L’Ardèchoise, 18-20 giugno 2009

“La Woodstock del cicloturismo”: mai definizione fu più azzeccata. Dopo la bella esperienza del 2006 rieccomi in Francia a Saint Félicien, piccolo paese del dipartimento delle Ardèche arroccato fra le colline, luogo di partenza di una delle più fantastiche e bene organizzate manifestazioni ciclistiche del pianeta. E questa volta non sarò sola: Marco vivrà per la prima volta l’emozione di pedalare insieme ad oltre 13.000 (tredicimila!) iscritti sparpagliati su ventisei percorsi a scelta di lunghezza variabile da 66 a 647 km da svolgersi in uno, due o tre giorni, tutti con una sinistra caratteristica: non c’è un metro di pianura.

Mercoledì 17 giugno, arriviamo a Saint Félicien che fa un caldo scellerato. Abbiamo una piazzola prenotata al campeggio municipale, dove ci viene detto di piantare la nostra tenda scegliendo un angolo qualsiasi di un terrificante prato sotto il sole a picco e in rigorosa discesa. Ci accampiamo sotto l’unico albero disponibile cercando disperatamente un po’ d’ombra, dopodichè andiamo a salutare Gianni e Natalino, comodamente sistemati in camper, con le bici già pronte e affardellate per il percorso più lungo, il nuovissimo e  spaventoso “La Mèridionale – Montagne Ardèchoise” da quasi 650 chilometri e undicimila metri di dislivello che anche loro, come noi, affronteranno in autonomia senza usufruire del servizio di trasporto bagagli e senza la certezza di trovare posto in albergo per dormire lungo la strada. Al confronto il percorso scelto da me e Marco è un gioco da bambini. Poi saliamo a prendere il pacco gara e i pettorali al villaggio allestito nella zona del via, dove i bravissimi volontari dell’organizzazione si danno un gran daffare e si respira un’aria elettrizzante. I partecipanti alle randonnèe da tre giorni non sono moltissimi se rapportati al totale degli iscritti, ma ci si legge vicendevolmente negli occhi la stessa luce, la stessa voglia di partire. La giornata di vigilia si conclude con la cena all’aperto davanti al camper di Gianni, dove una generosissima padellata di spaghetti al pomodoro condivisa con alcuni campeggiatori francesi diventa il pretesto per fare amicizia con i ciclisti transalpini, e un buon bicchiere di vino suggella l’”in bocca al lupo” per tutti quanti.

GIORNO UNO – GIOVEDI’ 18 GIUGNO

Purtroppo la nottata in tenda è di quelle barbare, praticamente insonne per entrambi, con il risultato che l’indomani ci si alza di pessimo umore. Sono le cinque di mattina, sta già albeggiando. Carichiamo accuratamente gli ultimi fardelli, in particolare il sacco a pelo che ci servirà (forse) per dormire nei camping lungo il percorso, e ci rechiamo al piccolo bar del campeggio a fare colazione con caffelatte, pane e marmellata. A quest’ora sono pochi i ciclisti seduti a tavola con noi. La partenza dei partecipanti ai percorsi da tre giorni è “alla francese” dalle sei alle nove, ma noi vogliamo andar via fra i primi. Lasciamo il camping e saliamo i pochi tornanti che conducono a Saint Félicien. Sono le sei in punto di una bella mattina limpida quando passiamo sotto il gonfiabile del via, già animato dal megafono dello speaker e dal “gotha” organizzativo della manifestazione in pompa magna che saluta i primi partenti.

Colazione prima del via

Colazione prima del via

La mia bicicletta pronta. Pregasi notare le ciabattine a cuoricini rosa appese fuori dalle borse :-)

La mia bicicletta pronta. Pregasi notare le ciabattine a cuoricini rosa appese fuori dalle borse :-)

Dopo una breve discesa si comincia subito a salire il primo colle, il Col du Buisson (920 m). La temperatura è già calda, alla spicciolata ci raggiungono altri cicloturisti. Non abbiamo visto al via Gianni e Natalino, ma confidiamo di incontrarli presto in uno dei numerosi ristori offerti dalle pro loco dei vari paesini attraversati. Superiamo il Col de Genest (709 m) e scendiamo a Gilhoc, primo controllo elettronico dove ad attenderci c’è una vera e propria festa con la banda musicale e tavoli imbanditi con varie leccornie, alcune offerte gratuitamente e altre vendute a “prezzo politico”. E’ il quarantesimo chilometro, qui ci raggiungono i nostri amici. Ripartiamo tutti e quattro insieme, ma condividiamo solo il terzo colle, il Col du Mazel (633 m): in discesa li lasciamo andare, d’altronde loro hanno molta più strada da fare di noi e debbono tenere una tabella di marcia più serrata. Provo molta ammirazione per loro, e spero intimamente che la loro avventura vada a buon fine.

Col du Buisson alle prime luci del mattino

Col du Buisson alle prime luci del mattino

Altimetria da rizzare i capelli

Altimetria da rizzare i capelli

Gilhoc

Gilhoc

Ma dobbiamo pensare a noi. Marco per il momento si sta comportando bene, i primi colli sono relativamente facili e il paesaggio godibile. Le Ardèche sono un territorio verdissimo. Passiamo anche il Col de Montreynaud (757 m), il grazioso paese di St. Barthélémy-Grozon, dov’è allestito un altro ristoro-festa con musica e i bambini che salutano il nostro passaggio, e il Col du Chalençon (694 m). Intorno all’80° chilometro comincia la salita ad uno dei colli più duri di tutto il nostro giro, il Col de la Faye (1019 m). E’ lungo quasi 19 chilometri, ma quel che è peggio è che sono passate le undici ed ora il caldo è insopportabile. Fortunatamente lungo la salita sono stati allestiti alcuni punti d’acqua, assolutamente opportuni in un territorio dove stranamente le fontane naturali scarseggiano. Fa così caldo che i palloncini decorativi gialli e viola appesi qua e là sotto il sole lungo la salita, ad uno ad uno scoppiano, e questo non è certo incoraggiante…

Salendo in compagnia

Salendo in compagnia

St. Barthélémy-Grozon

St. Barthélémy-Grozon

Grande Francia

Grande Francia

Fa caldo

Fa caldo

Punto acqua lungo la salita per il Col de la Faye

Punto acqua lungo la salita per il Col de la Faye

A metà salita Marco accusa una crisi micidiale. Sembra una stupidaggine, in realtà lui, che è relativamente nuovo di questo sport, deve ancora imparare a gestire le “cotte”. Il suo morale improvvisamente crolla, così come le gambe che non “girano” più. Gli pedalo vicina, lo incoraggio a stare calmo. Poi, la svolta: il cielo si annuvola velocemente, e proprio mentre attraversiamo un bellissimo bosco, come una benedizione, arriva l’acquazzone. Per me è la salvezza dalla canicola, per Marco invece è una seccatura in più… Molto a fatica riusciamo a raggiungere lo scollinamento. Ha smesso di piovere, e nella vallata dove dobbiamo scendere il cielo è azzurro. Prima di tuffarci in discesa, però, ricordo a Marco che è ormai ora di pranzo, e quasi lo “costringo” a fermarsi per recuperare le forze e approfittare del favoloso ristoro di vetta, affollatissimo di ciclisti che, seduti sui prati e sulle rocce, ruminano piatti di pasta, panini e lattine di Orangina e Coca Cola. La sosta è l’occasione per familiarizzare con la moltitudine dei cicloturisti presenti. L’età media dei partecipanti qui è piuttosto alta: i più giovani molto probabilmente saranno protagonisti sabato, quando verrà dato il via alle granfondo agonistiche. Non mancano le donne, e qualche veicolo speciale tipo tandem e recumbent. La quasi totalità dei ciclisti è francese, e la presenza stranera è rappresentata prevalentemente da belgi, olandesi, qualche inglese. Praticamente assenti gli italiani, anche se i dorsali corredati del cognome rivelano un’impressionante quantità di oriundi, e non sono pochi quelli che, riconosciuta la mia nazionalità, vengono a parlarmi in italiano stentato chiedendomi della Patria dei loro antenati emigrati.

