Archivio per I MIEI CICLOVIAGGI

Passo del Gran San Bernardo – 26 luglio 2009

Immaginate di salire in bicicletta oltre 2400 metri di quota, fra i nevai, le aquile che volano alte e freschi torrenti di acqua limpida e gorgogliante. Bene, ad una trentina di chilometri da Aosta tutto questo è possibile. Per i ciclisti che avranno l’ardimento di avventurarsi in una bella giornata d’estate ci sarà il premio di un panorama mozzafiato, e di una giornata sicuramente da ricordare che ripagherà ampiamente della fatica e del sudore speso.

Villaggio di Echevenoz

Villaggio di Echevenoz

Echevenoz

Echevenoz

Il sottile piacere dell'impresa :-)

Il sottile piacere dell'impresa :-)

Le "scale" sono impressionanti

Le "scale" sono impressionanti

I tornanti si avvitano senza tregua...

I tornanti si avvitano senza tregua...

Nevaio e sfasciume: tipico scorcio alpino d'alta quota

Nevaio e sfasciume: tipico scorcio alpino d'alta quota

La galleria: ultimo sforzo...

La galleria: ultimo sforzo...

Il paesaggio al colle ripaga di ogni fatica :-)

Il paesaggio al colle ripaga di ogni fatica :-)

Trofeo conquistato! :-)

Trofeo conquistato! :-)

Terra di confine

Terra di confine

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Pian della Mussa – 2 giugno 2009

Eccoci alle prese con l’ennesima salita verso i monti piemontesi ancora innevati. A soli otto giorni dalla riapertura al traffico i nostri copertoncini puntano il Pian della Mussa, vasto pianoro posto a quota 1750 dove termina la strada asfaltata della Val d’Ala. Siamo in una delle Valli di Lanzo, a ovest di Torino: le cronache dello scorso inverno riportavano innevamenti record nella zona (sette metri?!), e dunque come resistere alla tentazione di ripercorrere per l’ennesima volta quella salita in bicicletta, magari immaginando gli ultimi chilometri fra suggestivi muri di neve?

La mattina festiva è salutata da un meraviglioso cielo limpido, e dopo il consueto rituale del caffè e della preparazione dei panini io e Marco siamo in strada che sono da poco passate le sette.

Per il noioso avvicinamento a Lanzo scegliamo come d’abitudine le strade secondarie che attraversano Alpignano, Givoletto, La Cassa e Fiano. Da Germagnano proseguiamo per Pessinetto, dove non mancano le fontane per riempire le nostre borracce di ottima acqua. La strada non presenta grandi pendenze in questa fase: al bivio successivo trascuriamo la deviazione a destra per la Val Grande, e proseguiamo diritto in direzione Ala di Stura. Da qui in poi ci s’immerge più profondamente nel classico ambiente montano, caratterizzato da pendii e prati in fiore, dall’impetuoso scorrere delle verdi acque del torrente Stura, dall’allegro sferragliare della “littorina” diesel sulla rinata linea ferroviaria Torino-Ceres, e dall’attraversamento di amene borgate tutte meridiane, campanili a punta, fontane e case in pietra. Sono molti, anche, i rivoli e le cascate che dalle rocce sovrastanti scendono fragorosi a livello della strada, ricordandoci – se ancora ve ne fosse bisogno – che le precipitazioni invernali sono state abbondanti, e che questa è una vera e propria “valle dell’acqua buona”.

Ala di Stura è una graziosa località turistica dove d’inverno si scia e d’estate si prende il sole. Abbiamo qui superato di pochissimo i mille metri di quota, e la strada inizia a presentare tratti più ripidi. Si attraversano altri piccoli borghi (Cresto, Martassina, Mondrone, Molette, Chialambertetto, Cornetti) ed eccoci finalmente a Balme, salutati a sinistra dall’imponente massiccio della Torre d’Ovarda e dallo stabilimento dell’acqua minerale “Pian della Mussa”, che ci ricorda ancora una volta la provenienza e la qualità di quella stessa, freschissima e deliziosa acqua che così volentieri prendiamo dalle fontane lungo il percorso per combattere la calura oggi piuttosto accentuata.

Balme è a quota 1432 metri, qui inizia la parte “divertente” della gita: gli ultimi cinque chilometri verso il Piano, caratterizzati da strada stretta e amena, traffico di “merenderos”, rampe e tornanti dannatamente ripidi, e l’incognita di quei famosi “muri di neve” fresati di fresco per far passare i veicoli…

Bando ai convenevoli, l’uscita dal paese è così ripida da far rizzare i capelli. Ma io e Marco siamo armati di comoda tripla corona, che non esitiamo di certo ad utilizzare in questo frangente. Appena fuori dall’abitato le prime sacche di neve fanno la loro comparsa: saranno una costante fino in cima.

Arranchiamo regolari fra i nevai e le conifere sradicate, in compagnia di automobili, motociclette, e anche molti ciclisti. L’asfalto in questo ultimo tratto è in condizioni perfette, rinnovato giusto un anno fa. Il cartello che annuncia il Piano è raggiunto quando i nostri ciclocomputer segnano 70 chilometri dal portone di casa: decidiamo di proseguire fino al rifugio, già riaperto per la stagione estiva. Intorno a noi c’è molta neve: il paesaggio è naturalmente assai suggestivo, ci mischiamo fra gli “aficionados” della polenta e ci gustiamo al caldo sole i nostri panini e le meritate bibite, sotto un cielo blu cobalto e gli sguardi maestosi e severi dell’Uia di Ciamarella e dell’Uia Bessanese.

Appena usciti dalle case di Balme l'ambiente diventa severo...

Appena usciti dalle case di Balme l'ambiente diventa severo...

Arrancando fra i ripidi e stretti tornanti, e le lingue di neve appena scavate dalle frese

Arrancando fra i ripidi e stretti tornanti, e le lingue di neve appena scavate dalle frese

Al Pian della Mussa la neve non manca

Al Pian della Mussa la neve non manca

Inquadratura larga sul piano, sotto la mole imponente dell'Uia Bessanese (sullo sfondo)

Inquadratura larga sul piano, sotto la mole imponente dell'Uia Bessanese (sullo sfondo)

Il ristoro del viandante :-)

Il ristoro del viandante :-)

E' fantastico poter immortalare la propria bicicletta con un simile sfondo... in giugno :-)

E' fantastico poter immortalare la propria bicicletta con un simile sfondo... in giugno :-)

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A spasso nella leggenda – Colle del Sestriere, 23 maggio 2009

In vita mia credo di aver fatto questo giro – che non può mancare nell’albo d’oro di qualsiasi cicloamatore torinese – almeno 6 o 7 volte, in un senso o nell’altro. E allora dov’è la novità? La novità, oggi, sta nell’accompagnare un neo-amatore che non l’ha mai fatto. Il pretesto è sempre quello di affinare la preparazione in vista de “L’Ardèchoise”, e questo è il sabato giusto per provarci, con l’alta pressione africana a garantirci bel tempo e le scritte sull’asfalto ancora fresche del Giro d’Italia passato di qui solo quattro giorni prima.

E’ quasi estate, e si capisce anche perchè albeggia presto. Io e Marco facciamo colazione alla svelta e i  nostri pedali fanno “click” davanti al portone di casa che  non sono ancora le sei. Abbiamo gli zaini carichi di molto cibo e poco vestiario, io porto la Olmo in acciaio e non posso fare a meno di indossare i guantini bianchi fatti all’uncinetto. Sua Maestà il Sestriere e il ricordo a sessant’anni dall’impresa di Fausto Coppi nella mitica tappa Cuneo-Pinerolo richiedono umiltà, contegno e un pizzico di riverenza, mentre lasciamo Torino svegliarsi pian piano fra il profumo dei panettieri e i mercati cittadini che iniziano ad animarsi.

Inutile dire che oggi il giro sarà svolto in senso antiorario, con salita dalla Val di Susa e, dunque, dal leggendario versante di Cesana Torinese.

Il noioso trasferimento fino a Susa viene “spezzato” da una seconda colazione al solito bar di Borgone, dove in virtù dell’orario mattiniero troviamo le brioches ancora calde e fragranti. Mentre consumiamo, dalle vetrate noto che qualche sportivo guarda con curiosità la mia bicicletta, e questo non può che inorgoglirmi.

Da Susa il percorso inizia a farsi interessante, e la faticosa risalita delle “scale” che portano a Chiomonte – prima asperità di giornata, viene ripagata dallo spettacolare panorama aereo sul Torinese e sulla vallata. Il cielo limpido e il caldo già avvertibile promettono una giornata da ciabatte infradito, infatti a Chiomonte approfittiamo di una caratteristica e freschissima fontana per sostituire l’acqua delle borracce.

