolosamente aperto poco più in là per l’ennesimo caffè. Alle 3,30 sentiamo cantare in lontananza il primo gallo: queste sì che son notizie! Passa tra di noi qualche battuta allegra per farci coraggio. Si riparte.

Finalmente arriviamo a Dego (SV) e, come d’incanto, vediamo il cielo rischiararsi. È l’alba del randonneur, che porta conforto ma anche il temutissimo “sonno elefante”. A Rocchetta Cairo, come un’oasi nel deserto, troviamo un bar-pasticceria già aperto. Sono le 5,30, e dentro la vetrina già occhieggiano strepitose bignole e paste appena sfornate dal pasticcere. Che conforto per il randonneur ramingo e infreddolito, era ora! Entro e mi butto senza indugio in quell’orgia di zuccheri. Mi sto ancora leccando le dita della crema pasticcera mentre a fianco a me sia Franco che Gianni sono riversi sul tavolo del bar. Gianni, mezzo addormentato e completamente nauseato per le lunghe ore in sella, non ha neppure la forza di addentare la sua bignola. «Coraggio, bevi almeno il cappuccino… sennò ti si fredda!». Si fa forza e, con il cucchiaino, scava svogliatamente l’involucro di pasta con la lentezza e il metodo di un serial killer, mangiando a fatica solo la crema. Lo guardo come guarderei un assassino.

Affrontiamo con calma la salita di Rocchetta Cengio e scendiamo a Millesimo. Sono probabilmente le sette, e dobbiamo ancora affrontare la “cima Coppi” del brevetto, ovvero Montezemolo. Ma arriva anche per me la mazzata decisiva del sonno. Giorgio capisce tutto, ha a sua volta bisogno di chiudere gli occhi una decina di minuti, ci sono delle panchine lungo la strada, ne approfittiamo. Giurerei di aver perso conoscenza, per pochissimo… ma dobbiamo ripartire, fa troppo freddo. Però la sosta mi ha fatto bene, a volte basta così poco. Imbocchiamo la strada vecchia per Montezemolo e arranchiamo con passo lento ma costante. Io e Gianni rimaniamo insieme nelle retrovie, chiacchieriamo per farci forza a vicenda, comunque stiamo meglio, le crisi di sonno paiono essere ormai superate. In cima a Montezemolo il cielo è grigio e fa un freddo cane, così scendiamo subito su Ceva. Da Ceva a Mondovì (CN), località deputata all’ultimo controllo, la strada non è esattamente pianeggiante. La mente di tutti è all’ultima asperità di giornata, ovvero il Santuario di Vicoforte, “bestia nera” di questo brevetto non tanto per il dislivello, ma per il fatto di giungere sul finale, quando si è veramente stanchi ed esasperati. Dal Santuario risaliamo ancora per un breve tratto sulla strada in direzione Mondovì Piazza, dopodiché scendiamo in picchiata sulla parte bassa della città, verso la stazione FFSS. Sono le 10,30, è finalmente uscito il sole dalla foschia del mattino. Adesso si comincia a ragionare, tantopiù che, dopo la sosta per il timbro e per levarci gli indumenti pesanti, ripartiamo tutti come miracolosamente rigenerati e rimessi a nuovo. Misteri dell’organismo, che quando meno te l’aspetti trova le risorse per recuperare e tirare avanti.

Gli ultimi quaranta chilometri abbondanti verso la piazza di Bandito di Bra sono tranquilli e rilassati, la brezza è di nuovo a favore. Alle 12,20 chiudiamo un lungo viaggio ad anello in bicicletta lungo oltre 400 km in giro per il Piemonte. Complimenti a noi viaggiatori, ma anche a Bruno per l’organizzazione sempre impeccabile, luna piena compresa. «La “500 km” del prossimo weekend? Naa… Non ci vengo!». Così brontolo esausta a Gianni e Giorgio, mentre carico la bici in macchina sognando una doccia e il mio letto. Ma non mi credono.  E fanno bene!

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Brevetto di Cassano Magnago (VA), 200 km, 17 aprile 2005

È iniziato un nuovo anno. Stavolta l’obiettivo che vale la stagione 2005 è la mitica “Londra-Edinburgo-Londra”, massacrante ultramaratona di oltre 1.400 km che si terrà a luglio nell’isola britannica. Già dalla fine dell’inverno fervono i contatti ed i preparativi, ed i consueti brevetti organizzati in giro per l’Italia sulle distanze omologate Audax sono il pretesto per effettuare degli ottimi allenamenti con i miei due “soci inglesi” Gianni e Giorgio.

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Se le risaie del Vercellese e del Biellese s’increspano e fanno le onde, allora vuol proprio dire che sta piovendo tanto. Troppo. Questo penso tra me e me, sabato pomeriggio, mentre raggiungo Gianni in auto con i tergicristalli a velocità 5 sulla leva che va da 1 a 4. Saremmo poi ripartiti insieme con il suo camper alla volta di Cassano Magnago, amena località lombarda vicina a Gallarate, dove il giorno dopo sarebbe partito un brevetto cicloturistico sulla distanza dei 200 chilometri. Un altro mezzo suicidio, considerate le previsioni meteo per il weekend. Nemmeno il tempo di staccarci di dosso il muschio cresciuto dopo il “200” di Bandito di Bra della domenica prima, e di riprenderci dal freddo e dalla grandine di Cuneo.

Andiamo a Gallarate, sul posto ci attende Maurizio, l’organizzatore della manifestazione. Stasera il cielo vuole illuderci con ampi squarci di sereno, ma nessuno crede troppo in un miglioramento per l’indomani. Quando ci sediamo tutti e tre al tavolo di una pizzeria, Maurizio racconta: «Mi telefonano in continuazione, avevo un sacco di prescrizioni, adesso vogliono tutti sapere se, in caso di pioggia, si farà ugualmente… ». Io e Gianni ci guardiamo sorridendo beffardi. Noi sappiamo bene che un randonneur motivato non si ferma di fronte a nulla, specialmente se si sta preparando per un’ultramaratona del calibro della “Londra-Edinburgo-Londra”. Dopo cena ci ritiriamo presto. Nel camper prepariamo le ultime cose, e Gianni mi mostra orgoglioso l’ultimo acquisto: quella meravigliosa (e costosa) giacca impermeabile e traspirante che a Bandito, otto giorni prima, gli avrebbe fatto tanto comodo… Meglio tardi che mai! Buonanotte, prendo posto nella cuccetta a me destinata e m’imbozzolo nel sacco a pelo. Gocce di pioggia fanno tip-tap sul tetto del caravan: rassegnamoci, domani è di nuovo ora…

Ore 6: sveglia! Piove, fa freddo e ho un sonno da morire, e Gianni non mi sembra molto più pimpante di me. Comunque nessuno si lamenta troppo del maltempo: avrai voglia a prender pioggia in Inghilterra! Tantovale abituarsi. Al parcheggio dell’oratorio, posto in cima ad un’amena collinetta circondata dal verde, sistemiamo il caravan, facciamo colazione e intanto ci raggiunge Giorgio da Alzano Lombardo, il “terzo uomo” del nostro trio lanciato verso Londra. Ci prepariamo di tutto punto, Giorgio mi guarda sconcertato: «Vista così… non sembri neppure una ciclista!». In effetti vesto giacca da montagna con cappuccio sotto il casco e soprapantaloni in Gore-Tex, un paio di calosce artigianali per tenere (spero) i piedi asciutti e guanti in lattice sopra i guanti invernali da bici: sembro uno speleologo! Ma pure io sono sconcertata di fronte a lui, vestito un po’ troppo leggero e senza capi tecnici. Ma lui è un vero duro, un randonneur che sa soffrire e non molla l’osso nemmeno a cannonate. Lo conoscevo già, il Giorgio.

Al tavolino dell’accredito l’anziano Giudice Federale (la manifestazione è patrocinata dall’Udace) gira e rigira il mio tesserino. Sono iscritta per la squadra “Barcollo ma non mollo”, affiliata Uisp… Niente, lui esclama stizzito: «Ùstia, ma che tesserino l’è cheschì?!». Rido per non piangere, raccolgo Gianni e Giorgio e partiamo sotto la pioggia. Sono da poco passate le 8. Si aggrega subito una donna, abbigliamento da granfondista stilosa ma per nulla impermeabile: «Tu sei Silvia? Piacere, abito qua sotto ed è la prima volta che faccio un brevetto, mi hanno detto di seguire te..». Ho piacere, dunque abbiamo una local… E al primo bivio, naturalmente, rischia di farci sbagliare strada. Richiamo all’ordine i miei due soci: atteniamoci scrupolosamente al roadbook che tengo sul manubrio come d’abitudine… e lasciamola pure andare, che questa c’ha il passo da agonista, non da randonneur!