Scendiamo al paese di Albon, e subito dopo (guarda un po’) inizia una nuova salita, il Col de la Graveyre (999 m). Ci sembrava di esserci lasciati alle spalle la pioggia, e invece no, il cielo torna ad annuvolarsi e adesso inizia pure a tuonare. Siamo flagellati da un altro temporale. Marco purtroppo accusa ancora la crisi. Certamente non è stata una buona idea caricarsi sulle spalle in un pesante zaino i propri bagagli. In quel momento sta invidiando il mio portapacchi attaccato alla Look… ma tant’è, adesso è tardi per rimpiangere le proprie scelte logistiche. La salita si tramuta per lui in un vero e proprio calvario, soffre come un animale e più di una volta è costretto a mettere il piede a terra. Lo guardo attonita mentre la pioggia riga i nostri volti e le mosche ci tormentano come una maledizione biblica. E’ come se i mesi passati ad allenarci in salita per preparare scrupolosamente questa avventura fossero improvvisamente scomparsi dalle sue gambe. Di quel passo non ce l’avremmo mai fatta a raggiungere prima del tramonto Darbres, distante altri cento chilometri e tanta, tanta salita. Non abbiamo i fanali, e quel che è peggio è che siamo solo al primo giorno… L’alternativa al ritiro è di escogitare un “piano B”, così propongo a Marco di accorciare la “tappa” schedulata per quel giorno e di fermarci a dormire a Privas, cioè prima del temibile Col du Benas. L’indomani, dopo una notte di riposo e a mente fresca, sarebbe stato più facile decidere cosa fare della nostra “Ardèchoise”, che in quel momento appare compromessa.

Anche questo colle è andato, e quasi in fondo alla discesa, a St. Pierreville, ci aspetta un altro affollato ristoro offerto spontaneamente dalla pro loco del posto. E pensare che il regolamento della manifestazione è chiaro: per chi fa le randonnèe più lunghe, nelle giornate di giovedì e venerdì non sono previsti ristori “ufficiali” e si deve essere autonomi quanto a cibo e bevande. Ma fino a questo momento possiamo dire di non aver mai sofferto nè la sete nè la fame! Comunque, mentre io mi faccio largo a gomitate per lavarmi la faccia nella fontana della piazza, Marco va a cercare qualcosa per ricaricarsi e torna con in mano qualcosa che ha tutta l’aria di un bel bicchierozzo di birra. Lo guardo sconcertata, ma lui mi fa: «Non è birra, è SUCCO DI CASTAGNE, assaggia!». In effetti è delizioso, e non può essere diversamente: la zona che stiamo attraversando in bicicletta si chiama Châtaigne, ed i ristori sono un tributo al goloso frutto autunnale. Ne prendo un bicchiere anch’io, insieme alla torta di castagne ed alla crema di marroni spalmata sul pane. Intanto mostro a Marco l’altimetria dei restanti chilometri prima del sospirato riposo: una ventina di chilometri di saliscendi e la salita finale al Col de la Fayolle (877 m). Ripartiamo, e stavolta sembra proprio che la sosta cibereccia abbia fatto bene al mio gigante: la sua pedalata torna miracolosamente rotonda, e lui stesso ammette di essersi un poco ripreso. Merito del succo di castagne, così simile a birra fermentata? In quel momento va bene tutto, l’importante è che tornino morale e buonumore, mentre avanziamo sotto un cielo ancora cupo e nell’afa micidiale dei boschi.

Questo tratto del percorso è davvero ameno e sperduto fra le montagne. Attraversiamo rari villaggi tra cui St. Etienne-de-Serre e Issamoulenc, e poi, finalmente, inizia la salita al Col de la Fayolle. A questo punto ci raggiungono finalmente altri ciclisti, i quali probabilmente hanno i pernottamenti prenotati dall’organizzazione proprio a Privas. Uno di questi mi apostrofa un po’ in francese e un po’ in inglese, dev’essere belga, mi fa capire di avere il papà di origine italiana. «Rovigo!», mi urla, e io giro l’informazione a Marco, nativo del Polesine. Ne nasce una curiosa gag tra i due, iniziano a parlarsi freneticamente, nessuno capisce una parola di quel che dice l’altro, ma intuiscono di essere in qualche modo “paesani”! Infine il ragazzo, che sulla schiena porta il cognome Maini, ci saluta dicendoci in inglese che quella scoperta gli avrebbe dato lo sprint per salire più velocemente… infatti è così, e ci semina lungo i tornanti mentre noi ancora ridacchiamo per il singolare incontro.

Col de la Fayolle

Col de la Fayolle

Sullo scollinamento precedo Marco e ne approfitto per fare qualche foto mentre lo aspetto. Sono ormai passate le 18. Ora non ci resta che imboccare la statale per venti chilometri di velocissima discesa, e piombare a bomba su Privas alla ricerca di un camping disposto ad accogliere per la notte due scriteriati muniti solo del sacco a pelo e nemmeno una tendina piccola piccola…

All’ingresso del paese cerchiamo dei cartelli e chiediamo indicazioni, ci sembra di capire che qui esiste un solo campeggio. Non senza qualche difficoltà riusciamo finalmente a trovarlo, e ci fiondiamo subito alla reception. Qui, però, abbiamo un’amarissima sorpresa: i bungalow sono tutti prenotati da altri partecipanti all’”Ardèchoise” iscritti con la formula dei pernottamenti… e di dormire sotto le stelle non se ne parla proprio. Niet. Rivolgersi all’hotel poco più in là. Com’è lontana, improvvisamente, la spartana ma generosa accoglienza avuta nel 2006 nei campeggi di Vallon Pont d’Arc e di Lac d’Issarlès! Con le pive nel sacco andiamo a cercare l’hotel, lo troviamo e vediamo ciclisti e biciclette ovunque, anche sui balconi. Trovare un buco libero sarà impossibile! Vado alla reception con poche speranze, in effetti è tutto pieno, ma la ragazza è gentile e telefona ad un altro albergo dall’altra parte della città. Ed ecco il miracolo, la stanza libera c’è! Con molta pazienza mi spiega come arrivarci, mi mette in mano la mappa di Privas e tanti saluti. Torno da Marco con un sorriso a trentadue denti, saliamo sulle biciclette per quest’ultimo sforzo, tra un ponte e una circonvallazione rischiamo di sbagliare strada mentre, tanto per gradire, ricomincia a piovere. E alla fine, in pieno centro città, ecco l’albergo: hotel “La Chaumette”, dall’aria tutt’altro che economica… ma tant’è, con quel tempaccio è sempre meglio che dormire all’aperto.

Alla reception ci dicono di essere stati MOLTO FORTUNATI a trovare quella stanza libera: infatti, anche questo albergo è stipato di ciclisti. Ci fanno sistemare le biciclette in un garage comune, e finalmente saliamo in camera. L’aria è tesa: la sfilza di disavventure ci ha resi esasperati e nervosi, e tutto questo in aggiunta ai 180 chilometri e 3.300 metri di dislivello della giornata. Ma non è tempo per recriminare: quello che conta in questo momento è avere il culo al caldo per la notte, e ora ci vogliono una bella doccia, una buona cena e del buon sonno. Quando usciamo per recarci in birreria ha ormai smesso di piovere, ed è una bella serata. Ci sediamo nel dehor davanti a bistecca e fish’n'chips, e mentre mangiamo consultiamo le mappe programmando il proseguimento della nostra avventura. Poi andiamo a dormire, non prima di avere inviato un sms a Gianni per comunicare la nostra posizione e chiedere la loro. Messaggino che rimarrà senza risposta, facendomi preoccupare per la loro sorte. Prendere sonno non è facile: mille pensieri affollano la mia testa, ma alla fine la stanchezza prende il soppravvento. Bonne nuit…

La stanza d'albergo a Privas

La stanza d'albergo a Privas

GIORNO DUE – VENERDI’ 19 GIUGNO

Sono sveglia dalle cinque, non riesco più a dormire. Marco invece dorme ancora mentre io consulto ancora una volta mappe e altimetrie, poi sveglio anche lui: la riconsegna delle biciclette è a partire dalle sette, e noi non vogliamo perdere tempo.

Paghiamo il salato conto della camera e, senza neppure aver diritto alla prima colazione, usciamo nel sole della città, dove incredibilmente ci ricongiungiamo con fiumane di ciclisti ripartiti tutti insieme dai rispettivi pernottamenti. E’ una bella festa che mette il buonumore, ed è certamente piacevole augurarsi a vicenda i primi “bonjour” della giornata. Purtroppo siamo ripartiti a stomaco vuoto, ma io confido di trovare presto qualche ristoro “abusivo” con i locali bendisposti ad offrirci un po’ di caffè e qualche biscotto. Ho ragione, e appena fuori da Privas, a St. Priest, le simpatiche signore del paese sono pronte con i thermos, cassette di arance e piatti colmi di biscotti e dolcetti. Il calore e l’accoglienza di questi volontari sono indimenticabili: essi non prendono un euro dall’organizzazione per quello che fanno, si accontentano di magliette e gadget offerti loro dagli sponsor, ciononostante hanno un grande entusiasmo per questa manifestazione, e tanta voglia di far conoscere ai cicloturisti la loro terra e i loro prodotti.

Ed è subito salita. La strada per il Col du Benas (795 m) è caratterizzata dalla presenza di numerose pale per l’energia eolica, che punteggiano la linea di cresta con le loro bianche e slanciate sagome. Fa già caldo. Marco sembra pedalare abbastanza in scioltezza, c’è da augurarsi che il riposo notturno abbia contribuito a fargli recuperare la dura crisi del giorno prima. Scolliniamo nel punto in cui il nostro percorso e quelli delle “Gorges” si separano, e scendiamo a Darbres e a Lussas, dove sotto i soliti festoni giallo-viola ci aspettano altri volontari muniti di acqua minerale ed altre leccornie.