Le "scale" sopra Susa

Le "scale" sopra Susa

La Statale 24 fortunatamente non è eccessivamente trafficata, e il nostro avvicinamento a Cesana, dove inizierà la salita vera e propria al Colle, procede regolare sotto la sagoma maestosa del forte di Exilles, attraverso i tornanti di Salbertrand, e il passaggio a livello (ovviamente chiuso al nostro arrivo!) e il pavè di Oulx. Per ingannare il tempo e la fatica rimiriamo le acque turbinose e scure della Dora Riparia, i bellissimi prati in fiore, le numerose frane qua e là dovute al maltempo invernale, e le cime circostanti ancora bene innevate.  Finalmente giungiamo a Cesana, il nostro morale splende come il sole alto nel cielo. Ci prepariamo ad affrontare gli ultimi, suggestivi 700 metri di dislivello riempiendo le borracce nella fresca fontana vicino all’Ufficio del Turismo. Non ci dimentichiamo, visto il gran caldo, di aggiungere all’acqua il solito, provvidenziale integratore in polvere di sali ed energia.

Il forte di Exilles

Il forte di Exilles

Panorama della Val di Susa da Salbertrand

Panorama della Val di Susa da Salbertrand

Cesana Torinese

Cesana Torinese

Sessant’anni fa gli eroi del ciclismo in bianco e nero percorrevano questa stessa strada, che allora era sterrata e disagevole. Oggi noi cicloamatori abbiamo qualche comodità in più, ma la fatica del pedalare in salita non cambia, così come non moriranno mai la voglia di avventura e il gusto della conquista. Ora più che mai è così per Marco, che va in bicicletta solo da quindici mesi e già sta affrontando una delle strade più suggestive e mitiche della storia del ciclismo. Arranca ma non molla, usa il “rampichino”, sbuffa, ma è regolare e costante. Ogni tanto cerco di confortarlo con le “notizie” che leggo sull’altimetro che ho sul manubrio. Ad un certo punto, come una visione, per un attimo si può vedere laggiù in lontananza una delle due mitiche “torri” cilindriche di Sestriere: ma è un inganno, un’illusione, mancano ancora quasi cinque chilometri e molta salita. La visione si interrompe presto dietro un tornante, e a noi non rimane che riabbassare la testa macinando pazientemente la nostra impresa. Qualche nuvola in cielo, come impietosita, vela il sole dandoci un po’ di conforto dalla canicola, mentre sull’asfalto leggiamo le recentissime scritte del Giro d’Italia: alcune sono dichiarazioni d’amore vero per i campioni, altre sono goliardiche, altre ancora di denuncia o di protesta. Il ciclismo è come la vita, c’è il dramma, c’è la fatica, ma ci sono anche i traguardi e i risultati. A destra notiamo l’orribile villaggio-colonia di Grange Sises, poi attraversiamo Champlas du Col, caratteristico borgo di casette in pietra che precede di poco la nostra meta.

Si sale

Si sale

Una fantastica visione...

Una fantastica visione...

Un paio di tornanti ripidi come rasoiate ed ecco il cartello “Sestriere”. Marco si merita senz’altro la classica foto ricordo, dopodichè proseguiamo verso la fontana posta allo scollinamento vero e proprio. Sembra di non arrivare mai! Ma ecco le torri del Club Med e, inaspettata, la palina segnaletica che sancisce il punto esatto dove si trova il colle e la quota. Un altro ciclista salito dal versante opposto ci confermerà, tra un panino e l’altro, che tale cartello è stato posto nuovo di zecca giusto il martedì prima, in occasione del passaggio del Giro del Centenario.

Finalmente

Finalmente

Pedalando nella storia del ciclismo

Pedalando nella storia del ciclismo

La domanda sorge spontanea: perchè ci hanno messo così tanto a mettere un cartello di vetta?...

La domanda sorge spontanea: perchè ci hanno messo così tanto a mettere un cartello di vetta?...

Sestriere, rinomatissima località sciistica durante i mesi invernali, in questo periodo dell’anno appare pressochè deserta e spettrale. Sono presenti solo rari turisti di passaggio e qualche ciclista, mentre alcuni cantonieri al lavoro con le ruspe stanno rassettando i parcheggi e le aree adiacenti in vista dell’arrivo dei vacanzieri estivi. Ci sono molte sacche di neve qua e là, e le piste sono ancora imbiancate. Quattro chiacchiere veloci, mangiamo e ci infiliamo il giacchino per tuffarci in discesa verso la Val Chisone e Pinerolo. Già, ma fa poi così freddo? Dopo un paio di chilometri, ai tornanti del Duc, abbiamo già caldo! E’ davvero uno straordinario anticipo d’estate. A Pragelato decidiamo di toglierci i giacchini e di affrontare solo in maglietta il fastidioso vento contrario che, in più di una occasione, ci costringe a “spingere” anche in discesa. Dentro la galleria di Usseaux rischiamo il congelamento (!), ma man mano che perdiamo quota è il caldo a farla da padrona. Il forte di Fenestrelle, Perosa Argentina, Villar Perosa, ed eccoci finalmente nella tranquilla Pinerolo, dove è d’obbligo una sosta per una monumentale granita. La gelateria è giusto sotto i portici a fianco dell’arrivo di tappa di martedì scorso, e combinazione è a fianco ad una bella libreria. Così, mentre mi disseto alla mandorla ammiro in vetrina le copertine dei libri commemorativi dell’impresa di Coppi del 1949 alla Cuneo-Pinerolo, e altre pubblicazioni con le cronache ciclistiche dei tempi che furono. Ciclismo eroico? Noi pedaliamo tranquilli gli ultimi, roventi chilometri verso Torino, e per ora ci basta la soddisfazione di avere concluso in buona forma questo classicissimo giro, lungo quasi 200 chilometri e tanta leggenda.

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Colle del Moncenisio: è ancora presto (9 maggio 2009)

Un'oncia di "ciclismo eroico": acciaio, neve e... manettini cambio a telaio :-)

Un'oncia di "ciclismo eroico": acciaio, neve e... manettini cambio a telaio :-)

Il Colle del Moncenisio è ancora impraticabile. La strada risulta innevata dalla piana di San Nicolao, subito dopo la vecchia dogana francese, e stavolta il nostro “assalto” è rimasto incompiuto: prima ancora di poterci inerpicare per le mitiche “scale” che conducono alla Grand Croix siamo stati costretti al dietrofront. Resta per Marco la soddisfazione di aver varcato in bicicletta per la prima volta i patrii confini. E un inquietante interrogativo: con tutta la neve che è caduta, quando mai quest’anno i valichi alpini saranno transitabili?

Arrancando verso Giaglione di Susa. Il tempo sembra ancora tenere...

Arrancando verso Giaglione di Susa. Il tempo sembra ancora tenere...

Bar Cenisio, 1480m slm. Il maltempo dell'inverno scorso e le frane hanno segnato la Statale 25 in molti punti

Bar Cenisio, 1480m slm. Il maltempo dell'inverno scorso e le frane hanno segnato la Statale 25 in molti punti

Sempre più neve a terra, sempre più nubi in cielo...

Sempre più neve a terra, sempre più nubi in cielo...

Per Marco l'emozione di sconfinare in bici

Per Marco l'emozione di sconfinare in bici

Purtroppo infotraffico aveva ragione, alla ex dogana il cartello è inequivocabile

Purtroppo infotraffico aveva ragione, alla ex dogana il cartello è inequivocabile

Stavolta le "scale" per la Grand Croix si possono solo fotografare da sotto

La nostra gita finisce qui, stavolta le "scale" per la Grand Croix si possono solo fotografare da sotto

Si torna a casa. E pure in fretta perchè il cielo non promette niente di buono... Gambe in spalla!

Si torna a casa. E pure in fretta perchè il cielo non promette niente di buono... Gambe in spalla!

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Passo del Faiallo (GE) – 1 maggio 2009

Che regalo, un tri-kend di sole meraviglioso dopo un inverno così duro! Sulla via per “L’Ardèchoise 2009″ la premiata ditta Silvia & Marco non si lascia certo sfuggire l’occasione per un’escursione ciclistica di ampio respiro e di grande soddisfazione. Stavolta nel mirino abbiamo il Passo del Faiallo, sul confine tra le province di Savona e Genova: si tratta di un colle certamente non tra i più celeberrimi e nemmeno tra i più difficili, ma che gode di una posizione che lo rende particolarmente spettacolare, specie nelle giornate limpide.

Si sale verso Ponzone

Si sale verso Ponzone

La nostra uscita comincia poco prima delle sette di mattina, ancora da Montegrosso d’Asti. L’itinerario scelto è quello che sale dal versante Savonese, dunque raggiungiamo Acqui e poi proseguiamo lungo la salita che conduce all’ameno borgo di Ponzone, 606 metri slm. Da qui continuiamo in cresta per Pian Castagna (732) e Palo (672). Questa strada è molto bella, poco trafficata e con una grandiosa vista a 360 gradi che spazia dalle Langhe fino alle cime innevate delle Alpi laggiù a nord. Dopo una serie di gradevoli saliscendi immersi nella natura approdiamo in discesa a Urbe, e appena fuori dal paese passiamo il ponte sul fiume Orba e prendiamo a destra in direzione Vara.