Piove sulla campagna lombarda. Schizzi dalla strada, schizzi dalla ruota di quello davanti. La mia giacca antipioggia, vecchia ed ormai esausta, “tiene” per modo di dire. Le calosce sembrano funzionare, i guanti in lattice invece sono corti, e i guanti di sotto stanno iniziando ad inzupparsi dal polsino. Chi sta meglio è Gianni, che si gongola nella sua tecnicissima giacca nuova di pacca ed ha le mani ben protette da lunghi guanti di gomma di quelli per lavare i piatti. Chi sta peggio è Giorgio, già bagnato come un pulcino sotto la mantellina lacera e destinato a battere i denti ad ogni discesa. Il percorso è nervoso, ci sono molti saliscendi. Non è un brevetto “banale”, il dislivello complessivo è di 1500 metri. Ci sorpassano a velocità doppia Maurizio e altri uomini della sua squadra, alcuni dei quali, però, vediamo fare mestamente dietrofront dopo pochi chilometri: il loro abbigliamento è approssimativo, e continua a piovere…

Al primo controllo di Lentate, al 45mo chilometro, c’è solo un’auto dell’organizzazione ad attenderci per il timbro, e il bar è chiuso. E noi che sognavamo una bevanda calda! Rassegnati ed intirizziti proseguiamo verso Arona e il Lago Maggiore. La salita al San Carlone è micidiale, Gianni sta bene e fila come un razzo, lo schernisco per via di quella marmellata di ciliegie che gli avevo portato per colazione: «Visti i risultati… a Londra ce ne portiamo una cassa!». Pure Giorgio si difende bene, a dispetto della sua stazza tarchiata e muscolosissima che non fa certo pensare ad uno scalatore. Sembra non patire né la pioggia, né il freddo, e lo ammiro sinceramente per la sua capacità di soffrire. La statua del San Carlone è maestosa e merita più di un’occhiata, ma non è finita: l’ultimo strappo verso Dagnente fa drizzare i capelli. Arranco paurosamente e, per farmi coraggio, penso al controllo successivo presso il santuario di Boca… in cima ad un’altra salita!

Siamo mestamente silenziosi sotto quel cielo cupo. Vorrei cantare per non pensare al disagio e alla fatica, ma appena apro bocca “annego” negli spruzzi della ruota di Gianni. Ok, è un segno del destino, sto zitta…

Il bel santuario di Boca immerso nel bosco è alfine raggiunto, meriterebbe una foto, ma le mani bagnate e il bagaglio sporco di fango fanno passare la voglia di aprire le cerniere per estrarre l’apparecchio digitale, un vero peccato. Timbriamo il foglio di viaggio al tavolino, mettiamo in tasca crostatine e banane offerte dall’organizzazione e scendiamo subito (non senza paura, a causa dei freni praticamente inutilizzabili…) a Grignasco, alla ricerca di un bar dove poter finalmente consumare qualcosa di caldo. Non siamo neppure al centesimo chilometro, ma la sosta è d’obbligo: smazzo di cappuccini e thè, chi strizza i guanti, chi mangia le crostatine del controllo, chi telefona alla moglie, chi “saggia” la quantità d’acqua assorbita dagli indumenti, intanto il cielo lascia intravedere mezzo raggio di sole, chissà, avremo fortuna? Prossima tappa Buronzo, il controllo del centoventesimo chilometro…

Ha smesso di piovere e le nuvole si stanno effettivamente diradando, sembra un miracolo, nessuno osava sperare tanto! Il vento ci è amico e la strada è in falsopiano-discesa, quindi possiamo “organizzarci”: Giorgio, “la locomotiva di Alzano”, guida il plotoncino con la sua pedalata potente e regolarissima. Grazie a lui voliamo a velocità stratosferica! Lui sì che è un vero “operaio della pedivella”, generosissimo, instancabile. Gianni invece è un esteta, sembra pennellare con eleganza ogni colpo di pedale della sua equipaggiatissima Cannondale da cicloturismo. E poi ci sono io, che non sono né potente né elegante, e mi muovo con la grazia di un elefante in un negozio di Swarosky sviluppando gli stessi watt di una tartaruga asmatica… e talvolta “stare a ruota” mi fa comodo, anche se è una cosa che non amo! Quando arriviamo al bar di Buronzo deputato al rituale del timbro siamo baciati dal sole. È come risvegliarsi da un incubo: nel tiepido dehor è davvero una sensazione bellissima potersi spogliare degli indumenti ormai zuppi e lasciar asciugare la pelle all’aria. Tiro fuori dal bagaglio una maglia a maniche lunghe e un paio di guantini estivi miracolosamente asciutti, custoditi in una busta della spesa. Sorridiamo e chiacchieriamo allegri mentre ci sistemiamo: stiamo vivendo una perfetta anticipazione di quello che avremo alla “Londra-Edinburgo-Londra”.

Mancano un’ottantina di chilometri alla fine, ed il freddo vento è contrario quando ripartiamo fra le risaie dell’Alto Piemonte. Faccio fatica a tenere la ruota dei miei soci, più di una volta devo implorare quella “mezza pedalata” in meno di alleggerimento. Le catene delle nostre biciclette cigolano penosamente. Ci sono molti tipi di uccelli intorno a noi, specie trampolieri, aironi, e i soliti corvi. In cielo è tutto un’alternarsi e un rincorrersi di nuvoloni neri e squarci di sereno. È un pomeriggio splendido, e c’è di buono che, man mano che il traguardo si avvicina, ci stiamo asciugando le ossa. A Bellinzago (–35 km) c’è ancora spazio per una breve sosta ad una fontana per togliere gli ultimi indumenti umidi e sgranocchiare qualcosa. Ci guardiamo compiaciuti. È il nostro primo brevetto tutti e tre insieme, e l’affiatamento è già ottimo, il che ci dà molta tranquillità per la prova britannica. Ripartiamo e consumiamo tranquillamente gli ultimi chilometri, il passaggio sulla splendida ciclabile lungo il Ticino, i commenti sulla stanchezza, lo slalom fra le auto nella bolgia infernale di Gallarate, l’ultima salita per giungere finalmente all’oratorio di Cassano Magnago. È fatta: Maurizio, “finisher” con largo anticipo, ci aspetta già docciato e cambiato al banchetto dell’ultimo timbro. Si complimenta con noi con un applauso, ma anch’io mi complimento con lui per l’organizzazione e la scelta del percorso. E mi complimento con i miei soci, ovvio. È tardi, sono già passate le 18: bisogna salutare tutti e tornare a casa, passando da Crevacuore per recuperare la mia auto nel box di Gianni. Mentre guido piano verso l’imbocco della A4, con i quadricipiti indolenziti e l’animo sereno, non posso fare a meno di ammirare la splendida serata e di nuovo le risaie, stavolta con le meravigliose tinte madreperlate del cielo limpido al tramonto, ben diverse da quel grigio cupo e increspato del giorno prima. Arrivederci, piccola Inghilterra padana!

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Brevetto dei Laghi Lombardi, Angera (VA), 200 km, 18 luglio 2004

Ultima manifestazione “ufficiale” del mio 2004 cicloturistico.

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Primo controllo dopo OleggioLa mia stagione “randonneuristica” volge finalmente al termine: appesi al muro della mia “Hall of Fame” ci sono gli ultimi diplomi e le medaglie conquistate, ogni tanto le guardo e gongolo di legittima soddisfazione. Già, ma l’estate è ancora lunga. E allora, che si fa? Pedalare sempre sulle solite strade vicino a casa? Che noia! Allora consulto Internet, cerco il calendario con gli ultimi eventi disponibili. Mumble, domenica 18 luglio… Ad Angera c’è un brevetto da 200 km che fa un suggestivo percorso fra i laghi lombardi. Non da levarsi la pelle, ma neppure banale, con numerosi saliscendi e la “cima Coppi” prevista al passo Sette Termini. Presa con calma è una sgambata buona per scrollarmi dalle gambe le “ruggini” delle recenti, immani fatiche ciclistiche. Che si fa? Si va!

Sveglia alle 5,10, la voglia francamente non è molta. Colazione per modo di dire, poi via, sulla “MicroMachine” (cioè l’auto della Micronauta, la mia Suzuki Wagon R+, altrimenti detta affettuosamente “il cubo” per via della forma sgraziata e tutt’altro che aerodinamica). L’autostrada fra Torino e Milano è un cantiere lungo 170 km per via della costruenda linea ferroviaria ad alta velocità, per cui non si può correre più di tanto, non fosse altro perché il mio carnet di punti sulla patente è già stato gravemente intaccato… I miei CD mi fanno compagnia, prendo l’intersezione per la Genova-Gravellona Toce ed esco a Sesto Calende, dopodiché comincio a girare come una trottola cercando Angera… Vabbè, come al solito a due passi dall’obiettivo mi perdo in un bicchiere d’acqua, arrivo nel campeggio dove è stato fissato il raduno piuttosto trafelata. Fermo, l’eclettico organizzatore dei brevetti di Nerviano, mi sfotte benevolmente con la sua parlata milanese mentre mi prepara la carta di viaggio. La partenza è “alla francese” tra le otto e le nove, ma io non voglio partire per ultima, corro a riempire le borracce, monto la bici, casco, occhiali e sono all’accredito. Fa già un caldo scellerato. Ho addosso la maglia-trofeo della “Randonnèe 8000”, molti dei randonneur presenti sanno bene di cosa si è trattato, anche se quella di quest’anno è stata solo la prima edizione. Vengo guardata con un misto di rispetto e di ammirazione, qualcuno mi apostrofa: «TU hai fatto QUELLA?!? Io non riesco neppure ad immaginarli ottomila metri di dislivello in un botto solo!». Riconosco un personaggio molto celebre nell’ambiente per le sue imprese di ultracycling: «Tu sei Enrico De Angeli? Piacere, Silvia.». Mentre mi stringe la mano mi fa: «Ti conosco, ti conosco…». Ah.