Verso il Col du Benas

Verso il Col du Benas

La strada è davvero spettacolare

La strada è davvero spettacolare

Villaggi in festa

Villaggi in festa

L’ambiente cambia: dalle verdissime e lussureggianti montagne si passa a qualcosa di più aspro e dal tono quasi “mediterraneo”, che mi ricorda addirittura certi scorci della Sardegna o della Sicilia. Superiamo il grazioso borgo di Vals-les-Bains e i suoi stabilimenti dell’acqua minerale, e iniziamo la salita al Col de Genestelle (648 m). Fa molto caldo, dobbiamo fare i conti con nugoli di fastidiosissime mosche e anche con la pericolosa mosca cavallina, che purtroppo va a segno più di una volta sulle nostre braccia e gambe. Ci sono però anche molte farfalle, alcune delle quali coloratissime e veramente spettacolari.

Ma man mano che si avvicina mezzogiorno il cielo riprende ad annuvolarsi: e questa non può che essere una buona notizia, visto il caldo opprimente. Quando scendiamo ad Antraigues il sole ormai non c’è più. Qui, stranamente, non c’è nessun “comitato d’accoglienza” ad attenderci, però ci sono un minimarket e una boulangerie, già presi d’assalto dai ciclisti che ci hanno preceduti e che stanno ruminando le loro provviste sui gradini in pietra del centro storico. Li imitiamo acquistando un paio di bibite fresche, dell’ottimo pane ai cereali ed una simil-mortadella per farcirlo. Il pranzo è servito.

Antraigues

Antraigues

Il Col d’Aizac (643 m) ed il Col de la Moucheyre (856 m) sono una sorta di riscaldamento in attesa di affrontare il vero osso duro della giornata, ovvero la salita al Col de la Baricaude (1232 m) e quindi al mitico Gerbier du Jonc (1416 m), “cima Coppi” di tutta l’Ardèchoise. Marco fin qui si sta comportando abbastanza bene, ma ora mi confessa di essere preoccupato per quella salita così lunga ed impegnativa: ben 13,4 km e 732 m di dislivello solo per arrivare al Baricaude… A Burzet, paesino posto ai piedi dell’ascensione, ritroviamo il sole. Passiamo sui tappetini rossi del controllo elettronico e ci fermiamo un poco per goderci una birra gelata: non sarà da atleti, ma in una giornata così torrida ci può stare. Dal dehor affacciato sulla piazzetta del paese ci lasciamo allietare dalla musica, altra protagonista di questa grande festa in giallo-viola. Poi bisogna andare. E’ il momento della grande sfida, soprattutto per Marco: qui si deciderà l’esito della nostra performance…

Una providenziale fontana

Una provvidenziale fontana

Burzet

Burzet

Burzet vista dalla salita al Col de la Baricaude

Burzet vista dalla salita al Col de la Baricaude

Lungo la salita è una continua processione di ciclisti: tutti salutano, quasi tutti sorridono, qualcuno incoraggia Marco che arranca faticosamente. Asfalto francese, ruote francesi, braccia francesi, mascelle francesi. Fa caldo ma in cielo c’è uno strano movimento di vento e nuvole, come il presagio che l’aria stia cambiando. Per terra sono segnati in vernice gialla i chilometri che mancano alla cima, ci vogliono davvero tanta pazienza e tanto spirito di sacrificio…

Ci impieghiamo un’eternità, ma in cima ci arriviamo anche noi. Saranno almeno  le 18. Sui prati del colle ci sono ciclisti stravaccati ovunque, c’è molto vento e non fa più così caldo, tanto da convincermi ad indossare il giacchino per affrontare l’ultimo strappo verso il Gerbier de Jonc. Ci mangiamo qualche biscotto alla cannella, poi riprendiamo il nostro viaggio. C’è un tratto in discesa, ma il vento è così forte da obbligarci a spingere. E laggiù all’orizzonte vediamo la sagoma caratteristica del Gerbier de Jonc, antico vulcano spento ora avvolto dalla nebbia e sormontato da sinistre nubi nere. A Sagnes-et-Goudoulet i locali stanno sbaraccando tutto: c’è troppo vento, per loro la festa è rimandata a domani, quando arriveranno i concorrenti dei giri da un giorno e delle granfondo agonistiche ed avranno molti bicchieri d’acqua e molte cibarie da distribuire.

Un momento di relax al Col de la Baricaude

Un momento di relax al Col de la Baricaude

Gerbier de Jonc in vista!

Gerbier de Jonc in vista!

Ricomincia la salita e ricomincia a piovigginare. Mi domando se stasera saremo di nuovo fortunati e se riusciremo a trovare un ricovero per la notte, e non nego di essere piuttosto preoccupata. Prima ancora di scollinare iniziamo a buttare l’occhio alla ricerca di qualsiasi indicazione di agriturismo, B&B, hotel, camping o quant’altro. Poi, eccoci al Col du Gerbier de Jonc e al fatidico bivio. Ma ormai la decisione è presa: scenderemo direttamente a St. Martial, tagliando i 50 chilometri della zona dei Sucs.

Quindi ci tuffiamo in discesa. Fa un freddo cane. Sotto di noi c’è un mare di nubi viola a sovrastare i monti a forma di “pan di zucchero” – i mitici Sucs, lo scenario è impressionante. Dopo nove chilometri in mezzo al nulla raggiungiamo finalmente St. Martial, graziosissimo borgo di casette in pietra posto in riva ad un lago. Appena arriviamo notiamo che c’è festa, musica, salsicce che arrostiscono e mascelle che ruminano, ma noi abbiamo bisogno di un posto per la notte. Una donna ci dice che, a parte il campeggio, non esistono hotel, ma pochi metri più in là noto una trattoria che (cartello in vetrina) ha delle camere. Entro, chiedo alla indaffaratissima ragazza bionda che sta servendo ai tavoli, e la camera c’è! Ci accompagna sopra il ristorante, due rampe di scale, entriamo in una casa di stanze disordinate dove c’è di tutto: in una di queste c’è anche un letto matrimoniale buttato in un angolo, e bagno e doccia a portata di mano. Per la cena? Scendete non prima delle nove, sapete, ci sono quelli de l’”Ardèchoise”… Siamo così felici che non stiamo più nella pelle: adesso che la nottata è al sicuro ho la certezza che la nostra avventura finirà bene. Vado per schioccare un bacio a Marco, quando dal piano di sopra udiamo dei passi su una scala di legno… squeak, squeak… che spavento! Improvvisamente spunta un ciclista nella nostra stanza. Tutti ci guardiamo attoniti, lui è più stranito di noi… insomma, ci fa capire che fino a un attimo prima al posto di quel letto c’era il passaggio per uscire. Allora scoppiamo tutti a ridere: per quanto scalcinato e fortunoso, per me quello è il posto letto più romantico della mia vita. Dai vetri della finestra c’è persino l’incantevole vista sul lago.

Camera vista lago a St. Martial

Camera vista lago a St. Martial

Meglio di un castello! :-D

Meglio di un castello! :-D

Mentre Marco si fa la doccia io telefono a Gianni. Risponde, ma le notizie non sono del tutto buone: problemi di salute lo hanno costretto al ritiro già la sera prima, mentre Natalino ha proseguito da solo il giro. Scendiamo, tira una bisa micidiale, l’appetito è tanto e decidiamo di concederci un “aperitivo” al vicino banchetto della pro loco: panino con salsiccia locale e vino ci sembrano un buon inizio, mentre intorno a noi ci sono dei curiosi che ci chiedono da dove veniamo, bambini che corrono, e altri ciclisti in attesa di sedersi a tavola con la nostra medesima caratteristica: maglione dalla vita in sù, pantaloncini e ciabatte infradito dalla vita in giù, e… saltellare per il freddo. Anche chi ha usufruito del servizio trasporto bagagli non ha potuto certo portarsi appresso chissà quale guardaroba, men che meno noi. Finalmente arriva il nostro turno, entriamo. La cena non è male: i giovani gestori della trattoria ci servono alcune deliziose specialità locali, e il vino riscalda stomaco e spirito. In questo momento sono davvero contenta: Marco ha recuperato energie e morale, e anche se siamo stati costretti a ripiegare su un percorso più corto adesso nessuno potrà levargli la soddisfazione di avere il suo diploma di partecipazione. Niente male, considerando che giovedì pomeriggio tutto sembrava compromesso.