Ponzone

Ponzone

Il Passo del Faiallo viene indicato sulle carte del Touring a 1061 metri di quota. La salita da questo versante è facile: è lunga circa 12 chilometri, ma la pendenza si mantiene sempre abbastanza regolare intorno al cinque per cento. La strada inizialmente è resa suggestiva dalla vista dello strapiombo dell’Orba, un torrente dalle acque limpide peraltro qui regolato da un imponente sbarramento. Si prosegue per le borgate di Vara Inferiore e Superiore, e quando manca poco al punto più alto, sul confine con la provincia di Genova, la strada spiana in prossimità di un’ampia area picnic, assai affollata in occasione del ponte festivo:

Verso il passo

Verso il passo

siamo in pieno Parco Regionale del Beigua, e comincia a farsi sentire il vento. Poichè è ora di pranzo ci confondiamo anche noi fra i “merenderos” e le grigliate, e ci accomodiamo su alcune rocce fra gli alberi per mangiare i nostri panini prima di affrontare il pezzo più interessante della giornata. Nel frattempo, sulla strada vediamo transitare numerosi ciclisti.

Ripartiamo muniti dei giacchini per difenderci dall’aria fredda, e dopo un tratto in discesa la strada compie un’ansa fra i brulli rilievi: qui il vento è così forte che si rischia di perdere l’equilibrio. Ma dietro una curva, all’improvviso, ecco ciò che

Ecco il mare!

Ecco il mare!

ripaga di ogni fatica: sotto di noi, l’azzurra immensità del mare e la spettacolare vista aerea di Voltri e della periferia ovest di Genova. Nel punto che a noi sembra “quello che esattamente scollina” facciamo le classiche fotografie di rito, anche se misteriosamente manca un cartello di vetta. Sarà veramente quello il colle topografico? Sicuramente è il punto più suggestivo, e a noi basta.

Poichè vogliamo compiere un percorso ad anello proseguiamo lungo la panoramica strada in cresta in direzione Passo del Turchino. A destra abbiamo lo strapiombo sul mare, mentre a sinistra in alcuni punti scoperti si possono vedere i monti dell’entroterra, e si affrontano le improvvise raffiche di gelido vento proveniente dall‘interno, che in bicicletta fanno davvero paura. Poi la

Lo spettacolo della strada in cresta

Lo spettacolo della strada in cresta

strada piega verso sinistra, lasciamo il vento e la vista sul mare e la discesa diventa più tecnica e divertente, grazie anche all’asfalto in condizioni migliori. Al Passo del Turchino ci attendono una temperatura più calda e il classico crocchio di motociclisti fermi al ristorante, mentre noi ci apprestiamo a passare la breve galleria per scendere in direzione Piemonte e Ovada.

Qui non siamo fortunati: nella valle dei suggestivi borghi Masone e Campo Ligure il vento spira in direzione contraria, per cui tocca spingere sui pedali anche se formalmente saremmo in… discesa. Approfitto della generosa stazza del mio “socio” e della sua proverbiale potenza da passista per viaggiare coperta, certa che comunque ci sarà prima o poi l’occasione per ricambiare il favore. A Ovada prendiamo per Molare e, sotto il sole cocente del pomeriggio, affrontiamo la salita a Cremolino, borgata oggi vivacemente rallegrata dalla Sagra della Frittella. La fontana del centro, che mi ha vista tante volta riempire la borraccia in occasione dei molti brevetti Audax passati di qui, è l’occasione per una rinfrescante pausa in preparazione agli ultimi chilometri.

E’ il primo vero caldo di stagione, e la spossatezza inizia a farsi sentire. Prima di rientrare a Montegrosso dobbiamo ancora affrontare la breve salita di Castel Rocchero, posta fra Acqui e Nizza Monferrato, in un ambiente dove i filari di vite la fanno da padrona e le colline verde smeraldo punteggiate di prati in fiore

Castello di Molare

Castello di Molare

sono uno spettacolo gratificante per la vista. Tuttavia nell’ultima discesa ho uno “scontro” con una vespa e relativa dolorosa puntura in faccia proprio all’incrocio dei cinghietti del casco: com’è vero che un viaggio in bicicletta è la sintesi della vita umana, cose belle e cose meno belle! L’incidente – al quale peraltro qualsiasi ciclista prima o poi è inevitabilmente rassegnato, non rovina certo il ricordo di una splendida gita di 176 chilometri e 2650 metri di dislivello complessivi.

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Stile Audax, a modo nostro

Cinque di mattina...

Cinque di mattina...

Dopo decine di migliaia di chilometri in giro per l’Europa, dopo tanti bei successi, alcune sconfitte, persino un paio di pareggi, in questo avvio di stagione ho avuto la (piacevole) responsabilità di avviare un “novizio” nel mondo delle randonnèe Audax. Marco, dopo aver superato in scioltezza la classica distanza-battesimo di 200 km in quel di Nerviano, lo scorso 19 aprile ha dovuto capitolare lasciando l’inferno di pioggia e freddo del Pinerolese dopo 175 km, chiudendo così la nostra partecipazione al “300″ di Cumiana. I ritiri, si sa, fanno male all’orgoglio e al morale, ma in certe situazioni non si può prescindere dal buonsenso: vedere un simile “gigante”, pur volenteroso e coraggiosissimo, improvvisamente indifeso e in preda ai tremori dell’ipotermia mi ha fatto ricordare una volta di più che non si diventa randonneur dall’oggi al domani. Ci vogliono esperienza, organizzazione, equipaggiamento adeguato, forma mentis. Insomma, per entrare nella categoria dei “ciclisti matti” ci vuole tempo, e non è neanche detto che ci si riesca.

Ma di tempo per fare i fenomeni ne abbiamo, considerato che l’obiettivo comune per la prossima estate è “solo” partecipare insieme all’”Ardèchoise”, 420 km per tre giorni randagi e in autosufficienza. Così, senza stare a piagnucolare troppo su quello che è stato decidiamo di preparare subito la riscossa, e dalle mie mappe esce l’idea di un percorso autogestito da “300 chilometri” con partenza da casa di Marco nell’Astigiano, poche difficoltà altimetriche ma panorami di largo respiro, che avremmo affrontato alla prima occasione di non-pioggia – eventualità rara a queste latitudini e in questo periodo. Venerdì 24 aprile i siti internet di meteorologia lasciano uno spiraglio per il giorno successivo: un’insperata tregua tra una perturbazione e l’altra, anche se le piogge insistenti fino a sera su Torino francamente non lasciano molto spazio al sorriso. Tant’è, carico la bici in macchina, vado a Montegrosso da Marco, ci mangiamo una pastasciutta e andiamo a dormire sperando nel destino.

E' ancora buio, si parte!

E' ancora buio, si parte!

Alle 4,45 suona la sveglia. Guardo fuori, non piove, prepariamo i panini, ci vestiamo di tutto punto e partiamo. Sono le 5,30 quando, nell’oscurità e nel silenzio dell’alba interrotto solo dal canto dei primi uccelli, le luci tremolanti delle nostre biciclette muovono in direzione Asti. Mi piace condividere con Marco queste piccoli dettagli che caratterizzano il mondo dei ciclo-randagi. E’ poesia pura. Sulle strade che si snodano fra le colline del Monferrato non c’è nessuno, fa freddo e c’è molta umidità, non ci saranno più di dieci gradi. Da Asti prendiamo per Chivasso – tratto non difficile pur con qualche saliscendi, mentre lentamente albeggia e il cielo grigio lascia intravvedere dei timidi chiarori. La buona notizia è che il tempo sembra tenere, ed anche la nebbia che si alza dalle colline pare un buon segnale. Il primo bar aperto lungo la strada diventa il pretesto per un buon caffè e per spegnere le luci delle biciclette. Passiamo Casalborgone alle otto in punto, dove incrociamo i primi ciclisti della giornata.