Un brevetto per divertirmi, sciogliere e defatigare, sì, peccato che il gruppetto al quale decido di aggregarmi prenda la strada in falsopiano-discesa in direzione Oleggio ad una velocità folle. E io non ho praticamente fatto colazione. AAARGH! Resisto la solita quindicina di chilometri, poi li mando al diavolo e mi stacco. La Statale è brutta e trafficata, cominciamo bene, penso tra me e me, speriamo che il paesaggio cambi un po’ man mano che ci inoltriamo fra i laghi… Ci sono moltissimi ciclisti in giro. Tipicamente gli stradaioli lombardi viaggiano in immensi gruppi, quaranta all’ora, testa bassa e non la alzano certo per salutarti. Probabilmente non comprendono quel mio viaggiare anarchico, solitario. Mi viene da credere che nella loro mentalità un ciclista che non è “nel gruppo” sia un ciclista sfigato. Tant’è. Mi mangio una barretta e tengo d’occhio il roadbook.

Dopo Ponte Oleggio dovrebbe esserci il primo controllo, ma i chilometri indicati nel roadbook non mi corrispondono: l’avrò mica saltato? Un attimo di esitazione e, proprio quando ormai sono rassegnata a farmi il brevetto da sola, vengo raggiunta da due cicloturisti con la divisa del Gruppo Sportivo Città di Varese: «È giusto per di qua, vieni con noi!». Oh, là, ecco due compagni col passo giusto per me! Poco dopo vedo per terra le frecce gialle che indicano il controllo, caccio un urlo e richiamo i due che, sennò, avrebbero tirato dritto. Mamma santa. Facciamo una salitella acciottolata e giungiamo su uno splendido belvedere con chiesetta e organo che suona, e vista panoramica. Vale una foto. Chissà se tutti quelli che si sono fermati per il timbro si sono accorti di cotanta meraviglia. Dopo le formalità saluto i giudici al tavolino e riparto con i miei nuovi e inattesi compagni di viaggio.

Luigi ha sessant’anni, gambe muscolosissime, mi sorprende con la sua andatura incredibilmente regolare. Andrea, stazza imponente, è per sua stessa ammissione poco amante delle salite. Chiacchieriamo mentre consumiamo gli ultimi chilometri di noiosa Statale. È sempre un piacere essere accompagnati da gente del posto che conosce le strade: per ogni fontana, ogni capitello, ogni madonnina hanno un aneddoto da raccontare. C’è molto traffico, è quello dei merenderos domenicali. E fa caldo, un caldo afoso asfissiante ed opprimente. Giungiamo a Somma Lombardo, ora ci attendono i saliscendi della provincia di Varese, ci approssimiamo alla zona di Campo dei Fiori. Finalmente il paesaggio diviene più interessante: i saliscendi s’inoltrano nel bosco, sono belle stradine in ombra, tuttavia facciamo confusione, perdiamo le frecce gialle sull’asfalto che dovrebbero indicarci la giusta via, incocciamo in una strada chiusa per lavori, insomma, dopo qualche peripezia ritroviamo finalmente il percorso originale dopo Inarco. Sosta per la pipì con relativa aggressione da parte delle zanzare, un’altra presso una fresca fontana ben nota ai miei due soci per la bontà delle sue acque, e via. Cocquio, Trevisago, Caldana, Orino, fino a giungere sulle sponde del grazioso lago di Ghirla, anch’esso preso d’assalto dai turisti in cerca di un po’ di refrigerio. Abbiamo già passato il giro di boa dei cento chilometri, e c’è da affrontare la “cima Coppi” del brevetto, ovvero la salita al passo Sette Termini.

Le pendenze non sono niente affatto banali. Io seguo come un’ombra Luigi, mentre Andrea rimane un poco indietro. La strada è ombreggiata e suggestiva, anche se l’afa la fa da padrona. In cima c’è il controllo e, mi auguro, anche qualcosa da mettere sotto i denti. Infatti stavolta mi sono portata poco da mangiare, confidando nei ristori che l’organizzatore di questi brevetti solitamente mette gentilmente a disposizione. Non che sia completamente in crisi, ma duecento chilometri sono comunque tanti… Passano i tornanti, pedalo rigorosamente seduta e agile, tutto sommato arranco dignitosamente, sento che la gamba si sta riprendendo dopo le recenti, bestiali imprese alpine. Gli ultimi metri lasciano un po’ di respiro, ed ecco laggiù il parcheggio del colle. Al banco del controllo, magra sorpresa, oltre al timbro c’è solo… acqua e fette di cocomero. Un po’ poco per nutrire i miei muscoli. Più in là c’è un bar ristorante, ma non voglio perdere troppo tempo a entrare e chiedere qualcosa da mangiare. Mangio più cocomero che posso (zuccheri e idratazione garantiti) e con le mie “polverine” mi preparo una borraccia di maltodestrine concentrate, la “bomba” che mi avrebbe salvata sulla strada del ritorno in caso di crisi. E metto in tasca, a portata di mano, l’ultima barretta rimasta. Siamo pronti a ripartire: al nostro terzetto si aggrega Walter da Cuneo, che al via era nello stesso gruppo di scalmanati dov’ero io, con la differenza che lui ha insistito nel voler correre al loro passo e ora, fatalmente, sta pagando la stanchezza. «Fate attenzione alla discesa, la strada è sporca!», ci ammonisce Fermo.    

Planiamo su Luino, mancano un’ottantina di chilometri alla fine. In pratica ora si percorre tutta la costa del Lago Maggiore fino ad Angera, salvo alcune varianti nell’entroterra. La strada è ben lungi dall’essere in discesa, si snoda nervosa obbligandoci a rilanciare continuamente. Walter è un po’ in difficoltà ma, da vero duro nonché randonneur consumato, resiste. Guardo le sponde del lago, sono belle. Di là c’è il Piemonte. In questo momento non parliamo, impegnati come siamo a controllare l’andatura in mezzo al solito traffico. Io ammiro il paesaggio e, come sempre, mi perdo nei miei mille pensieri ingarbugliati. Non sento la fatica. Tutto l’allenamento accumulato fra Brevetti, “Sicilia No-Stop” e “Randonnèe 8000” sta venendo fuori adesso. Che la stagione è finita, e la mente e lo spirito sono stanchi. Molto stanchi.

Sul finale il percorso fa un giro strano, rientrando nell’entroterra per la necessità dell’organizzatore di arrivare al fatidico chilometraggio dei duecento. Siamo in campagna, su stradine amene, e questo non può farmi che piacere. Un beffardo controllo è stato piazzato in località Lentate Verbano, a poco più di dieci chilometri dall’arrivo, proprio per scoraggiare i furbi. C’è di buono che il timbro si acquisisce presso un bar, dove inevitabilmente lattine di Coca-Cola ghiacciata e gelati vengono presi d’assalto. Un Magnum ad una randonneuse affamata e accaldata non si nega! Ripartiamo e consumiamo con calma gli ultimi chilometri, chiacchierando del più e del meno. Giungiamo al campeggio alle 17, sudati e impolverati per l’ultimo tratto di strada sterrata. Doccia, pastasciutta e birrone gelato per tutti, ce li meritiamo. A Fermo vanno i miei complimenti per la scelta del percorso, davvero suggestivo ed ameno… e un arrivederci, chissà, alla prossima stagione cicloturistica!

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“Randonnèe 8000″ – Cuneo, 10-11 luglio 2004

Considero questo durissimo brevetto ”per grimpeurs” un mio piccolo capolavoro. Primo, perchè è arrivato a sole due settimane dal “mille” di Sicilia, con evidenti problemi di recupero visto il poco tempo trascorso. Secondo, perchè con trenta misere ore a disposizione per concluderlo lo consideravo veramente fuori dalla mia portata. E terzo, perchè l’ho condotto praticamente quasi tutto da sola, notte compresa. In ogni caso è stata un’esperienza fondamentale e, sicuramente, una svolta nella mia “maturazione” di ultracyclist.

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E dire che lo sapevo dallo scorso inverno. Lo staff organizzativo della GranFondo “La Fausto Coppi” ha ideato per il 2004, nello stesso weekend della manifestazione agonistica, una terrificante randonnèe con partenza e arrivo a Cuneo, il cui percorso avrebbe scalato uno dietro l’altro cinque colli mitici: Lombarda, Bonette, Vars, Izoard e Agnello, per un totale di 358 km e 8000 metri di dislivello. Ottomila. Pur conoscendo personalmente l’ideatore di questa follia, per sei mesi buoni ho fatto pesce in barile: «Mah… È solo due settimane dopo la “Sicilia No-Stop”… Non so se ce la faccio a recuperare… No, non vengo… In fondo, quei colli lì li ho già fatti tutti… »

Ma quando una ha nel cranio il baco delle sfide impossibili c’è poco da fare. Tornata dalla Sicilia ho preso in mano il grafico del percorso e ho iniziato guardarlo bene. Il tempo limite per farsi omologare il brevetto è stato fissato arbitrariamente dall’organizzatore stesso in trenta ore. Poche, per le mie possibilità. Un brevetto con queste caratteristiche sembrerebbe fuori dalla mia portata, dato che sono piuttosto lenta in salita e fifona in discesa. Ma prima di gettare la spugna ho preso la calcolatrice: tot chilometri in salita alla tale media, queste discese tocca farle di notte, quindi dovrò andare necessariamente piano, qui ci sarà un controllo, qui il ristoro… Risultato… salvo contrattempi… rientro previsto a Cuneo per le ore 19… della domenica… allo scadere esatto delle trenta ore?!? Il responso è impietoso: è fin troppo evidente che se decido di raccogliere la sfida non sarà una randonnèe come tutte le altre, ma una disperata cronometro individuale, senza alcun margine di errore. L’occasione per mettere in campo la mia capacità organizzativa, la mia tenacia e la mia regolarità, nel tentativo di compensare i miei limiti fisici. Il tarlo mi ha roso il cervello per i dieci giorni precedenti: vado, non vado?… Alla fine, fatalmente, vado. Miscion impòssibol, ma se so di avere anche solo una possibilità di farcela… perché non provarci?!?