GIORNO TRE – SABATO 20 GIUGNO

La dormita è stata favolosa, ci voleva proprio. Come sempre sono io quella che si sveglia per prima, ed ho il privilegio di assistere dalla finestra della stanza ad una spettacolare alba sul lago, con il cielo striato di nuvole rosso fuoco. C’è ancora molto vento, e non fa per niente caldo. Sveglio Marco, imballiamo tutte le nostre cose e scendiamo di nuovo alla trattoria, dove insieme ad altri ciclisti ci viene servita un’ottima colazione con le baguettes ancora calde. Oggi la “tappa” conclusiva è relativamente facile, dovremo affrontare solo una settantina di chilometri e tre colli. Si riparte in discesa, ed è per questo che io mi sono vestita con tutto quello che ho. Il vento forte in alcuni tratti costringe a spingere sui pedali. Approdiamo al controllo di St. Martin de Valamas, dove volendo è possibile approfittare di una ricca colazione… ma noi abbiamo già mangiato, per cui attacchiamo subito la salita al Col de Clavière (1.088 m), lunga oltre 17 chilometri.

Il vento gelido dà molto fastidio, inoltre non si sa come vestirsi: quando il sole fa capolino dalle nubi fa caldo, ma se disgraziatamente si nasconde fa un freddo cane… Le pendenze non sono certo proibitive, e a metà mattinata arriviamo a St. Agrève, paese posto quasi in vetta. E’ festa grande: su quest’ultimo tratto del percorso oggi convergono tutti i partecipanti di tutti i percorsi, ed ogni ristoro è più simile ad una sagra gastronomica. Qui c’è una lunghissima fila di bancarelle che offrono ogni bendidio, musica, confusione, rastrelliere per le bici sempre stracolme. Marco mangia con appetito pane e salumi locali, oggi si sente “in palla” e questo non può che farmi felice. A Rochepaule, in cima all’omonimo colle (891 m) la scena è la stessa, con la differenza che almeno c’è un po’ di sole e la temperatura è più umana. Chi tira dritto e non approfitta dei ristori sono quelli che oggi partecipano alle granfondo agonistiche… ma questa è un’altra storia. Noi li lasciamo correre e scendiamo con calma, dopodichè iniziamo ad affrontare l’ultimo colle, già percorso all’andata dal versante opposto. Da questo lato, ahimè, ci aspettano delle sinistre rampe al 15%…

Nota di colore :-)

Nota di colore :-)

La festa di St. Agrève

La festa di St. Agrève

Il Col du Buisson (920 m) è una bolgia infernale: la strada è stretta, tutti si accalcano per passare, specialmente gli agonisti che hanno fretta per definizione. Le rampe più dure sono subito all’inizio e mietono numerose vittime, costrette a smontare dalla bici e a salire a piedi. Noi NON siamo tra quelli, in particolare Marco, che sulla sua bici ha la tripla da mountain bike e in questo frangente mi sorprende per freschezza e regolarità. Ad ogni tornante c’è un gruppo musicale che suona, gente che grida e incita di non fermarsi, è fantastico, è davvero il degno finale di una fantastica avventura. Altro scollinamento e altra festa. Ci tratteniamo un po’, io scambio quattro chiacchiere con altri ciclisti, poi percorriamo gli ultimi chilometri verso Saint Fèlicien.

E’ l’una, il villaggio è una babilonia di maglie colorate e biciclette. Alla spicciolata iniziano i rientri dai vari percorsi, c’è molta confusione e bisogna fare la coda per tutto: il parcheggio del mezzo, la riconsegna del microchip, la stampa del (meritatissimo) diploma, il pasta party. Basta, scendiamo al campeggio. All’ingresso troviamo Gianni, che ci saluta con calore: sta aspettando Natalino, del quale non ha notizie ormai da ore. Arriverà intorno all’ora di cena, sta bene e tutto è andato nel migliore dei modi. Nel camper, davanti all’ennesimo piatto di pasta e ad un bicchiere di vino, ci raccontiamo le rispettive avventure francesi. Non c’è modo migliore per iniziare l’estate.

Brevet de la Châtaigne – Ardèchoise, 362 chilometri e 7.500 m di dislivello.

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Pian della Mussa – 2 giugno 2009

Eccoci alle prese con l’ennesima salita verso i monti piemontesi ancora innevati. A soli otto giorni dalla riapertura al traffico i nostri copertoncini puntano il Pian della Mussa, vasto pianoro posto a quota 1750 dove termina la strada asfaltata della Val d’Ala. Siamo in una delle Valli di Lanzo, a ovest di Torino: le cronache dello scorso inverno riportavano innevamenti record nella zona (sette metri?!), e dunque come resistere alla tentazione di ripercorrere per l’ennesima volta quella salita in bicicletta, magari immaginando gli ultimi chilometri fra suggestivi muri di neve?

La mattina festiva è salutata da un meraviglioso cielo limpido, e dopo il consueto rituale del caffè e della preparazione dei panini io e Marco siamo in strada che sono da poco passate le sette.

Per il noioso avvicinamento a Lanzo scegliamo come d’abitudine le strade secondarie che attraversano Alpignano, Givoletto, La Cassa e Fiano. Da Germagnano proseguiamo per Pessinetto, dove non mancano le fontane per riempire le nostre borracce di ottima acqua. La strada non presenta grandi pendenze in questa fase: al bivio successivo trascuriamo la deviazione a destra per la Val Grande, e proseguiamo diritto in direzione Ala di Stura. Da qui in poi ci s’immerge più profondamente nel classico ambiente montano, caratterizzato da pendii e prati in fiore, dall’impetuoso scorrere delle verdi acque del torrente Stura, dall’allegro sferragliare della “littorina” diesel sulla rinata linea ferroviaria Torino-Ceres, e dall’attraversamento di amene borgate tutte meridiane, campanili a punta, fontane e case in pietra. Sono molti, anche, i rivoli e le cascate che dalle rocce sovrastanti scendono fragorosi a livello della strada, ricordandoci – se ancora ve ne fosse bisogno – che le precipitazioni invernali sono state abbondanti, e che questa è una vera e propria “valle dell’acqua buona”.

Ala di Stura è una graziosa località turistica dove d’inverno si scia e d’estate si prende il sole. Abbiamo qui superato di pochissimo i mille metri di quota, e la strada inizia a presentare tratti più ripidi. Si attraversano altri piccoli borghi (Cresto, Martassina, Mondrone, Molette, Chialambertetto, Cornetti) ed eccoci finalmente a Balme, salutati a sinistra dall’imponente massiccio della Torre d’Ovarda e dallo stabilimento dell’acqua minerale “Pian della Mussa”, che ci ricorda ancora una volta la provenienza e la qualità di quella stessa, freschissima e deliziosa acqua che così volentieri prendiamo dalle fontane lungo il percorso per combattere la calura oggi piuttosto accentuata.

Balme è a quota 1432 metri, qui inizia la parte “divertente” della gita: gli ultimi cinque chilometri verso il Piano, caratterizzati da strada stretta e amena, traffico di “merenderos”, rampe e tornanti dannatamente ripidi, e l’incognita di quei famosi “muri di neve” fresati di fresco per far passare i veicoli…

Bando ai convenevoli, l’uscita dal paese è così ripida da far rizzare i capelli. Ma io e Marco siamo armati di comoda tripla corona, che non esitiamo di certo ad utilizzare in questo frangente. Appena fuori dall’abitato le prime sacche di neve fanno la loro comparsa: saranno una costante fino in cima.

Arranchiamo regolari fra i nevai e le conifere sradicate, in compagnia di automobili, motociclette, e anche molti ciclisti. L’asfalto in questo ultimo tratto è in condizioni perfette, rinnovato giusto un anno fa. Il cartello che annuncia il Piano è raggiunto quando i nostri ciclocomputer segnano 70 chilometri dal portone di casa: decidiamo di proseguire fino al rifugio, già riaperto per la stagione estiva. Intorno a noi c’è molta neve: il paesaggio è naturalmente assai suggestivo, ci mischiamo fra gli “aficionados” della polenta e ci gustiamo al caldo sole i nostri panini e le meritate bibite, sotto un cielo blu cobalto e gli sguardi maestosi e severi dell’Uia di Ciamarella e dell’Uia Bessanese.

Appena usciti dalle case di Balme l'ambiente diventa severo...

Appena usciti dalle case di Balme l'ambiente diventa severo...

Arrancando fra i ripidi e stretti tornanti, e le lingue di neve appena scavate dalle frese

Arrancando fra i ripidi e stretti tornanti, e le lingue di neve appena scavate dalle frese

Al Pian della Mussa la neve non manca

Al Pian della Mussa la neve non manca

Inquadratura larga sul piano, sotto la mole imponente dell'Uia Bessanese (sullo sfondo)

Inquadratura larga sul piano, sotto la mole imponente dell'Uia Bessanese (sullo sfondo)

Il ristoro del viandante :-)

Il ristoro del viandante :-)

E' fantastico poter immortalare la propria bicicletta con un simile sfondo... in giugno :-)

E' fantastico poter immortalare la propria bicicletta con un simile sfondo... in giugno :-)

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A spasso nella leggenda – Colle del Sestriere, 23 maggio 2009

In vita mia credo di aver fatto questo giro – che non può mancare nell’albo d’oro di qualsiasi cicloamatore torinese – almeno 6 o 7 volte, in un senso o nell’altro. E allora dov’è la novità? La novità, oggi, sta nell’accompagnare un neo-amatore che non l’ha mai fatto. Il pretesto è sempre quello di affinare la preparazione in vista de “L’Ardèchoise”, e questo è il sabato giusto per provarci, con l’alta pressione africana a garantirci bel tempo e le scritte sull’asfalto ancora fresche del Giro d’Italia passato di qui solo quattro giorni prima.