Il vero eroe della giornata è quello sullo sfondo :-)

Il vero eroe della giornata è quello sullo sfondo :-)

Attraversiamo il Po gonfio d’acqua e, passata Chivasso, puntiamo a nord in direzione Ivrea. Lo stradone che porta a Caluso è maledettamente trafficato, stretto e pericoloso. Nei pressi del piccolo borgo del Canavese abbiamo già percorso un’ottantina di chilometri, quindi facciamo una breve sosta per toglierci qualche abito ed estrarre qualcosa da mangiare dai nostri borselli e zaini. Qualche tranquillo saliscendi, a Strambino svoltiamo verso Caravino, e qui finalmente si para davanti a noi la nostra “cima Coppi” di giornata: la Serra d’Ivrea, una curiosa formazione collinare lunga e stretta che sembra tagliata con il flessibile e che separa l’Eporediese dal Biellese. Non fa per niente caldo, e alcune minacciose nuvole nere si stagliano sopra i monti: ma ormai siamo completamente in ballo, anzi, per dirla tutta siamo galvanizzati e contenti. Marco a un certo punto mi fa: «Ma se hai intenzione di scendere di là, poi tagliare così e cosà, a occhio NON sono trecento chilometri… ». Inizio a pensare…

La Serra d'Ivrea

La Serra d'Ivrea

Attacchiamo la scalata alla Serra alle 11, intanto tra le nubi esce finalmente un raggio di sole. La salita non è certo di quelle difficili, si tratta di circa 350 metri di dislivello, peraltro panoramici e suggestivi. Tra un tornante e l’altro la vista sull’Eporediese e sul Canavese è spettacolare. Marco arranca con calma sulla sua gialla bicicletta, incrociamo numerosi ciclisti su quella strada, che deve essere davvero un classico per gli appassionati della zona. E mentre saliamo guardo la mappa sul manubrio e penso. E’ vero, la calcolatrice di casa mi ha tradita, ho fatto un madornale errore di conteggio: il giro che ho preparato non è di trecento chilometri, saranno almeno una cinquantina in meno! Scolliniamo in mezzo ai boschi, quindi scendiamo su Zubiena, svoltando poi a destra nella riserva naturale della Bessa – una gran bella scoperta in quanto lo spettacolo della natura e l’amenità dei luoghi ripagano ampiamente della fatica. Intanto io e Marco parlottiamo sul da farsi, decidendo alfine di non fossilizzarci su quei cinquanta chilometri “mancanti”…

Giungiamo a Salussola e prendiamo una tranquilla strada di campagna in direzione Santhià. L’aria comincia timidamente a scaldarsi, facciamo sosta in un posto decisamente orribile (una fabbrica abbandonata?) per togliere i gambali e mangiare un paio di panini. La cosa buffa è che Marco ha già terminato tutti i viveri che aveva con sè… ma nelle mie lungimiranti borse c’è ancora cibo a sufficienza per tutti e due. C’è molto da imparare al capitolo “alimentazione durante le randonnèe”, specialmente se hai la cilindrata e la mole di un Hummer!

Una breve pausa

Una breve pausa

Dopo Tronzano Vercellese attraversiamo un altro caratteristico paesaggio piemontese, quello delle risaie, a me molto caro. Lo spettacolo in questa stagione non delude mai: sopra la dritta strada per Ronsecco il cielo pare infinito così come il senso di solitudine, ma a farci compagnia ci sono le numerose specie di uccelli che popolano questo ambiente davvero particolare. Aironi, germani, il cavaliere d’Italia, rondini, alcuni piccoli rapaci, le odiate cornacchie, e rane e rospi che, con il loro gracidare, compongono la colonna sonora di Madre Natura. A tratti siamo letteralmente investiti da nugoli di fastidiosi moscerini, mentre all’orizzonte,

Risaie

Risaie

assolutamente in contrasto con tutto il resto, incombono come un brutto monumento alla follia umana le due torri dell’ex centrale nucleare. A questo punto è Marco a proporre una variante sul percorso originale, con lo scopo di aggiungere ancora un po’ di salita al nostro allenamento: così, anzichè proseguire per Trino e Casale Monferrato con rientro su Alessandria, deviamo per Crescentino e, dopo un’altra scorpacciata di risaia e trampolieri, ci rituffiamo in direzione Asti fra le colline del Monferrato.

Tra Verrua Savoia e Marcorengo

Tra Verrua Savoia e Marcorengo

Ormai abbiamo percorso duecento chilometri, e il tratto tra Verrua Savoia e Marcorengo è di quelli che fanno rizzare i capelli… non fa niente, la gamba oggi è buona ed il sole che adesso splende sulle colline verde smeraldo e sui prati in fiore rincuora lo spirito, facendo quasi scordare la fatica. Gli ultimi chilometri verso casa non sono difficili, anche se Marco deve fare i conti con le crisi di fame e con l’annoso problema del soprassella. Le discussioni tra un colpo di pedale e l’altro aiutano a far passare più in fretta i chilometri. L’ultimo sforzo è la risalita di Isola d’Asti, e una volta arrivati al portone di casa i ciclocomputer segnano 242 chilometri, che per Marco sono pur sempre il nuovo record in tappa unica. Ma, record a parte, resta l’impagabile piacere di avere condiviso una “gita” che, grazie alla bicicletta, ci ha permesso di vedere luoghi e orizzonti emozionanti e gratificanti senza necessariamente allontanarci troppo dal cortile.

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Album fotografico d’estate: il Delta del Po

Lo scorso giugno i copertoncini della bicicletta hanno solcato un territorio per me inedito. Un soggiorno al Lido delle Nazioni è stato l’occasione per brevi ma interessanti escursioni cicloturistiche a cavallo fra le provincie di Ferrara e Rovigo, alla scoperta delle zone delle piane bonificate e del mitico Delta del Po. L’impressione che ne ho ricavata è stata quella di un territorio affascinante, curato e preservato, ricco di storia e cultura del nostro Paese, ma ancora, forse, poco conosciuto a viaggiatori e cicloturisti. Ad uso di chi vorrà avventurarsi (lo consiglio caldamente) pubblico le fotografie dei luoghi visitati. Buona visione!

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Ponte di chiatte sul Po di Goro (Gorino, FE): accesso consentito solo a pedoni e bici :-)

Sacca degli Scardovari, in piena Riserva Naturale Bocche di Po

Sacca degli Scardovari (RO), in piena Riserva Naturale Bocche di Po

fra uccelli trampolieri e allevamenti di vongole

Sacca degli Scardovari: fra uccelli trampolieri e allevamenti di vongole

Pista ciclabile nei pressi di Porto Tolle

Pista ciclabile nei pressi di Porto Tolle (RO)

i rospi pascolano indisturbati persino nel bungalow...

Fauna locale: i rospi pascolano indisturbati persino nel bungalow...

  • Comacchio by day
  • Comacchio (FE)
  • "Casa Garibaldina" lungo l'argine Agosta
  • “Casa Garibaldina” lungo l’argine Agosta
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    Valli di Comacchio dall'argine Agosta

    Valli di Comacchio dall'argine Agosta

    l'impagabile sensazione di perdersi

    Argine Agosta: l'impagabile sensazione di perdersi

    Comacchio by night (1)

    Comacchio by night (1)

    Comacchio by night (2)

    Comacchio by night (2)

    Installazioni per la pesca a Volano

    Installazioni per la pesca a Volano (FE)

    Abbazia di Pomposa - Campanile

    Abbazia di Pomposa - Campanile

    Abbazia di Pomposa - Bassorilievo sulla facciata

    Abbazia di Pomposa - Bassorilievo sulla facciata

    Canale ricoperto di ninfee nei pressi di Codigoro

    Canale ricoperto di ninfee nei pressi di Codigoro (FE)

    Lido delle Nazioni

    Lido delle Nazioni (FE)

    riconoscibili nel piatto, fra gli altri, l'anguilla fritta e la tradizionale polenta bianca

    Sagra del pesce a Goro (FE): riconoscibili nel piatto, fra gli altri, l'anguilla fritta e la tradizionale polenta bianca; sullo sfondo, il pane biscotto ferrarese

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    Dietro una curva, improvvisamente, il mare

    Si parte (forse!)

    Si parte (forse!)

    «Per cortesia, metti la busta del tabacco nel taschino esterno dello zaino… Uhm, forse sono rimasto senza cartine…». Non è da atleta, ma non faccio obiezioni: due giorni senza fumare possono essere davvero pesanti, e questa sera gli farà senz’altro piacere rollarsi una sigaretta davanti al mare. Sono le dieci di mattina di un torrido trenta luglio, quando portiamo sul marciapiede le nostre biciclette affardellate e chiudiamo dietro di noi il portone della casa di Montegrosso d’Asti. Marco sta partendo senza le borracce: lo avviso, salta di nuovo in casa, le recupera mentre io assicuro ancora una volta al bagaglio i tanto trash quanto affascinanti sandali Birkenstock, possiamo andare (forse).

    Muoviamo i primi colpi di pedale in direzione Nizza Monferrato. La strada è parecchio trafficata, ma fortunatamente il cielo velato ci grazia mitigando in parte la ferocia del solleone. L’obiettivo è raggiungere Celle Ligure, dove avremmo pernottato, per poi intraprendere il viaggio di ritorno l’indomani. Una facile formalità per la sottoscritta, un impegno tutt’altro che scontato per il mio “socio”, che si è comprato la bicicletta giusto a marzo – un usato in acciaio con tripla guarnitura che, vista con attuali occhi foderati di fibra di carbonio, forse fa sorridere, ma per un vero randonneur non può che essere “semplicemente splendida”.