Foto di gruppo al viaSabato 10 luglio, piazza Galimberti in Cuneo. Sono nervosa e impaziente. Aspettiamo tutti le 13, l’ora del via. Siamo tanti, stranamente tanti, e mi chiedo se tutti questi coraggiosi sappiano esattamente a cosa vanno incontro. Le randonnèe cicloturistiche sono una realtà ancora poco conosciuta nel nostro paese: sono dure, devi viaggiare anche di notte, e soprattutto… qui è rigorosamente obbligatorio cavarsela in autosufficienza, senza alcun aiuto “esterno”. Alcuni hanno bagaglietti francamente esigui: come potranno resistere al gelo dell’alta quota questa notte con quel poco vestiario? Ecco gli amici di sempre. Roberto da Airasca non sta più nella pelle, questa randonnèe è il suo obiettivo di stagione, da giorni ci ha perso il sonno. Salta come un grillo e, come d’abitudine, non sta zitto un momento. C’è Giovanni da Cuneo, vecchia volpe delle randonnèe, uno di quelli che le fa per “fare il tempo”. Ci sono Luigi e Loredano, compagni di viaggio di una parte di “Sicilia No-Stop”. C’è Gualtiero il “Barcolliano”, che sembra un guerriero armato di tutto punto con quello zainetto e il muscolo guizzante in bella mostra. C’è Danilo, pizzetto e occhiali da intellettuale, aria vagamente svogliata. Ci sono altri reduci della “Paris-Brest-Paris” del 2003. E c’è Ivano, il “socio” delle grandi occasioni, che di questa follia lucidamente calcolata è l’ideatore. Tra di noi, un patto: questa volta, ognuno per se. «No, domani sera non ti attarderai… perché arriverai entro il tempo massimo, te lo dico io!». Lo guardo negli occhi un istante, mi strappa un sorriso. Il cuore mi si gonfia un pochino. Era ora.

PROLOGO: CUNEO – VINADIO

Pronti, via. Schizzo come una molla e mi metto subito a ruota di Giovanni, sono nel gruppetto dei primi, è tutta gente che interpreta le randonnèe con piglio “agonistico”. Io sono distante anni luce dalla loro mentalità, ma ora il mio obiettivo è stare opportunisticamente a ruota fino a Vinadio per risparmiare minuti preziosi. Cerco di resistere, ma sono davvero troppo veloci, dopo una quindicina di chilometri devo staccarmi. Tuttavia il gruppo è vasto, trovo altre ruote, arrivo all’attacco della prima salita in netto anticipo rispetto alle mie previsioni, è quello che volevo. Nella confusione ritrovo Ivano, giusto il tempo di un ultimo incoraggiamento prima di prendere ognuno il proprio ritmo e salutarci definitivamente: «Hai la testa abbastanza dura per riuscire in questo ed altro!». Ha ragione, e io lo so bene. Sennò, non sarei lì.

PRIMO COLLE: LOMBARDA

È confortante partire bene e sapere di essere già in vantaggio. La salita è bella, l’aria è fresca. La mia bici è stata alleggerita al massimo, non ho più il portapacchi ma uno zainetto sulla schiena, che inizia a darmi fastidio. Sono un po’ preoccupata per questo, spero di non aver sbagliato tutto. Controllo la velocità sul mio ciclocomputer, sto salendo bene per le mie possibilità. Raggiungo altri randonneur, qualcuno è già fermo a bordo strada e “scoppiato”, questi in cima al colle gireranno fatalmente i copertoncini in direzione Italia e torneranno indietro… Si scambiano brevi battute, l’aria è sempre più frizzante. Scollino poco prima delle 17, e come un automa eseguo senza perdite di tempo le operazioni necessarie: vestizione, luce sul casco, pipì, e intanto mangio il primo panino. Me ne sono portata quattro, uno per ogni colle escluso l’ultimo. Comincio la discesa verso la Francia, è il salto verso l’ignoto, il “punto di non-ritorno”. Mollo i freni più che posso e giungo a Isola alle 17,35. Avevo calcolato di arrivarci tra le 18,30 e le 19. Sono in clamoroso anticipo. Incredibile.

SECONDO COLLE: BONETTE

Da Isola a Saint Etienne de Tinèe ci sono quattordici chilometri di falsopiano-salita con forte vento contrario. Dietro di me ci sono dei randonneur, ma sono attardati e non posso certo aspettarli. Un altro mi sorpassa, ma va troppo forte per me. Rimango senza collaborazione, e mentre procedo comincio a sentire il peso della solitudine, e quella paura strisciante che ti assale quando sai che stai per affrontare qualcosa di terrificante senza nessun aiuto. Il sole pian piano volge al tramonto. Dopo Saint Etienne de Tinèe inizia la salita vera e propria alla Bonette. Da un cortile una signora sorride e mi apostrofa: «Vous êtes le dernier? Ou l’avant-dernier?…» Le mie reminiscenze scolastiche di francese sono annebbiate, solo dopo un minuto buono realizzo che mi stava prendendo per i fondelli: sei l’ultima… o la penultima?…

Più salgo, più fa freddo. A metà salita c’è un rifugio, molti randonneur sono fermi a ristorarsi e a vestirsi: finalmente, due parole e il conforto di altri esseri umani! Mi devo vestire anch’io, ormai il sole è sceso e la temperatura sta crollando: gambali spessi e giubbotto. Riprendo la salita, altri mi sorpassano alla spicciolata, l’ambiente si fa sempre più severo e selvaggio. Sono sempre in vantaggio rispetto ai tempi previsti, e realizzo che potrei riuscire ad attaccare la temibile discesa sull’altro versante con un filo di luce, una cosa insperata! Tuttavia un senso di sconforto mi assale, e del resto me l’aspettavo: trovarsi sola, al tramonto, fra le Alpi è una sensazione agghiacciante. Guardo le ultime luci del crepuscolo sui monti: sta per arrivare il momento più difficile, quello immaginato mille volte, la sfida alla Grande Signora Che Fa La Selezione.

Sono le 21,45, scollino a quasi 2800 metri di quota e mi metto in un angolo per vestirmi. C’è ancora un misero filo di luce, ma è troppo poco. Il forte vento gelido mi ottenebra mente e articolazioni, ho le mani ghiacciate, non riesco a infilarmi le cose. Tento di addentare il secondo panino, ma ho la nausea. Provo a orinare, ma non ci riesco. Devo mantenere la calma. Ok, guanti, controllo luci, ancora un morso al panino e comincio a scendere, ma i brividi di freddo mi scuotono e non riesco quasi a governare la bicicletta. Il panino mi va di traverso e rischio di soffocare, miracolosamente lo sputo. Non c’è una luce artificiale, non c’è la luna, non un villaggio, una casa, un essere umano, niente di niente, sono sola, solo freddo e buio, FREDDO E BUIO, maledizione, ma questo è l’inferno! Non vedo la strada, l’illuminazione fornita dal mio impianto è discreta, ma in quelle condizioni indovinare i tornanti è un azzardo. Sono consapevole di star vivendo l’esperienza più terrificante della mia vita, un attimo di smarrimento e alla prossima curva potrei lasciarci la pelle. Ma so anche che ogni metro di quota perso equivale a qualche decimo di grado centigrado in più. D’improvviso, delle luci dabbasso: JAUSIERS?!? Il controllo! Il conforto di altri esseri umani! Con la temperatura si alza anche il morale. Eccomi al villaggio, arrivo al furgoncino dell’organizzazione, dove ricevo sorrisi e complimenti. Io sono visibilmente provata e allucinata, ma anche questa è fatta. Sono le undici: il mio vantaggio sul ruolino di marcia è di ben due ore. Posso ripartire tranquilla.

TERZO COLLE: VARS

Al controllo sono stata raggiunta da altri due randonneur, ma riparto prima di loro. È la prima volta che affronto da sola la notte in una randonnèe. Ora il mio stato d’animo è mutato, sono serena e tranquilla. Non ho paura. Dopo il villaggio di St. Paul la strada ricomincia a salire, è l’attacco del terzo colle. Il campanile illuminato del villaggio è assai suggestivo, intorno a me è tutto bosco. Alzo gli occhi, e scorgo una spianata di stelle spettacolare, con la Via Lattea perfettamente riconoscibile. È tutto bellissimo e poetico, ma la salita nell’oscurità totale fissando sull’asfalto la fioca luce alimentata dalla dinamo giocoforza rallentata mi sta rimbambendo completamente. Ad un certo punto credo di avere delle allucinazioni. Fortunatamente la pendenza è dolce. Silenzio tutto attorno, vedo sagome di piccoli animali che mi tagliano la strada. Le paline segnaletiche indicano lo scorrere dei chilometri, ancora tre, due, uno, ahimè, mi si scarica completamente la batteria della torcia sull’elmetto… e realizzo con orrore che, se mi fossi fermata e con me la dinamo nel mozzo, sarei rimasta completamente al buio… Allora scollino, e decido di tirare dritto per Les Claux, la sottostante località sciistica nel cui Ufficio del Turismo gli amici francesi hanno predisposto il controllo e un sospirato – per quanto non dovuto in questo genere di manifestazioni – ristoro caldo. Resistere al freddo per un paio di chilometri al massimo… Impossibile! Urlo per i brividi, per fortuna ci sono le luci di un rifugio, manca solo un chilometro ma DEVO fermarmi a mettere guanti lunghi e giacchino… Mi raggiunge un altro randonneur e approdiamo insieme all’illuminato villaggio di Les Claux, che giunge come un’autentica oasi in quell’inferno di gelo e di buio.