E’ quasi estate, e si capisce anche perchè albeggia presto. Io e Marco facciamo colazione alla svelta e i  nostri pedali fanno “click” davanti al portone di casa che  non sono ancora le sei. Abbiamo gli zaini carichi di molto cibo e poco vestiario, io porto la Olmo in acciaio e non posso fare a meno di indossare i guantini bianchi fatti all’uncinetto. Sua Maestà il Sestriere e il ricordo a sessant’anni dall’impresa di Fausto Coppi nella mitica tappa Cuneo-Pinerolo richiedono umiltà, contegno e un pizzico di riverenza, mentre lasciamo Torino svegliarsi pian piano fra il profumo dei panettieri e i mercati cittadini che iniziano ad animarsi.

Inutile dire che oggi il giro sarà svolto in senso antiorario, con salita dalla Val di Susa e, dunque, dal leggendario versante di Cesana Torinese.

Il noioso trasferimento fino a Susa viene “spezzato” da una seconda colazione al solito bar di Borgone, dove in virtù dell’orario mattiniero troviamo le brioches ancora calde e fragranti. Mentre consumiamo, dalle vetrate noto che qualche sportivo guarda con curiosità la mia bicicletta, e questo non può che inorgoglirmi.

Da Susa il percorso inizia a farsi interessante, e la faticosa risalita delle “scale” che portano a Chiomonte – prima asperità di giornata, viene ripagata dallo spettacolare panorama aereo sul Torinese e sulla vallata. Il cielo limpido e il caldo già avvertibile promettono una giornata da ciabatte infradito, infatti a Chiomonte approfittiamo di una caratteristica e freschissima fontana per sostituire l’acqua delle borracce.

Le "scale" sopra Susa

Le "scale" sopra Susa

La Statale 24 fortunatamente non è eccessivamente trafficata, e il nostro avvicinamento a Cesana, dove inizierà la salita vera e propria al Colle, procede regolare sotto la sagoma maestosa del forte di Exilles, attraverso i tornanti di Salbertrand, e il passaggio a livello (ovviamente chiuso al nostro arrivo!) e il pavè di Oulx. Per ingannare il tempo e la fatica rimiriamo le acque turbinose e scure della Dora Riparia, i bellissimi prati in fiore, le numerose frane qua e là dovute al maltempo invernale, e le cime circostanti ancora bene innevate.  Finalmente giungiamo a Cesana, il nostro morale splende come il sole alto nel cielo. Ci prepariamo ad affrontare gli ultimi, suggestivi 700 metri di dislivello riempiendo le borracce nella fresca fontana vicino all’Ufficio del Turismo. Non ci dimentichiamo, visto il gran caldo, di aggiungere all’acqua il solito, provvidenziale integratore in polvere di sali ed energia.

Il forte di Exilles

Il forte di Exilles

Panorama della Val di Susa da Salbertrand

Panorama della Val di Susa da Salbertrand

Cesana Torinese

Cesana Torinese

Sessant’anni fa gli eroi del ciclismo in bianco e nero percorrevano questa stessa strada, che allora era sterrata e disagevole. Oggi noi cicloamatori abbiamo qualche comodità in più, ma la fatica del pedalare in salita non cambia, così come non moriranno mai la voglia di avventura e il gusto della conquista. Ora più che mai è così per Marco, che va in bicicletta solo da quindici mesi e già sta affrontando una delle strade più suggestive e mitiche della storia del ciclismo. Arranca ma non molla, usa il “rampichino”, sbuffa, ma è regolare e costante. Ogni tanto cerco di confortarlo con le “notizie” che leggo sull’altimetro che ho sul manubrio. Ad un certo punto, come una visione, per un attimo si può vedere laggiù in lontananza una delle due mitiche “torri” cilindriche di Sestriere: ma è un inganno, un’illusione, mancano ancora quasi cinque chilometri e molta salita. La visione si interrompe presto dietro un tornante, e a noi non rimane che riabbassare la testa macinando pazientemente la nostra impresa. Qualche nuvola in cielo, come impietosita, vela il sole dandoci un po’ di conforto dalla canicola, mentre sull’asfalto leggiamo le recentissime scritte del Giro d’Italia: alcune sono dichiarazioni d’amore vero per i campioni, altre sono goliardiche, altre ancora di denuncia o di protesta. Il ciclismo è come la vita, c’è il dramma, c’è la fatica, ma ci sono anche i traguardi e i risultati. A destra notiamo l’orribile villaggio-colonia di Grange Sises, poi attraversiamo Champlas du Col, caratteristico borgo di casette in pietra che precede di poco la nostra meta.

Si sale

Si sale

Una fantastica visione...

Una fantastica visione...

Un paio di tornanti ripidi come rasoiate ed ecco il cartello “Sestriere”. Marco si merita senz’altro la classica foto ricordo, dopodichè proseguiamo verso la fontana posta allo scollinamento vero e proprio. Sembra di non arrivare mai! Ma ecco le torri del Club Med e, inaspettata, la palina segnaletica che sancisce il punto esatto dove si trova il colle e la quota. Un altro ciclista salito dal versante opposto ci confermerà, tra un panino e l’altro, che tale cartello è stato posto nuovo di zecca giusto il martedì prima, in occasione del passaggio del Giro del Centenario.

Finalmente

Finalmente

Pedalando nella storia del ciclismo

Pedalando nella storia del ciclismo

La domanda sorge spontanea: perchè ci hanno messo così tanto a mettere un cartello di vetta?...

La domanda sorge spontanea: perchè ci hanno messo così tanto a mettere un cartello di vetta?...

Sestriere, rinomatissima località sciistica durante i mesi invernali, in questo periodo dell’anno appare pressochè deserta e spettrale. Sono presenti solo rari turisti di passaggio e qualche ciclista, mentre alcuni cantonieri al lavoro con le ruspe stanno rassettando i parcheggi e le aree adiacenti in vista dell’arrivo dei vacanzieri estivi. Ci sono molte sacche di neve qua e là, e le piste sono ancora imbiancate. Quattro chiacchiere veloci, mangiamo e ci infiliamo il giacchino per tuffarci in discesa verso la Val Chisone e Pinerolo. Già, ma fa poi così freddo? Dopo un paio di chilometri, ai tornanti del Duc, abbiamo già caldo! E’ davvero uno straordinario anticipo d’estate. A Pragelato decidiamo di toglierci i giacchini e di affrontare solo in maglietta il fastidioso vento contrario che, in più di una occasione, ci costringe a “spingere” anche in discesa. Dentro la galleria di Usseaux rischiamo il congelamento (!), ma man mano che perdiamo quota è il caldo a farla da padrona. Il forte di Fenestrelle, Perosa Argentina, Villar Perosa, ed eccoci finalmente nella tranquilla Pinerolo, dove è d’obbligo una sosta per una monumentale granita. La gelateria è giusto sotto i portici a fianco dell’arrivo di tappa di martedì scorso, e combinazione è a fianco ad una bella libreria. Così, mentre mi disseto alla mandorla ammiro in vetrina le copertine dei libri commemorativi dell’impresa di Coppi del 1949 alla Cuneo-Pinerolo, e altre pubblicazioni con le cronache ciclistiche dei tempi che furono. Ciclismo eroico? Noi pedaliamo tranquilli gli ultimi, roventi chilometri verso Torino, e per ora ci basta la soddisfazione di avere concluso in buona forma questo classicissimo giro, lungo quasi 200 chilometri e tanta leggenda.

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Colle del Moncenisio: è ancora presto (9 maggio 2009)

Un'oncia di "ciclismo eroico": acciaio, neve e... manettini cambio a telaio :-)

Un'oncia di "ciclismo eroico": acciaio, neve e... manettini cambio a telaio :-)

Il Colle del Moncenisio è ancora impraticabile. La strada risulta innevata dalla piana di San Nicolao, subito dopo la vecchia dogana francese, e stavolta il nostro “assalto” è rimasto incompiuto: prima ancora di poterci inerpicare per le mitiche “scale” che conducono alla Grand Croix siamo stati costretti al dietrofront. Resta per Marco la soddisfazione di aver varcato in bicicletta per la prima volta i patrii confini. E un inquietante interrogativo: con tutta la neve che è caduta, quando mai quest’anno i valichi alpini saranno transitabili?

Arrancando verso Giaglione di Susa. Il tempo sembra ancora tenere...