    Così Marco è alla sua prima esperienza di cicloturismo vero e proprio. Sembra galvanizzato dall’idea, l’abbiamo progettato insieme questo viaggio, con largo anticipo. Lui non ha esattamente la corporatura di un ciclista, e lo sa. Stramaledice il suo quasi quintale di stazza ogni volta che la strada sale impietosa. Tuttavia le possenti gambe forgiate in anni di rugby ad alto livello spingono le pedivelle con inaspettata grazia e leggerezza, ed i rapporti agili fanno il resto. E il miracolo si compie, ad ogni uscita. Sì, è vero, il calabrone non potrebbe volare… ma vola lo stesso.

    Da Nizza puntiamo Acqui Terme, imboccando però poco dopo la deviazione per Terzo, un ameno borgo

    Zona Barbera DOC

    Zona Barbera DOC

    abbarbicato in cima ad una rocca. Il paesaggio è immerso fra colline ricoperte da filari di vite a perdita d’occhio: siamo in zona di produzione Barbera DOC, io scatto fotografie mentre pedalo, e intanto la temperatura sempre più elevata ci costringe ad iniziare a bagnarci testa e collo con l’acqua della borraccia.

    Dopo Terzo finiamo sulla Statale 30 del Cadibona, finisce la poesia e cominciamo a fare i conti con il traffico. Ci sorpassano incessantemente decine di camion e mostruosi TIR, al punto da farmi seriamente pentire riguardo le mie scelte sul percorso da seguire per raggiungere il sospirato mare. Ma d’altro canto me l’aspettavo: questa volta la priorità è scollinare dal Piemonte alla Liguria limitando il più possibile chilometraggio e dislivelli, e più che mai nel cicloturismo “facile” non equivale a “bello”. Mentre impreco contro il caldo e i camion, Marco si limita a farmi notare di avere fame. A lui, la “crisi” viene già dopo venti chilometri, l’ho imparato dopo molte pedalate insieme. Vista la scarsa amenità dei luoghi attraversati gli propongo di resistere fino a Spigno Monferrato: lì, prima di tirare fuori i panini, avremmo cercato una sacrosanta fontana ed una comoda panchina all’ombra.

    Spigno Monferrato

    Spigno Monferrato

    E in effetti, dentro il grazioso borgo sperduto in mezzo ai monti troviamo tutto quel che stiamo cercando. L’ora di pranzo, proprio quando abbiamo appena preso posto nel nostro desco ombreggiato, ci viene per così dire “allietata” da quello che potrebbe essere lo scemo del paese, che attacca bottone senza pietà incuriosito dalle nostre biciclette. Lo lasciamo parlare a ruota libera, intanto noi ruminiamo i nostri panini lanciandoci ogni tanto sguardi divertiti.

    Lasciamo Spigno e il suo suggestivo ponte sull’omonimo torrente per ributtarci in quell’inferno di traffico. Rari tratti immersi nel verde e nei boschi mitigano per brevi attimi il caldo soffocante. Le nostre latitudini quest’anno erano state risparmiate dalla canicola, offrendo un’estate con molta pioggia e temperature notturne straordinariamente fresche. Ora invece sembra che il solleone sia venuto a riscuotere anche qui, almeno in parte, quel che gli spetta. La bandana di Marco è inzuppata di sudore che gli gocciola continuamente sugli occhi, tormentandolo. Ogni tanto si entra in galleria – molta paura per via del traffico ma, dall’altra parte, l’occasione per un’oncia di refrigerio. Salite blande ma regolari ci portano a Piana Crixia e a Dego. A Càrcare ormai cominciamo a scalpitare impazienti, sentiamo che il mare è vicino. E ad Altare lasciamo i terrificanti svincoli Statale-autostrada per entrare dentro il paese, dove una provvidenziale fontanella ci salva letteralmente la vita e il morale da tutto quell’asfalto arroventato. Ci facciamo praticamente la doccia, inebriati come siamo dall’acqua deliziosamente fresca. Sono le tre del pomeriggio, ormai ci siamo: ancora un piccolo sforzo, la piccola incognita del Cadibona e avremmo scollinato a Savona. Praticamente tutta discesa fino all’albergo.

    La Bocchetta di Altare (o di Cadibona) si annuncia con la classica casa cantoniera e un semaforo che regola un senso unico alternato. Quando tocca a noi passiamo sotto un’antica costruzione (residuato bellico?), raggiungiamo l’abitato di Cadibona e finalmente iniziamo la discesa, divertente perchè mai troppo ripida, larga e con asfalto in ottime condizioni. Gli alberi circostanti rilasciano una piacevole frescura al nostro passaggio. Il tutto contribuisce a farci ritrovare il sorriso, mentre Marco sfodera le sue doti di buon discesista pennellando le curve a tutta velocità. Manca ancora una cosa: dov’è il mare?

    La periferia di Savona non è affatto attraente: a quell’ora del pomeriggio troviamo un implacabile viavai di

    Savona

    Savona

    ciclomotori ed autobus. Zigzaghiamo fra gli scappamenti e i semafori cercando di guadagnare l’Aurelia, finchè finalmente non ci arriviamo: ed ai nostri occhi si para l’azzurra immensità del Golfo Ligure. Si svolta a sinistra. E poichè non abbiamo nessuna fretta di raggiungere l’albergo, nel breve tragitto lungomare che ci separa da Celle ne approfittiamo per scattare fotografie e mandare simpatici MMS ad effetto agli amici randonneur. Marco appare sorridente e in ottima forma: la prima parte dell’”impresa” è stata portata a termine in buone condizioni. Io sono molto felice per lui, anche se so bene che il vero banco di prova sarà l’indomani: avere la presenza di spirito di alzarsi dal letto e percorrere di nuovo tutti quei chilometri a ritroso, senza cedere alla tentazione di imbarcarsi sul primo treno regionale…

    Sono le 16 quando arriviamo davanti all’ingresso dell’hotel “Gioiello”, e gli strumenti segnano 104 km e una migliaiata di metri di dislivello complessivi. Ci viene assegnata una graziosa “dependance” pochi metri più a monte, mentre per le biciclette il cordiale gestore ci mette a disposizione un garage chiuso a chiave.

    Celle Ligure è vicina!

    Celle Ligure è vicina!

    La cameretta è semplice ma non manca nulla, c’è persino un favoloso ventilatore a soffitto che non esitiamo a mettere in funzione fin da subito. Spalle e braccia bruciano ad entrambi: il sole ha lasciato inevitabilmente il segno fra le maglie da bici smanicate. Comunque il clima tra noi è allegro, siamo chiaramente soddisfatti: laviamo i nostri abiti, ci facciamo la doccia, dopodichè io estraggo dal piccolo bagaglio un provvidenziale campioncino di crema doposole: sarà la mia salvezza. Neppure il tempo di stendersi un momentino sulle lenzuola fresche che Marco già dorme come un sasso. Se lo merita davvero, questo pisolino…

    I morsi della fame, però, iniziano a farsi sentire, e dopo un’oretta di relax siamo già in strada, sandali e bermuda. Il panino al crudo consumato a Spigno è ormai un lontanissimo ricordo, ed un aperitivo si rende ora indispensabile per giungere viva all’ora di cena… Così ci accomodiamo sullo spettacolare dehor vista

    Camera d'albergo

    Camera d'albergo

    mare di uno dei tanti chioschi, consumando birra ghiacciata e granite mentre osserviamo la costa e i bagnanti sulla spiaggia sotto di noi. E’ un attimo di infinito, un quadretto che fisso nella mia memoria quasi a volerne fare il simbolo di questo nostro viaggio. Marco, che normalmente è di poche parole, pronuncia in continuazione: «Chi l’avrebbe mai detto…!». Randonneur in progress.

    Celle Ligure è una bella località di villeggiatura, che tra l’altro si è guadagnata il riconoscimento di “Bandiera Blu” per il 2008. Dall’Aurelia non si scorge quasi nulla, per scoprirla bisogna abbandonare i mezzi motore e scendere là sotto, dove c’è il lungomare e il centro storico. Ci sono molti turisti, ma non tutta quella confusione che il periodo dell’anno lascerebbe presumere: tutto sommato c’è pace e tranquillità. Sono soprattutto pensionati e famiglie con bambini a godere di questa oasi di casette colorate, mare limpido e spiagge di ghiaia nerastra. Cerchiamo un degno ristorante per la nostra meritata cena, lo troviamo e ci concediamo pansotti al pesto, pasta condita con polipo e pinoli, fritto di pesce e la golosissima meringata con il cioccolato, il tutto annaffiato dall’immancabile vinello bianco fresco. Dopo il caffè c’è tutta la calma per osservare il tramonto lungomare, senza dover nemmeno preoccuparsi di puntare la sveglia per il giorno dopo. Il chilometraggio relativamente modesto non abbisogna di levatacce antelucane, stavolta non c’è fretta, niente carte di viaggio da timbrare, niente tempo limite da rispettare. Da quando seguo questo mio specialissimo “allievo” il mio modo di andare in bicicletta si è per forza di cose ridimensionato, ma dall’altra parte scopro nuove dimensioni. E’ bello, una volta tanto, poter abbinare la mia passione per la bicicletta con il gusto di cazzeggiare come un “normale turista”. Ed è bello, soprattutto, condividere tutto questo con qualcun altro. Una volta rientrati in camera ripetiamo il nostro solito rituale di chiacchiere a letto: solo che questa volta crollo quasi subito, lasciando Marco in compagnia delle amichevoli estive di calcio in tv.