Fuori dal locale ritrovo inaspettatamente Ivano con Roberto, che stanno per ripartire. Ehi, ma allora sto andando forte! Abbracci, complimenti, gimmefive, e l’augurio reciproco che la randonnèe proceda per il meglio. Entro nella stanza, c’è il riscaldamento. C’è il tanto sospirato tè caldo. C’è anche tanto da mangiare, ma io continuo a non avere appetito, arraffo giusto due merendine e una cucchiaiata di Nutella. Dietro un tendone si può dormire, ci sono molti “concorrenti” appisolati, è una tentazione ma, sentendomi ancora lucida, decido di non approfittare troppo del vantaggio accumulato e di proseguire. Trovo Danilo: «Continuiamo insieme?» Beh, un po’ di compagnia per affrontare quel che resta della notte non può che farmi piacere. Ci vestiamo con tutto quello che abbiamo e ripartiamo. Devono essere più o meno le tre. Scendiamo verso Guillestre chiacchierando, stavolta la discesa è agile, le righe bianche sulla strada fanno da riferimento ed è più facile mantenere la carreggiata. Da Guillestre a Briançon c’è la pericolosa statale con l’arcigno Belvedere du Pelvoux da superare. Ci affianca una camionetta di gendarmi: «Attention!». Parlottano dal finestrino con Danilo, lui tenta di spiegargli nel suo maccheronico francese che stiamo facendo una randonnèe. È la parolina magica: «Une Randonnèe? Bon courage!…». Saliamo al Belvedere, poi scendiamo su Briançon. Cominciano le crisi di sonno, vorremmo dormire un poco alla stazione, ma Ivano mi telefona avvisandomi che la stazione è chiusa. Questa non ci voleva! Decidiamo di buttarci sotto la tettoia di un benzinaio dentro il paese, proprio al bivio dove inizia la strada per l’Izoard. Ci avvolgiamo nei teli di sopravvivenza, ma fa freddo, troppo freddo. Non riusciamo a riposare. Intanto, attesissima, arriva la luce del nuovo giorno.

QUARTO COLLE: IZOARD

Alle sei meno un quarto, intirizziti e piuttosto esasperati, riprendiamo armi e bagagli e attacchiamo l’Izoard, il Colle Mitico per eccellenza. Fa un freddo micidiale. Mi accorgo di avere le gambe ormai irrimediabilmente scariche, e le crisi di sonno continuano. Non riesco a tenere gli occhi aperti. Invito Danilo a “mollarmi” nel caso fossi andata decisamente in crisi. Infatti, in un villaggio approfitto del primo sole che riscalda per buttarmi su un prato e chiudere gli occhi dieci minuti, perdendo contatto con lui. Rimango di nuovo sola, ma la breve sosta ha il pregio di ricaricarmi un poco. Mi sforzo di mangiare una barretta, procedo a mente più lucida ma gambe “segate”, e meno male che questo è il versante più facile!…

Conto i chilometri che mancano, ormai sono lì, e vengo inaspettatamente raggiunta da Giovanni da Fiorenzuola, partito il giorno prima in grave ritardo a causa di un contrattempo. È un incontro piacevolissimo che mi ridà morale! «Dietro c’è Luigi… È andato in crisi sulla Bonette, poi è caduto salendo al Vars per un colpo di sonno…». Mi dà l’appuntamento in cima. Ci arrivo anch’io che son quasi le nove, stremata, con tanta voglia di piangere, ma davanti al randonneur più forte del mondo non posso certo farmi vedere in lacrime…  E allora, al tepore del sole ci sediamo a chiacchierare un poco, così aspettiamo Luigi e io posso recuperare le forze mangiando uno dei miei panini ancora latitanti nel bagaglio. Giovanni mi ricopre di complimenti per come sto conducendo la mia “impresa”, e io ne sono orgogliosissima, tanto da scordare la fatica. Arriva Luigi, lo rincuoro, poi riparto: ho ancora un’ora di vantaggio, ma non posso permettermi di perdere troppo tempo, non si può mai sapere in randonnèe…! Ormai mi fanno male pure le discese, spalle e braccia non ne possono più, per non parlare del sedere e dei genitali.

QUINTO COLLE: AGNELLO

A Chateau Queyras la strada riprende a salire: è la stretta finale, l’ultimo colle, l’Agnello. È il momento di tirare fuori tutto quello che è rimasto: ben poco, a dire il vero, anche se Giovanni mi ha appena fatto coraggio dicendomi: «Per essere tranquilli col tempo bisogna scollinare entro le 15… Ma vedrai che tu ce la farai entro le 14!». Arranco paurosamente, e intanto mi svesto, mi rivesto, prendo acqua per le borracce, mangio qualcosa, insomma, ogni scusa è buona per metter piede a terra. Cerco d’impormi pause a intervalli regolari per suddividere meglio quell’agonia ma, al contempo, non perdere tempo inutilmente. Giovanni e Luigi intanto mi hanno sorpassata da un pezzo, e chi li rivede più. Mille pensieri affollano la mia testa. Tengo d’occhio l’orologio, ormai sono consapevole di avere la “vittoria” in pugno, ma sono in difficoltà. Non ho un solo muscolo del corpo che non mi faccia male. Cerco di distrarmi pensando alla soddisfazione dell’obiettivo. Altra crisi di sonno, altri dieci minuti buttata sul prato. La salita fin qui non è stata troppo arcigna, mancano sette chilometri, squilla il cellulare, è Ivano. Non capisco dov’è, deduco che deve essere in cima. Gli do le mie coordinate: «Attenzione, adesso comincia la parte dura… Molto dura…». Infatti, butto l’occhio avanti, nel maestoso paesaggio alpino, e vedo la strada impennarsi paurosamente…

Fine delle gambe. Non riesco più a spingere, mi ritrovo a percorrere dei tratti a piedi. Sono sola, maledettamente sola con i miei limiti, e devo riuscire a cavarmela, scollinare a qualsiasi costo, purchè con le mie forze, senza barare… La tentazione di farmi caricare sul fuoristrada di uno dei tanti turisti presenti è forte, ma… che senso avrebbe? Mi viene da piangere, continuo a ripensare alla follia di una simile avventura… Ma perché mai?!? L’orologio è impietoso, ma a –3 km ecco il rigurgito d’orgoglio: succhio un po’ di miele della mia provvidenziale fiaschetta, compagna di tante salite, e rimonto in sella. E spingo, con tutto quello che mi è rimasto. Tornante, meno due, tornante, meno uno. Colle. Ore 14,01. Dall’emozione faccio pipì dove capita senza nemmeno curarmi dei turisti presenti, è il delirio, fa un freddo cane ma non perdo tempo a vestirmi e inizio subito a scendere, la mia bici è un missile, e io mi sento una bestia: ormai è fatta! Ottanta chilometri di discesa fino a Cuneo!…?

SI TORNA A CASA?

Fabrizio e Massimo del team “Barcollo Ma Non Mollo” stanno salendo dal versante italiano, avevo detto loro che avrei scollinato intorno alle 15, invece li prendo in contropiede, non mi fermo nemmeno: «Volo a Cuneo a “timbrare la cartolina”, ce l’ho fatta, scusate ma non vedo l’ora di finire!!!…». Vedo i loro sorrisi increduli, ho il cuore gonfio di gioia. Eppure i contrattempi sono ben lungi dall’essere finiti. Le crisi di sonno continuano a tormentarmi, lungo il discesone dalla Val Varaita mi si chiudono gli occhi e rischio più di una volta di finire fuori strada. A Sampeyre devo fermarmi di nuovo su un prato, dove dei tranquilli camperisti stanno facendo picnic e mi guardano attoniti. «È della ‘Fausto Coppi’?», mi apostrofano quando, dopo dieci minuti, mi rialzo e riavvolgo il telo di sopravvivenza per ripartire. Sì, ma noi siamo “gli altri”, quelli della “Randonnèe 8000”, che in pochi conoscono…