Arrancando verso Giaglione di Susa. Il tempo sembra ancora tenere...

Bar Cenisio, 1480m slm. Il maltempo dell'inverno scorso e le frane hanno segnato la Statale 25 in molti punti

Bar Cenisio, 1480m slm. Il maltempo dell'inverno scorso e le frane hanno segnato la Statale 25 in molti punti

Sempre più neve a terra, sempre più nubi in cielo...

Sempre più neve a terra, sempre più nubi in cielo...

Per Marco l'emozione di sconfinare in bici

Per Marco l'emozione di sconfinare in bici

Purtroppo infotraffico aveva ragione, alla ex dogana il cartello è inequivocabile

Purtroppo infotraffico aveva ragione, alla ex dogana il cartello è inequivocabile

Stavolta le "scale" per la Grand Croix si possono solo fotografare da sotto

La nostra gita finisce qui, stavolta le "scale" per la Grand Croix si possono solo fotografare da sotto

Si torna a casa. E pure in fretta perchè il cielo non promette niente di buono... Gambe in spalla!

Si torna a casa. E pure in fretta perchè il cielo non promette niente di buono... Gambe in spalla!

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Ferrovecchio, ovvero il fascino discreto della tardona

La gloriosa commuter è stata venduta, e la Look in carbonio – modificata con la tripla guarnitura, è tornata ad essere il mio veicolo favorito per le Audax. La voglia di “nuovo”, tuttavia, non si ferma. Dopo i telai in alluminio (troppo rigido!), il titanio (troppo molle!) e il carbonio (troppo costoso!), mancava al mio personale campionario l’acciaio, materiale in disarmo ormai da anni per tutta una serie di motivi economici e di mercato più o meno veri che ora non starò qui ad elencare.

Lo scorso dicembre, con una spesa davvero ridicola se paragonata all’attuale costo di un telaio nuovo in carbonio, ho acquistato un telaio Olmo del 1988, acciaio Columbus SL e forcellina in microfusione. A qualcuno la mia è sembrata una bizzarra “operazione nostalgia”, il tentativo di allestire una “fixed” ultima moda, al limite (sic!) una bicicletta per partecipare all’”Eroica”. Niente di tutto questo: come al solito si tratta di mera curiosità. Bene, l’ho fatto riverniciare di un bel nero metallizzato direttamente agli stabilimenti di Celle. Guardatelo bene: ci sono le congiunzioni, le scritte e i loghi incisi e ripassati a pennellino con la vernice dorata, il tubo obliquo con sezione “a goccia” (un tentativo ante litteram di aerodinamica?), e i cavi del cambio completamente nascosti all’interno. Un vero gioiello.

L’ho “vestito” con un po’ di roba raccattata fra la mia cantina e gli amici. Ne è venuta fuori una strana ma elegante bicicletta che pesa poco meno di nove chili, con la guarnitura compact, ruote DT Swiss moderne e leggere, trasmissione e freni Campagnolo Chorus e… comandi cambio a telaio, rigorosamente non indicizzati. Due per otto rapporti, pacco da mountain bike col pignone del “30”, roba che ti arrampichi ovunque. Le leve freno inizialmente erano delle Super Record che avranno avuto almeno quarant’anni, ma dopo i primi collaudi non ho proprio digerito la mancanza dei due generosi “blocchi” così comodi per appoggiare le mani durante la marcia, così le ho presto sostituite con delle Cane Creek di foggia moderna.

Sulla strada la bici è sorprendente. Dicono che l’acciaio sia comodo, ma se questo tipo di telaio vent’anni fa era fra i top di gamma per le competizioni, un motivo ci sarà stato, non se lo dimentica di sicuro. La geometria classica, i foderi obliqui dritti come lance… in salita scatta come un razzo, nel complesso è più rigida della mia Look 461 in carbonio, costruita con tubi incollati e congiunzioni d’alluminio: non siamo forse ai livelli delle bici in alluminio, però si difende davvero bene. Quello che le manca rispetto alle moderne biciclette alle quali siamo ormai abituati è forse la stabilità, e questo si avverte soprattutto a livello della forcella. Con il composito oggi si possono ottenere risultati meravigliosi combinando a piacimento rigidità e comfort a seconda del tipo di telaio che si vuole ottenere. Pedalando una bici in acciaio si riscopre tuttavia una piacevole sensazione di “solidità”, e quell’ormai dimenticato effetto-molla ad ogni rilancio che solo un metallo armonico come l’acciaio può dare.

Una menzione particolare meritano le leve del cambio a telaio, che non avevo mai avuto prima in vita mia. Mi ci sono adattata presto, davvero. E mi piacciono, ecco la cosa simpatica. Certo, se con questa bici ci dovessi fare le gare, non li vorrei di sicuro: troppo pratici e bum-bum gli Ergopower. Ma per un cicloturista senza fretta può essere persino piacevole regolare manualmente il “fine tuning” della linea di catena. Si torna giocoforza all’antica forma mentis per cui si evitano le cambiate inutili. E poi, nessuna indicizzazione, nessun vincolo: sulle ruote (rocchetto Shimano) posso montare indifferentemente otto, nove o dieci velocità, e il cambio è sempre “a posto”… perchè in realtà non è mai “in ordine”!

“Antica” o no, per me è una bella soddisfazione portare in giro una bicicletta così sfacciatamente fuori moda, e sarà assolutamente “snob” salire con lei al Sestriere con tanto di guantini bianchi fatti all’uncinetto.

Appena acquistato il telaio era così...

Appena acquistato il telaio era così...

... eccolo dopo il maquillage :-)

... eccolo dopo il maquillage :-)

dettaglio testa forcella

dettaglio testa forcella

Alta gioielleria :-)

Alta gioielleria :-)

Ritorno al futuro

Ritorno al futuro

Lo stile e la qualità di certi componenti restano immutati, anche se sono di vent'anni fa

Lo stile e la qualità di certi componenti restano immutati, anche se sono di vent'anni fa

"Regina dei monti e delle nevi" :-)

"Regina dei monti e delle nevi" :-)

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Passo del Faiallo (GE) – 1 maggio 2009

Che regalo, un tri-kend di sole meraviglioso dopo un inverno così duro! Sulla via per “L’Ardèchoise 2009″ la premiata ditta Silvia & Marco non si lascia certo sfuggire l’occasione per un’escursione ciclistica di ampio respiro e di grande soddisfazione. Stavolta nel mirino abbiamo il Passo del Faiallo, sul confine tra le province di Savona e Genova: si tratta di un colle certamente non tra i più celeberrimi e nemmeno tra i più difficili, ma che gode di una posizione che lo rende particolarmente spettacolare, specie nelle giornate limpide.

Si sale verso Ponzone

Si sale verso Ponzone

La nostra uscita comincia poco prima delle sette di mattina, ancora da Montegrosso d’Asti. L’itinerario scelto è quello che sale dal versante Savonese, dunque raggiungiamo Acqui e poi proseguiamo lungo la salita che conduce all’ameno borgo di Ponzone, 606 metri slm. Da qui continuiamo in cresta per Pian Castagna (732) e Palo (672). Questa strada è molto bella, poco trafficata e con una grandiosa vista a 360 gradi che spazia dalle Langhe fino alle cime innevate delle Alpi laggiù a nord. Dopo una serie di gradevoli saliscendi immersi nella natura approdiamo in discesa a Urbe, e appena fuori dal paese passiamo il ponte sul fiume Orba e prendiamo a destra in direzione Vara.

Ponzone

Ponzone

Il Passo del Faiallo viene indicato sulle carte del Touring a 1061 metri di quota. La salita da questo versante è facile: è lunga circa 12 chilometri, ma la pendenza si mantiene sempre abbastanza regolare intorno al cinque per cento. La strada inizialmente è resa suggestiva dalla vista dello strapiombo dell’Orba, un torrente dalle acque limpide peraltro qui regolato da un imponente sbarramento. Si prosegue per le borgate di Vara Inferiore e Superiore, e quando manca poco al punto più alto, sul confine con la provincia di Genova, la strada spiana in prossimità di un’ampia area picnic, assai affollata in occasione del ponte festivo:

Verso il passo

Verso il passo

siamo in pieno Parco Regionale del Beigua, e comincia a farsi sentire il vento. Poichè è ora di pranzo ci confondiamo anche noi fra i “merenderos” e le grigliate, e ci accomodiamo su alcune rocce fra gli alberi per mangiare i nostri panini prima di affrontare il pezzo più interessante della giornata. Nel frattempo, sulla strada vediamo transitare numerosi ciclisti.

Ripartiamo muniti dei giacchini per difenderci dall’aria fredda, e dopo un tratto in discesa la strada compie un’ansa fra i brulli rilievi: qui il vento è così forte che si rischia di perdere l’equilibrio. Ma dietro una curva, all’improvviso, ecco ciò che

Ecco il mare!