    La notte è stata tranquilla e ritemprante, è tempo di ripartire. Decidiamo di non attardarci per sfruttare il fresco del mattino: il programma prevede un tragitto diverso rispetto al viaggio d’andata, più suggestivo, con meno chilometri, ma con da subito la salita al modesto quantunque rispettabile Colle del Giovo. Dunque ci rimettiamo gli abiti lavati il giorno prima e non perfettamente asciutti (una sensazione antipaticissima), e alle otto usciamo. Paghiamo la stanza, recuperiamo le biciclette, riempiamo le borracce alla fontana e cerchiamo un bar per la prima colazione. Dentro l’esercizio si sente la radio locale, che già preannuncia per la giornata temperature terrificanti…

    San Martino

    San Martino

    Lasciamo Celle imboccando la strada per la frazione Sanda, che inizia quasi subito a salire senza tanti convenevoli. Però è piacevole, il traffico è scarsissimo, si ha la sensazione di inoltrarsi in un ambiente montano selvaggio ed ameno, immerso fra fiori di ogni genere, alberi di frutta e boschi. Il prezzo da pagare è l’umidità, che accentua il senso di disagio del caldo estivo. Dopo Sanda, circondata dagli ulivi, raggiungiamo Brazzi e, con un lungo traverso saliscendi a mezzacosta fra montagne bruciate dagli incendi e sovrastate da pale eoliche, San Martino. Senza perdere troppa quota la strada si ricongiunge poco dopo con la ex Statale 334 del Sassello: qualche tornante impegnativo, ed il colle del Giovo è presto conquistato. Il peggio è passato. Ora il pensiero va a Sassello, distante soli sette chilometri, dove ricordo di aver approfittato di una favolosa focacceria durante un brevetto di tanti anni fa…

    Sulla strada incrociamo numerosi ciclisti. A Sassello è giorno di mercato, la piazza è completamente

    Verso il Giovo

    Verso il Giovo

    occupata e non sappiamo bene dove accomodarci per rifocillarci. Comunque, entro nella focacceria e ne esco con abbondante “mangime”, che consumiamo su una panchina seminascosta da un banco di pesce fresco, bevendo l’acqua della fontana. Ripartiamo di buona lena, ed affrontiamo lo spettacolare tratto di strada che porta fino al confine con il Piemonte (e oltre) sovrastando la profonda gola di un torrente. E’ in falsopiano-discesa, quindi tutto facile. Più di una volta ci fermiamo a contemplare lo spettacolo sottostante. Su questa strada il senso di solitudine è notevole, e fa da contraltare al traffico demenziale subito il giorno prima.

    Sul confine tra Liguria e Piemonte

    Sul confine tra Liguria e Piemonte

    Poi, in vista di Terzo, il percorso si ricongiunge con quello dell’andata, e la sgradita sorpresa è che quella stessa strada verso Nizza Monferrato, fatta al contrario e sotto il sole a picco, è tutt’altro che banale. Nessuno parla più, avremmo solo voglia di una granita gigantesca, o di un boccale di birra ghiacciata. Il sole è esattamente dietro di noi, e continua a tormentare le nostre povere spalle indifese. Sono preoccupata, temo di beccarmi una dolorosa ustione, l’unico sollievo consiste nel buttarsi addosso in continuazione l’acqua della borraccia. Già, l’acqua… prima o poi finisce! Ed ecco la salvezza: una decina di chilometri prima di Nizza troviamo lungo la strada un cimitero aperto… e dove c’è un cimitero, c’è sempre la fontanella per i fiori: parola di randonneuse, che ha fatto della sopravvivenza su due ruote quasi uno stile di vita.

    Arrivare a Nizza significa sentirsi già a casa, e in effetti l’idea di riuscire a rientrare per l’ora di pranzo è parecchio confortante: il degno epilogo della nostra avventura. Gli ultimi chilometri sono però un piccolo calvario per Marco, che fino a quel momento aveva tenuto molto bene, ma ora fa i conti con una “cotta” micidiale e quasi non riesce più a far girare le gambe. Poco male, ormai è fatta: sganciamo il pedale a Montegrosso che

    Di nuovo a casa, sullo sfondo Montegrosso d'Asti

    Di nuovo a casa, sullo sfondo Montegrosso d'Asti

    manca un quarto d’ora alle 14, dopo 84 km e altri mille metri di dislivello che vanno ad aggiungersi alle cifre di ieri. «Adesso per un po’ lasciami tranquillo e non dirmi nulla!…», Marco mi chiede una tregua sorridendo per la soddisfazione, ma anche visibilmente provato per la fatica ed il gran caldo. Ma il silenzio dura poco, ed una volta docciati e seduti davanti a generosi piatti di pasta e tanta birra ghiacciata, tornano il buonumore e la voglia di commentare “l’impresa”. Bravo Marco: benvenuto nel club dei cicloviaggiatori!

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    FAUNIERA: il colle delle donne

    Il monumento dedicato a Marco Pantanidscf1254.jpgOrmai è quasi estate, il calendario nazionale dei brevetti Audax si è esaurito, e il problema principale di coloro i quali si sono qualificati alla “Parigi-Brest-Parigi” è di mantenere la forma da qui fino a fine agosto, al grande giorno della maximaratona francese. “Problema” per certi versi relativo, in quanto ogni buon viaggiatore sa bene che aprendo uno stradario si parano davanti ai suoi occhi infinite possibilità di fare lunghe uscite. Basta avere voglia, trovare un obiettivo, un punto da raggiungere, tracciare l’itinerario, ed ecco che l’allenamento è servito. E l’avventura, pure.

    Il Colle dei Morti – universalmente conosciuto come “Fauniera”, dal nome della cima che lo sovrasta – curiosamente ancora mancava al mio palmarès di cicloscalatrice, per cui ho deciso che era giunto il momento di colmare questa lacuna. Il colle, come noto, si trova in provincia di Cuneo, nel punto in cui si incontrano il Vallone dell’Arma e la Val Grana, ed è stato reso celebre dalle imprese al Giro d’Italia di Marco Pantani alla fine degli anni Novanta: infatti, le strade che lo raggiungono sono state bitumate non molti anni fa. Da qualunque lato s’intraprenda l’ascesa (esiste una terza possibilità salendo dal Vallone di Marmora, che parte dalla Val Maira) si tratta di un autentico “gigante”: dislivello considerevole; salite lunghe e sfiancanti con tratti impegnativi, che mettono a dura prova la saldezza psicologica di qualsiasi ciclista; ambiente alpino severo e selvaggio, dove il meteo può cambiare all’improvviso e potrebbe non bastare la sola classica mantellina per coprirsi, neppure in piena estate. Insomma, un obiettivo “Hors Categorie”.

    Abbazia di Staffarda (sulla strada per Saluzzo)Sono partita alle 5,30 di sabato 16 giugno con l’idea, naturalmente, di raggiungere il colle direttamente in bicicletta, ben consapevole che sarebbe stata una gita lunga e impegnativa, vicina ai 300 chilometri. Per arrivare da Torino a Caraglio (località “centro” del classico percorso ad anello per il Colle) ho tracciato sulle mappe una linea il più possibile dritta, passando da Villafranca Piemonte e Saluzzo, non disdegnando amene stradine di campagna. Ho scelto di salire dal versante di Demonte e del Vallone dell’Arma perchè avevo già effettuato l’ascensione della Val Grana nel 2003 quando, in occasione della Granfondo “La Fausto Coppi”, si scollinò sul vicino Colle d’Esischie.

    La salita da questo versante, calcolata da Demonte (790 m slm), dscf1254.jpgdscf1254.jpgè lunga quasi 25 chilometri con circa 1.700 metri di dislivello, ma il dislivello realmente affrontato dal ciclista è superiore poichè nella prima parte della salita, quella che precede San Giacomo, si attraversano numerose borgate inframmezzate da improvvise rampe assassine e da (ahimè) tratti in discesa, che fanno perdere quota. Dopo il Il paesaggio diventa sempre più selvaggio...paese di San Giacomo, a poco più di 9 km da Demonte, si affrontano gli ultimi 15 chilometri: il paesaggio si apre e mostra tutta la sua alpina imponenza, quella dove ogni ciclista sogna di trovarsi almeno una volta nella vita. La strada, tracciata nel 1700 a scopo militare, si restringe e, come tutte le strade militari, segue con estrema regolarità la pendenza, che però, per forza di cose, rimane per un lungo tratto costantemente su valori prossimi al 10%, senza possibilità di scampo.