Già, la GranFondo. Quelli “della gara” erano partiti alle sette di mattina, e anche loro devono arrivare in piazza Galimberti entro le 19. Da Sampeyre in poi comincio a incrociare le loro maglie arancioni tutte uguali. Qualcuno, vedendo il mio numero attaccato allo zaino con l’indicazione “Randonnèe 8000”, nel sorpassarmi mi fa i complimenti. Mi inorgoglisco e sorrido, anche se le gambe non girano più e ho male dappertutto. Ivano mi comunica con un SMS di essere arrivato, bene, tra un po’ ci sono anch’io. A Piasco finisce la discesa e inizia l’ultima asperità: la Colletta di Rossana, poco più di un cavalcavia se fatto in condizioni normali, ma in quel preciso istante… Porca miseria, non ricordo un’agonia più lunga. Se sopravvivo, ripenso tra me e me, posso anche buttare via la bicicletta e considerarmi soddisfatta per il resto della mia vita! Ad una velocità ridicola anche questa maledetta montagnola è superata. Ma non c’è limite al peggio. Proprio mentre pregusto l’idea di chiudere la partita prima delle 17,30, a Busca ho la pessima intuizione di seguire le indicazioni della gara anziché il roadbook che Ivano aveva preparato con tanto amore. Quando mi rendo conto dell’errore è troppo tardi. Lo chiamo a casa, disperata, cerco di fargli capire dove sono, ma a distanza non può aiutarmi più di tanto, e poi è stremato pure lui, deve andare a dormire… Vorrei morire. Incazzatissima recupero quell’oncia di energia per tirarmi fuori dai guai per l’ennesima volta, prendo la mia fotocopia di cartina e mi arrangio, vado a Caraglio e punto Cuneo, mi faccio venti chilometri in più pestando ai trenta all’ora, una roba mai vista. Arrivo al traguardo alle 18,25, il contrattempo mi ha rovinato la festa. Al gazebo le ragazze dell’organizzazione mi fanno mille complimenti, io sono esasperata, non le sento nemmeno. Peccato. Prendo la maglia di finisher – la tanto sospirata “patacca” riservata solo a “quelli che ce l’avrebbero fatta”, e vado alla macchina. È un finale un po’ triste, ma l’agonia è finita. Si torna a casa, a leccarmi le ferite.

Morale della storia. Al di là di ogni considerazione sul senso del randonneurismo, di questo modo molto particolare d’intendere il ciclismo, lo sport è fatto di sfide, è fatto di coraggio. È fatto di gente che lancia il cuore oltre l’ostacolo, dando tutto per superare i propri limiti. È fatto anche di saper accettare sportivamente le sconfitte. In questo caso io esco vittoriosa: mi sono imbarcata per un’avventura più grande di me, sapendo che, in fondo, non avrei avuto niente da perdere, e ce l’ho fatta. Contro i pronostici, contro i miei limiti fisici, contro l’orologio. Ma se avessi rinunciato a tentare, non l’avrei mai saputo. Quindi, non rinunciate mai a provarci. Se siete Teste Dure come me.

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Brevetto di Bandito di Bra (CN), 600 km, 5-6 giugno 2004

Seicento chilometri: come andare da qui a Roma in bicicletta! Questa distanza l’anno scorso mi lasciò l’amaro in bocca. Il brevetto era obbligatorio per poter essere ammessi alla Paris-Brest-Paris, bene, mi toccò rifarlo due volte in otto giorni, risicai la qualificazione ricevendone in cambio ferite dolorosissime al fisico, al morale e all’orgoglio. Ma quello è il passato. Ora ho la possibilità di riscattarmi con più esperienza alle spalle e, perché no?, con la calma interiore di chi stavolta non deve inseguire nessuna qualificazione.

 Partenza alle cinque del sabato mattina, è quasi d’obbligo passare la notte in loco, dunque il venerdì sera sono già nel camper di Ivano. Alle 18 (!) cena con la solita cofanata di riso in bianco, e alle 20 (!!!) bisogna andare a dormire. Fa caldo, il camper è un girarrosto, fuori c’è rumore, il treno, cani che abbaiano. Risultato: dormiamo poco e male, non è un buon inizio visto quello che ci aspetta. Alle 3,30 la sveglia del telefonino è salutata da imprecazioni miste in tutti gli idiomi conosciuti. Mi vesto, mangiamo qualcosa, scendo e prendo la bici dalla mia auto: gomma posteriore a terra. Ho visto solo i meccanici della Ferrari al pit-stop fare più in fretta di me… Alle cinque in punto il manipolo di temerari (o scellerati?) è composto da cinque uomini e una donna. La donna, a quanto pare, sono io. Gli uomini, oltre a Ivano (che naturalmente sta ancora cercando la carta di viaggio nel camper, mentre Bruno, l’organizzatore, lo attende paziente per l’accredito) sono: Roberto di Airasca, il chiacchierone del “400”; Gianni da Biella; il velocissimo Giovanni da Cuneo, con il quale due settimane prima avevo condiviso un bellissimo brevetto da 200 km; e un quinto randonneur conosciuto sul momento, uno di quelli non giovanissimi ma con l’aria di saperla lunga. Finalmente partiamo, per il momento stiamo tutti insieme, ma già intuisco che non sarà così per tutto il viaggio. Roddi, Alba, Cortemilia, cominciano le salite per raggiungere il primo controllo a Piana Crixia. Il drappello, com’è naturale, si sgrana, lasciamo andare avanti Giovanni, Roberto e l’altro compare, rimaniamo io, Ivano e Gianni. È una mattina molto bella, il lussureggiante paesaggio delle Langhe invita ad una pedalata meditativa e serena, punteggiata ogni tanto dai commenti e dalle parole tra di noi. Quando arriviamo al controllo scopriamo che i primi tre sono già ripartiti e non ci hanno aspettati. Poco male.

Questo percorso è strano: ti ammazza di salite nella prima metà, e ti sfonda di pianura nella seconda. Io me lo ricordo bene, mentre procedo vivo dei flash dell’anno scorso. Certo, allora faceva molto più caldo, l’esperienza era quella che era, ora dovrei essere avvantaggiata. Beh, per adesso mi sento bene, le ore passano e passano anche le salite, che io affronto agile grazie alla mia guarnitura compact, e non potrebbe essere diversamente, visto il peso dei bagagli che mi porto appresso. Non vorrei dire, ma di tutti sono quella che viaggia più “appesantita”. Raggiungiamo Acqui Terme, e Ovada passando da Cremolino. L’ora di pranzo s’approssima, dopo il secondo timbro sulla carta di viaggio, seduti sui gradini della stazione, mangiamo i nostri panini. Ripartiamo, fa sempre più caldo, le colline della zona di Gavi, quantunque belle da vedere, sono piuttosto antipatiche se fatte a quest’ora, c’è qualche strappetto assassino, arranchiamo chi più chi meno, comunque sopravviviamo. In realtà, anche se chiacchieriamo e ridacchiamo di tutt’altro, la testa di noi tre è già alla salita del Penice, “cima Coppi” del brevetto assolutamente inedita rispetto alla scorsa edizione, per la gioia dei cacciatori di colli (io). Primo assalto al bar per gelati e ghiaccioli, ora ogni fresca fontana è una tentazione al desco, ma non possiamo perdere troppo tempo, anche se siamo consapevoli di essere perfettamente “a regime”. Tuttavia, si sa, su un percorso così lungo può succedere veramente di tutto… 

Consumiamo le ascese a Dernice e Castagnola, amene e non troppo “cattive”, e planiamo su Varzi con l’intenzione di mangiare qualcosa. Ormai sono le 16,30, abbiamo tutti fame. Gianni ha voglia di frutta fresca, ci sembra una buona idea, in centro paese scruto fra i vicoli in pavè e vedo le bandiere di un minimarket. Entriamo nel cortile, e un uomo sorridente ci accoglie manco fossimo ospiti d’onore. «Lasciate pure qui le biciclette, tanto nessuno ve le tocca!». Francamente non capisco il motivo di tanta gentilezza. Sotto una fresca tettoia di fronte all’ingresso dei ragazzi vestiti di rosso ci offrono un bicchiere di granita. Chiaro: eravamo capitati ad una inaugurazione, che culo! Ci sediamo per terra nel cortile e sorseggiamo le granite, intanto tiriamo fuori i nostri panini. «Se volete, dentro il supermercato stiamo offrendo un rinfresco…». Ah, sì? Scatta tra di noi l’occhiata complice. Quell’uomo si sta per rovinare con le sue mani, e noi, sogghignanti, lo sappiamo bene: è INCAUTO invitare ad un buffet tre randonneurs affamati che hanno appena fatto duecento chilometri di salite e ne devono fare ancora quattrocento! Entriamo a testa alta nel supermarket, puzziamo come caproni, tutti ci guardano, sembriamo i “Tre dell’Ave Maria”. Individuiamo il tavolino del buffet nel reparto salumeria e comincia la festa: tartine con salumi assortiti, bibite fresche, salatini, pizzette, pasticceria fresca e secca, e chi se ne va più via?!? Azz, ma lì fuori c’è subito la salita al Penice che ci aspetta… Questa cosa sembra non importare a nessuno, mentre spazzoliamo con metodo. Dopo una decina di minuti di libagioni, esattamente mentre: a) Ivano ha una tartina al salame in bocca, un’altra nella mano sinistra e la bottiglia della Coca-Cola nella destra; 2) Gianni si è appena spatolato una cofanata di dolce al cioccolato in un piattino e continua a ripetere: «Che buono, che buono…!» 3) io ho la bocca piena di pasticcini e mi sto riempiendo le tasche della maglia con le paste secche, noto che il titolare non è più tanto amichevole, ci guarda male e brontola. Intuisco che è ora di alzare i tacchi onde evitare il peggio: do’ una gomitata ai ragazzi, ringraziamo e… via! Fuga veloce. Iniziamo la salita al Penice ruttando e ghignando come scemi pensando alla faccia del titolare…