Ecco il mare!

ripaga di ogni fatica: sotto di noi, l’azzurra immensità del mare e la spettacolare vista aerea di Voltri e della periferia ovest di Genova. Nel punto che a noi sembra “quello che esattamente scollina” facciamo le classiche fotografie di rito, anche se misteriosamente manca un cartello di vetta. Sarà veramente quello il colle topografico? Sicuramente è il punto più suggestivo, e a noi basta.

Poichè vogliamo compiere un percorso ad anello proseguiamo lungo la panoramica strada in cresta in direzione Passo del Turchino. A destra abbiamo lo strapiombo sul mare, mentre a sinistra in alcuni punti scoperti si possono vedere i monti dell’entroterra, e si affrontano le improvvise raffiche di gelido vento proveniente dall‘interno, che in bicicletta fanno davvero paura. Poi la

Lo spettacolo della strada in cresta

Lo spettacolo della strada in cresta

strada piega verso sinistra, lasciamo il vento e la vista sul mare e la discesa diventa più tecnica e divertente, grazie anche all’asfalto in condizioni migliori. Al Passo del Turchino ci attendono una temperatura più calda e il classico crocchio di motociclisti fermi al ristorante, mentre noi ci apprestiamo a passare la breve galleria per scendere in direzione Piemonte e Ovada.

Qui non siamo fortunati: nella valle dei suggestivi borghi Masone e Campo Ligure il vento spira in direzione contraria, per cui tocca spingere sui pedali anche se formalmente saremmo in… discesa. Approfitto della generosa stazza del mio “socio” e della sua proverbiale potenza da passista per viaggiare coperta, certa che comunque ci sarà prima o poi l’occasione per ricambiare il favore. A Ovada prendiamo per Molare e, sotto il sole cocente del pomeriggio, affrontiamo la salita a Cremolino, borgata oggi vivacemente rallegrata dalla Sagra della Frittella. La fontana del centro, che mi ha vista tante volta riempire la borraccia in occasione dei molti brevetti Audax passati di qui, è l’occasione per una rinfrescante pausa in preparazione agli ultimi chilometri.

E’ il primo vero caldo di stagione, e la spossatezza inizia a farsi sentire. Prima di rientrare a Montegrosso dobbiamo ancora affrontare la breve salita di Castel Rocchero, posta fra Acqui e Nizza Monferrato, in un ambiente dove i filari di vite la fanno da padrona e le colline verde smeraldo punteggiate di prati in fiore

Castello di Molare

Castello di Molare

sono uno spettacolo gratificante per la vista. Tuttavia nell’ultima discesa ho uno “scontro” con una vespa e relativa dolorosa puntura in faccia proprio all’incrocio dei cinghietti del casco: com’è vero che un viaggio in bicicletta è la sintesi della vita umana, cose belle e cose meno belle! L’incidente – al quale peraltro qualsiasi ciclista prima o poi è inevitabilmente rassegnato, non rovina certo il ricordo di una splendida gita di 176 chilometri e 2650 metri di dislivello complessivi.

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Stile Audax, a modo nostro

Cinque di mattina...

Cinque di mattina...

Dopo decine di migliaia di chilometri in giro per l’Europa, dopo tanti bei successi, alcune sconfitte, persino un paio di pareggi, in questo avvio di stagione ho avuto la (piacevole) responsabilità di avviare un “novizio” nel mondo delle randonnèe Audax. Marco, dopo aver superato in scioltezza la classica distanza-battesimo di 200 km in quel di Nerviano, lo scorso 19 aprile ha dovuto capitolare lasciando l’inferno di pioggia e freddo del Pinerolese dopo 175 km, chiudendo così la nostra partecipazione al “300″ di Cumiana. I ritiri, si sa, fanno male all’orgoglio e al morale, ma in certe situazioni non si può prescindere dal buonsenso: vedere un simile “gigante”, pur volenteroso e coraggiosissimo, improvvisamente indifeso e in preda ai tremori dell’ipotermia mi ha fatto ricordare una volta di più che non si diventa randonneur dall’oggi al domani. Ci vogliono esperienza, organizzazione, equipaggiamento adeguato, forma mentis. Insomma, per entrare nella categoria dei “ciclisti matti” ci vuole tempo, e non è neanche detto che ci si riesca.

Ma di tempo per fare i fenomeni ne abbiamo, considerato che l’obiettivo comune per la prossima estate è “solo” partecipare insieme all’”Ardèchoise”, 420 km per tre giorni randagi e in autosufficienza. Così, senza stare a piagnucolare troppo su quello che è stato decidiamo di preparare subito la riscossa, e dalle mie mappe esce l’idea di un percorso autogestito da “300 chilometri” con partenza da casa di Marco nell’Astigiano, poche difficoltà altimetriche ma panorami di largo respiro, che avremmo affrontato alla prima occasione di non-pioggia – eventualità rara a queste latitudini e in questo periodo. Venerdì 24 aprile i siti internet di meteorologia lasciano uno spiraglio per il giorno successivo: un’insperata tregua tra una perturbazione e l’altra, anche se le piogge insistenti fino a sera su Torino francamente non lasciano molto spazio al sorriso. Tant’è, carico la bici in macchina, vado a Montegrosso da Marco, ci mangiamo una pastasciutta e andiamo a dormire sperando nel destino.

E' ancora buio, si parte!

E' ancora buio, si parte!

Alle 4,45 suona la sveglia. Guardo fuori, non piove, prepariamo i panini, ci vestiamo di tutto punto e partiamo. Sono le 5,30 quando, nell’oscurità e nel silenzio dell’alba interrotto solo dal canto dei primi uccelli, le luci tremolanti delle nostre biciclette muovono in direzione Asti. Mi piace condividere con Marco queste piccoli dettagli che caratterizzano il mondo dei ciclo-randagi. E’ poesia pura. Sulle strade che si snodano fra le colline del Monferrato non c’è nessuno, fa freddo e c’è molta umidità, non ci saranno più di dieci gradi. Da Asti prendiamo per Chivasso – tratto non difficile pur con qualche saliscendi, mentre lentamente albeggia e il cielo grigio lascia intravvedere dei timidi chiarori. La buona notizia è che il tempo sembra tenere, ed anche la nebbia che si alza dalle colline pare un buon segnale. Il primo bar aperto lungo la strada diventa il pretesto per un buon caffè e per spegnere le luci delle biciclette. Passiamo Casalborgone alle otto in punto, dove incrociamo i primi ciclisti della giornata.

Il vero eroe della giornata è quello sullo sfondo :-)

Il vero eroe della giornata è quello sullo sfondo :-)

Attraversiamo il Po gonfio d’acqua e, passata Chivasso, puntiamo a nord in direzione Ivrea. Lo stradone che porta a Caluso è maledettamente trafficato, stretto e pericoloso. Nei pressi del piccolo borgo del Canavese abbiamo già percorso un’ottantina di chilometri, quindi facciamo una breve sosta per toglierci qualche abito ed estrarre qualcosa da mangiare dai nostri borselli e zaini. Qualche tranquillo saliscendi, a Strambino svoltiamo verso Caravino, e qui finalmente si para davanti a noi la nostra “cima Coppi” di giornata: la Serra d’Ivrea, una curiosa formazione collinare lunga e stretta che sembra tagliata con il flessibile e che separa l’Eporediese dal Biellese. Non fa per niente caldo, e alcune minacciose nuvole nere si stagliano sopra i monti: ma ormai siamo completamente in ballo, anzi, per dirla tutta siamo galvanizzati e contenti. Marco a un certo punto mi fa: «Ma se hai intenzione di scendere di là, poi tagliare così e cosà, a occhio NON sono trecento chilometri… ». Inizio a pensare…

La Serra d'Ivrea

La Serra d'Ivrea

Attacchiamo la scalata alla Serra alle 11, intanto tra le nubi esce finalmente un raggio di sole. La salita non è certo di quelle difficili, si tratta di circa 350 metri di dislivello, peraltro panoramici e suggestivi. Tra un tornante e l’altro la vista sull’Eporediese e sul Canavese è spettacolare. Marco arranca con calma sulla sua gialla bicicletta, incrociamo numerosi ciclisti su quella strada, che deve essere davvero un classico per gli appassionati della zona. E mentre saliamo guardo la mappa sul manubrio e penso. E’ vero, la calcolatrice di casa mi ha tradita, ho fatto un madornale errore di conteggio: il giro che ho preparato non è di trecento chilometri, saranno almeno una cinquantina in meno! Scolliniamo in mezzo ai boschi, quindi scendiamo su Zubiena, svoltando poi a destra nella riserva naturale della Bessa – una gran bella scoperta in quanto lo spettacolo della natura e l’amenità dei luoghi ripagano ampiamente della fatica. Intanto io e Marco parlottiamo sul da farsi, decidendo alfine di non fossilizzarci su quei cinquanta chilometri “mancanti”…

Giungiamo a Salussola e prendiamo una tranquilla strada di campagna in direzione Santhià. L’aria comincia timidamente a scaldarsi, facciamo sosta in un posto decisamente orribile (una fabbrica abbandonata?) per togliere i gambali e mangiare un paio di panini. La cosa buffa è che Marco ha già terminato tutti i viveri che aveva con sè… ma nelle mie lungimiranti borse c’è ancora cibo a sufficienza per tutti e due. C’è molto da imparare al capitolo “alimentazione durante le randonnèe”, specialmente se hai la cilindrata e la mole di un Hummer!