    La strada gira e cambia versante: siamo sull’intermedio Colle Come si vede che si avvicina a Dio...Valcavera, e a sinistra si stacca la strada sterrata per il Colle del Mulo e altri colli. Procedendo a destra, dopo un breve tratto pressochè pianeggiante ci s’inerpica per l’ultimo, suggestivo chilometro fra le rocce a strapiombo, preludio allo scollinamento nella Val Grana, che conduce nella stretta gola Finalmente il colle!rocciosa che fa da “porta” al tanto sospirato obiettivo. Il Colle dei Morti (m 2481) è sempre affollato di cicloturisti, è d’obbligo la foto di rito davanti alla palina segnaletica e, anche, davanti alla recentissima e imponente statua di pietra grigia dedicata a Pantani.

    dscf1264-croppata.jpg

    La discesa in Val Grana presenta qualche difficoltà fino al santuario di Castelmagno a causa del fondo dissestato e della Santuario di Castelmagnocarreggiata stretta, ma la spettacolare bellezza del posto val bene una velocità inferiore e, magari, qualche sosta di meditazione. Dopo il santuario la strada migliora, e si possono toccare velocità superiori con maggior sicurezza.

    Sono rincasata alle 21,30, dopo 270 km complessivi. Tracciando un bilancio è stata una gita sicuramente “azzardata” poichè la salita al colle mi ha impegnata a lungo (ho scollinato dopo le 15) e, visti i nuvoloni incombenti a valle, la paura di incappare in qualche nubifragio, e nel timore di non riuscire a rientrare a Torino con la luce naturale, ho fatto tutto in fretta e non ho avuto il tempo per dedicare all’incredibile bellezza di quei posti uno sguardo e qualche foto in più. A parte le soste tecniche strettamente necessarie (riempire le borracce alle fontane, “richiami della natura” vari, vestizione e svestizione…), mi sono alimentata quasi sempre “in corsa”, e non ho avuto neppure la possibilità di “recuperare” almeno per una mezzoretta su un prato o su una panchina. A causa di ciò, il rientro finale a casa è stato un mezzo calvario. L’ideale turistico/culturale sarebbe distribuire il viaggio in tutta tranquillità su un intero weekend, dormendo in Val Grana o a Marmora, dedicandosi a visite più approfondite alle bellezze locali (innumerevoli in zona i santuari e le testimonianze storico/religiose del passato), o alla conquista di qualche altro colle vicino. Tuttavia, se visto in ottica-PBP, è stato un duro ed utile allenamento.

    Un’ultima annotazione. Sono rimasta colpita dalla numerosa Sul Colle dei Mortipresenza di  cicloturiste, anche loro spesso singole, o a coppie di amiche. La Provincia Granda è da sempre culla di appassionati delle due ruote: le donne non fanno certo eccezione e, alla moda delle “colleghe” della vicina Francia, non hanno paura di affrontare la strada da sole e di avventurarsi lungo salite durissime e severe come questa, preparate e ben equipaggiate, con la “tigna” e la caparbietà che sempre ci contraddistinguono quando ci mettiamo in testa qualcosa.

    I ciclisti uomini, molto prosaicamente, potranno commentare con il classico, greve e poco oxfordiano incoraggiamento: «Dài, che in cima è pieno di f…! », ma in questo caso come dar loro torto? Qui è stato veramente così!

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    Liguria: a zonzo per il Levante (luglio 2006)

    Una settimana di campeggio a Trigoso (GE) con l’immancabile bicicletta al seguito diventa l’occasione per effettuare quattro day-trips alla scoperta del Levante Ligure, una terra aspra e difficile, ma che ripaga ampiamente, con i suoi tesori naturali e artistici, i coraggiosi che non temono le salite e osano avventurarsi nell’entroterra di questa affascinante Regione, nota ai più (ed è un vero peccato) quasi esclusivamente per il mare.

    GITA 1: TRIGOSO – PASSO DEL BRACCO – PORTOVENERE – CINQUETERRE – LEVANTO – FRAMURA – TRIGOSO

    Il campeggio “Maremonti” è situato 1 km dopo Trigoso, lungo l’”Aurelia”. La pedalata comincia dunque subito in salita, percorrendo in direzione La Spezia una delle strade più rappresentative e storiche d’Italia, la Statale n. 1, battuta in questa stagione non solo dai ciclosportivi, ma anche da cicloviaggiatori e randonneurs di ogni nazione, con biciclette di ogni genere affardellate come carovane. Questa mitica strada, che tra l’altro presenta un asfalto ottimo, nel tratto ligure è andata praticamente in disuso dopo l’apertura dell’autostrada che attraversa tutta la Regione da ovest ad est, e, se si escludono i motociclisti nei weekend, essa risulta sorprendentemente “liberata” dai mezzi a motore. La salita al Passo del Bracco (610 m) non è difficile, ma dopo un lungo tratto in discesa risulta decisamente più duro da “digerire” il successivo valico in località Termine (“Bracchetto”?), un’autentica rasoiata per i quadricipiti. La discesa prosegue poi regolare fra scorci suggestivi e tanto verde, fino all’ultima risalita, alle porte di La Spezia (La Foce). Una volta in città, dopo essersi destreggiati nel traffico ci si trova al bivio fra le due destinazioni: a sinistra si va a Portovenere, a destra una ripida rampa annuncia l’attacco della strada per le Cinqueterre. Nel mio itinerario ho scelto di fare per prima unaPortovenere breve tappa nella colorata località turistica spezzina, con il suo caotico viavai di bagnanti e la zona del porto caratterizzata da imbarcazioni di lusso e ristoranti tipici. Nota pratica: al porto è possibile rifornirsi d’acqua direttamente agli attracchi delle imbarcazioni, dove sono posti dei rubinetti a disposizione degli armatori. Dopodichè sono tornata sui miei passi ripercorrendo a ritroso i dieci chilometri a saliscendi fino al bivio, e dirigendomi stavolta verso Riomaggiore, la prima delle Cinqueterre partendo da est.

    Questa strada nella sua parte iniziale sale decisa, dopodichè presenta un paio di gallerie percorribili in bici senza problemi. E’ denominata “Statale n. 370″, e secondo il progetto originario essa avrebbe dovuto unire tutte le Cinqueterre, rendendole facilmente accessibili ai veicoli. Probabilmente per la forte opposizione degli ecologisti, tale progetto non ebbe seguito, pertanto questa strada scende fino a Manarola (seconda delle Cinqueterre), dopodichè si restringe e prosegue in quota sulla Litoranea, da dove i caratteristici borghi a picco sul mare divenuti “Patrimonio dell’Umanità” si possono solo fotografare dall’alto, a meno di scendervi a piedi per ripide e talvolta impervie strade. Tra CinqueterreManarola e Corniglia occorre misurarsi con il terrificante “strappo” di Volastra, un tratto di salita che fatta alle due del pomeriggio di una torrida domenica di fine luglio può trasformarsi in un’esperienza indimenticabile… Tuttavia ci pensa il panorama impagabile delle Cinqueterre a rincuorare lo spirito ogni volta che l’occhio cade sul mare. Da segnalare la scarsità di punti di approvvigionamento idrico: l’unica fonte rintracciata su tutta la Litoranea è stato un piccolo “tubo” da cui sgorgava ottima e freschissima acqua montana tra Corniglia e Vernazza. Tuttavia, se decidete di fermarvi a riempire le borracce, guardatevi alle spalle: oltre a calabroni e vespe, le zanzare e, soprattutto, le ferocissime mosche cavalline sono in agguato e non aspettano altro…  Dopo tanta salita finalmente la strada comincia a scendere. Siamo in prossimità del bivio di Monterosso al Mare, ultima delle Cinqueterre. Non sono scesa al paese, bensì ho percorso in discesa la Colla di Gritta proseguendo fino a Levanto, fra verdissime montagne e caratteristici borghi arroccati sui pendii, dopodichè ho ripreso a salire: per concludere il mio giro l’obiettivo era riagganciare l’”Aurelia” transitando per l’amena strada che passa da Framura e i paesini di Castagnola e Piazza. La strada scavalca l’autostrada, e dopo numerosi e faticosi tornanti ci si ritrova finalmente sulla Statale n. 1, più o meno a quota 550, all’altezza del bivio per Deiva Marina. Non rimangono che 13 km circa di divertentissima discesa fino al campeggio, ma a questo punto il classico posto di ristoro per motociclisti è troppo invitante per resistere alla tentazione di fermarsi un attimo per una birra ghiacciata o un gelato, degna conclusione di un giro “arroventato” dal solleone di luglio e di grande soddisfazione per il cicloturista. Il dislivello complessivo è risultato di 2900 metri, 151 i chilometri.