Mi sto chiedendo come diavolo faccia a pedalare in salita con tutto quello che ho mangiato. Parlo con Ivano e ridiamo ancora, Gianni è poco più indietro. Di colpo mi si spegne il sorriso: «A Varzi… dovevamo timbrare la carta di viaggio… Nella confusione ce ne siamo dimenticati…». Un secondo di silenzio. Massì, timbreremo in cima al Penice! In fondo l’omologazione del brevetto non è la cosa più importante. M’importa piuttosto (e non sono la sola a pensarla così) allenarmi per la “Sicilia No-Stop”. E quella salita. Tanto attesa, e così bella… Profumo di conifere, fresche fontane. Gli ultimi due chilometri spianano, incontriamo un altro ciclista, c’informa che in cima ci sono dei locali. Scolliniamo e ci fermiamo al bar per recuperare il timbro e aspettare Gianni, che ci raggiunge visibilmente in difficoltà. Lo invitiamo a farsi una bibita per riprendersi, intanto io mi rinfresco alla toilette e mi vesto per la sera. Devono essere ormai le 19. Ora ci aspettano dodici chilometri di discesa mozzafiato fino a Bobbio, e il lungo falsopiano/discesa fino a Rivergaro, dove affronteremo l’ultima, breve asperità per giungere a Ponte dell’Olio. Da lì in poi, solo pianura. E la notte… Ivano molla i freni e vola veloce come il vento, è un discesista convinto e si diverte. Dietro di me c’è Gianni. Ad un certo punto sento un lamento. Tutto bene? «Ho vomitato…». Ci fermiamo a bordo strada, gli reggo la bici sbrodolata mentre lui cerca di “liberarsi” come può, poi ripartiamo, ma gli sto dietro, «… così ti tengo d’occhio!». Solidarietà tra randonneur o istinto materno? Raggiungiamo Ivano a Bobbio, proseguiamo verso Rivergaro, Gianni sta male e non riesce a tenere i venti all’ora. Al bivio ci dobbiamo fermare di nuovo, poi  lui decide di lasciarci e di andare a Piacenza a prendere il treno. Ci dispiace molto perdere un compagno, tuttavia sappiamo bene che è una decisione saggia. Questo è il lato spietato delle randonnèe: capire quando è il momento di abbandonare per non essere di peso. Gli lascio una bustina di medicinale per lo stomaco e lo salutiamo. È l’imbrunire. Io e Ivano ci guardiamo complici, siamo rimasti soli per l’ennesima volta.

Affrontiamo la breve salita alla luce rossa del tramonto, dopodiché accendiamo i nostri fari e mettiamo i giubbetti riflettenti. Comincia la notte dei randonneur. Stufa di bruciare lampadine avevo acquistato su Internet un costosissimo faro tedesco da abbinare al mio mozzo-dinamo. Bene, è il momento del collaudo: non è ancora completamente buio quando scendiamo a Ponte dell’Olio, ma già noto una bella luce. Ormai le tartine del DìPerDì saccheggiato a Varzi sono un lontano ricordo, ma a Roveleto abbiamo appuntamento con degli amici di Fiorenzuola, che ci porteranno gentilmente un ristoro volante. L’appetito ci metterebbe anche le ali ai piedi, ma con il buio arriva il sonno. E, come se non bastasse, dopo un’intera giornata di sole splendente intravedo all’orizzonte nuvoloni neri e lampi minacciosi. E noi ci stiamo andando proprio dentro… Raggiungiamo gli amici che sono passate le 23, siamo bagnati come pulcini. Io ho freddo e muoio di sonno, e tutto quel ben di Dio mi pare un miraggio: sotto il balcone di una casa aprono le borse con panini, formaggio, biscotti, e un favoloso thermos di tè caldo. Mi danno un asciugamano per riscaldarmi, non so come ringraziarli. Sono randonneurs anche loro, sanno benissimo che queste piccole cose in un momento così possono dare un conforto inimmaginabile. Ritroviamo il morale, intanto smette di piovere. Bisogna ripartire: ancora un piccolo sforzo e raggiungeremo il controllo di San Nazzaro, dove potremo dormire un poco. Canto per non addormentarmi pedalando. È un rischio reale, quando si coprono simili distanze in tappa unica. La ruota di Ivano e le sue luci rosse posteriori hanno un pericoloso effetto ipnotico. Canto a squarciagola, e San Nazzaro, minuscolo paese sperduto nella campagna, è finalmente raggiunto poco prima di mezzanotte. Nella birreria gestita da sole donne ordiniamo subito due cioccolate, e chiediamo un posto per bivaccare. Nel cortile, ovviamente, come l’anno scorso: «Ci sono due sdraio, ma sono umide, ha appena piovuto…». Poco male, noi abbiamo i teli impermeabili. Sveglia del cellulare puntata, un’ora e tre quarti di (si fa per dire) sonno. Umido e freddo. L’ora e tre quarti passa in un lampo, vuol dire che bene o male abbiamo dormito. Sono infreddolita e piena di dolori. Che risveglio traumatico. Ci abbracciamo per farci coraggio, poi ci prepariamo veloci a ripartire, non prima di un caffè nella birreria ancora aperta. Sono le due, ora bisogna raggiungere il controllo di Lodi su una strada brutta e noiosa, sempre con il rischio costante dei colpi di sonno. Il mio fanale funziona a meraviglia, almeno quello. Anzi, funziona così bene che Ivano risparmia le sue batterie… e viaggia a scrocco! La sosta alla stazione è breve, giusto il tempo del timbro e di un boccone di qualcosa rimasto in fondo alle borse. Sono appena passate le quattro, sognamo un bar aperto per una prima colazione calda, ma è troppo presto. Ci rimettiamo in viaggio, troviamo miracolosamente la strada per Lodi Vecchio, poi inizia un frustrante avanti e indietro in mezzo alla campagna alla ricerca di paesini remoti e cartelli stradali inesistenti… fino a ritrovarci quasi al punto di partenza…  Naa! Da spararsi. Quand’è così, che si fa? Si taglia la testa al toro…

Pavia non era nel roadbook, comunque è servita per uscire da quel dedalo infernale e per trovare un bar aperto – un brutto locale con brioches imbalsamate e latte tutt’altro che fresco. Per il momento, meglio di niente. Sta salendo il sole, ci spogliamo degli abiti e dell’umidità della notte e ripartiamo in direzione Lomellina per ricongiungerci con il percorso originale. Imbocchiamo una strada per Garlasco che ha tutta l’aria di un’amena pista ciclabile. Ma il fondo è brutto, ormai sono piena di dolori ai piedi, alle spalle, al soprassella, alle ginocchia, e ogni sobbalzo è un lamento sommesso. E ho sonno, tanto sonno. A risvegliarmi ci pensa una focacceria trovata per puro caso lungo la strada: un bel trancio di pizza è quello che ci vuole!  Lomellina vuol dire campagna sconfinata, e un cielo grande, immenso. E solitudine. E sole a picco che ti spacca il cranio. L’anno scorso qui patii le pene dell’inferno, ora sto meglio, ma non riesco a fare più dei 22-23 all’ora. È come se le gambe non rispondessero più ai comandi del cervello. Procediamo piano parlando per tenerci svegli. Non siamo in ritardo, però mi piacerebbe raggiungere il controllo di Chivasso entro le 14. Fino all’una non riesco a scuotermi, la mia velocità continua a calare, ho perfino paura di non riuscire più a riprendermi, poi Ivano mi dà lo “scrollone”… Un rigurgito d’orgoglio, le ultime energie raschiate dal fondo del barile, và a sapere, mi riprendo d’improvviso e accelero. Venticinque, ventotto, trenta all’ora su quello stradone. Incredibile, Ivano fatica a starmi dietro! Chivasso raggiunta alle 14. Sarà stata quella boccetta di sciroppo Fabbri all’amarena che tenevo in tasca? Dicono che il glucosio faccia miracoli per il recupero… 

Gelateria di Chivasso. Sono sfinita per lo “sprint”, ma soddisfatta. Psicologicamente è importante l’aver superato l’ultimo controllo, ora non rimane che l’ultima salita fino a Bardassano/Chieri, e la passerella finale verso Bandito. Una sessantina di chilometri che sarebbero durati un’eternità, ma tant’è. Facciamo due conti… ehi, se ripartiamo subito chiudiamo il brevetto entro trentotto ore: il tempo “limite” ideale stimato dagli organizzatori della Paris-Brest-Paris per poter partecipare tranquilli all’ultramaratona quadriennale, un obiettivo che l’anno scorso non riuscii a centrare. Quindi decidiamo di non perdere troppo tempo e di ripartire. Tuttavia non c’è fretta, e questo mi dà molta serenità. Pedalo piano. Ivano è al mio fianco, commentiamo con le poche energie rimaste le nostre sensazioni, facciamo calcoli e pronostici per la “Sicilia No-Stop”. Scollino a Bardassano e respiro: quella collina non mi è mai sembrata così bella. Ma non è ancora finita, bisogna arrivare a Bandito… Ivano mi sprona ad accelerare leggermente, tengo d’occhio l’orologio per non farmi sfuggire il mio piccolo obiettivo, la voglia di arrivare mi fa girare le gambe più forte solo negli ultimi dieci chilometri, sorprendo persino il mio socio, stremato anche lui (anche se si ostina a mantenere l’aplomb da randonneur esperto nonché da vero duro…), lo aspetto all’ultimo chilometro per giungere insieme alla piazza di Bandito, dove un sorridente Bruno ci accoglie con un applauso. Sono le 18,20. Siamo sfiniti, io ho un male ai piedi da morire, tuttavia sono ancora sufficientemente lucida per mettermi subito alla guida della mia automobile e raggiungere casa. Mi cambio, carico la bici, prendo un ghiacciolo al bar ed entro nel camper per salutare Ivano. Stava scrivendo un SMS, lo trovo seduto sul letto addormentato con il cellulare in mano, ancora con la divisa della squadra addosso. Più stanco di me. Buon riposo, campione. Grazie di tutto, ci vediamo in Sicilia…