Una breve pausa

Una breve pausa

Dopo Tronzano Vercellese attraversiamo un altro caratteristico paesaggio piemontese, quello delle risaie, a me molto caro. Lo spettacolo in questa stagione non delude mai: sopra la dritta strada per Ronsecco il cielo pare infinito così come il senso di solitudine, ma a farci compagnia ci sono le numerose specie di uccelli che popolano questo ambiente davvero particolare. Aironi, germani, il cavaliere d’Italia, rondini, alcuni piccoli rapaci, le odiate cornacchie, e rane e rospi che, con il loro gracidare, compongono la colonna sonora di Madre Natura. A tratti siamo letteralmente investiti da nugoli di fastidiosi moscerini, mentre all’orizzonte,

Risaie

Risaie

assolutamente in contrasto con tutto il resto, incombono come un brutto monumento alla follia umana le due torri dell’ex centrale nucleare. A questo punto è Marco a proporre una variante sul percorso originale, con lo scopo di aggiungere ancora un po’ di salita al nostro allenamento: così, anzichè proseguire per Trino e Casale Monferrato con rientro su Alessandria, deviamo per Crescentino e, dopo un’altra scorpacciata di risaia e trampolieri, ci rituffiamo in direzione Asti fra le colline del Monferrato.

Tra Verrua Savoia e Marcorengo

Tra Verrua Savoia e Marcorengo

Ormai abbiamo percorso duecento chilometri, e il tratto tra Verrua Savoia e Marcorengo è di quelli che fanno rizzare i capelli… non fa niente, la gamba oggi è buona ed il sole che adesso splende sulle colline verde smeraldo e sui prati in fiore rincuora lo spirito, facendo quasi scordare la fatica. Gli ultimi chilometri verso casa non sono difficili, anche se Marco deve fare i conti con le crisi di fame e con l’annoso problema del soprassella. Le discussioni tra un colpo di pedale e l’altro aiutano a far passare più in fretta i chilometri. L’ultimo sforzo è la risalita di Isola d’Asti, e una volta arrivati al portone di casa i ciclocomputer segnano 242 chilometri, che per Marco sono pur sempre il nuovo record in tappa unica. Ma, record a parte, resta l’impagabile piacere di avere condiviso una “gita” che, grazie alla bicicletta, ci ha permesso di vedere luoghi e orizzonti emozionanti e gratificanti senza necessariamente allontanarci troppo dal cortile.

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“AD OVEST DI PAPERINO”: I CARTELLI PIU’ PAZZI

FILONE RELIGIOSO 

Frazione di Chivasso (TO)

frazione di Chivasso (TO)

 

Sopra Lanzo (TO)

sopra Lanzo (TO)

FILONE “TUTTO IL MONDO È PAESE”

Canavese (TO)

Canavese (TO)

FILONE SCATOLOGICO

Isolabella (TO)

Isolabella (TO)

FILONE MACABRO

Nuorese

Nuorese

Senza parole...

 

Senza parole...

idem!

FILONE “ANIMALESCO”

nel Piacentino

nel Piacentino

Liguria

Liguria

Pinerolese (TO)

Pinerolese (TO)

FILONE “V.M. 18!!!”

Monferrato

Monferrato

Liguria (col trucco... whew!)

Liguria (col trucco... whew!)

Langhe (Piemonte)

Langhe (Piemonte)

Provincia di Rovigo

Provincia di Rovigo

 

FILONE “BOH?????????!”

Saint Fèlicien (Francia) - Possono i cicloturisti essere così numerosi da costituire un pericolo?...

Saint Fèlicien (Francia) - Possono i cicloturisti essere così numerosi da costituire un pericolo?...

Liguria

Liguria

Monferrato: come mai si chiameranno gli abitanti di questo paese?...

Monferrato: come mai si chiameranno gli abitanti di questo paese?...

per questa ringrazio Gianmarco Vignati ;-)

per questa ringrazio Gianmarco Vignati ;-)

FILONE ANATOMICO

Alessandrino

Alessandrino

Langhe (Piemonte)

Langhe (Piemonte)

Alessandrino

Alessandrino

Albese (questa la mandiamo a "Striscia la notizia"!!!)

Albese (questa la mandiamo a "Striscia la notizia"!!!)

FILONE TRASH

Pinerolese (TO)

Pinerolese (TO)

Val di Viù (TO)

Val di Viù (TO)

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Link amici

http://americancyclo.wordpress.com/ Giancarlo pedala, pedala, e le salite sono la sua droga, mentre il nonno (già ciclista a sua volta) lo incoraggia da lassu…

http://bikerfab.altervista.org/ Un altro viaggiatore D.O.C., con il “pallino” dei grandi laghi e dell’Est Europa

http://www.cicloturista.eu/ Mauro, dal lago di Garda, segnala il suo neonato sito, che visto così promette molto bene… Amanti del cicloturismo e delle salite, tenetelo d’occhio! ;-)

http://jenga.wordpress.com Bici, musica, computer e dintorni!

http://blog.libero.it/desolation/ Il blog di Danilo, viaggiatore da Cuneo all’Estremo Oriente, tra misticismo e impegno sociale, i cui racconti di viaggio vi affascineranno

http://napobike.interfree.it/ Il sito del Napo

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La Look s’è rifatta il trucco

"Forza tranquilla"

Via il “vecchio” gruppo Campagnolo Chorus del 2002 con guarnitura compact, ecco la mia amata Look in versione rinnovata. Per il restyling, che è una “summa” dell’esperienza fatta nelle randonnèe Audax in tutti questi anni, ho scelto il nuovo Ultegra Grey 10V ed una guarnitura compact-tripla della Stronglight, il cui

Guarnitura Stronglight con rapporti squisitamente cicloturistici

Guarnitura Stronglight con rapporti squisitamente cicloturistici

girobulloni 110-74 mi ha permesso di adottare una stravagante (ma assolutamente versatile e cicloturistica) combinazione di corone 46-34-24.

Il nuovo gruppo della Casa nipponica ha un impatto estetico decisamente accattivante. La finitura grigio scuro è elegantemente aggressiva, ed enfatizza ancora di più lo stile sobrio ma sportiveggiante che da sempre caratterizza la mia bicicletta. Non solo il colore dei componenti ma, naturalmente, anche la forma dei comandi e la disposizione dei cavi distinguono questa nuova configurazione dalla precedente di stampo tipicamente Campy.

Altre novità sono:

- il movimento centrale che accompagna la guarnitura, anch’esso Stronglight e munito di perno conico standard JIS (obsoleto fin che si vuole, ma innegabilmente robusto!),

Cambio posteriore Ultegra Grey

Cambio posteriore Ultegra Grey

- le ruote, che sostanzialmente sono delle artigianali uguali alle precedenti (cerchi Ambrosio Excellight e raggi ACI inox), con l’unica differenza dei mozzi Shimano,

- i portaborraccia, due robusti Procraft che spero trattengano meglio dei precedenti Ciussi Inox le pesanti borracce da litro indispensabili nei lunghissimi giri estivi,

- i pedali, in quanto i precedenti VP SPD stradali sono stati sostituiti da veri e propri pedali da mountain bike, gli infaticabili Ritchey V4 Pro con aggancio a doppia faccia.

La nota dolente di questa operazione-restyling è costituita dal peso complessivo della bicicletta, salito di

Dall'alto...

Dall'alto...

oltre mezzo chilo. Se nella precedente configurazione aveva fatto fermare l’ago della bilancia intorno agli 8.250 grammi, ora siamo praticamente a quota 8.800. E’ il prezzo da pagare per avere degli accessori spiccatamente da cicloturismo e, soprattutto, per il gruppo tripla, una soluzione che permette di togliersi d’impiccio su qualsiasi salita e in qualunque condizione fisica e/o ambientale, ma che dall’altra parte (inutile girarci intorno) è pesante. Tuttavia non me ne cruccio eccessivamente: lo stesso kit telaio-forcella, che peraltro in tutti questi anni ha dimostrato ottima qualità di pedalata, resa e comfort nelle lunghe e lunghissime distanze, non è certo una piuma con i suoi 1.850 grammi complessivi di carbonio HR e obsolete giunzioni in alluminio. E’ destinato ad essere sostituito, l’anno prossimo, con qualcosa di più attuale e leggero, e allora non sarà difficile far scendere nuovamente l’ago della bilancia. Ammesso e non concesso che questo sia un requisito così essenziale per la sottoscritta…

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