    GITA 2: TRIGOSO – CASARZA LIGURE – CASTIGLIONE CHIAVARESE – COLLE DI VELVA – S. PIETRO VARA – PONTE SANTA MARGHERITA – COLLA LA MOLA – CASTIGLIONE CHIAVARESE – CASARZA LIGURE – SESTRI LEVANTE – TRIGOSO

    Questo giro è stato di circa 70 km e 1400 metri di dislivello. DalCastiglione Chiavarese campeggio ho risalito ancora una volta l’”Aurelia” in direzione Passo del Bracco, svoltando però a sinistra dopo un paio di chilometri verso Casarza Ligure. In questo modo si scende a fondovalle, si attraversa il fiume per poi iniziare la risalita dall’altro versante, lungo la Statale 523. Castiglione Chavarese è un grazioso borgo arrocato sulla montagna, con quel caratteristico “effetto presepe” tipico un po’ di tutti i paesini da queste parti. La strada sale abbastanza regolare e il traffico è scarso, e lo è ancor di più quando, anzichè transitare nella galleria in direzione San Pietro Vara, si prende a destra per Velva e il santuario della Madonna della Guardia, posto sullo scollinamento. La vegetazione fa molta ombra, e rende sopportabile la salita al colle anche in un giorno di piena estate. Al santuario (Colle di Velva, 545 m) è d’obbligo una breve sosta, anche per rifornirsi d’acqua presso la graditissima fontana. Successivamente il mio giro è proseguito con la discesa verso Torza – non particolarmente divertente a causa del fondo stradale accidentato, e successivo tratto a saliscendi fino a San Pietro Vara, dove ho svoltato a destra in direzione Sesta Godano – Ponte Santa Margherita. Poco dopo il ponte ho preso a destra per Carro e la Colla La Mola, un colle peraltro ben segnalato da cartelli con il simbolo della bici come un succulento invito per tutti i bikers e i ciclisti. A Carro si possono riempire le borracce presso alcuni rubinetti che, purtroppo, sono assediati anche dai soliti, aggressivi insetti: occhio, dunque! Si affrontano poi gli ultimi tre chilometri circa di salita, fino allo scollinamento (656 m) e successivo tratto in discesa che va a ricongiungersi ad anello con la strada dell’andata, poco sopra l’abitato di Velva. Il discesone finale lungo la Statale 523 è assai scorrevole e divertente: ho optato per proseguire fino a Sestri Levante – Trigoso, salendo poi da qui al campeggio, evitando così la ben più impegnativa risalita dal fondovalle di Casarza Ligure fino all’”Aurelia”.

    GITA 3: TRIGOSO – LAVAGNA – CARASCO – CICAGNA – GATTORNA – PASSO DEL PORTELLO – PASSO DI FREGAROLO – VALICO FORCELLA – BORZONASCA – LAVAGNA – TRIGOSO

    Gita spettacolare e mediamente impegnativa, con i suoi 132 km e 2500 m di dislivello complessivo. Dopo essermi destreggiata non senza qualche difficoltà fra le gallerie ed il traffico di bagnanti e lavoratori dell’ora di punta sull’”Aurelia” in direzione Genova, a Lavagna-Chiavari ho seguito le indicazioni per la Statale 225 e la Valle Fontanabuona. In località Carasco ho quindi deviato a sinistra verso Cicagna e Gattorna, percorrendo così la pianeggiante e divertente strada della Valle Fontanabuona, piacevolmente ombreggiata e sgombra dal traffico a quell’ora del mattino. A Gattorna rifornimento idrico obbligatorio nella piazza del paese, subito dopo si imbrocca a destra la strada per Neirone. E’ qui che inizia la salita al Passo del Portello, inizialmente un po’ ripida, poi pedalabile, quasi sempre immersa nella tranquillità e nel fresco dei boschi. Lo scollinamento è posto a quota 1092 metri. Ci si tuffa poi in discesa fino ad incontrare la Statale 45, dove ho tenuto la destra in direzione Bobbio. Poco dopo il bivio e la località Costafontana si può effettivamente trovare una magnifica fontana sulla sinistra, da me graditissima viste le temperature e il mezzogiorno incombente. La Statale prosegue a mezzacosta fino a Montebruno, con andatura a saliscendi perdendo però ancora un po’ di quota. Poco dopo Montebruno si intercetta a destra la strada per Canale – Casoni e il Passo di Fregarolo, passando per i minuscoli borghi di Mezzoni e Vallescura. La strada è nervosa, con rampe ed impegnativi saliscendi fino a Casoni, dove iniziano gli ultimi 300 metri abbondanti di dislivello fino al passo, nel mio caso affrontati sotto un autentico diluvio con tuoni e fulmini che, tuttavia, ha avuto il pregio di smorzare la calura. Giunti al passo (1203 m) si scende nell’altro versante in ambiente totalmente montano assai ameno: consiglio di procedere lentamente, dedicandogli un attimo di contemplazione. A Cabanne si tiene la destra per Borzonasca e il Valico di Forcella, poi una nuova deviazione a sinistra: il dislivello è contenuto, ed il valico (876 m), con la sua caratteristica cappelletta, è facilmente raggiunto. Inizia quindi il divertente discesone verso Borzonasca e Lavagna, in una vallata davvero bella che merita più di un’occhiata tra una curva veloce e l’altra. La piacevole frescura degli Appennini lascia man mano posto al caldo opprimente dei paesi del fondovalle fino all’”Aurelia”, dove l’aria fresca del mare porta nuovamente un relativo ma avvertibile sollievo. Ma meglio di tutto sarà la classica birra gelata di fine giro all’ombra di un dehor!

    GITA 4: TRIGOSO – LAVAGNA – MEZZANEGO – PASSO DEL BOCCO – PASSO DELLA BISCIA – LAVAGNA – TRIGOSO

    103 i chilometri e circa 1400 i metri di dislivello di questo giro che tocca passi appenninici poco conosciuti ma di grande soddisfazione cicloturistica, vista ancora una volta l’amena tranquillità e la bellezza paesaggistica dei luoghi attraversati. Da Lavagna si prende la Statale 225 come nel giro precedente, e all’altezza di Carasco stavolta teniamo la destra in direzione di Mezzanego. Superato questo paese la strada inizia a salire decisa, pur mantenendo pendenze sempre pedalabili. Il nastro d’asfalto si avvita in tortuosi e spettacolari tornanti tra freschi e ombreggiati boschi, e minuscole e silenziose borgate. A Montemoggio, proprio lungo la strada sulla destra si trova un’invitante fontana sovrastata dall’eloquente cartello “L’ORO BIANCO DI MONTEMOGGIO”: in una torrida giornata di fine luglio non si può che dargli ragione, ed è meglio rifornirsi, in quanto non vi saranno altri punti acqua fino al Passo del Bocco, situato a quota 956 metri. Dallo scollinamento si prende poi la discesa a destra che va in direzione Varese Ligure: la strada non è larghissima e neppure con fondo particolarmente buono, togliendo un po’ il gusto della discesa “a tutta manetta”. Si scende fino ad un bivio a forcella, dove si prende a destra per Chiavari, immettendoci in un vallone. A questo punto siamo intorno ai 450 m di quota, e la strada, che inizialmente appare in falsopiano, ricomincia molto presto a salire non appena si devia sulla destra seguendo le indicazioni per Comuneglia. Alle porte del paese è situato, sulla destra, un punto acqua con rubinetto. Dopo Comuneglia le pendenze paiono raddolcirsi, e la strada fa una spettacolare curva a mezzacosta fra le montagne per portarsi nell’altro versante. Si susseguono una serie di ripidi strappi, ed Panorama dal Passo della Bisciaecco il Passo della Biscia (879 m). Si prosegue dritto per scendere nell’altro versante (se si è in bdc NON prendere a sinistra l’indicazione per il paese di Statale, in quanto la strada è sterrata), non senza aver fatto una breve sosta per contemplare il brullo e selvaggio quantunque affascinante panorama di questo scorcio di Appennino Ligure. Quindi non resta che tuffarsi in discesa in direzione Lavagna, rimpiangendo dopo poche curve, come sempre, la frescura dei monti per ritrovarci nell’afa opprimente dell’entroterra. Siamo nel comune di Nè, e l’ambiente è quello delle cave di ardesia, attività caratteristica dell’economia della zona, e dunque merita un’occhiata di più. Tuttavia, se transitate nei giorni feriali, prestate attenzione ai mostruosi camion carichi di pietra e ai mezzi operativi in manovra! Dopo Conscenti occorre ricominciare a spingere sui pedali, specie se, come è successo a me, trovate vento contrario proveniente dal mare verso i monti. Da Lavagna a Trigoso lungo l’”Aurelia”, come di consueto, occhio al traffico e… buona (e meritata) granita!

    Cartografia di riferimento: “Atlante stradale d’Italia”, Touring Club Italiano. Per le note sui colli: Georges Rossini, “Valichi stradali d’Italia”, Ediciclo

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