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“Brevetto dello Scalatore Pazzo”, Saint-Marcel (AO), 8 maggio 2004

Ercole DrozNel comune di Saint-Marcel (AO) il Presidente del giovane Gruppo Sportivo Ciclistico locale, Ercole Droz, si è ispirato ai “pazzi” brevetti per scalatori d’Oltralpe – quali “I Galeriens del Mont Ventoux” e il brevetto del Grand Colombier, per inventarsi un riconoscimento analogo da ottenere nella sua terra. Scopo del brevetto permanente (il cui nome è “Brevetto dello Scalatore Pazzo”, già detto tutto) è scalare per quattro volte da quattro strade differenti il Col du S. Pantaleon, 1620 metri. Le cifre? 150 km e 4450 (sì, lucidatevi gli occhi) metri di dislivello complessivi. Tempo massimo: in giornata. Io, sempre alla ricerca di queste “follie lucidamente calcolate”, dopo aver letto di questa singolare iniziativa sul numero di “Cicloturismo” del marzo scorso ho immediatamente preso contatti con il sig. Droz, il quale mi ha fornito la carta di viaggio e le indicazioni. La brutta primavera meteorologica mi ha costretta a rimandare più volte la data dell’”impresa”, finchè venerdì scorso, dopo febbrile consultazione dei siti Internet con le previsioni, mi decido a gettare il cuore oltre l’ostacolo, telefono al Presidente e ci diamo finalmente appuntamento l’indomani alle 8 di mattina in frazione Lillaz.

Mentre scarico la bici sulla piazzetta mi trovo di fronte un arzillo signore con fisichino da scalatore e quel lampo negli occhi tipico degli entusiasti. Piacere, Ercole: un nome che già da solo evoca prove di forza titaniche ed epiche. Con lui Paolo, un rappresentante della sua squadra. Sono gentilissimi ad accompagnarmi, anche se guardandoli vestiti così leggeri e “tirati” mi fanno paura. «Questa è gente che va forte!», penso tra me e me mentre attrezzo il solito, pesante portabagagli della mia Specialized (cui non voglio rinunciare neanche stavolta) e indosso uno zainetto pieno di abiti pesanti. Quello zainetto sarebbe stata la mia fortuna.

Sì, perché la montagna ha una sinistra caratteristica: parti col sole, poi tutto può cambiare all’improvviso. Ci avviamo, la prima salita è da Nus, sotto uno splendido sole e in uno scenario alpino da cartolina. È la prima volta che pedalo in Val d’Aosta, è il primo giro “alpino” della mia stagione. La strada è amena, senza traffico, e con qualche strappo ripido. I miei “accompagnatori”, a dispetto della prima impressione, sono premurosi e ben attenti a rispettare il mio passo senza mettermi fretta alcuna. Nel frattempo chiacchieriamo e facciamo conoscenza. Paolo, fisico imponente, corre in bicicletta da poco, ha una bella Specialized messa giù da gara, mi racconta che in Val d’Aosta la pianura non esiste, pertanto lì sono tutti scalatori! Ercole ha fatto ciclocross ad alti livelli per molti anni, è appassionato di biciclette e accessori d’epoca, infatti lo guardo bene, cavalca un telaio in acciaio con portaborraccia a manubrio alla Bartali, è simpatico. Sale agile con la sua tripla, mentre mi descrive le bellezze della Vallèe. Ogni volta che la strada spiana estrae dal taschino qualcosa da mangiare che, saprò più tardi, altro non sono che… zuccherini, proprio un ciclista d’altri tempi. I prati sono in fiore e c’è profumo di timo, conquistiamo il colle per la prima volta che manco ce ne accorgiamo. A bordo strada c’è ancora la neve. La prima foto al colle ha come sfondo uno spettacolare E uno!Cervino. Metto il timbro sulla carta di viaggio al bar di Torgnon, meritata brioche per tutti e qualche battuta col gestore, poi scendiamo su Antey e Chatillon, e da qui… riprendiamo a salire dalla medesima strada, un sali-scendi-sali alienante che è la costante di questo folle brevetto la cui sfida poteva essere raccolta solo da una fuori di testa come me… Questa strada è più pedalabile e regolare della precedente. Purtroppo con il passare delle ore il cielo si annuvola, e un vento freddo ci mette a dura prova. Ora però è a favore, e ci spinge un po’ mentre saliamo. Seconda “tacca” al colle, E due!seconda foto e secondo timbro nella trattoria di Cheresoulaz, villaggio poco sotto il colle già incontrato nella salita precedente, e dove ora ripassiamo scendendo. Nel locale la stufa accesa e la tavola imbandita sono tentatrici, fuori non c’è più il sole e fa un freddo scellerato, ma dopo il consueto giro di caffè bisogna ripartire. Fortunatamente sono bene equipaggiata, mentre sgranocchio i miei biscotti Digestive (sotto lo sguardo ingolosito dello sgraziato botolo della padrona) mi vesto con tutto quello che ho.

Al bivio di Verrayes i miei compagni di viaggio mi lasciano: avrei affrontato le ultime due ascensioni da sola. Ercole mi da però l’appuntamento a Saint-Marcel a fine “impresa”, mi sarebbe venuto incontro per darmi l’omologazione del brevetto. Bene. Ora sono sola ad affrontare la seconda parte del brevetto, completo la discesa fino a Chambave, annoto l’orario sulla carta di viaggio (sulla fiducia, come da accordi, perché a cercare i locali aperti per i timbri avrei perso troppo tempo) e riparto. Sono ormai le 14 passate, Il forte vento mi fa barcollare paurosamente in alcuni tornanti esposti. Come prevedevo, la terza salita si rivela la più difficile psicologicamente. Senza compagnia è più difficile farsi coraggio, e un pensiero inizia a martellare: questo brevetto è una roba da deficienti, ma come si fa a sopportare tutto questo per arrivare quattro volte nello stesso posto?!? È il valzer dei pensieri neri, viene persino la tentazione di mollare il colpo o, peggio ancora, di barare. Ma i brevetti cicloturistici vivono di fiducia, onore e lealtà, quindi… cerco ancora una volta dentro di me le risorse mentali per andare avanti e onorare il mio obiettivo senza sconti, come mi ero prefissata. Il conforto “energetico” mi viene da una provvidenziale “fiaschetta” di miele che porto in tasca, davvero un’ottima idea, altro che maltodestrine. Attraversando quei villaggi-fantasma incontro molti cani sciolti, ho paura, per fortuna non vengo aggredita. Arranco lenta ma costante con il 34-29 (per fortuna ho fatto mettere la guarnitura compact!), stando agile la gamba regge, quando sono quasi al colle e faccio un piacevole incontro, una volpe sulla mia strada. Com’è, come non è, il colle è raggiunto per la terza volta, che sollievo! Terza foto ricordo, e via veloce in discesa sulla strada che porta a Saint-Denis e poi, di nuovo, a Chambave, per l’ultimo riporto orario e per l’inizio dell’ultima ascensione. Finalmente.

L’approccio psicologico ora è opposto, la mente è sgombra e serena. Sento ormai il brevetto a portata di mano e, colpo di fortuna, malgrado i nuvoloni non piove. Le gambe iniziano a fare male, il ginocchio sinistro, già acciaccato al brevetto del weekend precedente (sì, perché io, meno di otto giorni prima, tanto per gradire mi ero sparata un brevetto da 410 km e oltre tremila metri di dislivello, se non sono pazza…!) mi strappa qualche smorfia sofferente, ma ormai è fatta, dove le strade si ricongiungono rivedo gli stessi villaggi già passati durante la giornata, ogni villaggio è un sorriso, sono al colle per la quarta volta alle 19. Autoscatto col cellulare, SMS E quattro! Finita!all’amico randonneur che attende notizie a duecento chilometri di distanza, svolazzo a dieci centimetri da terra dalla contentezza! Scendo veloce su Nus e intanto canto per la gioia, ho freddo ma ormai tutto si sopporta, arrivo a Lillaz alla macchina dopo dodici (!) ore dal via e avviso Ercole via telefonino: VITTORIA! Lui mi viene incontro con un thermos di caffè caldo dolcissimo, è fantastico dopo tutto il freddo patito lassù, mi fa un sacco di feste e di complimenti – sono la prima donna ad aver conquistato il suo particolarissimo brevetto, intanto mi riempie la macchina di “patacche” e “trofei” simbolici, quelli cui noi cicloturisti teniamo tanto. Ma il suo sorriso e la sua stretta di mano valgono più di mille coppe. Lui è un degno rappresentante di un mondo, quello dei brevetti cicloturistici, dove esiste solo la moneta della fiducia, del coraggio, della tenacia, dell’amicizia e del rispetto. Sembra niente, ma vi assicuro che tutto questo non vale il montepremi di mille granfondo agonistiche, alla fine di questo brevetto durissimo (150 km e 4450 metri di dislivello totale) e un po’ da pazzi. Bravo  Ercole… e brava Silvia, dai!  

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